'Ponte Boh' al 2030: già 'bruciati' 3,5 miliardi delle Regioni
- Antonio Nicita
- 8 mag
- Tempo di lettura: 6 min

Il decreto Infrastrutture, ora legge dello Stato, certifica nero su bianco quello che da mesi stiamo denunciando: il Ponte sullo Stretto non si farà, almeno non in questa legislatura, e nel frattempo il Governo sta usando il "ponte di carta" come strumento di rastrellamento di risorse pubbliche delle Regioni (1,3 miliardi della Sicilia) destinate altrove. È tempo che il ministro Salvini e il Governo la smettano di raccontare favole agli italiani e dicano la verità: il Ponte non c'è e non ci sarà. Siamo oltre il Ponte Si e il Ponte No. Siamo al Ponte Boh. Le risorse Ponte sono un bancomat per finanziare altro. in barba alla Sicilia e alla Calabria. Una verità che per primi abbiamo denunciato e che ora si sta facendo strada.
Partiamo dai fatti. Nel 2025 erano previsti per il Ponte circa 700 milioni di euro: non sono stati spesi. Non un cantiere, non una pietra. Sono stati destinati - come abbiamo più volte denunciato - a coprire buchi della Legge di Bilancio, spostando di un anno in avanti la data di fine opera del Ponte. Avevamo chiesto già allora che quelle risorse, provenienti da FSC di Sicilia e Calabria, fossero restituite alle regioni per opere cantierabili.
Oggi, con la legge di conversione del DL Infrastrutture, in particolare con i commi 8, 9 e 17 dell'articolo 1, il Governo opera una nuova, e più pesante, manovra contabile di portata ben più ampia: sposta complessivamente 2,787 miliardi di euro del Ponte dal periodo 2026-2029 al quinquennio 2030-2034. Si tratta di risorse che, a legislazione vigente — e segnatamente in forza dell'articolo 1, comma 272, della legge di bilancio n. 213 del 2023 — erano destinate proprio alla realizzazione dell'opera nei prossimi anni e che provenivano da FSC (legge Bilancio 2023).
Se a questo si aggiungono i 780 milioni già spostati, arriviamo a oltre 3,5 miliardi di euro. Risorse disponibili che dovevano essere spesi tra il 2025 e il 2029 per il Ponte e che vengono "rinviati" - senza copertura - oltre la fine della prossima legislatura. Un'operazione spacciata come "redistribuzione tecnica delle coperture", ma che è in realtà la certificazione ufficiale che non si scava nulla, non si avvia nulla, non si costruisce nulla.
Che fine fanno quei soldi? Come nella scorsa legge di bilancio, vengono dirottati altrove. Il decreto infrastrutture autorizza contestualmente, infatti, l'utilizzo di quelle risorse (2,8 miliardi) per la riduzione dell'esposizione debitoria di RFI. Di fatto, fondi annunciati per il Ponte vengono dirottati su altre voci di spesa, mentre gli stessi importi vengono "ricollocati" sul Ponte solo a partire dal 2030. Una partita di giro contabile che maschera una realtà semplice: le risorse assegnate al Ponte nel 2026, come già quelle del 2025, sono destinate ad altro. È la certificazione ufficiale che i lavori non cominceranno né quest'anno né il prossimo.
C'è un secondo livello di verità che Salvini deve agli italiani. Dei 13,5 miliardi complessivi formalmente stanziati per il Ponte, sono oltre 5 miliardi i soldi "veri" (gli unici già finanziati per il ponte) e vengono dal Fondo per lo Sviluppo e la Coesione. Il quadro che fu previsto era questo: 6,962 miliardi dal bilancio statale, 4,6 miliardi dai Fondi di Sviluppo e Coesione dell'Amministrazione Centrale, 1,6 miliardi dai FSC delle due Regioni coinvolte (di cui 300 milioni dalla Calabria e 1,3 miliardi dalla Sicilia), 370 milioni dalla Stretto di Messina S.p.A.
Il dato più grave riguarda proprio la quota regionale, sottratta direttamente ai territori. L'importo di 1.600 milioni di euro destinati al finanziamento del Ponte sullo Stretto è imputato per 1.300 milioni in riduzione della quota programmatica FSC alla Regione Siciliana e 300 milioni in riduzione della quota della Regione Calabria. Risorse che, per definizione costituzionale (art. 119, comma 5, Cost.), erano destinate a ridurre i divari territoriali, a finanziare scuole, ospedali, reti idriche, infrastrutture di base. Risorse che oggi sono ferme, in attesa di un'opera che non si farà.
Tutto questo mentre 700 milioni mancanti — proprio i 700 milioni già dirottati dal Ponte nel 2025 — bloccano il completamento dell'autostrada Siracusa-Gela. In audizione alla Commissione bicamerale per il contrasto agli svantaggi dell'insularità, il direttore del Consorzio Autostrade Siciliane ha confermato l'assenza di copertura di circa 700 milioni per il completamento di una tratta della Siracusa-Gela a causa del dirottamento al Ponte delle risorse già assegnate, e ha precisato che il progetto esecutivo è stato definito. Un'opera vera, cantierabile, attesa da decenni, che servirebbe il petrolchimico di Priolo-Siracusa-Gela e il distretto agroalimentare ragusano. Un'opera che resta al palo perché le risorse FSC siciliane sono state dirottate su un progetto che oggi il Governo stesso, di fatto, sta rinviando alla prossima legislatura.
A questo quadro finanziario si aggiunge una catena di rilievi istituzionali che il ministro Salvini continua a derubricare a obiezioni politiche.
Il presidente dell'ANAC, Giuseppe Busia, ha ribadito in audizione al Senato il 24 marzo scorso — e poi nella Relazione annuale al Parlamento del 21 aprile, alla presenza del Capo dello Stato — che serve una nuova gara. Per due motivi distinti, entrambi dirimenti. Primo: la direttiva europea richiede una nuova gara qualora la spesa prevista superi di più del 50% quella posta a base di gara, e la cifra posta a base di gara originaria era circa 4 miliardi: oggi parliamo di 13,5. Secondo, e ancora più rilevante sul piano concorrenziale: il passaggio da un modello con forte presenza privata (project finance) a un finanziamento integralmente pubblico costituisce una modifica sostanziale che altera l'equilibrio del contratto: lo Stato si è accollato il rischio. È una modifica sostanziale dell'oggetto contrattuale che richiede una nuova procedura. Non per cavillo, ma perché altre imprese — proprio quelle che nel 2004 non parteciparono per non assumersi il rischio del partenariato pubblico-privato — oggi avrebbero diritto di concorrere alle nuove condizioni. È una questione di tutela della concorrenza, prima ancora che di legittimità procedurale.
Il decreto Infrastrutture non risolve questo nodo. Non lo poteva risolvere, perché — come ha detto Busia — si tratta di compatibilità con la normativa europea sui contratti pubblici che prevede che se si fa una gara con uno schema finanziario, e questo negli anni cambia, occorre fare una nuova gara. Materia sulla quale il legislatore nazionale non ha la disponibilità che si arroga.
Ai rilievi ANAC, a mio avviso, devono aggiungersi alcune questioni antitrust: la struttura della gara di allora è cambiata. Prima si cercava un privato che sostenesse parte del finanziamento. Adesso il finanziamento è tutto pubblico. Significa che potenziali investitori che allora non parteciparono a quel tipo di gara potrebbero farlo oggi. Magari facendo anche risparmiare lo Stato.
E poi c'è ancora il merito tecnico sollevato da molto. Da ultima, la senatrice a vita Elena Cattaneo ha promosso al Senato un confronto tecnico-scientifico sui profili di sicurezza geologica e sismica del progetto. Carlo Doglioni, già presidente dell'INGV, ha sostenuto che lo Stretto di Messina è un'area nella quale non si possono escludere eventi sismici di magnitudo maggiore di 7, e che vi insistono tre sistemi di faglie: quelle dello Stretto di Messina, di Scilla e di Capo Peloro. Il professor Federico Mazzolani ha sostenuto che sia le 13 raccomandazioni del Comitato scientifico di SdM S.p.A. del 2011, sia le 68 del nuovo Comitato scientifico del 2024 non hanno ancora avuto risposta. La senatrice Cattaneo, qualche settimana fa, ha presentato un emendamento - che ho sottoscritto - per chiedere approfondimenti sismici e geologici prima dell'avvio della fase esecutiva: bocciato. Stesso destino per un ordine del giorno alla Camera, identico a quello già presentato dalla senatrice Cattaneo, che chiedeva studi aggiornati sulla risposta sismica locale, analisi sulle faglie attive, verifiche sul rischio di liquefazione del terreno e modelli avanzati per valutare gli effetti di un terremoto paragonabile a quello del 1908.
Mettiamo allora insieme i pezzi. Il Governo non spende i fondi previsti per il 2025. Sposta al 2030-2034 quasi 3,5 miliardi che dovevano essere impiegati nel quadriennio 2026-2029. Sottrae 1,6 miliardi di FSC a Sicilia e Calabria per un'opera che ANAC giudica giuridicamente inammissibile senza una nuova gara. Ignora i rilievi sismici sollevati nella sede istituzionale più alta. Lascia ferma la Siracusa-Gela e con essa decine di altre opere realmente cantierabili.
Il Ponte sullo Stretto, nella sua versione attuale, sta diventando uno strumento di sottrazione permanente di risorse al Mezzogiorno e di occultamento delle responsabilità politiche. Si annunciano cantieri che non partono, si trasferiscono spese su esercizi futuri, si bloccano fondi che potrebbero essere riprogrammati per le opere davvero necessarie — a partire dalla ricostruzione dei territori colpiti dal ciclone Harry e dalla messa in sicurezza idrogeologica di un'isola che frana.
Il ministro Salvini ha il dovere — politico, istituzionale, morale — di venire in Parlamento e dire la verità: in questa legislatura il Ponte non si farà, le risorse rinviate al 2030-2034 non sono garantite da nessun cronoprogramma realistico, i rilievi di ANAC e Corte dei Conti restano in piedi, e i soldi del Fondo Sviluppo e Coesione sottratti a Sicilia e Calabria devono tornare immediatamente disponibili per le opere che servono e che si possono fare.
Lo deve a chi aspetta una strada, una scuola, un ospedale, un acquedotto. Lo deve, soprattutto, alla credibilità delle istituzioni che rappresenta. Basta propaganda sulla pelle delle Regioni che, come la Sicilia, hanno bisogno urgente di infrastrutture basilari.
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