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Il mio NO alla riforma costituzionale delle magistrature

  • Antonio Nicita
  • 13 gen
  • Tempo di lettura: 9 min

Aggiornamento: 3 giorni fa

 


Il 23 marzo gli italiani saranno chiamati alle urne per un referendum confermativo che potrebbe cambiare radicalmente l'assetto costituzionale della giustizia nel nostro Paese. Non è una riforma di separazione delle carriere, ma di separazione costituzionale delle magistrature, perché le carriere sono state già separate, di fatto, con la riforma Cartabia. Non si tratta quindi di una semplice modifica tecnica, ma di un intervento profondo sull'equilibrio costituzionale tra i poteri dello Stato, falsamente presentato come necessario per risolvere i problemi, che ci sono ma sono di altra natura, della giustizia italiana. Eppure, come dimostrano i dati contenuti in un dettagliato dossier di Marco Bisogni, questa riforma non solo non risolve i problemi reali del sistema giudiziario, ma rischia di compromettere gravemente quelle garanzie di indipendenza che hanno rappresentato, dalla Costituzione del 1948 a oggi, uno dei pilastri della nostra democrazia repubblicana.

 

Una diagnosi sbagliata produce una cura peggiore del male

 

Ogni intervento costituzionale dovrebbe partire da una diagnosi accurata. Nel caso della giustizia italiana, i problemi sono noti e condivisi: processi infiniti, uffici sovraccarichi, sentenze che arrivano troppo tardi. Ma qual è la causa di queste inefficienze? Secondo la narrazione che sostiene la riforma, il problema sarebbe strutturale: giudici e pubblici ministeri appartengono alla stessa magistratura, il CSM è controllato dalle "correnti", il disciplinare non funziona. La soluzione proposta è drastica: separare le magistrature (non le carriere ch sono già separate), moltiplicare gli organi di governo autonomo, creare un'Alta Corte disciplinare con rango costituzionale. Ma che questa riforma non serva a migliorare la giustizia e la sua efficienza lo dice lo stesso estensore della riforma e cioè il Ministro Nordio: "non è mai stato detto che la separazione delle carriere renda i processi più veloci". Non è dunque una riforma per i cittadini. Non serve a migliorare la giustizia, ma a renderla “controllabile” da parte del Governo. Da una parte la Presidente del Consiglio che oggi parla di “un passo verso un sistema più efficiente” mentre indebolisce i contrappesi e piega la Magistratura al potere politico. Dall’altra, il suo stesso ministro che la smentisce. In mezzo il Parlamento dove, in ben 4 letture, nessun emendamento è stato approvato, portando al Referendum il testo base proposto dal Governo. Basterebbe già questo a chiedersi cosa ci sia dietro un riforma costituzionale governativa dalla quale il Parlamento è stato escluso.

 

I dati raccontano una storia completamente diversa

 

I magistrati italiani sono tra i più produttivi d'Europa. Secondo il rapporto CEPEJ del Consiglio d'Europa, ogni giudice italiano gestisce oltre 330 nuovi procedimenti all'anno, contro i 164 della mediana europea. Ogni pubblico ministero italiano affronta 1.230 procedimenti annui, contro i 204 della media UE. Il nostro sistema giudiziario ha circa il 40% di magistrati in meno rispetto agli standard europei, eppure produce milioni di provvedimenti ogni anno. Il problema, dunque, non è la scarsa produttività dei magistrati, ma la carenza strutturale di risorse: troppo pochi magistrati, troppo poco personale amministrativo, infrastrutture inadeguate, investimenti insufficienti.

 

La riforma Nordio non affronta nessuno di questi problemi. Non assume un magistrato in più, non potenzia gli uffici, non accelera i processi. Si limita a ridisegnare l'architettura costituzionale del potere giudiziario, senza alcun beneficio misurabile per i cittadini che attendono giustizia. Non a caso questa riforma costituzionale non ha potuto subire, in ben 4 letture parlamentari, alcuna modifica, alcun emendamento. È stata semplicemente depositata in Parlamento con l’ordine governativo di non apportare alcuna modifica. Nessun parlamentare di maggioranza ha presentato emendamenti. Tutti gli emendamenti della minoranza sono stati bocciati. Tutti. È una riforma costituzionale fatta dal Governo senza il contributo del Parlamento. Per questa ragione, il referendum è ancora più importante.

 

La separazione delle carriere c’è già. Qui si separano le magistrature.

 

Il cuore della riforma si dice essere  la separazione costituzionale tra magistrati giudicanti e requirenti. Oggi la separazione c’è già, dopo la riforma Cartabia,  perché giudici e pubblici ministeri possono, nel corso della carriera, cambiare funzione solo una sola volta.

 

Oggi si separano le magistrature con due organi di autogoverno. Ed è questa la cosa più grave.  Il modello italiano ha fino ad oggi garantito al PM, dentro una unica magistratura, quella indipendenza che gli ha permesso di svolgere un ruolo cruciale nella lotta alla mafia, alla corruzione, al terrorismo. La cultura giurisdizionale comune tra PM e giudice è una garanzia per il cittadino, non un difetto da correggere: il pubblico ministero italiano oggi è un magistrato che ha il dovere di ricercare anche le prove a favore dell'indagato e di chiedere l'assoluzione quando le prove non sostengono l'accusa.

 

I sostenitori della riforma sostengono invece che il mantenimento dell'unità della magistratura, anche con l’attuale separazione delle carriere prevista dalla Riforma Cartabia,  produrrebbe un "appiattimento" del giudice sulle richieste del PM, alimentando errori giudiziari e ingiuste detenzioni. Anche qui, i dati smentiscono la narrazione. In Italia circa il 30% dei processi si conclude con assoluzione, percentuale che sarebbe impossibile se il giudice fosse davvero schiacciato sull'accusa. Quanto agli errori giudiziari, il nostro Paese registra 0,12 casi per milione di abitanti all'anno, contro lo 0,31 del Regno Unito e lo 0,44 degli Stati Uniti, entrambi sistemi a carriere separate. Le ingiuste detenzioni in Italia sono l'1,3% delle misure cautelari applicate, contro il 4% della Francia, dove il PM dipende dal Ministero della Giustizia.

 

La conclusione è chiara: non esiste alcuna evidenza empirica che la separazione delle magistrature migliori le garanzie o riduca gli errori. Al contrario, i sistemi che hanno adottato modelli simili a quello proposto dalla riforma presentano tassi di errore più elevati.

 

Il sorteggio del CSM: morte del principio costituzionale di rappresentanza e di autogoverno

 

Se la separazione delle maguistrature è un rimedio senza malattia, il sorteggio dei membri togati nei due CSM, uno per i giudici e uno per la magistratura inquirente, è una cura che aggrava il paziente. L'autogoverno della magistratura è previsto dalla Costituzione: non è un privilegio corporativo, ma una garanzia costituzionale di indipendenza che serve a impedire che le carriere dei magistrati possano essere condizionate dal potere politico. Il CSM unico, presieduto dal Presidente della Repubblica e composto da membri eletti dai magistrati e dal Parlamento, ha il compito di gestire nomine, trasferimenti, promozioni e disciplina, sottraendo queste decisioni alle pressioni del Governo.

 

La riforma sostituisce l'elezione con il sorteggio. I componenti togati non saranno più scelti dai magistrati, ma estratti a sorte tra tutti gli aventi diritto. Parallelamente, i membri laici saranno sorteggiati da elenchi approvati dal Parlamento a maggioranza politica. Il risultato è paradossale: un organo di autogoverno composto da togati privi di legittimazione elettiva e da laici selezionati dalla maggioranza parlamentare.

 

Il sorteggio non elimina nemmeno il "correntismo", come sostengono i promotori della riforma. Anzi. In un sistema di sorteggio , il correntismo sarà esasperato ex-ante, prima del sorteggio. Le culture associative continueranno a esistere - l'ANM rappresenta oltre il 96% dei magistrati - ma le dinamiche interne diventeranno meno trasparenti e meno controllabili. Soprattutto, il sorteggio elimina la responsabilità: un consigliere eletto risponde agli elettori e viene delegato su proposte e principi, un consigliere sorteggiato non risponde a nessuno: qui si confonde autonomia e indipendenza con arbitrio. È l'opposto dell'accountability che una democrazia moderna dovrebbe garantire.

 

In realtà, dopo la crisi del 2019, il sistema delle nomine è già cambiato profondamente. La riforma Cartabia ha introdotto criteri più stringenti e trasparenti, l'attuale CSM ha adottato nuove circolari che riducono il potere gerarchico nelle procure e aumentano la collegialità nelle decisioni. Oggi oltre l'80% delle nomine viene deliberato all'unanimità, segno che il sistema sta funzionando meglio proprio grazie a interventi legislativi ordinari, senza bisogno di modificare la Costituzione.

 

L'Alta Corte disciplinare: un organo inutile, con garanzie ridotte e costosissimo

 

La riforma istituisce un nuovo organo costituzionale, l'Alta Corte disciplinare, al quale vengono trasferite tutte le funzioni oggi esercitate dalla Sezione disciplinare del CSM. Attenzione, gli appelli contro sentenze dell'Alta Corte le decide...la stessa Corte. Anche qui, la domanda è: perché?

 

Il sistema disciplinare italiano funziona. Dal 2010 al 2025 sono stati definiti 1.399 procedimenti, con 644 condanne, pari a una media di 42 condanne all'anno. Su circa 9.000 magistrati in servizio, significa che lo 0,5% viene sanzionato ogni anno - uno dei tassi più alti d'Europa. La Francia, con un numero comparabile di magistrati, registra meno di 9 sanzioni all'anno. La Spagna circa 14. Il disciplinare italiano è più attivo e più severo della media europea.

 

Lo stesso Vicepresidente del CSM, Fabio Pinelli - giurista laico eletto in quota Lega, il partito che sostiene la riforma - ha riconosciuto pubblicamente che "la Sezione disciplinare opera con serietà, competenza e rigore". E il Ministro Nordio, nei fatti, lo conferma: dal 2023 a oggi ha impugnato appena il 3,2% delle decisioni disciplinari, segno che le ritiene sostanzialmente corrette.

 

Perché, allora, creare un nuovo tribunale costituzionale per gestire 60-70 procedimenti all'anno? L'Alta Corte sarà composta da 15 membri che lavoreranno a tempo pieno per trattare circa 5-6 procedimenti all'anno ciascuno, meno di uno al mese. Un giudice della Cassazione, per confronto, definisce tra 200 e 300 procedimenti all'anno. Il costo stimato dell'intera riforma - due CSM più l'Alta Corte - si aggira intorno ai 90-100 milioni di euro annui, risorse che potrebbero essere investite per assumere personale, digitalizzare gli uffici, ridurre davvero i tempi della giustizia.

 

Una riforma che sposta inevitabilmente il baricentro verso il controllo del Governo

 

Se si guardano gli effetti complessivi della riforma, emerge un dato incontrovertibile: non migliora il servizio giustizia per i cittadini, ma altera l'equilibrio tra potere giudiziario e potere politico, spostando il baricentro a favore di quest'ultimo.

 

Due CSM con componenti sorteggiati, membri laici selezionati da liste parlamentari, un'Alta Corte disciplinare con forte presenza di nomine politiche: il risultato è un sistema più frammentato, meno coeso, più esposto a influenze esterne. Non è un caso che questo intervento si inserisca in un più ampio disegno di ridimensionamento dei controlli giurisdizionali sull'amministrazione: l'abrogazione del reato di abuso d'ufficio, la riforma della Corte dei Conti che limita la responsabilità amministrativa, ora la riforma costituzionale della magistratura. È un "mosaico", per usare l'espressione della costituzionalista Giovanna De Minico, volto ad "alleggerire le garanzie" e ridurre i contrappesi che presidiano il corretto esercizio del potere pubblico.

 

Questo non è complottismo, ma l'evidenza di una strategia politica coerente. E va detta una verità scomoda: una parte della crisi della magistratura degli ultimi anni non è nata solo da dinamiche interne, ma anche da pressioni, incontri e interferenze della politica nelle nomine più sensibili, soprattutto quelle delle procure. La soluzione a questo problema non può essere rendere la magistratura più debole e più politicizzata, ma al contrario rafforzare le regole di trasparenza e ridurre gli spazi di discrezionalità.

 

Quello che servirebbe davvero (ma non c'entra nulla con la riforma Nordio)

 

La giustizia italiana ha bisogno di riforme. Ma di riforme vere, non di operazioni costituzionali che ignorano i dati e inseguono narrazioni semplificate.

 

Servono più magistrati, per allinearci agli standard europei. Serve più personale amministrativo: l'esperienza del PNRR ha dimostrato che quando si investono risorse umane negli uffici per il processo, l'arretrato si riduce drasticamente e i tempi dei processi migliorano. Servono investimenti in digitalizzazione, in edilizia giudiziaria, in formazione continua. Servono regole più chiare e trasparenti per le nomine, criteri più oggettivi per le valutazioni, minore gerarchizzazione delle procure, maggiore collegialità nelle decisioni organizzative.

 

Tutte riforme possibili con leggi ordinarie, senza toccare la Costituzione. E soprattutto riforme che produrrebbero benefici concreti per i cittadini, non riorganizzazioni di potere tra le istituzioni.

 

Perché voterò NO

 

Voterò NO perché questa riforma non è necessaria, non è utile, e rischia, anzi, di essere dannosa.

 

Non è necessaria, perché i problemi che pretende di risolvere - la scarsa produttività, il disciplinare inefficace, gli errori giudiziari - sono smentiti dai dati. È una riforma fondata su miti, non su evidenze. Non è utile, perché non accelera un processo, non assume un magistrato, non migliora un ufficio, non riduce l'arretrato. Non produce alcun beneficio misurabile per chi attende giustizia. È potenzialmente dannosa, perché indebolisce l'indipendenza del pubblico ministero, politicizza l'autogoverno, crea un apparato costosissimo e inutile, sposta il baricentro dei poteri a favore della politica.

 

Voterò NO perché credo che la Costituzione del 1948 abbia costruito un modello di giustizia che ha retto per ottant'anni e che ha garantito, pur con tutti i suoi limiti, l'indipendenza della magistratura e la tutela dei diritti. Un modello che può e deve essere migliorato, ma con gli strumenti della legge ordinaria, non con modifiche costituzionali che alterano equilibri fondamentali senza affrontare i nodi reali.

 

Voterò NO perché una riforma sbagliata è sempre peggiore dell'assenza di riforma. E questa è una riforma profondamente sbagliata: non perché non si possa mai toccare la Costituzione, ma perché non si può farlo senza una diagnosi corretta, senza un obiettivo utile, senza una visione coerente del ruolo della giurisdizione in una democrazia.

 

Serve la responsabilità di ciascuno di noi

 

Il Parlamento non ha potuto esprimersi, discutere, emendare. So che molti cittadini sono giustamente insoddisfatti della giustizia italiana. So che la frustrazione per i tempi lunghi, per le inefficienze, per alcuni scandali che hanno colpito la magistratura è reale e comprensibile. E so che la campagna mediatica sui casi Garlasco non fa che generare sfiducia verso la giustizia. Ma proprio per questo chiedo di non farsi ingannare da soluzioni apparenti che promettono cambiamenti radicali senza affrontare i problemi veri.

 

I dati sono disponibili, le comparazioni internazionali sono pubbliche, gli studi accademici sono accessibili. Questa riforma non migliora la giustizia: la complica, la indebolisce, la rende più costosa e meno indipendente. Non è quello di cui l'Italia ha bisogno.

 

Il 23 marzo, quando saremo chiamati alle urne, avremo la responsabilità di decidere se confermare o respingere questa riforma. Io voterò NO, con la convinzione che difendere la Costituzione, in questo caso, significhi difendere le garanzie dei cittadini.

 

E invito tutti coloro che credono nella separazione dei poteri, nell'indipendenza della magistratura e nell'importanza di fondare le riforme costituzionali su dati e non su slogan, a fare altrettanto.

 

Il voto referendario è valido senza quorum. Ogni voto conta. Il NO è l'unica scelta costituzionalmente responsabile.

 
 
 

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© 2006 by Antonio NIcita

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