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I Persiani (o del giogo della libertà)

  • Antonio Nicita
  • 15 giu
  • Tempo di lettura: 5 min

Aggiornamento: 4 lug



I Persiani di Eschilo è la più antica tragedia che ci sia rimasta, ed è anche la più scomoda: il vincitore mette in scena il dolore del vinto. Una tragedia che non si basa sul Mito, ma su una storia recente vissuta dagli ateniesi. Eschilo, che a Salamina aveva combattuto, non scrive l'inno della vittoria. Scrive il pianto del nemico, il lamento di una corte che attende, e poi apprende, lo sterminio del proprio esercito, di tanti gloriosi persani, nominati uno ad uno. E qui comincia il rovesciamento.

Una vicenda che si inserisce nella politica ateniese del tempo, tutt'altro che semplice e lineare. Eschilo sottolinea una differenza decisiva: combattere per un re non è lo stesso che combattere per difendere la propria libertà. Perché i Greci combattono se non hanno un re che glielo ordina? - si chiede Atossa.

“I Persiani” è nota come la tragedia della tracotanza, della hybris di Serse, il figlio del grande Dario, che vuole espandere l’impero, vuole superare il mare, soggiogarlo, così da vendicare il padre, sconfitto a Maratona, ed essere ancora più grande del padre. Serse, che vuole continuamente “sconfinare”: non solo geograficamente, ma nella rappresentazione del potere, della gloria, nella ‘conclusione’ del mondo sotto la sua frusta. Non è solo guerra agli Ateniesi, è anche guerra al limite. Del potere. Persino sul mare, frustato e punito, finché non ha permesso la costruzione di un ponte di navi. Finché non ha consentito di piegare la natura al potere, anche tecnico, dell’uomo. Anche per questo I Persiani vengono raccontati come Oriente contro Occidente. Non ancora la spada contro il nodo di Gordio, ma il dominio sul limite.

Ma la messa in scena di Alex Ollè a Siracusa suggerisce anche un’indagine sulla hybris di Serse. E lo fa evocando l’ombra di Dario non come la saggia e serena risposta del vecchio re, ma come un non-morto inquietante e ingombrante, un’ombra rossa e cupa sul figlio che regna dopo di lui, senza essere lui. Quando l'ombra di Dario teme per le sue ricchezze – “ho paura che la grande ricchezza accumulata da me con gran fatica, non diventi facile preda del primo venuto” – è Atossa a rispondere, e a svelare l'origine della rovina e forse della hybris. Sono stati i consiglieri del re a sollecitare la hybris di Serse: “gli dicevano di grandi ricchezze che tu hai conquistato con la forza, mentre lui restava in casa al sicuro”. C’è forse questo dietro la hybris di Serse? La rincorsa, disperata, verso il padre? Non un capriccio. Non una follia improvvisa. Ma un figlio cresciuto con i racconti del padre che conquistava, mentre lui se ne stava al sicuro a goderne i frutti, senza conquistare nulla. Un Re senza gloria propria. Un figlio spinto a eguagliare, a superare, a meritare un padre irraggiungibile. E forse, ancora di più, a meritare se stesso agli occhi di quel padre, la cui ombra non smette mai di guardarlo.

E tuttavia: chi aveva costruito quell'impero con la forza? Dario. Chi aveva unito gloria e guerra? Ancora Dario. E allora Ollé sembra qui dirci che le guerre non si inventano, ma si tramandano. Quando l'ombra di Dario risale dagli inferi a rimproverare il figlio, tutto è già compiuto, irreversibile, perduto. Un padre che vuole insegnare al figlio a non mettere il mondo sotto giogo avrebbe dovuto insegnare questa lezione da vivo. Da morto, Dario piange i frutti del seme che lui stesso aveva piantato. Perché Serse, l’ombra di Dario, l’ha sempre avuta addosso. E allora la hybris di Serse forse non è la follia di un uomo che si sente grande, ma la disperazione di chi si sente inadeguato; lo strumento con il quale ci si vuole liberare dal giogo del padre, imitandolo, superandolo per poter essere grande, come il padre, più del padre. Senza il padre. La hybris non è solo il giogo imposto agli altri, è anche liberazione – suicida e terribile - dal proprio giogo. E Serse non sa scegliere un'altra strada. Non sa liberarsi dall’ombra di Dario. E quando un figlio non può più scegliere, l'amore per il padre si trasforma in obbedienza e l'eredità si trasforma in catena. In questa lettura, la hybris di Serse è lo strumento per conseguire una grandezza che non si ha, non il suo esito. Salamina diventa così lo specchio deformato di Maratona, la guerra che chiama la guerra, il padre che chiama il figlio, il figlio che rincorre il padre. I morti che trascinano i vivi. Per questo dalla guerra non torna la pace. Dalla guerra torna solo la guerra. Un'altra guerra. Un'altra scommessa – per potere, per amore, per vendetta, per esempio, per errore.

Il regista lo dice con innesti contemporanei che squarciano il tempo della tragedia. La moglie di un soldato. Una madre che piange il corpo del figlio che non torna. E un soldato tornato pazzo, che giudica folli coloro che credono di poter ancora vivere dopo aver visto la guerra – esattamente come il messaggero, che la sconfitta l'ha vista con i propri occhi e torna a raccontarla come si torna da un altro mondo. Chi ha visto, sa. E chi sa, non torna davvero. Perché “da una guerra non torna nessuno”. Non i morti, ovviamente. Ma nemmeno i vivi. Nemmeno i sopravvissuti. Nemmeno chi è rimasto ad aspettare i soldati che non torneranno.

E qui la tragedia si allarga. Perché il padre di cui parla Eschilo non è soltanto Dario. È la patria stessa cioè, letteralmente, "la terra dei padri". È la terra ereditata, la terra ricevuta da chi è venuto prima di noi. Ma proprio per questo custodisce un'ambiguità profonda. Perché ciò che ereditiamo può essere una casa oppure un giogo. Può essere una memoria oppure un destino imposto. Anche la guerra si eredita, con i cattivi esempi e la cattiva politica. Con la cattiva storia.

Forse è per questo che Eschilo scrive I Persiani per gli Ateniesi. Non per insegnare loro come si vince o si perde una guerra. Ma per insegnare loro come si perde la libertà. Eschilo sembra dire: guardate quest'uomo che ha voluto piegare il mare. Guardate quest'impero che ha creduto di poter trasformare il proprio potere in destino. Guardate questa corte che non ha più saputo distinguere l'obbedienza dalla virtù. Non guardatela come qualcosa di lontano da voi. Guardatela come uno specchio.

Dunque il paradosso della libertà. Non un possesso, ma un esercizio. La libertà che si conserva solo finché si continua a scegliere. Quando la guerra diventa l'unica risposta possibile – obbligata, inevitabile, "destinata" – la libertà è già perduta e siamo tornati persiani senza accorgercene.

E così la regia di Alex Ollé inventa una scena che in Eschilo non c'è: madre e figlio, Atossa e Serse, che cenano insieme, in modo regale. Sopravvissuti. Composti. Sazi. Immemori. Leggeri. Dopo lo sterminio, dopo il lamento, dopo tutto: una cena di corte, una cena di morte. Ma ciò che resta, dopo una guerra, non è solo il lutto. Dopo il lutto, resta il potere. Che si rimette a tavola e tramanda se stesso. Serse a tavola con Atossa, al posto del padre. Finalmente.

La hybris, così, smette di essere il difetto dei barbari e diventa la tentazione permanente degli uomini liberi. In ogni epoca c'è un popolo che si crede Atene. E quasi sempre scopre, troppo tardi, di avere già imboccato la strada di Serse.

Che sia la terra del padre o la terra dei padri, non c'è patria senza la libertà di scegliere un destino diverso da quello che abbiamo ereditato o da quello che qualcuno ci ha insegnato a credere nostro.

 
 
 

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