Una riforma che danneggia i cittadini
- Antonio Nicita
- 28 dic 2025
- Tempo di lettura: 3 min

Il Governo aveva fretta. Tanta. Bisognava approvare questa riforma entro fine anno. E, naturalmente, come ormai accade da tre anni, facendo decidere una sola Camera.
Da tre anni è vigente una trasformazione incostituzionale dell'azione parlamentare: un monocameralismo alternato. Una legge, che sia un ddl o un decreto, si discute in una camera sola, nell'altra si mette la fiducia o si va comunque al voto.
Di fatto, i parlamentari a fine legislatura, ne avranno analizzata mezza. Con buona pace dell'articolo 70 della Carta Costituzionale che prevede che "la funzione legislativa è esercitata collettivamente dalle due Camere". Collettivamente.
Inutile ricordare a Giorgia Meloni quando, dall'opposizione, urlava contro la delegittimazione del Parlamento.
Dopo la riforma delle magistrature ordinarie, il Governo Meloni doveva dare un segnale politico anche alla magistratura contabile della Corte dei Conti. Anche perché è diventata troppo Corte dei Ponti, per qualcuno.
Il governo di Giorgia Meloni prova a raccontare questa frettolosa riforma come una misura di buon senso: meno burocrazia, meno paura di firmare (la cosiddetta "firmite"), amministratori finalmente liberi di decidere. Una narrazione semplice, quasi rassicurante. Peccato che, guardando meglio, la direzione sia un’altra. Opposta.
Il punto centrale è questo: chi sbaglia pagherà meno. Anche quando il danno per lo Stato è accertato, il risarcimento viene limitato. Una parte consistente del danno non verrà più recuperata. Ma non scompare: semplicemente resta sulle spalle dei cittadini. È un dettaglio che il Governo nasconde, ma è quello che fa davvero la differenza.
Specie se lo si legge come parte di un disegno piu grande, per esempio accanto alla eliminazione dell'abuso d'ufficio come reato: se, prima di queste riforme, si poteva argomentare che gli amministratori pubblici potevano essere inibiti nella loro azione dal rischio di incertezza giuridica, oggi, con queste riforme, il pendolo va dalla parte opposta, perché si favoriscono incentivi agli abusi e ai danni erariali.
Tutta l'impostazione della Corte dei Conti viene spostata sull'asse dei controlli preventivi. Con il nuovo meccanismo del silenzio-assenso, se la Corte dei Conti non riesce a pronunciarsi, preventivamente, in tempo, tutto passa automaticamente. Quindi, basta bersagiare la Corte di una marea di atti e provvedimenti per aumentare la probabilità che passi ciò che non dovrebbe passare e che non sarebbe passato a seguito di un esame certo e approfondito. Chiamare questo efficienza della PA, con uffici sotto organico e montagne di pratiche, significa una cosa sola: meno controlli reali.
E qui viene il nodo politico. Questa riforma si inserisce in una visione precisa: il controllo come ostacolo, come intralcio, come problema. Non come garanzia. Un ribaltamento culturale, prima ancora che giuridico e politico.
Il paradosso è evidente se si pensa al contesto: miliardi di euro da gestire, appalti, fondi europei, PNRR. In un momento del genere, indebolire gli strumenti di vigilanza non è solo discutibile, è rischioso per tutti noi.
Non sorprende che i magistrati contabili parlino di passo indietro. La Corte dei Conti viene raccontata come un altro tipo di magistratura (quella contabile) "nemico" del Governo, perché ne intralcia l'azione frutto di volontà popolare. Ma si dimentica che i soldi pubblici non sono di chi governa, ma dei cittadini, di quel popolo sovrano, e pagatore fiscale, che andrebbe tutelato contro gli abusi.
Occorre allora chiedersi: questa riforma serve davvero a migliorare lo Stato?
Se l’obiettivo è ridurre la responsabilità, abbassare l’asticella e rendere il controllo un fastidio aggirabile, allora sì: la riforma funziona. Ma se è la tutela dei cittadini e delle risorse pubbliche a contare, allora dobbiamo sapere che con questa riforma si generano incentivi perversi. Scopriremo presto che il prezzo di cotanta 'efficienza' lo pagheremo tutti e tutte noi.




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