PNRR Sicilia: dati impietosi, serve uno scatto.
- Antonio Nicita
- 2 mag
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Aggiornamento: 4 mag

I numeri sono questi e li certifica la banca dati ReGiS del Ministero dell'Economia, aggiornata al 1° marzo 2026. Anche ammettendo che i progetti siano materialmente più avanti ma che siano finanziariamente arretrati per ritardo di certificazione risulta comunque che la Sicilia ha concluso il 12,6 per cento dei progetti finanziati dal PNRR. La media nazionale è bassa comunque ma sta al 19,7. Significa che, anche ove i dati fossero più indietro della realtà, la nostra Regione è comunque sette punti percentuali sotto il resto del Paese con 12,73 miliardi di euro di finanziamenti su 43.279 progetti. Siamo a meno di quattro mesi dalla scadenza operativa del 30 giugno 2026 e risultano "in corso" — che spesso è una formula tecnica per dire "non ancora collaudato, non ancora pagato, non ancora finito" — l'87,2 per cento dell'intero portafoglio. Cioè nove progetti su dieci. A Catania, la provincia che vale da sola 2,9 miliardi di euro, il completato si ferma al 10,7 per cento. A Messina, dove dovrebbe sorgere il monumento alla retorica del Ponte, il 13,6. A Palermo, capitale amministrativa della Regione, il 13,9. Quando si scende in quelle aree interne che ogni governo regionale promette di "rilanciare", i numeri diventano disarmanti per il loro segno opposto: Caltanissetta, l'unica provincia sopra il 30 per cento, è anche quella che riceve meno fondi pro capite. La verità è che dove si concentrano i grandi soggetti attuatori — Comuni metropolitani, Città metropolitane, società per azioni partecipate — la macchina sembra inceppata.
La prima responsabilità di questo ritardo è del Governo Meloni, che ha trasformato la governance del PNRR in un esercizio di centralizzazione muscolare alla cabina di regia di Palazzo Chigi, dopo aver sterilizzato il ruolo del Parlamento, ridotto le Regioni a meri esecutori senza mai dotarle del personale tecnico necessario, e negoziato a Bruxelles una sesta rimodulazione del Piano che ha spostato 24 miliardi su strumenti finanziari rotativi — una scelta che salva le statistiche europee ma non mette un mattone in più nei cantieri. La quota Sud allocata, secondo i dati ufficiali, sembra essere scesa al 31,6 per cento contro il 43,5 destinato al Nord: il vincolo di destinazione territoriale del 40 per cento che la legge prescriveva - e che era uno dei punti qualificanti che avevamo posto - potrebbe essere disatteso.
La seconda responsabilità è del Governo Schifani, che ha ereditato una macchina regionale fragile e l'ha lasciata fragile. Non ha potenziato l'assistenza tecnica ai piccoli Comuni, che restano gli enti attuatori più esposti — e non a caso i Comuni siciliani gestiscono 2,1 miliardi su 5.560 progetti. Non ha creato una task force di centrali di committenza regionali capaci di sollevare le amministrazioni più deboli dall'onere delle gare. Ha preferito le foto-opportunity sulle prime pietre alla noia della rendicontazione mensile su ReGiS, che la Legge 50/2026 ha reso obbligatoria entro il giorno 10 di ogni mese. Speriamo sia un ritardo di rendicontazione, ma al momento dobbiamo confrontarci con i dati che abbiamo.
E i dati ci dicono che , in concreto, un 12,6 per cento concluso al 1° marzo 2026? Significa che dei 12,73 miliardi destinati alla Sicilia, oltre 11 miliardi rischiano di passare alla fase di chiusura amministrativa con cantieri non ultimati, opere non collaudate, fatture non emesse. Per quei progetti, dopo il 31 agosto 2026 — il termine ultimo per la validazione documentale fissato dal MEF — la Commissione europea non riconoscerà la spesa. E quando i fondi europei non vengono riconosciuti, le opere o si rifinanziano con risorse nazionali (cioè con tasse pagate da tutti gli italiani, a compensare un fallimento gestionale siciliano), oppure restano scheletri di cemento. Negli asili nido che mancano. Nelle scuole che dovevano essere antisismiche. Nei cantieri della rete idrica che doveva fermare la dispersione del 51 per cento dell'acqua. Nelle case di comunità della sanità territoriale che dovrebbero restituire dignità a chi oggi muore in lista d'attesa.
Il governo regionale dirà, come ha già detto, che la colpa è dei Comuni. Il governo nazionale dirà, come ha già detto, che la colpa è delle Regioni. Entrambe le difese sono vere e false al tempo stesso: vere perché ogni livello istituzionale ha le sue colpe, false perché la regia politica complessiva — quella che doveva pretendere risultati e attivare poteri sostitutivi — non c'è mai stata. Quando un governo regionale di centrodestra e un governo nazionale di centrodestra, della stessa maggioranza, con gli stessi azionisti, riescono a produrre il peggior risultato del Paese sull'investimento pubblico più importante dal dopoguerra, la responsabilità non è solo amministrativa, ma politica.
Tre evidenze emergono dai dati e meritano di essere isolate.
La prima è la dispersione tra soggetti attuatori. In Sicilia agiscono, sui fondi PNRR, oltre 5.794 enti pubblici non economici nazionali (con 800 milioni gestiti su 5.794 progetti, pari a una media di 138.000 euro per progetto), 5.560 progetti comunali (per 2,1 miliardi, media 378.000 euro), e oltre 19.000 progetti riconducibili al perimetro ministeriale. Questa polverizzazione ha un costo amministrativo enorme: ogni progetto richiede un responsabile unico del procedimento, una stazione appaltante, un cronoprogramma da aggiornare mensilmente, un sistema di rendicontazione su ReGiS. La capacità tecnica dei piccoli Comuni siciliani — molti dei quali con meno di cinque dipendenti nell'area tecnica — non è proporzionata al carico. Il risultato lo si legge nello scarto tra i due grandi blocchi di soggetti attuatori: le grandi Società concentrano il 24,4 per cento dei finanziamenti su soli 268 progetti (una media di 11,6 milioni a progetto), e tipicamente sono i grandi player nazionali — RFI, ANAS, Terna, Enel — che hanno strutture tecniche solidissime; al polo opposto, Comuni e altri enti pubblici gestiscono moltissimi progetti di taglio piccolo, dove il rapporto tra costo amministrativo e valore dell'opera diventa proibitivo.
La seconda evidenza è la concentrazione su due ambiti — Transizione ecologica (29,4 per cento dei fondi siciliani) e Istruzione e ricerca (18,2 per cento) — che sono storicamente i due cluster a maggiore complessità tecnica. Le opere ambientali richiedono valutazioni di impatto, autorizzazioni paesaggistiche, conferenze di servizi che in Sicilia possono durare anni. Le opere scolastiche scontano la storica difficoltà del catasto edilizio sismico, le verifiche di vulnerabilità, la frammentazione della proprietà degli immobili. Non è un caso che i dati nazionali Openpolis registrino, sul piano scuola, una spesa effettiva ferma al 36,6 per cento dei fondi assegnati a otto mesi dalla scadenza, con regioni come la Sicilia che resterebbero sotto l'obiettivo nazionale del 33 per cento di copertura degli asili nido anche in caso di completamento integrale dei lavori in corso.
La terza evidenza è la geografia interna della Sicilia. Il dato per provincia mostra che le aree urbane metropolitane — Palermo, Catania, Messina — concentrano il 51 per cento dei finanziamenti regionali e registrano i tassi di completamento più bassi (rispettivamente 13,9, 10,7 e 13,6 per cento). Le province intermedie come Caltanissetta, Trapani e Agrigento mostrano percentuali di completato superiori (31,5, 19,9 e 23,1) ma su volumi assoluti molto minori. Questo è il paradosso centrale: la macchina amministrativa funziona meglio dove c'è meno da gestire, e si inceppa proprio dove la massa critica di investimenti dovrebbe produrre il salto di scala. Le città metropolitane, che a livello nazionale sono l'asse portante della rigenerazione urbana, in Sicilia diventano il collo di bottiglia.
Il tempo che resta deve essere ora gestito con un cambio di passo radicale, per salvare una parte degli investimenti. La Regione dovrebbe pretendere — e il Governo nazionale dovrebbe attivare di concerto — una mappatura immediata dei progetti a rischio per ciascuna provincia, con soglia di allerta fissata, ad esempio, a tutti i progetti sotto il 50 per cento di avanzamento fisico al 1° aprile. Per quei progetti, attivazione automatica di un commissariamento congiunto Regione-Governo, con team tecnico-amministrativo dedicato.
Il problema strutturale dei piccoli Comuni siciliani non è la cattiva volontà ma la mancanza di personale tecnico capace di gestire procedure di gara complesse, varianti in corso d'opera, contenziosi. La Regione dovrebbe attivare immediatamente nove centrali provinciali di committenza specializzate sui residui PNRR, con personale dedicato distaccato dalla Regione e da Invitalia, e con poteri di subentro automatico nei procedimenti più critici.
Una parte del ritardo nelle certificazioni ReGiS dipende infine dal blocco dei pagamenti tra livelli istituzionali. Si potrebbe allora attivare subito una linea di anticipazione presso CDP, garantita dalla Regione, che permetta ai Comuni con un avanzamento fisico certificato superiore ad una determinata soglia di ottenere pagamenti immediati a saldo, con conguaglio successivo all'incasso del trasferimento ministeriale. Strumento già usato in passato in Lombardia ed Emilia-Romagna.
C'è infine la questione del vincolo del 40% al Sud, cui abbiamo accennato sopra. La sesta revisione approvata dal Consiglio UE il 27 novembre 2025 ha trasferito circa 24 miliardi di euro su "strumenti finanziari rotativi" — garanzie e prestiti agevolati gestiti da Cassa Depositi e Prestiti e dal sistema bancario — per i quali la scadenza del 30 giugno 2026 è sostanzialmente formale, perché basta che entro quella data sia firmato il contratto di finanziamento. Questa scelta riduce statisticamente il rischio di mancato raggiungimento degli obiettivi europei, fatto positivo, ma trasferisce sull'orizzonte 2027-2030 una quota crescente di spesa effettiva, inevitabilmente sganciata dai vincoli territoriali. Il problema, per la Sicilia, è che la quota a fondo perduto destinata al Sud è stata ridotta in proporzione, mentre la quota a strumento finanziario — accessibile a chi ha capacità di indebitamento e merito creditizio — premia strutturalmente le aree economicamente più dinamiche. Il vincolo del 40 per cento Sud che fine fa? Lo abbiamo chiesto in aula al Ministro Foti, senza ricevere una risposta.
Come PD (ero il responsabile PNRR nella segreteria nazionale) avevamo proposto al Governo Draghi, trovando accoglimento, che vi fosse un'altra soglia vincolante: il 30% del personale impiegato nei progetti PNRR, ove possibile, per giovani e donne. Una serie di deroghe, operate dal Governo Meloni, ha vanificato questo obiettivo.
Il PNRR si chiude il 30 giugno 2026. Significa che gli obiettivi devono essere completati entro quella data e le richieste di pagamento alla Commissione UE devono arrivare entro il 30 settembre. Per le opere pubbliche, questo si traduce nell'emissione del certificato di ultimazione lavori.
Tutte le scadenze T1/2026 sono ricondotte al 30 giugno 2026 ai fini della rendicontazione. Quindi anche progetti con originaria scadenza europea al 31 marzo 2026 confluiscono sul termine unico di giugno. Le linee guida ammettono che lavorazioni residuali di modesta entità possano essere eseguite entro sessanta giorni dal certificato di ultimazione senza comprometterne la validità. È una tolleranza tecnica, non un'estensione della scadenza. Per alcune misure introdotte a seguito della revisione del Piano approvata con la decisione dell'8 dicembre 2023, in particolare quelle selezionate attraverso bandi pubblici nel 2024 e nel 2025, è previsto che la conclusione delle operazioni possa avvenire entro il termine ultimo del 31 agosto 2026. Eventuali proroghe oltre il 30 giugno devono essere motivate e formalizzate dalle amministrazioni titolari, senza superare il limite finale stabilito. Il 31 agosto 2026 vi è dunque la scadenza per la rendicontazione documentale finale, allineata al termine comunicato dalla Commissione europea per il completamento della documentazione rilevante. In questa finestra di due mesi si collocano collaudi, verifiche finali e caricamenti su banca dati ReGiS.
Accanto alla scadenza del 30 giugno per la realizzazione degli interventi, la legge individua nel 31 dicembre 2026 il termine per il completamento delle attività di monitoraggio, rendicontazione e controllo. Le richieste di pagamento alla Commissione devono pervenire entro il 30 settembre 2026.
L'augurio è che la Sicilia (come il resto del Paese) sia più avanti dei dati fin qui registrati. E che si corra in queste settimane per recuperare il ritardo. Sicuramente, senza un cambio di passo, tra qualche mese saremo qui a discutere delle ennesime opportunità perdute.
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