La classe fa 40, con Egidio e Mario.
- Antonio Nicita
- 1 ago
- Tempo di lettura: 13 min
Quarant'anni della IIIE del Liceo Classico "T. Gargallo" di Siracusa, con i Professori Egidio Ortisi e Mario Blancato. In occasione della presentazione del nuovo libro di Egidio Ortisi, (in cui si parla anche della nostra classe), abbiamo pubblicato un volumetto di nostre riflessioni dedicate ai nostri professori. Il mio capitoletto parla del tempo lunghissimo dell'adolescenza e di come si è intrecciato con un programma sperimentale sulla letteratura del Novecento. Eccolo.

Il tempo più breve e lunghissimo delle nostre vite si chiama adolescenza.
Ce lo dimentichiamo troppo spesso quando parliamo ai nostri figli. Gli ripetiamo, ogni giorno, che questo o quel problema che vivono non è importante, che passerà, che le cose non sono così come le vedono. Chiediamo loro cosa vogliono fare, non solo ora o tra un’ora, ma cosa vogliono fare del loro futuro, della loro vita.
Quando lo facciamo, e lo facciamo spesso e lo facciamo troppo, è perché ci siamo dimenticati della nostra adolescenza. Di quando cambiava il nostro corpo e cambiavamo noi. Di quando lo specchio era incompiuto. I vestiti stretti. Gli adulti non ci interessavano. Ci interessava solo sapere che non erano come noi e che noi non volevamo essere come loro. Noi non volevamo qualcosa in particolare. Certo i vestiti, le scarpe, la moto, forse una vacanza, ma erano orpelli, cose non pensate.
A quell’età volevamo solo continuare a fare ciò che governava la nostra esistenza: desiderare.
Non una cosa specifica, ma desiderare nel senso di vivere quella vita, quel momento, come un imperativo. Che fosse una festa, una discoteca, una gita, un altro giro in piazza per farsi vedere e per vedere se lei si girava. Si è girata? Mi ha visto? La pizza con gli amici dopo il camposcuola. Le serate in vespa con Andrea e con la musica di Battiato. Cuccurucucù, Paloma. I baci, la scoperta di un altro corpo. Schiacciare quel maledetto brufolo gigante che ieri non c’era.
Nel tempo dell’adolescenza, o meglio nel tempo misterioso degli adolescenti, si consuma l’esperienza prima di ciò che sarà la vita. Di ciò che la vita è, nel lunghissimo presente. Anche se, in quel momento, non lo sappiamo. Tutto è ampliato. Dilatato. Accelerato. Profondo. Esagerato. Nuovo. Un continuo salire e scendere. Grandi entusiasmi e disperatissime delusioni. L’amico è per sempre. L’amore è per sempre. Il tradimento è per sempre. L’odio è per sempre. E così le sconfitte e le vittorie.
Una generazione giovane che, per definizione, ha il futuro in tasca. Ma che non sa cosa farsene del futuro promesso, perché contano solo le prossime ore, i prossimi giorni. Il posto in cui vivi, mangi, dormi. La stessa strada, gli stessi amici. La stessa scuola. Cinque anni al liceo sono, in questo, una vita intera.
Quel lunghissimo presente è vissuto come un destino. E quel destino era un liceo sul mare.
Il Liceo classico “Tommaso Gargallo”, più antico di noi, ci conteneva tutti, con i suoi corridoi lunghi, l’odore di gesso e di cera. Le aule che d’inverno non si scaldavano mai abbastanza e d’estate avevano la luce bianca che entrava dal cortile. Ci entri che sembri l’ultimo arrivato, inatteso e inosservato, tra lastre di marmo, incisioni, foto di chi c’era prima di te. Esci da lì come si esce da casa, da un posto familiare, anzi più familiare di casa tua. Abbiamo studiato, recitato, cantato, ballato, litigato, amato in quella scuola. E i pomeriggi con il sole di maggio nel cortile, nel liceo, svuotato e silente, a recitare Euripide: Ecuba, io piango nel rivederti e piango la città e tua figlia da poco uccisa. Niente è certo, non la gloria, non la fortuna che domani può cambiare.
In quel presente lunghissimo, ci sono Mario Blancato ed Egidio Ortisi, in modi diversi e convergenti.
Non insegnanti, nemmeno una guida. Piuttosto traduttori. Nel senso più autentico di chi ti trasporta, con la parola, nel mondo, a decifrare la foresta di simboli. Tradurre non è spiegare. Spiegare significa ridurre, semplificare, mettere una cosa al posto di un’altra. Tradurre significa portare di peso da una lingua all’altra, da un mondo all’altro, accettando che qualcosa si perda e qualcosa si guadagni. Loro non ci spiegavano la letteratura. Ce la facevano attraversare.
Quello che loro non sapevano, che noi non sapevamo, è che l’esperimento di intrecciare adolescenza e letteratura del Novecento, in un programma innovativo e sperimentale, non era solo scoperta di ciò che non si sa, ma anche scoperta di ciò che non si sa di essere. Tirare fuori sentimenti nuovi, immergersi nel sentire ciò che si poteva intuire senza averne l’esperienza. Che cosa è lo spleen di Baudelaire a quindici anni?
Ma forse solo a quindici anni si ‘sente’ lo spleen, la ricerca dell’altro mondo, l’incapacità di aderire al già pensato, al già deciso, al posto che altri hanno deciso per te. E allora si cresce nell'ubiquità, nell'esercizio mentale della fuga, della distanza, dell'immaginare altro e altrove, a bordo del battello ebbro. E questo senza cedere al relativismo, ma, al contrario, mettendo al centro l’uomo cui un aiuto sia l’uomo, come leggevamo nei tempi bui e nel Galileo di Brecht. E ancora: mettere insieme Foscolo, Leopardi, Pavese: dov’è il filo comune? Una letteratura che guardava indietro, in una proiezione esistenziale, all'infanzia della storia e del mondo innocente perduto, ad un’epoca felice senza coscienza, senza conoscenza, senza delusioni, senza rassegnazioni, senza male di vivere. Il poeta come nostalgia di un'età dell'oro perduta, per l'umanità e per ogni singola persona: il poeta-bambino del giovane dio che viveva per tutti, in Mito di Pavese.
E qui succedeva qualcosa di strano, perché noi - che adolescenti lo eravamo, che non eravamo adulti, che avremmo dovuto guardare senza comprensione a quelle poesie nostalgiche di un tempo ‘altro’ - anche noi avevamo nostalgia di un tempo insieme antico e incompiuto, che non riuscivamo a catturare per noi stessi. Noi ‘sentivamo’. E crescevamo ‘sentendo’. E questo proprio mentre vivevamo e costruivamo il nostro doveroso tempo, che pure fuggiva "con le torme delle cure".
Quando il prof. Ortisi ci parlava dei flussi di coscienza, mi ricordo che ci spiegava che uno stesso gesto di una locandiera poteva richiamare in Joyce quello di una nobildonna o di una danzatrice. Associazioni di idee senza mediazioni. Flussi senza spiegazioni. Ma noi eravamo esattamente così, nella nostra adolescenza. per questo, lo capivamo benissimo quel difficile concetto. Perché a quell’età sei davvero un flusso di coscienza o, meglio, un flusso di idee in cerca di coscienza.
Un giorno andammo a vedere una mostra d’arte contemporanea di vari autori, tra cui Pistoletto. Ricordo chiaramente Ortisi che mi disse: "a cosa ti fa pensare questo rosso così cupo?" e citò "forse perché della fatal quïete tu sei l’immago". Un quadro che richiama un verso.
Dunque – imparavamo – non ci sono cassetti separati per la letteratura, la musica, il cinema, il greco, il latino, la storia. E non c’è nulla di sbagliato se un verso richiama un quadro, se una canzone richiama una poesia, se il centro di gravità permanente di Battiato non è poi così diverso dal cuore della terra di Quasimodo dove ognuno sta solo.
Di più: imparavamo che non c’è mai nulla di sbagliato nel pensare. Nel pensiero libero. Nell’essere come si è. Nell’accettare ciò che non si è. Nel fare i conti anche con i propri fallimenti. Zeno Cosini di Svevo sposa la sorella sbagliata. Non ci sono solo gli eroi, non ci sono solo i poeti illustri, l'autocompiacimento di D'Annunzio, il mestiere del Poeta applaudito nei salotti letterari. Ci sono anche "i poeti malati" come quel Corazzini: perché tu mi dici poeta? Io non sono che un piccolo fanciullo che piange…io so che per esser detto poeta conviene vivere ben altra vita, non come l’uomo che se ne va sicuro agli altri ed a se stesso amico. Noi imparavamo che era importante imparare, ma non per forza scegliere, o meglio decidere. Non chiedeteci la parola che squadri da ogni lato l’animo nostro informe. Sappiamo solo, scoprimmo con Montale, ciò che non siamo, ciò che non vogliamo. E imparavamo che non avere risposte era già una risposta. Non c’era un posto obbligato nel mondo. E, per questo, lì, in quella classe c’era il nostro posto nel mondo, nel tempo lunghissimo.
Questa altalena di sentimenti, esperienze e conoscenze si alternava – ed è questo il miracolo – con la leggerezza. Con le risate. Non c’era lezione in cui non si rideva. Anche quando si prendeva un bel due.
Ricordo un’interrogazione di Ortisi sulla lezione di storia alla quale ero mancato il giorno prima. Un’interrogazione che definirei bastarda, perché la mia assenza era giustificata dalla partecipazione al teatro. Invece fui interrogato proprio per la mia assenza. Domanda: chi ha inventato la ruota? Risposta: ora, un nome preciso non lo abbiamo, perché è successo tanto tanto tempo fa, sarà stato qualcuno che ha preso una pietra o un pezzo di legno, ha visto che girava, che si poteva usare, e a poco a poco è stata inventata la ruota. Voto: due.
Ricordo Blancato che decide di interrogare dopo aver finito una lunga serie di lezioni su Sallustio e Catilina: "Antonio!"… io mi giro a rallenty indietro, sperando ardentemente che l’Antonio in questione sia Nicastro, sperando che con il mio gesto Blancato capisca che sarebbe meglio interrogare Nicastro. "No, no, Antonio tu, Nicita!". Scena muta, anche lì credo un bel due. "Antonio, am’a sturiari!". Avevo passato il pomeriggio a fare atletica e la sera a fare altro con la mia fidanzata (sempre quella che poi diventerà mia moglie).
C’erano le partite di calcio (Ortisi aveva capito che ero velocissimo e mi disse di correre, e io quello facevo, indipendentemente da dove si trovasse la palla in quel momento).
C’erano le gite.
Andammo con Blancato e Ortisi nell’Unione Sovietica di Andropov con un volo charter molto simile a un pullman con due ali. Non ho mai più visto un aereo del genere. Eppure, atterrammo sani e salvi. A Leningrado. Neve dappertutto. Freddo. Mio padre, da buon democristiano, mi fece mettere in valigia, nonostante le mie proteste, un’enorme pagnotta che, incredibilmente, era andato a comprare lui stesso, con salame e una scorta di girelle Motta. Fu la prima volta che apprezzai, ma solo in terra sovietica, la concretezza democristiana, dopo due giorni di panna acida e zuppa (che pure oggi trovo buonissima). Fu una gita straordinaria, perché ci trasportò in poche ore dagli anni Ottanta a un’epoca per noi antichissima: senza negozi, senza bar. Auto e camion che ricordavano i documentari in bianco e nero. Abbiamo visto cose bellissime di giorno e mangiato il salame e le girelle di notte. Un po’ sempre mezzi brilli, perché non c’era acqua e bevevamo qualcosa di alcolico. A Mosca ricordo di aver recuperato Sabrina, persa in metropolitana, di aver baciato per la prima volta (quella che poi è diventata) mia moglie, di aver suonato come un idiota il pianoforte davanti agli studenti bravissimi di un liceo che studiava italiano. Ci accolsero con grandi onori e in un teatro del liceo si esibirono piano e violino in un pezzo di musica classica. Bravissimi. Noi non avevamo preparato nulla. Che so, una poesia, un coro, un saggio di qualcosa. Nulla. Nel silenzio imbarazzato generale, mi alzai per andare al piano, passando da De Gregori a Baglioni, credo, a qualcosa dei Beatles. Una discreta figuraccia. Credo applaudissero non me ma la conferma, ai loro occhi, della superiorità del socialismo sulla decadenza del capitalismo che io, in quel momento, rappresentavo. Da Mosca tornammo, stanchissimi, esausti, felici, cresciuti. E anche, alcuni di noi, innamorati.
A proposito di risate e leggerezza, ricordo che con Davide Valenti – eravamo entrambi rappresentanti di istituto – un giorno finimmo in un’iniziativa del provveditorato con Ortisi, a parlare di come migliorare scuola, lezioni, rapporti docenti-studenti e così via. Dopo aver fatto una bellissima figura con Davide, restammo ad ascoltare l’intervento di uno strano signore impomatato, grassoccio, serio, ma con qualcosa di inquietante. Fu lì che Ortisi ci sussurrò che dietro quel funzionario anni Sessanta si nascondeva probabilmente un maniaco sessuale: iniziammo tutti e tre a ridere sfacciatamente senza riuscire a trattenerci. Una figura terribile, ma non riuscivamo a smettere di ridere.
Era un’altalena. Potevamo ridere a crepapelle e poi tornare a parlare di guerra e di tragedie. Quelle poesie di Ungaretti che davanti al corpo morto del compagno dice di non essere mai stato tanto attaccato alla vita. L’urlo delle madri davanti ai figli crocifissi sui pali dei telegrafi. La città è morta, sempre nell'urlo di Quasimodo.
Ortisi ci fece seguire le lezioni sul fascismo che davano alla Rai, per capire come nasce il potere dal consenso e come quello stesso potere elimina il dissenso.
Un giorno in classe Ortisi ci disse: "che cosa è l’impegno?". Non la capivamo bene questa storia dell'impegno.
Poi ci spiegò che di fronte agli orrori Quasimodo scrisse che i poeti appendono alle fronde dei salici le cetre, che di fronte ai tempi bui Brecht scriveva che le tante stragi comportano il silenzio.
Come si possono scrivere poesie se c’è l’orrore della guerra? Come si può indugiare nello spleen annoiato se ti cadono le bombe accanto? Triste-il-paese-che-ha-bisogno-di-eroi.
Un altro giorno, sempre Ortisi, ci portò fuori dal liceo, di fronte a quella che è indicata come una delle abitazioni di Elio Vittorini. Ci sedemmo sugli scalini del lungomare in una mattina di sole e di brezza salata. E proprio lì ci spiegò gli astratti furori, la pioggia nelle scarpe, le maledette arance, il piangere non per sé per il mondo perduto di Conversazione in Sicilia: il mondo perduto, senza possibilità di cambiarlo. Come il piccolo siciliano che, nel vagone del treno con il Gran Lombardo, non sposta il bracciolo sul treno per stare più comodo.
Non dimenticherò mai quella lezione. Perché c’era qualcosa in più. Anche la delusione dell’impegno quando non serve a cambiare il mondo. Quando il nemico non ha il volto del nemico, ma quello dell’intera umanità. Quando il male siamo noi. Eppure – questa era la parte più difficile da capire a quell’età – Ortisi non ce lo diceva per disperarci. Ce lo diceva perché capissimo che l’impegno non si misura dal risultato. Che vale anche quando non cambia niente. Che spostare o non spostare il bracciolo sul treno non salva il mondo, ma dice chi sei.
E allora irrompe il magico. Irrompe l’assurdo. La proiezione esistenziale. Ricordo ancora quella mattina in cui Ortisi ci chiese: qual è il contrario di senso? La risposta della maggior parte di noi fu "senza senso". Aggiunse: "a nessuno è venuto in mente non-senso?". E ci spiegò che un drammaturgo, Ionesco, aveva scritto un pezzo in cui la scena si riempiva zeppa di sedie. Il teatro dell’assurdo come massima denuncia alla crisi dell’umano. La deformazione, lo scandalo, la metamorfosi di Kafka e, nella parte centrale del Guglielmino, quei ritratti scomposti di Picasso, gli orologi sciolti di Dalì, l'occhio-mongolfiera di Redon. E poi vedevamo i film dentro il Liceo con Leonardo Giuliano che portava questa enorme macchina di proiezione, con quel furgoncino improbabile che riuscì ad abbattere persino un balcone. Violenza, potere, straniamento. Amore. Corpo. Tutti a vedere la proiezione del matrimonio di Maria Braun. O il film della Wertmüller e Degli Esposti, con entrambe a scuola a commentare.
Tutte queste letture ci davano una misura del mondo e del nostro mondo. Una continua altalena nella nostra adolescenza, che era metamorfosi, senso e nonsenso, scoperta, sperimentazione, giudizio e pregiudizio, incompletezza, inadeguatezza, curiosità, incapacità, volontà, rinuncia. Quello che imparavamo sull’avventura esistenziale dell’umano era, nello stesso momento, quello che imparavamo su noi stessi. Sulla nostra avventura. Sul nostro divenire. Noi avevamo la forza dell’illusione e l’esperienza della delusione insieme.
È questa la cosa che da adulti dimentichiamo: che a sedici anni si può credere fermamente in qualcosa e, nello stesso istante, sapere già che andrà perduto. Non è contraddizione. È la condizione stessa dell’adolescenza, che vive ogni cosa come eterna proprio perché la sente fragile.
Per questo capivamo Leopardi senza averlo studiato. Lui ci parlava da pari. Capivamo l'irrisolto Pavese, sia il giovane dio che stupisce la terra, sia l’uomo destinato a sorridere davanti alla terra. E comprendevamo cosa significa rinviare, ogni giorno, i buoni propositi al giorno successivo. Lo faccio dopo. Lo farò certamente dopo. Come l’ultima sigaretta di Zeno Cosini. E sarò certamente qualcuno da grande. Succederà. Anche se non sto facendo nulla per esserlo. Perché è più comodo essere grandi di una grandezza latente.
Poi venne la maturità. Ortisi, membro interno, mi dice: "sei andato a bomba, ma io con una domanda ti avrei fatto cadere". E aveva ragione: il mio fantastico esame di maturità è stato tale perché ho detto le stesse cose che ho scritto qui. Ho risposto su Pascoli – che non sapevo bene – buttandomi sul Mito di Pavese, opponendo il fanciullino chiuso in se stesso di Pascoli al giovane dio che un tempo bastava le guardasse e per il quale, se qualcuno spariva, il giovane dio viveva per tutti. Mi ricordavo, a diciotto anni, quella poesia che Ortisi ci fece leggere al ginnasio. E di quella ho parlato, non del fanciullino. Della giovinezza come paradigma dell’infanzia perduta del mondo e della storia. E di Leopardi. Sapevo pochissimo di Pascoli e ancor meno di Dante, ma ho fatto un esame orale sulla poesia del Novecento, perché mi ricordavo tutto.
La Commissione, esterna, rimase stupita per il bagaglio culturale personale "fuori programma". Ortisi rideva compiaciuto. Sapeva benissimo che il mio fuori programma significava, letteralmente, che ero fuori dal programma, nel senso che il programma vero lo conoscevo molto poco. Non era memoria prodigiosa. Era perché Baudelaire, Rimbaud, Ungaretti, Corazzini, Saba, Pavese, Svevo, Joyce, Montale erano stati i compagni più fedeli della nostra adolescenza. E non solo.
Sono passati quarant’anni e mi ricordo ancora molto, se non tutto di alcune memorabili lezioni ed esperienze. Quelle poesie, quella leggerezza, quelle domande, quell’adolescenza stanno ancora dentro di me.
E a volte sorprendo Titti, che nel frattempo è diventata mia moglie, citando qualche verso, imparato allora. Come l’altro giorno, con la chiusa dei Dubliners. Quella neve che cade su tutti i vivi e su tutti i morti. Io me la figuro come la neve di Leningrado. Quella vastissima terra bianca che si vedeva dall’aereo prima di atterrare. E vedo tutti quei ragazzi e quelle ragazze, con le giacche a vento, le giacche di montone, seduti su quell’aereo pieni di emozione e di attesa.
Per me e Titti, che siamo compagni di classe, ricordare quei giorni, quegli anni, è naturale, perché è un pezzo della nostra vita insieme di quando non sapevamo che il resto della nostra vita sarebbe stato insieme.
Il nostro tempo è stato più lungo del lunghissimo presente dell’adolescenza. Ma siamo anche, in alcuni momenti, ancora lì. Ci siamo ritrovati con gli altri compagni di classe. Abbiamo pianto chi non c’è più. Abbiamo pianto qualche anno fa il compagno di classe Francesco e la figlia minore di Egidio, Giorgia. Abbiamo condiviso, da lontano il dolore di Claudia e di Maria. Ma quando riusciamo a vederci tra compagni di classe, accade che dopo un po’ torniamo adolescenti, cioè ancora dentro quel tempo lunghissimo e breve, in cui noi siamo noi. Siamo quelli che si trovavano ogni mattina lì, in quella classe, in quel liceo, in quel tempo.
E lì ci sono i nostri insegnanti. Insegnare significa lasciare il segno, indicare la direzione, suggerire come stare nel mondo. Significa avere pazienza, sentire, saper soffrire. Non un manuale di cosa si deve fare. Ma una mano nel saper essere ciò che si è. Saper desiderare e saper accettare. E soprattutto, saper ridere. Di noi stessi, innanzitutto. Non per correggerci, ma per accettare ciò che siamo, coltivarci.
Insegnanti che continuano a insegnare. Da lontano. Nei ricordi e nei gesti. I ricordi, eccoli già apparire, melanconici e muti fantasmi, quella strana poesia di Cardarelli. Si sa insegnare anche quando le parole sono finite e restiamo muti davanti al dolore indicibile. Indicibile, perché nulla si può dire, si può solo subirlo. Forse condividerlo.
Ci è toccata anche l’ultima lezione del dolore, della paura che viviamo da genitori.
Perché la ricordiamo piccolina ancora, Giorgia, nascosta dietro il pantalone di papà Egidio. Sfrontata, duci, non si faceva acchiappare, già altrove.
Si è professori anche per la lezione, involontaria e inconsapevole, dell’esempio. Anche questa è una traduzione: portare nel mondo degli altri, anche con il solo gesto di esistere, di resistere e di soffrire, qualcosa che le parole non sanno dire. La lezione umanissima della fragilità, delle lacrime, della disperazione. Di ciò che siamo e di ciò che non siamo. E di ciò che non sappiamo essere. Di questa vita che ci investe e ci confonde. Di questa vita che continua anche per chi non c’è più. Soprattutto, per chi non c’è più.
Una vita da prendere sul serio e da prendere in giro, nello stesso tempo. Nel tempo lunghissimo dell’adolescenza che è ricordo presente. Tempo ritrovato (Le Temps retrouvé che Ortisi recitava in classe), anche dopo quarant'anni.
Ricordare, che significa letteralmente tornare al cuore. E farlo battere forte. Ancora.
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