Da 'post-verità' a 'rage bait': dieci anni di parole dell'anno
- Antonio Nicita
- 30 dic 2025
- Tempo di lettura: 6 min

Ogni anno gli Oxford Dictionaries scelgono una parola dell’anno: quella più usata, più innovativa e, insieme, più rappresentativa. Nel 2016, l’anno dell’elezione di Trump e del referendum Brexit, la parola dell’anno fu “post-verità”: “una situazione nella quale i fatti oggettivi hanno meno influenza nel formare l’opinione pubblica rispetto agli appelli alle emozioni e alle convinzioni personali”. Dieci anni dopo, nel 2025, la parola dell’anno è “rage bait” (“contenuto acchiappa-rabbia” deliberatamente progettato per provocare rabbia o indignazione, in particolare sui social media, allo scopo di aumentare il coinvolgimento, le visualizzazioni o le interazioni”).
C’è un filo comune che lega le parole dell’anno in questi anni dieci anni: la sfera pubblica digitale, le nostre emozioni, il rapporto con la verità e con l’altro. Il futuro delle istituzioni democratiche per come le abbiamo conosciute, e costruite, nel secolo scorso. Se guardiamo, infatti, all’evoluzione delle parole dell’anno, dal 2016 a oggi - da “post-truth” a “rage bait” – ci rendiamo conto che quelle parole non descrivono soltanto il cambiamento del linguaggio pubblico. Raccontano una trasformazione più profonda del nostro modo di stare insieme, di discutere, di riconoscerci.
Nel 2016, quando Oxford scelse “post-truth”, molti di noi — me compreso — pensarono che fosse una diagnosi passeggera. Un sintomo acuto, magari, della Brexit e di Trump, ma destinato a rientrare. Anche grazie all’impulso della regolazione digitale, come quella sperimentata in Europa. Trump aveva perso le elezioni ed era stato ‘bannato’ dalle principali piattaforme. Biden, nel suo discorso inaugurale, aveva fatto riferimento alla verità come elemento di coesione civile e sociale. Il popolo britannico si era resa conto che la campagna brexit era stata costruita su notizie false. Non è stato così. Di post-verità mi sono occupato nel mio libro Il Mercato delle verità. Come la disinformazione minaccia la democrazia (Il Mulino, 2021). Della rabbia e dell’odio, anche nel contesto digitale, mi sono occupato nel libro Nell’età dell’odio. Sfera pubblica, Intolleranza e Democrazia (Il Mulino, 2025).
“Post-truth” si è rivelata il nome di una condizione strutturale: i fatti non scomparivano, semplicemente perdevano forza persuasiva. Venivano messi in concorrenza con le narrazioni, le emozioni, le identità ‘tribali’. E perdevano. Non perché la gente fosse diventata stupida — quella è sempre una tentazione elitaria a cui bisogna resistere — ma perché l'ecosistema informativo era cambiato. I contenuti falsi ma emotivamente intensi circolavano più veloci di quelli veri. Non è solo complottismo, ma è l’ingegneria algoritmica delle piattaforme sulle quali vengono costruite e viaggiano le strategie della disinformazione.
Quello che allora chiamavamo ancora "dibattito pubblico" era già diventato un mercato dell'attenzione e delle verità che sostituiva l’ideale liberal del mercato delle idee nel quale la notizia vera cacciava, nel tempo, quella falsa. La verità (dei fatti) non aveva più un monopolio: competeva con mille altre cose, e assai spesso non vinceva più. Molti studi empirici lo hanno confermato, ma intanto politici, regolatori, giornalisti, intellettuali hanno continuato a ragionare come se bastasse "smascherare" le fake news per tornare a un ordine precedente. Non ha funzionato. Semplicemente perché l'ordine precedente, la sfera pubblica di Habermas, il mercato delle idee di John Stuart Mill, non c'é più nell’ecosistema digitale nel quale siamo immersi.
Segno dell’illusione di aver superato la trappola politica generata dalla post-verità è stata la parola dell’anno del 2017: “Youthquake” (scossa dei giovani). Un terremoto generazionale definito “cambiamento culturale, politico o sociale significativo provocato dall’azione o dall’influenza dei giovani”. Una parola che sembrava promettere una mobilitazione, un risveglio di impegno e partecipazione, anche grazie agli strumenti di comunicazione digitale. Eppure, molti ricercatori non hanno osservato un cambiamento strutturale, ad esempio nell’incremento della partecipazione al voto. Ciò che osservava Oxford era vera mobilitazione o solo partecipazione digitale? In fondo, la domanda era se la struttura digitale in cui avveniva ormai la partecipazione dei più giovani potesse davvero liberarsi dei meccanismi algoritmici dell’attenzione, se fosse spinta reale o spin digitale.
La risposta venne con la parola dell’anno nel 2018: “Toxic”. Oxford ha sottolineato in particolare l’estensione metaforica e sociale del termine, spiegando che toxic viene sempre più usato per descrivere ambienti di lavoro (toxic workplace), relazioni interpersonali (toxic relationship), culture e comportamenti sociali (toxic masculinity), dibattiti politici e climi comunicativi ostili. E ovviamente i social rientrano in questa categoria, ambienti tossici, ostili, generatori di conflitti, rabbia, offese. E con buona pace dell’ottimismo dell’anno precedente, nessuna scossa generazionale poteva fermare i climi ostili e tossici della nostra vita digitale.
L’anno successivo la parola più usata e rappresentativa è stata “climate emergency”, che portava con sé la novità di un lessico pubblico che per la prima volta era capace di costruire un orizzonte comune, che riguarda tutti e tutte. Il soggetto del discorso, infatti, non era più l'individuo o la nazione, ma il pianeta, cioè tutti noi. Un anno dedicato ad affrontare e descrivere i numerosi effetti locali dei cambiamenti globali.
Poi arrivò il 2020 e la pandemia. Da un lato si confermava il tema della preoccupazione verso temi globali, dall’altro è stato l’anno in cui, tra lockdown e ricerca di informazioni online, siamo stati tutti alla ricerca di parole che rappresentavano l’eccezionalità dell’esperienza pandemica. Gli Oxford Dictionaries rinunciarono perfino a scegliere una parola sola come parola dell’anno, indicando un insieme di parole per un anno senza precedenti e quindi non confrontabile. Quell’anno le parole più usate furono "lockdown", "distanziamento", "smart working". Ma l’anno successivo fu la parola dell’anno fu “Vax”, ovviamente sia per l’onda informativa sui vaccini contro il Coronavirus19, ma anche per l’enorme ondata di disinformazione e di movimenti “no vax”. Una costellazione di conflitti che ancora attraversano la nostra società: scienza e fiducia, libertà individuale e responsabilità collettiva, vero e falso, ancora. E ancora l’ecosistema digitale come principale luogo di formazione dell’opinione pubblica e di dibattito.
Nel 2022, dopo le questioni globali del mutamento climatico (2019), delle parole legate alla pandemia (2020) e dei vaccini (2021), la parola più usata e rappresentativa è stata “Goblin mode”, modalità Goblin o antisociale: “un tipo di comportamento deliberatamente auto-indulgente, pigro o disordinato, che rifiuta senza scuse le norme sociali e le aspettative di rispettabilità”. Questa parola dell’anno è stata commentata come un segno evidente di sfiducia, aggressività passiva, resistenza silenziosa: il rifiuto dell'auto-ottimizzazione permanente, della performance continua, il diritto a essere stanchi, disordinati, non presentabili, antisociali come una forma di presenza-assenza. In un certo senso, il contrario della youthquake: un neo-nichilismo nomade e non organizzato di chi, esausto, ha esaurito le proprie energie e non crede che il futuro potrà cambiare.
Le due parole dell’anno 2023 (“Rizz”) e 2024 (“brain rot”) in qualche modo hanno chiuso il cerchio di questi dieci anni. Il primo, “rizz”, viene da carisma, è un termine molto usato sui social più giovani come tiktok. Implica capacità di attrarre attenzione ed essere seguito dai follower. Il secondo, “brain rot”, significa letteralmente ‘cervello in poltiglia’ ed è un’espressione colloquiale che indica il progressivo deterioramento dell’attenzione e delle capacità cognitive, attribuito soprattutto all’esposizione prolungata a contenuti digitali ripetitivi, superficiali o iper-stimolanti. In qualche modo, si potrebbe dire che il “brain rot” è il costo della ricerca del “rizz”: stanchezza cognitiva, impoverimento dell'attenzione, la sensazione diffusa di avere la testa piena di niente. Non è una sensazione generazionale, è il costo sistemico di un ambiente informativo progettato per tenerci sempre accesi, connessi, attenti, profilati.
Dunque, le parole dell’anno che ci hanno portato al 2025effettivamente sembrano avviare e chiudere un ciclo. Il “Rage bait” identifica contenuti costruiti deliberatamente per provocare ostilità, rabbia, odio, perché la rabbia genera interazioni, le interazioni valore. È qui che il quadro si chiude: non siamo più soltanto nell'era della post-verità, siamo nell'era della “monetizzazione dell'indignazione”, con parole, contenuti e algoritmi che spingono l’attenzione e la reazione. In dieci anni, il discorso pubblico è diventato un campo di estrazione emotiva, nell’ecosistema digitale. In esso ci abbiamo trovato anche attenzione ai temi globali, ma anche molta disinformazione, alienazione, attenzione indotta e impoverita, “cervello spappolato”, autoesclusione e rifiuto delle buone maniere (Goblin mode), rabbia e odio.
Non è un caso che sia tornato il modello Trump. Nel 2016 lo chiamavamo il simbolo della "post-truth presidency". Oggi il suo stile comunicativo appare semplicemente adattato — perfettamente adattato — alla logica del “rage bait”: provocazione continua, polarizzazione sistematica, conflitto come tecnica di visibilità. Non è una deviazione individuale, è un modello. E funziona. Funziona perché l'ecosistema premia esattamente quel tipo di comportamento.
Il recente scontro tra Stati Uniti e Unione Europea sulla regolazione digitale dimostra che questa non è più una questione soltanto culturale. È geopolitica. È democratica. Chi governa l'attenzione? Chi decide cosa è moderazione e cosa censura? Il confine non è più territoriale: è informativo. E noi europei, spesso, siamo ingenui. Pensiamo ancora che basti avere ragione, che basti il diritto. Ma il diritto, senza potere, resta lettera morta. E forse per spingere sul progetto e sull’ottimismo che invece la Treccani ha proposto per il 2025 una parola che è l’opposto del “rage bait”: fiducia. Non perché sia la parola più utilizzata, ma, esattamente al contrario, perché è la parola che manca.
Le “parole dell'anno” forse ci dicono cosa stiamo diventando. Ma indicano anche le parole che mancano, e che dovremmo usare, per cambiare rotta. A partire dalla regolazione algoritmica delle grandi piattaforme digitali. Non riguarda più la cultura, le emozioni. E nemmeno le parole. Riguarda il futuro della partecipazione e della democrazia.




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