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Declino economico: Meloni & Giorgetti in cerca di alibi

  • Antonio Nicita
  • 28 apr
  • Tempo di lettura: 7 min




Il Documento di Finanza Pubblica (DFP) 2026 è, nella sua struttura argomentativa, un capolavoro (involontario) di retorica difensiva. Ogni debolezza strutturale del Paese — la dipendenza energetica, la stagnazione salariale, il debito che resiste ostinatamente al di sopra del 137% del PIL, la produttività che non cresce, i giovani che emigrano, il Mezzogiorno che galleggia — viene ricondotta alla guerra in Medio Oriente come se quella guerra fosse iniziata nel febbraio 2026, disturbando un'Italia altrimenti prospera e ben governata. Non è così. La guerra ha semmai tolto l'ultimo velo a una fragilità strutturale che il governo Meloni, in tre anni di "stabilità politica" — per usare la formula di Confprofessioni, non senza una certa ironia — ha lasciato intatta con diligenza.

Da qualche ora sono terminate le audizioni in Commissione Bilancio. Il quadro che emerge è drammaticamente preoccupante, per molteplici ragioni. Partiamo dai numeri, che sono più eloquenti di qualsiasi commento politico. Il PIL cresce dello 0,5% nel 2025 e si prevede cresca dello 0,6% nel 2026: valori che collocano sistematicamente l'Italia nella parte bassa della graduatoria europea, sotto la media dell'Area euro (+1,4% nel 2025), mentre la Germania — dopo anni di crisi industriale — si appresta a rilanciare grazie a scelte di politica industriale che questo governo non è stato capace nemmeno di evocare. La variazione acquisita per il 2026, segnala l'Istat, è già solo +0,3%: metà dell'obiettivo governativo è già bruciata prima che l'anno entri nel vivo. Il debito pubblico, che nel programma autunnale doveva stabilizzarsi, ha invece corso più del previsto: 137,1% nel 2025, 138,6% nel 2026. Non è una deviazione tecnica, né un incidente contabile, ma uno scivolamento sistematico rispetto a ogni traiettoria annunciata, frutto di privatizzazioni sostanzialmente ferme (0,05% del PIL annuo di proventi medi nel quinquennio post-pandemia, a fronte di promesse da 0,8% nel quadriennio), e di una spesa netta cresciuta dell'1,9% contro l'1,3% concordato con Bruxelles.

Il Governo, ora, dà la colpa al Superbonus, lasciato incrementare da questo Governo (8,4 miliardi di spesa residua nel solo 2025). La Corte dei Conti afferma con chiarezza che l'impatto del Superbonus era già stato ampiamente previsto e assorbito da questo Governo nel Piano strutturale di Bilancio e che non è ad esso che si devono i numeri oggi riproposti dal Governo.

Secondo la Corte dei Conti, nel quadriennio 2024-2027 gli aggiustamenti stock-flussi ammontano a 140 miliardi, in costante crescita rispetto a ogni stima precedente. L'UPB lo dice con la sua altrettanto consueta sobrietà tecnica: lo scenario senza privatizzazioni porterebbe il debito al 139,2% nel 2027 e al 137,2% nel 2029 — circa un punto percentuale sopra la stima ufficiale, che già non entusiasma. Banca d'Italia segnala che il DFP non include scenari alternativi sull'evoluzione del debito, né l'aggiornamento dell'analisi di sostenibilità. Una lacuna che in un documento di questa rilevanza non è dimenticanza, è scelta politica che annuncia un anno elettorale.

Ma è sul versante reale — quello che riguarda le persone, non i decimali di finanza pubblica — che il DFP rivela con più nitidezza il profilo di un governo che ha governato senza programmare. I salari reali italiani si sono ridotti del 7,8% tra il primo trimestre 2021 e il quarto trimestre 2025. Un crollo accumulato che nessuna misura fiscale temporanea — l'imposta sostitutiva all'1% sui premi di risultato, il 15% sul lavoro notturno, l'aggiustamento di due punti della seconda aliquota IRPEF — è in grado di compensare, perché la frammentazione è la cifra di questo governo anche in campo tributario. Qui si assiste a un insieme disordinato di misure a termine e bonus, privi di disegno organico, che consumano i propri effetti nell'attesa delle circolari applicative.

L'81% dei nuovi contratti di lavoro è precario — 83% per i giovani. L'Italia è ultima in Europa per tasso di occupazione complessivo e femminile da quattro anni consecutivi, ultima per occupazione giovanile da tre. I giovani NEET sono 1,9 milioni. Il tasso di fecondità ha toccato nel 2025 l'1,14 — il dato più basso della storia repubblicana, 355mila nati. Il DFP non propone, su nessuno di questi temi, una strategia di lungo periodo: lo rileva la CISAL, lo ribadisce la UIL, lo certifica il CNEL. Non è che il governo non sappia ciò che tenta di nascondere. Semplicemente il Governo ha scelto di non dire nulla e di rifugiarsi nella crisi economica internazionale. La stabilità politica di questa legislatura non è stata sfruttata per una programmazione strategica ambiziosa, scrive Confprofessioni con un eufemismo che merita di essere letto nella sua piena portata critica.

Sul PNRR la situazione è quella di un cantiere che si è trascinato ai margini del possibile. Al 26 febbraio 2026 la spesa era a 104,6 miliardi su 194,4 disponibili: il 53,8%. Nei sei mesi residui fino alla scadenza, il Paese dovrebbe spendere il restante 46,2%. L'UPB lo dice senza infingimenti che il rischio è quello di spendere in fretta e male. La decima rata — 28,4 miliardi — richiede il conseguimento di 159 milestone e target; e su almeno una (la riforma ferroviaria nella Missione 3) nessun provvedimento è stato ancora adottato. L'ambizione originaria del Piano è stata ridimensionata da molteplici revisioni: 1,4 miliardi tagliati alle comunità energetiche, asili nido dimezzati, ricercatori universitari ridotti da 20.000 a 13.000. Case della Comunità completate al 30% degli obiettivi, Ospedali di Comunità al 22%. I fondi di coesione UE 2021-2027 presentano una spesa effettiva al 5,04% (3,8 miliardi su 74,9 disponibili). Questi non sono numeri di una emergenza esogena: sono il risultato di quattro anni di gestione. E i 23 miliardi rinegoziati con strumenti finanziari non hanno ancora alcuna programmazione.

L'energia è la ferita che il conflitto ha certamente riaperto, ma che non ha causato. L'Italia paga strutturalmente l'energia più cara dei suoi principali partner europei: a marzo 2026 l'aumento dei prezzi elettrici era del +22,3% rispetto all'anno precedente, contro il +13,1% della Francia e il +3,7% della Germania. La dipendenza energetica dall'estero è al 74% del fabbisogno, contro una media UE del 57%. Le rinnovabili, che avrebbero dovuto ridurre questa dipendenza, hanno proceduto a velocità insufficiente per scarsità di autorizzazioni, conflitti burocratici e inerzia regolatoria. Il DFP — lo segnala Confesercenti, lo ribadisce Confprofessioni — non contiene una traiettoria credibile di riduzione della vulnerabilità energetica: solo enunciazioni, come da tradizione.

La Banca d'Italia ci avverte poi che la politica di bilancio non può annullare l'impatto del rincaro dei combustibili, che rappresenta in larga parte un trasferimento di risorse verso l'estero strutturalmente inevitabile. Può solo redistribuirne gli effetti. Ma redistribuire richiede scelte, e le scelte richiedono una visione che questo documento non contiene. Al tempo stesso, aggiungiamo noi, il taglio delle accise finanziato da tagli lineari è stato per metà assorbito dagli speculatori con circa 250 milioni di soldi pubblici buttati via. L'UPB documenta l'urgenza di misure mirate per i segmenti più vulnerabili: le famiglie del primo quintile di reddito subiscono un'inflazione effettiva di 3,5-4,0% contro una media del 3,1-3,5%, perché la quota di spesa per alimentari ed energia nel loro paniere è 37-39 punti percentuali superiore alla media. Confesercenti propone di sterilizzare parte dell'extragettito IVA generato dai rincari — circa 1,9 miliardi — per compensare gli effetti regressivi. Il DFP non lo fa.

Quel che rimane, alla fine della lettura delle posizioni di tutte le istituzioni e organizzazioni chiamate a valutarlo e che sono venute in audizione in Commissione Bilancio — Istat, Banca d'Italia, Corte dei Conti, UPB, CNEL, Confindustria, sindacati confederali, artigiani, commercianti, professionisti, enti locali — è un giudizio convergente che si potrebbe sintetizzare così: le politiche economiche e industriali del Governo non hanno funzionato e il consolidamento finanziario, da solo, non è una strategia di sviluppo. Lo ribadisce Banca d'Italia. Il CNEL lo declina in termini di "glaciazione demografica" e declino della competitività. La UIL lo traduce nel dato più inquietante dell'intero documento: PIL +0,5% e occupazione in aumento con produttività in calo del -0,7%. Non è crescita: è un'economia che crea lavoro povero e precario.

Per capire la portata di questo fallimento, occorre chiarire che cosa sono gli strumenti che il governo avrebbe dovuto usare e non ha usato. Il Documento di Finanza Pubblica è lo strumento con cui ogni primavera l'esecutivo aggiorna le previsioni macroeconomiche e di finanza pubblica, fissando gli obiettivi programmatici su deficit, debito e spesa. In parole semplici è la mappa con cui il governo comunica a Parlamento, mercati e istituzioni europee dove si trova e dove intende andare. Quindi un contesto di programmazione e di linee tendenziali. Il Piano Strutturale di Bilancio è invece lo strumento più recente, introdotto dalla riforma del Patto di Stabilità europeo del 2024 in sostituzione del vecchio DEF: vincola il governo a un sentiero di aggiustamento della spesa netta concordato con il Consiglio dell'UE su un orizzonte di quattro o sette anni. Non è una previsione: è un impegno.

Ebbene in questi documenti non vi è alcuna programmazione. Nessuna ambizione, nessuna vera politica economica.

Il governo Meloni tratta questi documenti come semplici adempimenti burocratici anziché come strumenti di governo. Il DFP 2026 non contiene — come segnala l'UPB con insolita durezza — nemmeno indicazioni programmatiche di massima sulla prossima manovra, cosa che avveniva sistematicamente con il vecchio DEF: tutto è rinviato all'autunno, comprimendo i tempi di analisi parlamentare e di confronto democratico. Il Piano Strutturale viene rispettato nelle forme ma violato nella sostanza, perché la "spesa netta" nel 2025 è cresciuta dell'1,9% contro l'1,3% concordato con Bruxelles, e nel 2027 il DFP stesso prevede una crescita del 2,2% contro un obiettivo dell'1,9%, rinviando le misure correttive a data da destinarsi.

Il risultato è che la programmazione della tendenza — cioè la capacità di distinguere dove va il Paese per effetto delle politiche già in atto da dove si vuole portarlo con scelte nuove — diventa illeggibile. Se non sai dove sei, non puoi sapere cosa costa andare dove dici di voler andare. E quando arriva uno shock esterno, quella nebbia diventa alibi.

Il governo Meloni ha governato in questi quattro anni come si amministra una crisi permanente senza darsi mai il compito di uscirne. Decreti legge omnibus su tutto, piccoli aggiustamenti, piccole elargizioni qua e la. La risposta alla fragilità energetica non è stata accelerazione delle rinnovabili ma la gestione mediatica delle bollette. La risposta alla stagnazione salariale non è stata riforma del mercato del lavoro ma decontribuzioni temporanee. La risposta al declino demografico non è stata una politica familiare strutturale ma bonus spot. La risposta all'inadeguatezza della PA non è stata assunzione e formazione ma blocco del turn-over e retorica della spending review.

Ora arriva la guerra, il petrolio, Hormuz. E il DFP diventa l'alibi che mancava. Ma l'alibi poteva funzionare solo se il quadro precedente fosse stato solido, florido, rassicurante. Non lo era. E questa non è una valutazione dell'opposizione, ma la conclusione di tutti gli istituti indipendenti di analisi, le associazioni datoriali, i sindacati.

Un Governo inefficace, per quattro anni, figlio della propaganda, responsabile del declino. L'Italia ha bisogno d'altro. E presto.

 
 
 

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© 2006 by Antonio NIcita

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