Sicilia e insularità: una nuova agenda pubblica.
- Antonio Nicita
- 14 lug
- Tempo di lettura: 15 min
Aggiornamento: 10 ago
Ultime bozze, uscita a settembre. Ho scelto un editore emergente siciliano Apalòs per un libro sulla Sicilia e le politiche pubbliche dell'insularità. Le riflessioni raccolte in questo libro nascono dall’esperienza presso la Commissione parlamentare per il contrasto degli svantaggi derivanti dall'insularità in questa legislatura.

«Nessun uomo è un’isola», scriveva John Donne. Ma neppure un’isola è (solo) un’isola. È un pezzo di terra lontano da altre terre, certo, ma è anche una terra da raggiungere e a cui tornare. Aristotele descriveva Creta non come un’isola periferica, ma come un’«isola […] per natura posta in una posizione adatta al dominio della Grecia: si estende attraverso tutto il mare».
Ma un’isola può essere anche un luogo dal quale si vuole fuggire. Nell’Odissea, Ulisse è prigioniero nell’isola di Ogigia e Omero lo ritrae sulla riva, con gli occhi mai asciutti dal pianto, mentre consuma la propria vita «desiderando il ritorno». Vuole lasciare Ogigia, isola-prigione, per Itaca, isola-patria, «una terra aspra, ma nutrice di uomini valorosi; e io non conosco nulla di più dolce della propria terra».
Forse è proprio questa ambivalenza a definire, meglio di ogni altra cosa, la condizione insulare. Un’isola può essere lontananza o casa, costrizione o appartenenza, fuga o approdo, addio o ritorno. La differenza non la fa soltanto la geografia. La fanno le possibilità di muoversi, di connettersi, di scegliere. È qui che la geografia diventa economia, politica e, infine, diritto.
Nel luglio del 2022, l’insularità è ‘tornata’ in Costituzione, grazie a una riforma parlamentare bipartisan. Il nuovo art. 119, al comma 6, recita: «La Repubblica riconosce le peculiarità delle Isole e promuove le misure necessarie a rimuovere gli svantaggi derivanti dall’insularità». Dunque, il tema dell’insularità emerge sia con riferimento alla peculiarità delle isole, sia in relazione alla definizione e all’attuazione di politiche pubbliche finalizzate alla rimozione degli svantaggi che ne derivano.
Sembra semplice, ma queste poche righe aprono una serie di riflessioni proprio sui concetti di “peculiarità” delle isole e di “svantaggi” insulari. C’è infatti un modo banale di affrontare il problema: un’isola ha condizioni geografiche oggettive che impattano sui costi di trasporto, sulle economie di scala, sulla specializzazione produttiva e sulla competitività, nonché sul soddisfacimento di una serie di fabbisogni essenziali minimi — a partire da istruzione e sanità — che incidono sulla popolazione insulare residente e sulla decisione di restare o di andare via.
Ma, proprio per questo, c’è anche una doppia peculiarità, nel senso che ogni isola è peculiare a modo suo. Le isole più grandi, come la Sicilia e la Sardegna, pur condividendo elementi tipici di ogni isola, hanno potenzialità che le isole minori non hanno. Quindi i concetti di insularità e di svantaggio insulare hanno una dimensione generale, che vale per tutte le isole, e una specifica, legata al peculiare territorio insulare. Nel caso della Sicilia, ad esempio, è più corretto parlare di arcipelago siciliano, cioè di un sistema insulare che coinvolge la Sicilia e le isole minori siciliane. Così come, quando si parla di economia e politiche pubbliche insulari, occorre distinguere le regioni insulari dagli Stati insulari.
E poi ci sono anche i vantaggi dell’insularità: l’eredità ambientale degli ecosistemi insulari, il patrimonio culturale e paesaggistico, la biodiversità, l’attrattività turistica. Anche su questi vantaggi sarà importante soffermarsi, perché la loro piena valutazione aiuta a rovesciare un pezzo del dibattito. Il paesaggio conservato, la biodiversità protetta, l’ecosistema non compromesso sono beni pubblici prodotti dai residenti insulari ma consumati in larga parte da non residenti. Conservarli ha un valore per gli ultimi e un costo-opportunità per i primi che è il costo di rinunciare a usi alternativi del territorio. Come diremo, questi vantaggi richiederebbero anch’essi una forma di compensazione, parametrata non al danno subito ma al valore dell’esternalità positiva generata per chi vive altrove. È il passaggio da una logica risarcitoria a una logica di remunerazione di un servizio reso che — come vedremo — cambia radicalmente il modo di impostare la questione delle risorse.
Il concetto di isola è generico e accomuna territori con caratteristiche molto diverse. Come scriveva il geografo Harold Brookfield, “nessuna isola è uguale a un’altra e poche sono anche solo strettamente simili”. In Europa ci sono isole che registrano un PIL pro capite superiore alla media nazionale e altre isole, come la Sicilia e la Sardegna, che stanno al di sotto della media. Insomma, l’insularità ci spiega tanto ma non tutto. Attraverso di essa identifichiamo una serie di condizioni di partenza — di svantaggi — che alcune isole sembrano aver superato, mentre altre restano intrappolate in una condizione di mancato sviluppo e di ritardo. Quindi il tema è, da un lato, identificare, misurare e contrastare gli svantaggi insulari e, dall’altro, potenziare i vantaggi, individuando politiche pubbliche selettive, obiettivi misurabili e una buona dose di coordinamento con le altre politiche pubbliche non insulari.
Già da queste prime battute emerge che il tema ‘insularità’ è assai più complesso di come talvolta appaia nel dibattito pubblico e che, nonostante una ricca letteratura se ne occupi da tempo, molte domande restano irrisolte. Grazie alla riforma costituzionale del 2022, in Italia anche la politica nazionale è tornata a occuparsi di insularità, assai timidamente per la verità. La politica sembra non aver ancora deciso se quella riforma sia stata qualcosa di strutturale — cioè una novità che deve, conseguentemente, cambiare la definizione delle politiche pubbliche per la Sicilia, la Sardegna e le isole minori — o se essa rivesta solo un carattere formale, nominale, relegando l’insularità a un termine da evocare più o meno a caso per negoziare o giustificare qualche trasferimento aggiuntivo di risorse ai territori insulari.
L’insularità è inoltre una condizione stratificata anche storicamente e culturalmente. Non basta un ponte o una connessione stabile con la terraferma perché le condizioni di insularità cessino. Basta però, ed è il punto, perché cessi la qualificazione statistica di isola. La definizione adottata in sede europea a fini statistici è infatti cumulativa: è isola un territorio di superficie non trascurabile, con una popolazione minima stabile, sufficientemente distante dalla terraferma, privo di un collegamento fisso permanente e che non ospiti la capitale di uno Stato membro. È per il concorso di questi criteri che, prima della Brexit, la Gran Bretagna non figurava fra le isole europee.
Il criterio del collegamento fisso rende il caso (dell’arcipelago) siciliano paradossale. Come vedremo nel capitolo dedicato alle stime oggi disponibili sui costi dell’insularità, se anche ci fosse mai un ponte tra Scilla e Cariddi, questo non comporterebbe il superamento dell’insularità storica e cumulata della Sicilia: qualcuno potrebbe tuttavia richiederne la cancellazione dalle classificazioni su cui si fondano ammissibilità ai fondi, indicatori e deroghe fondate sul principio di insularità. Un’isola smetterebbe di essere tale nelle statistiche prima ancora che nella realtà. Insomma, non c’è solo la geografia in ciò che fa dell’arcipelago siciliano un sistema insulare. Un’isola può essere periferia oppure centro. Non è la geografia, da sola, a deciderlo. Lo decidono le connessioni, le infrastrutture, i mercati, le istituzioni e, in definitiva, le politiche.
Ho iniziato a occuparmi di insularità solo di recente, grazie a Enrico Letta, allora segretario del Partito democratico, a Marco Meloni (oggi senatore eletto in Sardegna) e a Peppe Provenzano (oggi deputato eletto in Sicilia). L’occasione fu data dall’elaborazione del programma elettorale per la lista ‘Partito Democratico-Italia democratica e progressista’ che Letta mi chiese di coordinare. Fu Marco Meloni a insistere affinché ci fosse una scheda sulle politiche pubbliche per l’insularità, dopo la riforma del 2022, e assieme a lui e a Peppe Provenzano formulammo alcune proposte. Fu per me anche l’occasione di confrontarmi con la ricca letteratura animata, tra gli altri, da Gaetano Armao, Aldo Berlinguer, Manuele Deidda, Alberto Frosini.
Le proposte che, con Marco Meloni e Peppe Provenzano, elaborammo per il programma elettorale della coalizione democratica e progressista prevedevano:
– la definizione entro il primo semestre del 2023, sulla base di un’indagine conoscitiva supportata dalle valutazioni dell’Ufficio parlamentare di bilancio, della stima dei costi derivanti dall’insularità;
– l’individuazione dei settori su cui intervenire con misure compensative, a partire da sanità, istruzione e università, trasporti e continuità territoriale, energia;
– la costituzione di un nuovo Fondo nazionale di contrasto agli svantaggi da insularità, nel quale far confluire risorse nazionali ed europee e la cui governance ricalcasse quella del PNRR;
– la definizione di correttivi da insularità al sistema dei LEP, anche per contrastare lo spopolamento e per poter costruire servizi sulla base delle specificità demografiche e geografiche dei territori;
– l’adozione di uno specifico strumento nell’ambito della politica di coesione dell’Unione europea, espressamente orientato al contrasto degli svantaggi dell’insularità a livello europeo;
– l’adeguamento della disciplina europea in materia di aiuti di Stato per le Isole e la definizione di una specifica fiscalità di vantaggio per le Isole, compatibilmente con il rispetto delle norme dell’Unione.
All’insediamento delle nuove Camere, con Marco Meloni presentammo un disegno di legge in Senato che recepiva queste proposte, a partire dall’istituzione di una Commissione bicamerale che definisse indicatori e fabbisogni di insularità e di un conseguente Fondo speciale, strutturale, per l’insularità, nel quale far confluire vecchie e nuove risorse. Poiché la prima legge di bilancio del Governo Meloni fu presentata alla Camera — con l’impossibilità di proporre emendamenti in Senato, dove fu posta la fiducia — proponemmo ai colleghi deputati Silvio Lai, Anthony Barbagallo, Giovanna Iacono, Stefania Marino e allo stesso Provenzano di presentare un emendamento (il 143.01) che recepiva i principali punti della proposta di legge. L’emendamento fu approvato, con una drastica riduzione del fondo — da 100 milioni a 2 milioni annui e per soli tre anni — ma con l’istituzione della Commissione bicamerale, alla quale, per il Partito democratico, furono indicati i senatori Meloni e Nicita e il deputato Lai.
La questione è tanto più rilevante quanto più, in questi ultimi anni, emergono due rischi notevoli. Da un lato, il tentativo del Governo Meloni — finora senza successo, grazie all’intervento della Corte costituzionale — di realizzare una riforma dell’autonomia regionale differenziata dal lato sbagliato: cioè senza mettere al primo posto la definizione dei fabbisogni delle prestazioni essenziali basati sui costi standard e non sulla spesa storica, che fotografa gli attuali divari regionali. Dall’altro, la proposta della Commissione europea di riformare i fondi di coesione, permettendone la centralizzazione presso i governi nazionali e la discrezionalità nella definizione delle priorità e nell’assegnazione.
Nel pendolo tra questi due rischi sta la sfida dell’insularità come criterio per la definizione di nuove politiche selettive: volte a compensare gli svantaggi che non possono essere rimossi, a contrastare quelli riducibili, a valorizzare i vantaggi ottenibili per i residenti e a monetizzare i costi-opportunità delle esternalità positive generate per i non residenti. Sciascia disse irredimibile la Sicilia; qui si sostiene qualcosa di diverso e più circoscritto: irredimibili possono essere alcuni svantaggi, non una condizione e tutto ciò che resta è materia di politiche pubbliche. Si apre oggi una finestra importante e decisiva attorno all’insularità e proprio per questo occorre che il dibattito politico se ne faccia carico, evitando due trappole retoriche opposte, che vedono nella condizione di insularità o il pretesto per cancellare responsabilità politiche e istituzionali o un nuovo slogan per attrarre risorse a pioggia con cui finanziare nuovi fallimenti. Insularità deve far rima con selettività: cioè con un pacchetto di politiche pubbliche che individuino obiettivi specifici, misure di rimozione, contrasto o compensazione, e coordinamento con le altre politiche pubbliche nazionali ed europee.
Le riflessioni raccolte in questo libro, e soprattutto le domande irrisolte, nascono dall’esperienza che ho fin qui maturato nella neonata Commissione parlamentare bicamerale per il contrasto degli svantaggi derivanti dall’insularità e nei tanti incontri avuti nelle lunghe giornate di campagna elettorale per il rinnovo del Parlamento europeo tra la Sicilia e la Sardegna. Nel corso di questi anni di studio e di audizioni dentro la Commissione ho maturato la convinzione che serva una svolta dell’agenda pubblica italiana attorno al concetto di insularità, a partire dalle migliori esperienze insulari europee e internazionali.
La Commissione ha prodotto una prima indagine preliminare, ospitato audizioni e raccolto dati, ma ad eccezione di alcuni emendamenti di sistema, le politiche di bilancio del Governo Meloni hanno sostanzialmente ignorato il punto e le prescrizioni del nuovo art. 119 della Costituzione. Le relazioni finanziarie con la Sardegna e la Sicilia seguono i percorsi noti, accidentati, frammentati, episodici. Per la Sicilia, gran parte del dibattito è stato assorbito dalla propaganda sul Ponte e molte risorse previste dai Fondi di Coesione sociale e dal PNRR sono stati cancellati, definanziati o spostati in programmazione futura. I temi della perequazione territoriale sono stati annegati nel dibattito che ha accompagnato il tentativo di riforma Calderoli dell’autonomia differenziata, concentrato sulla definizione dei livelli essenziali delle prestazioni, di fatto negati nell’ostinato aggancio alla spesa storica. Nella fase finale della legislatura, il Governo Meloni ha proposto un disegno di legge sulle isole minori che, come vedremo, non mantiene le promesse che si propone.
Insomma, l’insularità è scomparsa dall’orizzonte del disegno delle politiche pubbliche italiane, proprio nella legislatura successiva a quella che l’ha reinserita in Costituzione. Eppure, non solo temporalmente, la legislatura in cui ha preso vita il Governo Meloni avrebbe potuto costituire una finestra fondamentale per dare corpo alle politiche pubbliche di contrasto agli svantaggi da insularità. Innanzitutto, perché le tante rimodulazioni che il Governo ha imposto al PNRR potevano costituire l’occasione per ridefinire le priorità insulari, mentre proprio in Sicilia molte opere risultano definanziate. In secondo luogo, perché proprio mentre il Governo nazionale annunciava un’assai limitata legge per le isole minori, a livello europeo veniva presentata la prima Strategia dell’Unione europea per le isole, predisposta dalla DG REGIO sotto la responsabilità politica del vicepresidente esecutivo della Commissione Raffaele Fitto.
Questa nuova strategia europea, come diremo, segue un’annosa serie di documenti, mozioni e atti di indirizzo del Parlamento europeo degli ultimi quindici anni e rappresenta un importante, per quanto timido, punto di avvio nel riconoscimento della necessità di guardare alle isole attraverso una politica europea specifica. Rimane tuttavia ancora debole sul terreno degli strumenti concreti: non introduce nuove risorse specificamente dedicate, rinvia a una successiva analisi la quantificazione del costo dell’insularità e affida ancora a formule prevalentemente programmatiche l’esigenza di valutare sistematicamente l’impatto delle politiche europee sui territori insulari. Un primo cambio di prospettiva, insomma, ma non ancora quel vero e proprio “statuto europeo dell’insularità” capace di trasformare il riconoscimento della specificità geografica in criteri, risorse e obblighi differenziati nelle politiche dell’Unione.
In ogni caso, se si sta finalmente aprendo una nuova stagione per le politiche pubbliche relative all’insularità, allora alla Sicilia e al suo arcipelago non basta più essere destinatari di politiche per il Sud come per le altre regioni meridionali. Dopo la riforma costituzionale del 2022, bisogna costruire una nuova agenda insulare che non neghi un posto alla Sicilia dentro una politica per il Sud, ma che la attraversi e la superi, guardando alla Sicilia come alla più grande isola del Mediterraneo. E dell’Unione europea, se si esclude l’isola-stato dell’Irlanda. La Sicilia non come peso, come perenne ritardo, ma come grande risorsa per l’Italia.
La Sicilia è stata raccontata spesso come una parte della questione meridionale. E lo è, naturalmente. Ma non è soltanto questo, perché la Sicilia è parte del Mezzogiorno, certo, ma la sua insularità non si cancella e non è temporanea. E’ geografica e storica. Ed è un’eredità che ha modellato culture, commerci, economia, urbanistica, distanze, divari, demografia. L’insularità è un fatto economico, sociale, istituzionale che non può essere cancellato, ignorato o inglobato nel vasto concetto di “Mezzogiorno”. L’insularità è il fattore che ha modificato e plasmato, nel tempo e fino ai nostri giorni, il costo dei diritti, l’accesso ai servizi, la libertà di movimento, la capacità di produrre, la legalità, le condizioni di vita e la possibilità di restare di intere generazioni.
Si affaccia dunque una nuova “questione siciliana” - che non è né separatista, né identitaria, ma piuttosto costituzionale, economica ed europea - che riguarda il modo in cui una Repubblica e un’Unione fondate sulla coesione rimuovono o compensano uno svantaggio permanente in una parte di territorio europeo. In termini di politiche pubbliche, questa è esattamente una questione che si ricollega all’approccio place-based teorizzato, tra gli altri, da Fabrizio Barca e che non si esaurisce in una domanda generica di maggiori risorse, ma in una richiesta di politiche mirate costruite a partire dai luoghi, dai loro vincoli specifici, dalle loro capacità istituzionali e dai loro fallimenti di coordinamento.
Per molto tempo abbiamo pensato che per affrontare lo sviluppo socio-economico siciliano bastasse parlare di Sud. Più investimenti al Sud, più infrastrutture al Sud, più lavoro al Sud, più fondi per il Sud. Tutto giusto. Tutto necessario. Ma non più sufficiente. Perché una politica pensata genericamente per il Mezzogiorno non coglie fino in fondo ciò che distingue la Sicilia, ovvero il peso storico della discontinuità territoriale, la distanza dai mercati, il costo crescente della mobilità interna ed esterna, la fragilità dei collegamenti, la dipendenza energetica e logistica, la doppia penalizzazione delle isole minori, la condizione di frontiera mediterranea. E oggi la difficile compatibilità con la legislazione europea a tutela della concorrenza e di controllo degli aiuti di stato che drammaticamente ignora l’aggravio sulla competitività siciliana dei costi insulari, distorce la dimensione geografica di alcuni mercati rilevanti ed espone agricoltori e pescatori alla concorrenza sleale di prossimità con le imprese degli stati non europei del Mediterraneo.
Come ha sostenuto Peppe Provenzano, da Ministro per il Sud e la coesione territoriale, l’insularità «non è una condizione geografica da risarcire, ma una questione nazionale di cittadinanza. Vivere in un'isola non può significare avere meno diritti o pagare il prezzo di una libertà di movimento dimezzata. Lo svantaggio strutturale si supera legando i fondi della coesione a infrastrutture concrete e a un abbattimento reale dei costi per chi produce e per chi studia».
L’analisi economica dell'insularità conferma questo approccio e rivela come la discontinuità geografica non generi soltanto un sovraccosto immediato sui flussi di merci e persone, ma agisca come un potente fattore cumulativo di path dependency (cioè di dipendenza dal percorso storico, di istéresi) che fa sì che le economie insulari siano strutturalmente più vulnerabili verso shock negativi, ma meno ricettive agli shock positivi della terraferma, con anche minori capacità di adattamento congiunturale, cristallizzando così nel tempo i divari di partenza.
Comprendere la natura di questa trappola istituzionale ed economica dell’insularità è un passaggio preliminare decisivo di ogni politica pubblica che interessi la Sicilia perché solo svelandone gli automatismi diventa possibile disegnare un'agenda pubblica capace di individuare un metodo e un pacchetto di strumenti di politiche per spezzare la deriva e invertire la tendenza, proprio riconoscendo la specificità dell’insularità all’interno delle politiche per il Sud. Il punto non è negare l’utilità di un coordinamento nelle politiche meridionalistiche. Il punto è che il coordinamento non può cancellare la differenza.
La Sicilia ha bisogno di una strategia insulare e mediterranea, capace di riconoscere il ruolo dei porti, dell’energia, dell’industria, dell’agroalimentare, della logistica, della ricerca, dell’economia del mare, delle connessioni con il Nord Africa e il Medio Oriente, dell’autonomia energetica e digitale. Ovviamente non tutte le politiche per lo sviluppo della Sicilia e del suo arcipelago sono riconducibili agli svantaggi da insularità, ma, proprio per questo, quegli svantaggi vanno identificati e misurati, non solo in termini di risorse specifiche ma anche di regole e vincoli da allentare, di eccezioni e deroghe insulari da garantire. E certo introdurre la categoria dell’insularità non basta se il contesto politico e istituzionale non cambia natura e visione.
Ma una politica industriale che non veda l’isola come piattaforma mediterranea, ma solo come porzione del Sud, finirà per mancare il bersaglio. Basta vedere come la cancellazione del fattore insulare dentro le “politiche per il Sud” abbia finito per esasperare i divari insulari anziché colmarli. Per citare un esempio recente, l’istituzione da parte del Governo Meloni di una Zona economica speciale (ZES) unica che abbraccia indistintamente otto regioni, dall’Abruzzo alla Sicilia ha, di fatto, ridotto le risorse disponibili e cancellato il concetto del superamento dei divari territoriali non solo tra “Sud” e resto del paese, ma soprattutto all’interno delle regioni meridionali. E tra queste e le regioni insulari. Uno strumento finanziario spalmato indifferentemente su tutto il territorio “meridionale” riduce peraltro le risorse per ciascuno. Perché il Sud non è uniforme. Esistono i Sud, le periferie, le aree interne, le città metropolitane, le coste, le aree industriali, le zone agricole, le isole maggiori e le isole minori. Trattarle tutte allo stesso modo può sembrare equo, ma spesso produce l’effetto opposto: rende invisibili le differenze e cristallizza gli svantaggi.
E c’è il costo specifico e invisibile dell’insularità. Lo pagano le famiglie quando devono acquistare un biglietto aereo per curarsi, studiare, lavorare o tornare a casa. Lo pagano le imprese quando devono portare merci fuori dall’isola o importare materie prime. Lo pagano gli studenti quando l’università scelta diventa più lontana non solo in chilometri, ma in reddito disponibile. Lo pagano i pazienti quando la mobilità sanitaria diventa una necessità. Lo pagano i Comuni quando devono garantire servizi in territori più fragili, più dispersi, più esposti. Lo pagano i giovani quando la scelta non è più tra restare e partire, ma tra partire e rinunciare.
La Sicilia, in questo, è terra di paradossi: i siciliani sono costretti a muoversi in automobile anche per brevi distanze, su strade inadeguate e lente, e pur vivendo nella Regione che raffina oltre il 30% del carburante italiano, con pesanti conseguenze ambientali e sanitarie locali, hanno pagato nel 2026 il prezzo medio più alto alla pompa tra tutte le regioni italiane. Volare in Sicilia nei giorni del rientro natalizio costa, come ha rilevato l’Autorità Antitrust, per più di un passeggero su due, oltre centocinquanta euro a tratta — mentre negli stessi giorni chi parte dall'isola trova i prezzi più bassi. Anche per questo fare impresa in Sicilia è un’impresa: perché ogni merce, ogni prodotto, ogni servizio che si muove dalla Sicilia deve pagare la tassa invisibile dell’insularità.
Una nuova generazione siciliana invoca con forza, e a ragione, il diritto a restare. È una domanda giusta, forse la più seria tra quelle che attraversano la politica siciliana e nazionale. Restare, non come rassegnazione, ma come possibilità vera. Cioè come scelta. Restare, senza rinunciare alla qualità della vita, al lavoro, alla formazione, alla cura, alla mobilità, alla libertà di scegliere. Restare, esercitando una cittadinanza piena. Non basta, tuttavia, affiancare i giovani siciliani nella rivendicazione dei diritti. Vanno ascoltati, e sostenuti, ridisegnando le politiche economiche e sociali e costruendo una nuova politica dei doveri “insulari”. Il dovere delle istituzioni di programmare, investire, attuare; il dovere della classe dirigente di non usare la Sicilia come retorica; il dovere della società siciliana di pretendere serietà, competenza, legalità e responsabilità. In altre parole: la Sicilia, presa sul serio.
Questa politica dei doveri oggi passa da una nuova agenda programmatica che, ai diversi livelli di governo — locale, regionale, nazionale ed europeo — metta al centro il contrasto agli svantaggi dell’insularità. Perché il diritto a restare non si realizza con un appello morale, ma riducendo il costo della distanza, garantendo continuità territoriale, rendendo accessibili i servizi, rafforzando sanità e scuola, sostenendo imprese e lavoro, investendo nell’acqua, nell’energia, nei trasporti, nella digitalizzazione, nella legalità. Solo così l’insularità può smettere di essere una condizione subita e diventare il principio ordinatore di una nuova politica per la Sicilia.
La politica e la cultura siciliane, da sempre, oscillano tra due tentazioni opposte: il conformismo verso il potere e l’istinto rivoluzionario autonomistico. Da un lato l’adattamento, la ricerca della protezione, il rapporto subalterno con chi decide altrove; dall’altro la rivolta, la rottura, il rifiuto di ogni mediazione, l’autodeterminazione. Ma in entrambi i casi la costante è stata spesso la delusione: «Non mi è toccato neppure un palmo di terra! Se avevano detto che c'era la libertà!...», diceva il carbonaio della novella di Verga.
La Sicilia ha conosciuto promesse d’ordine e promesse di riscatto, governi amici e governi lontani, centralismi e autonomismi, annunci di rinascita e stagioni di abbandono. Troppo raramente, però, ha conosciuto una politica capace di trasformare la sua condizione specifica di insularità in una strategia duratura.
L’insularità è oggi una prova per la Repubblica, per l’Europa, per la classe dirigente siciliana e nazionale, per chiunque pensi che lo sviluppo non sia soltanto crescita del prodotto interno lordo, ma ampliamento delle libertà concrete delle persone, come ci ha insegnato Amartya Sen. Se lo sviluppo è ampliamento delle libertà concrete, allora la politica dell’insularità aiuta a evitare gli alibi, determina una nuova sfida nella definizione degli obiettivi e nella valutazione degli impatti, diventa una questione di generazione di capacità effettive nell’esercizio delle libertà. Le libertà di curarsi, studiare, muoversi, lavorare, avere figli, fare impresa, non esistono allo stesso modo se il luogo in cui si vive aumenta sistematicamente il costo di esercitarle. Libertà di partire, di restare, di scegliere. Di questo parleranno le pagine che seguono.
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