Il 'caso Breton' e la sovranità digitale europea
- Antonio Nicita
- 27 dic 2025
- Tempo di lettura: 4 min

Il visto negato dagli Stati Uniti a Thierry Breton e ad altri quattro cittadini europei non è una questione amministrativa. È un messaggio politico che va letto per quello che è: un attacco frontale al modello europeo di regolazione del digitale. Ed è un attacco alla libertà di espressione (delle istituzioni europee e di ricercatori indipendenti), in nome della libertà di espressione (delle piattaforme online, made in USA).
Siamo di fronte a un tentativo, grave e inaudito, di delegittimare la possibilità stessa che le democrazie pongano regole al potere delle grandi piattaforme tecnologiche.
Negli Stati Uniti si vuole far credere che il Digital Services Act sia "la legge di Breton". È una mistificazione. Il DSA è un regolamento europeo, approvato attraverso il trilogo tra Commissione, Parlamento e Consiglio. È diritto vigente dell'Unione, frutto di anni di dibattito pubblico su disinformazione, odio online, interferenze elettorali e opacità algoritmica. In Italia, Governo e Parlamento hanno designato l'Agcom come coordinatore nazionale. Dunque se si vuol colpire qualcuno o qualcosa, si colpiscano la Commissione, il Parlamento, i Paese membri UE.
Colpire Breton, che ha operato in esecuzione di un mandato democratico, significa fingere che il DSA sia un abuso individuale anziché una scelta collettiva dei cittadini europei.
Ma guardiamo agli altri quattro nomi colpiti dal ban americano: Imran Ahmed del Center for Countering Digital Hate, Clare Melford del Global Disinformation Index, Anna-Lena von Hodenberg e Josephine Ballon di HateAid. Non sono politici né burocrati. Sono ricercatori che da anni producono report indipendenti sul funzionamento reale delle piattaforme. Sono report che evidenziano da un lato come corrono online le strategie di disinformazione e dall'altro quanto poco facciano le piattaforme, specie X, con la propria autoregolazione di contrasto.
Dunque la colpa dei 4 ricercatori, e delle loro istituzioni indipendenti, è aver dimostrato, dati alla mano, che l'autoregolazione non funziona. Che le promesse delle piattaforme restano promesse. Che i sistemi di moderazione sono inefficaci contro la disinformazione organizzata. Per non parlare dell'abuso dell'intelligenza artificiale e dei deepfake, in relazione ia quali i progressi sono minimi.
Colpire la ricerca indipendente con sanzioni amministrative come la negazione di un visto equivale a dire che studiare il problema è già una colpa e che chiunque faccia ricerche analoghe può essere considerato un soggetto non desiderato negli Usa, al punto da negargli un semplice visto.
Il Segretario di Stato Marco Rubio ha parlato di "ideologi europei" impegnati a "censurare opinioni americane". È una mistificazione pericolosa. Il DSA non decide cosa si può dire, ma come le piattaforme devono gestire i rischi che generano: trasparenza sugli algoritmi, valutazione dei rischi sistemici, responsabilità sui contenuti illegali, tutela dei diritti fondamentali. Inoltre, ogni sanzione generata in applicazione del DSA è soggetta a ricorsi ai vari livelli. Quindi il segnale politico è chiaro. Arbitrario, ingiustificato, sproporzionato. E pericoloso.
Tempo fa ho segnalato all'AGCOM l'uso di deepfake razzisti in alcuni post della Lega, come riportato da The Guardian. Un caso concreto di come l'assenza di regole renda possibile la manipolazione tecnologica del discorso pubblico. È esattamente per questo che il DSA esiste e va rafforzato.
E non è un caso che di fronte al visto negato a Breton, la Lega di Salvini abbia applaudito la decisione americana, definendo il DSA una "legge bavaglio". Il Governo Meloni invece sta in silenzio.
Il Partito Democratico ha presentato oggi un'interrogazione in Senato chiedendo perché il Governo non abbia protestato formalmente. È una domanda legittima, perché in un caso come questo il silenzio non è neutralità, ma acquiescenza.
Il 2026 sarà l'anno decisivo della regolazione globale di piattaforme e intelligenza artificiale. E questa mossa va nella direzione di aprire uno scontro politico duro con la UE. L'amministrazione Trump ha già firmato un Executive Order che mira a rendere illegittime le normative straniere sull'IA americana. Il messaggio è chiaro: le regole le facciamo noi, gli altri si adeguino.
Il punto è che le regole digitali esistono comunque, anche senza DSA: sono quelle decise dalle piattaforme con i propri algoritmi che selezionano, promuovono, nascondono contenuti. Senza che gli utenti ne abbiano consapevoleza. Il tema non è se regolare o meno. La questione vera è se vogliamo regole private nella sfera pubblica online, o se vogliamo regole democratiche, discusse, condivise, in difesa dell'interesse pubblico?
L'Europa deve ora reagire con una strategia politica e industriale: applicare il DSA senza arretramenti e difendere il principio che le leggi democratiche non si negoziano con i visti.
C'è poi il tema dei dazi: importiamo circa 100 miliardi di euro l'anno di servizi digitali dagli Stati Uniti, una dipendenza strategica che Trump ha escluso dai suoi dazi. Non sarebbe il caso di porre questo tema di squilibrio nel tavolo negoziale dei dazi con gli Usa?
Nel frattempo, dobbiamo investire in cloud europei, infrastrutture digitali, servizi e IA europei. Insomma, sovranità digitale e difesa dello stato di diritto europeo vanon oggi di pari passo.
Il caso Breton non riguarda un ex commissario o cinque persone. Riguarda la nostra capacità di essere un soggetto politico sovrano nel digitale. Nel mio libro "Il mercato delle verità" ho sostenuto che qui è in gioco il diritto dei cittadini a (non) essere (dis)informati. È il futuro della nostra democrazia.
E questa volta non possiamo permetterci di non scegliere.




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