top of page

Meloni politicizza il referendum. E il NO cresce.

  • Antonio Nicita
  • 11 feb
  • Tempo di lettura: 3 min

Aggiornamento: 3 giorni fa



La campagna referendaria sulla separazione delle carriere — o, per essere più precisi, sulla separazione delle magistrature — ha ormai abbandonato ogni finzione tecnico-giuridica. Quello che si consuma davanti agli occhi dei cittadini è qualcosa di qualitativamente diverso da una normale dialettica politica su una riforma costituzionale: è la trasformazione di un fallimento di governo in una crociata punitiva contro il terzo pilastro della democrazia.

Cominciamo dai fatti. I ministri Nordio e Tajani moltiplicano gli interventi pubblici con un'intensità inversamente proporzionale alla loro pertinenza tecnica. Il Guardasigilli, con una franchezza almeno apprezzabile nella sua brutalità, ha già chiarito che la riforma non migliorerà in nulla l'efficienza della giustizia per i cittadini. Dunque a cosa serve? La risposta si trova nella logica politica, non in quella giuridica. La separazione non riguarda le carriere — quella è già una realtà di fatto, con i passaggi tra funzioni ridotti a un fenomeno marginale — ma le magistrature nel loro complesso: pubblica accusa e giudicante sradicate l'una dall'altra, con i pubblici ministeri e la polizia giudiziaria destinati a gravitare, inevitabilmente, nell'orbita dell'esecutivo. È un riassetto del potere, non una razionalizzazione del sistema.

Il contesto in cui questa riforma viene presentata al voto non è casuale. Il governo aveva promesso sicurezza come bandiera identitaria. I risultati sono sotto gli occhi di tutti. Il centro di trattenimento in Albania, presentato come soluzione simbolica e deterrente strategico, è diventato un caso giudiziario imbarazzante, smontato pezzo per pezzo dai tribunali nel pieno rispetto del diritto europeo. Le statistiche sulla criminalità non restituiscono il quadro trionfale promesso. I sondaggi, intanto, segnalano un testa a testa che ha innervosito una maggioranza abituata a numeri confortanti.

È in questo contesto che la retorica anti-magistratura è diventata quotidiana e sistematica. Non passa giorno senza che esponenti del governo — e la Presidente del Consiglio in prima persona — commentino sentenze sui giornali e in televisione, accusando l'intera magistratura di ostacolare l'azione di governo. Il meccanismo è classico: si costruisce un nemico interno per nascondere l'inadeguatezza dei risultati. Ma qui il nemico interno scelto non è un capro espiatorio qualsiasi: è un potere dello Stato, con funzioni costituzionalmente garantite di autonomia e indipendenza nonché di controllo sull'esecutivo e di tutela dei diritti.

Lo schema di riferimento non è difficile da riconoscere. È lo stesso che ha ispirato smontamenti analoghi in Ungheria, in Polonia, e che negli Stati Uniti ha trovato in Donald Trump il suo interprete più esplicito: una visione della democrazia in cui l'esecutivo esercita un potere sovraordinato rispetto al parlamento e alla magistratura, ridotti a strumenti o a ostacoli da neutralizzare. In quella visione, un giudice che applica il diritto contro la volontà del governo non è un garante della legalità ma un nemico politico. In quella visione, modificare sette articoli della Costituzione per indebolire il potere giudiziario della magistratura nel suo complesso non è un attentato alla separazione dei poteri ma una legittima "riforma".

Gli elettori sono chiamati a un voto su una questione tecnica di rilievo costituzionale, ma vengono esposti a una narrazione che li invita a scegliere tra governo e toghe, tra politica e tecnocrazia ostile. È una distorsione deliberata del quesito referendario, che serve a mobilitare il consenso emotivo della base anziché stimolare una valutazione informata. Una riforma che il suo stesso proponente ammette non produrrà alcun beneficio per i cittadini dovrebbe, almeno, essere giudicata per quello che è.

La domanda che i cittadini e le cittadine dovrebbero a questo punto porsi con forza è questa: perché si modifica la Costituzione, e specificamente il suo equilibrio tra i poteri, con lo stesso slancio con cui si commenta una sentenza in tv? La risposta, temo, è già contenuta nella domanda.

Diciamo NO anche all'idea che le maggioranze smontino a piacimento un equilibrio costituzionale disegnato a garanzie di tutti. Le riforme si fanno, in Parlamento, cercando la massima condivisione per il bene del Paese. Pardon, della Nazione.

 
 
 

Commenti


© 2006 by Antonio NIcita

bottom of page