Il grido silente del Papa alla porta d’Europa
- Antonio Nicita
- 4 lug
- Tempo di lettura: 5 min

C’è un grido che non ha bisogno di voce. È quello che Papa Leone XIV ha levato oggi da Lampedusa, inginocchiandosi in silenzio davanti alle tombe dei senza nome, croci ricavate dal legno dei barconi naufragati. Un Papa americano che, nel giorno del 250° anniversario dell’indipendenza degli Stati Uniti, sceglie di non celebrare la potenza ma di attraversare la Porta d’Europa, il lembo più meridionale del continente, dove il Mediterraneo consegna ogni giorno all’Occidente il conto delle sue contraddizioni. Ha intitolato a Francesco il molo degli approdi, ha stretto la mano ai sopravvissuti, ha ricordato che «i morti in questo mare sono vittime sia di decisioni prese, sia di decisioni mancate». E ha chiamato per nome la tentazione del nostro tempo come la fretta di «passare oltre», citando il sacerdote e il levita della parabola del samaritano.
Quel grido silente risuona in un momento preciso e non casuale. Nel tempo in cui in Europa la destra nazionalista più becera promuove al rango di programma politico la parola «remigrazione» — un eufemismo burocratico per deportazione di massa. Nel tempo in cui in Italia c’è chi la rilancia senza più pudore. Risuona pochi giorni dopo che la Corte Suprema degli Stati Uniti ha dichiarato incostituzionale l’ordine esecutivo con cui Trump voleva cancellare lo ius soli sancito dal XIV emendamento. A questa ultima sconfitta trump ha risposto che farà di tutto per impedire alle donne incinte di entrare negli Stati Uniti, interrogando, evidentemente, i corpi delle madri alle frontiere, per selezionare le nascite.
La parola «remigrazione» è figlia di quel rischio di «sostituzione etnica» ripetuto da tempo dalla destra nostrana (ne scrivono la Meloni e Meluzzi in un libro sulla mafia nigeriana). Un paese di emigranti come il nostro che dimentica il suo passato difficile e faticoso per abbracciare una propaganda tossica sulla pelle dei disperati, per dire agli italiani che se le cose non vanno bene la colpa è di chi «ci invade».
L’odio organizzato non nasce spontaneo, si costruisce passo dopo passo, giorno dopo giorno, parola dopo parola. Si cumula e si sedimenta attraverso la strategia della disumanizzazione del nemico, cioè togliendone il volto, mutandone la voce, trasformandolo in corpo, in peso, in oggetto. L’odio generalizza e aggrega individui irripetibili in una categoria indistinta di nemici — «i migranti», «l’invasione» — su cui scaricare paure che hanno origini altrove. L’odio sceglie il bersaglio facile di chi non può rispondere, perché non ha voto, non ha voce, non ha forza. È la struttura stessa dell’odio come strategia che si fonda su un’esibizione di muscoli sui più deboli, che ha il vantaggio politico di non costare nulla e il vantaggio comunicativo di occupare lo spazio pubblico. La retorica del migrante come nemico è, letteralmente, una distrazione di massa: sposta l’attenzione dai problemi veri — salari, sanità, denatalità, fuga dei giovani — verso un capro espiatorio che non può difendersi perché è già tanto se riesce a sopravvivere, ancora.
E qui la realtà, come sempre, è più ironica dell’ideologia. L’Italia che urla all’invasione è il Paese con circa sei milioni di connazionali iscritti all’AIRE, che ogni anno perde decine di migliaia di giovani qualificati, e che ha toccato il minimo storico delle nascite. Ed è lo stesso governo che, mentre agita la bandiera della difesa dei confini, con i decreti flussi ha programmato in silenzio centinaia di migliaia di ingressi regolari per lavoro, perché le imprese — dall’agricoltura all’edilizia, dalla sanità al turismo — senza lavoratori stranieri si fermano. Si colpisce il migrante a parole e lo si regolarizza nei decreti: l’ipocrisia elevata a politica pubblica.
Questa retorica dell’invasione vive di una confusione deliberata, costruita a tavolino, confondendo il soccorso in mare — un obbligo giuridico e morale assoluto, che non ammette bilanciamenti — con l’accoglienza; l’irregolarità con la clandestinità; l’accoglienza con il permesso di soggiorno; la gestione dei flussi con la chiusura dei porti. Sono piani distinti, che il diritto internazionale e la ragione tengono separati e che la propaganda fonde in un unico spettro. Il risultato è tuttavia un’Europa impaurita dai nazionalismi che rinuncia a pezzi del proprio Stato di diritto.
Quando si costringono le navi delle ong che prestano soccorso in mare ad approdare in porti lontani centinaia di miglia, svuotando di soccorritori le zone SAR proprio dove si muore, criminalizzando chi salva e chi è salvato, siamo già oltre il diritto umano e il diritto internazionale.
Quando si delega a Paesi terzi ciò che non vuole più guardare, siamo già in un’Europa che perde, insieme alle persone in mare, sé stessa. Le sue fondamenta, le sue aspirazioni. Il suo ruolo nel mondo.
Il fenomeno migratorio va certamente governato e nessuna forza politica ha mai sostenuto il contrario. Sono queste destre nazional-sovraniste che, agitando l’emergenza permanente, rinunciano, di fatto, a governarlo davvero. Servono vie legali di ingresso, corridoi umanitari, una missione europea di ricerca e soccorso, politiche di integrazione reciproca — perché l’integrazione è sempre un processo a due direzioni — e cooperazione vera con i Paesi di origine. Serve, come ha detto oggi il Papa, il passaggio «da una mera gestione delle emergenze all’elaborazione di politiche organiche e condivise».
Una politica migratoria europea razionale, coerente, umana: tre aggettivi che dovrebbero essere ovvi e che oggi suonano rivoluzionari.
Leone XIV, da Lampedusa, ha ricordato all’Europa la sua «responsabilità epocale». Ma il suo richiamo non è confessionale, riguarda tutti noi, perché è il richiamo al diritto umano, che poi è il nostro diritto, di tutti.
Perché i diritti fondamentali o sono universali o non sono. Se quei diritti possono essere sospesi per il naufrago, possono esserlo per chiunque. Dovunque e in qualunque momento.
È la lezione di Emmanuel Levinas: riconosciamo il nostro essere umani nel volto dell’altro ed è dal volto dell’altro — nudo, esposto, che ci dice «non uccidermi» — che nasce ogni responsabilità. La disumanizzazione del migrante è per questo oggi, il boomerang morale di noi europei. Se non riconosciamo l’umanità nel volto di chi approda, o di chi non approda mai, vuol dire che è la nostra umanità che abbiamo perso.
C’è un’immagine che dice tutto questo meglio di ogni argomento. Nel naufragio del 2015, tra i corpi recuperati dal fondo del Mediterraneo, c’era quello di un ragazzino del Mali di quattordici anni. Cucita nella giacca, i medici legali trovarono la sua pagella. L’aveva portata con sé come un lasciapassare, come una credenziale. La sua speranza era quella di venire in Europa, qui, da noi, a imparare.
Ecco: l’Europa è in quella pagella cucita addosso. È l’idea di un luogo dove si viene per studiare, per crescere, per diventare. Quel bambino credeva nell’Europa più di quanto l’Europa creda oggi in sé stessa. Perché un’Europa che lascia annegare chi le porta in dono la propria pagella è un’Europa che sta disimparando — lezione dopo lezione, naufragio dopo naufragio — cosa significhi essere europei. E cosa significhi essere umani.
Il Vangelo, ha detto oggi il Papa, «diventa muto dove ognuno fa di sé stesso un’isola». Vale per le persone e vale per i continenti. Lampedusa, che isola lo è davvero, ha scelto da trent’anni di non esserlo.
L’Europa, ci dice il Papa, torni ad essere una porta, non un muro. Prima che il silenzio di quel cimitero mediterraneo diventi il nostro.
Commenti