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I Dublinanti, i Dubliners e Noi.

Antonio Nicita
22 ago
Tempo di lettura: 5 min

C'è stato un tempo in cui una parola simbolica arrivava dalla letteratura. "Dubliners", la raccolta di racconti di Joyce, ritraeva una città dai ricordi di chi se n'era andato. E lasciava affiorare, senza dirlo mai apertamente, tutte le tensioni che stavano per aprire il Novecento. Una provincia dell'impero che si preparava a diventare nazione, una middle class devota e immobile, il senso di soffocamento di chi resta e la colpa di chi parte. Migrazioni ed Europa. Quella parola, Dubliners, è diventata un simbolo delle inquietudini del Novecento europeo.

Oggi, dalla stessa radice, la politica italiana ha ricavato i "dublinanti". Non è un titolo, è un participio presente di derivazione regolamentare che indica i richiedenti asilo che si trovano nel Paese che le norme europee non considerano competente. Eccoli qui, i "dublinanti". Chiamati con il nome di una città dove non sono mai stati e senza avere una cittadinanza. Dublinanti, che fa rima con questuanti, mendicanti. Un participio presente che significa persone che non hanno diritto al futuro.

Il nuovo Patto europeo su migrazione e asilo è entrato in vigore il 12 giugno ed è stato rivendicato come una vittoria negoziale italiana per la parte che consente di trattenere ed esaminare sommariamente alla frontiera, mentre della parte che conferma la competenza dello Stato di primo ingresso non si era più parlato fino ai giornali di Ferragosto. Adesso che Berlino, Vienna, Berna, Stoccolma, Helsinki e L'Aia annunciano i trasferimenti, la risposta del governo consiste nel sostenere che le richieste precedenti al 12 giugno siano da considerarsi archiviate, il che assomiglia molto meno a una tesi giuridica che a una speranza.

Tanto è vero che la trattativa è già cominciata: con Berna è stata concordata una ripresa graduale, con i primi voli prenotati per fine agosto, mentre con Berlino si discute perfino di un contributo economico in cambio delle persone soccorse nel Mediterraneo. Chi aveva promesso di non cedere sta contrattando al dettaglio.

La Corte di giustizia dell'Unione, decidendo il 5 marzo la causa C-458/24, aveva già chiarito che uno Stato membro non può sottrarsi con un annuncio unilaterale alle responsabilità che il regolamento gli attribuisce.

Nel 2025, secondo i dati Eurostat ripresi dall'ANSA, l'Italia ha ricevuto 24.152 richieste di riammissione e ne ha accolte 85, cioè lo 0,35 per cento.

Il governo il Patto lo ha voluto e lo ha anche strumentalizzato sostenendo fosse alla lettera il piano di Meloni. Quelle stesse regole, però, riattivano il criterio del primo ingresso e sono oggi lo strumento con cui gli altri Stati, a partire da quelli guidati dalle destre europee con cui Meloni si era fatta fotografare, rispediscono indietro all'Italia i migrati. La vittoria e la sconfitta sono il medesimo testo letto dai due lati del tavolo: chi lo ha firmato non può presentarsi come vincitore il lunedì e come vittima il martedì.

Lo stesso rovesciamento, in agosto, è avvenuto sul confine spagnolo, e lì ha assunto una forma ancora più grottesca.

Questa estate ha registrato due movimenti politici che rivelano, ancora una volta, i limiti e i rischi di questa destra.

Nel primo movimento estivo si spaventano gli italiani. La crisi di Ceuta riguardava un'enclave spagnola in Marocco e Madrid aveva già comunicato che la quasi totalità delle persone entrate era rientrata nel giro di ventiquattro ore. Il Governo Meloni, però, il 1° agosto, ripristina, senza alcuna vera ragione, i controlli di frontiera sui collegamenti con la Spagna, presentandoli come una sospensione di Schengen c(he non era una sospensione di Schengen).

Nel secondo movimento estivo si subisce la paura che si è fabbricata, perché il consenso costruito su di essa non appartiene mai a chi lo ha evocato. E quando il Governo genera la paura poi finisce per inseguirla. E se ne paga il prezzo. L'8 agosto Madrid ha applicato all'Italia la stessa misura fino al 7 settembre, motivandola ufficialmente con la «persistente pressione migratoria irregolare» che interessa l'Italia, cioè restituendo alla Meloni, parola per parola, l'argomento con cui il suo Governo l'aveva adottata. A farsi fermare e controllare nei porti e negli aeroporti spagnoli sono stati gli italiani in vacanza, cioè gli stessi elettori che si volevano rassicurare.

Matteo Salvini è l'emblema delle trappole del consenso fondato sulla paura. E di come si diventa follower dei propri followers. Ha costruito una carriera politica sull'idea che la paura fosse una rendita di posizione e ha scoperto che il mercato politico della paura è ad alta concorrenza e a bassissime barriere all'ingresso. Futuro Nazionale, il partito fondato a febbraio dal suo ex vicesegretario Roberto Vannacci, teorico della remigrazione, lo ha superato nella media dei sondaggi. Chi vende paura non fidelizza i clientes, perché il cliente cerca sempre il fornitore più spaventato. Solo Salvini poteva essere capace di formulare meglio di altri l'autogol del Governo Meloni: «invitiamo gli amici tedeschi a riportarsi in patria tutte le navi delle Ong tedesche che hanno preso l'Italia per un campo profughi». Salvini non capisce che quell'invito, applicato alla lettera dai tedeschi contro l'Italia, ripoterebbe indietro in Italia molti più migranti. E' il paradosso della paura che danneggia chi la alimenta. Per Giorgia Meloni ci vorrà un po' più di tempo, dato che governare permette ancora per qualche stagione di far passare l'annuncio per il risultato. Ma la dinamica è la stessa. In Italia e in Europa. Specie da quando il Governo si è messo in testa di inseguire "Vannacius". Al "panico" che il Governo Meloni ha voluto indicare dopo i fatti di Ceuta, si deve rispondere con le parole che Papa Leone ha pronunciato a Lampedusa: "Quanta gente esercita ogni giorno pazienza e infonde speranza, avendo cura di non seminare panico ma corresponsabilità". Sono le persone che compiono gesti silenziosi di solidarietà e di speranza, mentre impazza la strategia della paura. Sono ancora tante, per fortuna, anche se invisibili.

Dai dublinanti, torniamo ai dubliners. C'è un racconto, nella raccolta di Joyce, dal titolo Il giorno dell'edera: alcuni attivisti elettorali passano il pomeriggio in una stanza vuota, si scaldano al fuoco, aspettano che arrivino le bottiglie, discutono di tutto tranne che della campagna elettorale che dovrebbero fare e sopra le loro chiacchiere aleggia il ricordo di un leader morto undici anni prima. L'opposizione italiana, e il centrosinistra per primo, assomiglia troppo a quella stanza. Discutiamo con passione di come correre, del perimetro, delle alleanze, di chi guiderà chi e molto meno di dove sia il traguardo, che pure è visibile a occhio nudo davanti a noi. Dentro la stanza i dubliners, fuori dalla stanza, la destra dibatte di dublinanti. Ma chi ha davanti agli occhi un Paese con quelle liste d'attesa, con i salari reali più bassi d'Europa, con l'emergenza vera dell'emigrazione italiana nascosta dall'immigrazione trasformata in emergenza, non ha bisogno di perdere tempo in quella stanza. Sappiamo già di dover correre. Specie dopo un'estate politica in cui la confusa e spregiudicata destra italiana al Governo ha fatto altri danni. Se non sapremo uscire da quella stanza in tempo, rischiamo di trovarci dopo come i dublinanti. Senza posto.

 
 
 

1 commento


sinobed
23 ago

Sono un uomo di sinistra ma comincio a chiedermi se chi dovrebbe rappresentarmi è conscio di quello che succede nel nostre paese Siamo governati dai peggiori elementi che si possano immaginare ma ahimè chi dovrebbe tutelare noi e l’intero popolo italiano sembra solo interessato a posizionarsi nel nulla cosmico. Sono forse troppo pessimista non so ma sto perdendo ogni speranza tanto che considero la possibilità di andar via dal paese che mi ha dato i natali ma che mi sta rubando quel poco di vita che mi rimane

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