Caro energia: nessuno tocchi i Fondi di Coesione
- Antonio Nicita
- 29 mag
- Tempo di lettura: 5 min

La discussione sull’utilizzo dei fondi europei per fronteggiare il caro energia, lanciata malamaente nei giorni scorsi dalla lettera del Commissario Fitto alle Regioni, va riportata su un piano di chiarezza politica e istituzionale. Va evitato che oltre al danno ci sia la beffa e cioè che si depauperino ulteriormente le risorse già sottratte al Sud e alle Isole da questo Governo.
L’energia è certamente una questione di sicurezza economica, sociale e industriale. Incide sulla tenuta delle famiglie, sulla competitività delle imprese, sulle filiere produttive e sulla capacità dei territori di programmare investimenti. Per questo è comprensibile chiedere all’Europa lo stesso realismo che, negli ultimi mesi, è stato riconosciuto su altre priorità strategiche, a partire dalla difesa.
Ma proprio perché il tema è serio, non può essere affrontato attraverso scorciatoie comunicative o operazioni di riprogrammazione presentate come se fossero nuove risorse.
La lettera della Commissione europea non introduce una nuova strategia energetica dell’Unione, né mette a disposizione fondi aggiuntivi. Segnala piuttosto la disponibilità a esaminare rapidamente eventuali riprogrammazioni di risorse già stanziate, in particolare FESR, Fondo di coesione e Just Transition Fund, orientandole verso interventi coerenti con efficienza energetica, reti, rinnovabili, decarbonizzazione e riduzione della dipendenza dai combustibili fossili.
Questo significa anche che non tutte le misure contro il caro energia sarebbero finanziabili attraverso la politica di coesione. Interventi immediati e visibili, come il taglio delle accise, non rientrano nella logica di investimento strutturale richiesta dai fondi europei. Diverso è il caso di interventi capaci di ridurre nel tempo i consumi, rafforzare le infrastrutture energetiche e sostenere una transizione realmente territoriale.
Il punto non riguarda solo le accise. Più in generale, occorre distinguere con precisione tra investimenti capaci di produrre effetti strutturali e misure di sostegno immediato che, per quanto politicamente comprensibili, rischiano di assumere la natura di spesa corrente. La coesione può contribuire alla sicurezza energetica se finanzia capacità, infrastrutture, risparmio energetico e autonomia dei territori; diventa più problematica se viene utilizzata per compensare emergenze di breve periodo.
La flessibilità può essere utile. Ma la domanda politica resta: cui prodest? A chi giova, realmente, una nuova disponibilità alla riprogrammazione a pochi mesi dalla revisione di medio termine effettuata e conclusasi a fine 2025? Ai territori, che hanno appena ridefinito priorità, impegni e percorsi di attuazione e che, accettando l’inserimento dei nuovi obiettivi dell’Unione europea, hanno ottenuto maggiori anticipazioni, evitato il disimpegno automatico per il 2025 e beneficiato della proroga della chiusura degli interventi? Agli Stati membri e ai programmi in ritardo di spesa, che rischiano nuovamente un disimpegno automatico di maggiori proporzioni per il 2026? E poi, quali sono i Programmi attualmente a maggior rischio di perdita risorse? O a una risposta politica di breve periodo che cerca margini finanziari senza mettere in campo strumenti europei aggiuntivi?
Porre questa domanda non significa negare la gravità del caro energia. Significa, al contrario, trattarla con la serietà che merita e soprattutto non combattere una crisi generando altra crisi per il SUD. Serve capire se la misura risponde prima di tutto ai fabbisogni dei territori o alla necessità di evitare la perdita di risorse da parte di programmi in ritardo di spesa. Sono due esigenze entrambe reali, ma politicamente diverse. Confonderle indebolisce la trasparenza del dibattito.
La politica di coesione non è un bancomat, come sostenuto dal Comitato delle Regioni europee, ma non è neppure un sistema immobile, incapace di adattarsi alle crisi. La sua missione, prevista dai Trattati, è ridurre i divari territoriali, sostenere lo sviluppo delle regioni e rafforzare la capacità strutturale dei territori. Se il caro energia colpisce famiglie vulnerabili, piccole imprese, aree produttive e territori fragili, investire in efficienza energetica, reti, rinnovabili e riduzione strutturale dei consumi può essere pienamente coerente con la funzione della coesione.
Il problema è il metodo.
Molte Regioni hanno appena concluso, a fine 2025, un percorso complesso di riprogrammazione, con priorità, impegni e programmi già ridefiniti, per il quale è stato necessario adottare con procedura di urgenza un nuovo regolamento europeo volto ad accogliere l’introduzione di nuovi obiettivi di policy. Chiedere ora un nuovo spostamento di risorse appare delicato sul piano politico, procedurale e istituzionale. Rischia di alimentare l’idea di una politica di coesione continuamente piegata alle emergenze del momento, anziché utilizzata come politica di investimento territoriale di medio periodo.
Vi è poi un punto ancora più rilevante: questa iniziativa sembra innestarsi in un rapporto già teso tra Commissione, Stati e Regioni europee sul futuro della coesione post-2027. Nel negoziato sul ciclo 2028-2034, le Regioni contestano da tempo il rischio di una maggiore centralizzazione delle risorse, di un indebolimento del principio di partenariato e di una trasformazione della coesione in un grande contenitore finanziario gestito prevalentemente a livello nazionale. In Italia, ancora nulla si sa sull’impostazione del Piano Nazionale perché il processo partenariale non è stato neanche avviato, né si è registrata alcuna iniziativa e proposta politica in tal senso. Motivo per cui, recentemente, la Conferenza delle Regioni ha condiviso un duro documento che chiede maggiore condivisione e coinvolgimento nel processo di programmazione futura, come sempre avvenuto in passato. In questo contesto, ogni nuova iniziativa che appare calata dall’alto, anche se motivata dall’urgenza, rischia di essere letta come un ulteriore segnale di svuotamento della dimensione territoriale della politica di coesione.
E questo è il nodo vero.
Le esigenze energetiche non sono uguali in tutti i territori. Cambiano le infrastrutture disponibili, il tessuto produttivo, la vulnerabilità sociale, la capacità amministrativa, il livello di avanzamento dei programmi e i fabbisogni delle comunità locali. Per questo eventuali riprogrammazioni devono essere volontarie, trasparenti e costruite con le Regioni, non sopra le Regioni.
Se l’obiettivo è evitare la perdita di risorse in ragione del meccanismo di disimpegno automatico e orientarle verso investimenti utili, lo si dica chiaramente. Se l’obiettivo è sostenere la sicurezza energetica europea, allora occorrono strumenti europei adeguati, aggiuntivi e credibili. Non si può scaricare sistematicamente sulla politica di coesione il peso di crisi che riguardano l’intera Unione.
Il parallelo con la difesa è inevitabile. Se l’Europa riconosce che la sicurezza militare richiede strumenti dedicati, deve riconoscere con la stessa nettezza che anche la sicurezza energetica è parte della sicurezza europea. Senza energia accessibile non c’è industria competitiva. Senza bollette sostenibili non c’è tenuta sociale. Senza investimenti nei territori non c’è transizione giusta.
Serve dunque flessibilità, ma una flessibilità ordinata, negoziata e coerente con gli obiettivi della coesione. Serve distinguere tra investimenti e spesa emergenziale, tra adattamento intelligente dei programmi e utilizzo compensativo delle risorse territoriali, tra risposta europea e semplice riallocazione di fondi già destinati ad altro.
La politica di coesione deve poter adattarsi alla realtà. Ma non deve perdere la propria ragione d’essere, che deriva dai Trattati istitutivi: ridurre i divari, rafforzare i territori e costruire sviluppo duraturo.
C’è poi una questione di praticabilità. Riprogrammare richiede tempo, procedure, confronti partenariali, rispetto delle regole esistenti e, se necessario, adeguamenti normativi. Lo stesso riferimento alla possibilità di attivare strumenti finanziari apre interrogativi non secondari: quali strumenti, con quale governance, gestiti da chi, con quali criteri di trasparenza e con quali garanzie sulla destinazione territoriale delle risorse? Anche qui, la velocità non può sostituire la chiarezza.
Il caro energia richiede una risposta europea, ma anche una risposta nazionale di politica economica. Proprio per questo non può essere affrontato indebolendo uno dei pochi strumenti europei pensati per tenere insieme sviluppo, territori e giustizia sociale.
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