Antigone di Carsen (o dell’autoassoluzione del popolo)
- Antonio Nicita
- 11 mag
- Tempo di lettura: 5 min
Aggiornamento: 6 giorni fa

L'Antigone e i grandi assi tematici: ragion di Stato contro legge di natura, potere maschile contro postura femminile, la necessità della disobbedienza civile, il dibattito sulla guerra giusta. L' Antigone di Robert Carsen, in scena al Teatro Greco di Siracusa li mette in scena tutti, a chiusura di una trilogia straordinaria — dopo l’Edipo Re e l’Edipo a Colono — giustamente consacrata dall’Eschilo d’oro. Il testo di Sofocle basta a sé stesso e Carsen lo serve con rigore, restituendone classicità, nitore, centralità. Eleganza.
Ma Carsen fa un passo in più e ci costringe a cercare anche la nostra responsabilità, quella del popolo. E' troppo facile nascondersi nella folla che sceglie tra Barabba e Gesù. Troppo facile dare la colpa a Creonte che, peraltro, se la prende tutta, alla fine. C'è anche un altro protagonista silenzioso, nascosto, certo impaurito ma anche ineffabile: il popolo. Carsen piega Antigone verso una tragedia della responsabilità collettiva. Non più soltanto il conflitto irriducibile tra Antigone e Creonte, ma il ruolo decisivo — e ambiguo — del popolo: il coro in scena e il pubblico sui gradoni, riflessi dai gradoni scenici che hanno attraversato tutta la trilogia. Un doppio dispositivo: luogo da cui il potere fugge e in cui ritorna, spazio che mette in scena la tragedia mentre la nasconde.
Il popolo-pubblico era già stato chiamato nelle tragedie precedenti da Carsen. Edipo cieco risale i gradoni alla fine dell'Edipo Re e li ridiscende all'inizio dell'Edipo a Colono; nel pubblico corre Polinice verso la guerra giusta al fratello. Non sono solo soluzioni sceniche, ma sembrano un disegno preciso: il popolo-pubblico inghiotte e risputa la tragedia, è il luogo da cui il potere fugge e in cui ritorna, è il dispositivo che mette in scena e insieme si nasconde.
Nell'Antigone di Carsen questo dispositivo viene ora convocato a giudicare. Entra in scena una sedia. Ora come trono, ora come sedia dell'imputato nel processo tra due verità, quella di Antigone e quella di Creonte. La sedia dà le spalle al pubblico, così che chi vi si sieda diventi (come il) pubblico. Condivida lo sguardo del popolo-pubblico. Vi siede prima Creonte, da re, mentre interroga Antigone, imputata; poi la stessa sedia accoglie Antigone, nello stesso gesto, nello stesso spazio. Ma Carsen, con Sofocle, cambia il gioco e il ruolo tra chi accusa e chi viene accusato. Due verità opposte si alternano in quella sedia senza cambiare forma. Carsen non ci chiede di scegliere tra Creonte e Antigone, ci costringe a essere Creonte e Antigone. Ci fa sedere su entrambe le posizioni, a oscillare senza appiglio. Ci mostra quanto è facile cambiare ragione, identità, verità. E quanto siamo responsabili, anche noi che assistiamo.
Carsen apre con una scena che in Sofocle non c'è. Sacchi neri portati da soldati sopravvissuti. Madri che si chinano a riconoscere un volto, una mano, un brandello di stoffa. Padri che reclamano un corpo da seppellire. Sorelle che restano in piedi senza più sapere dove guardare. Il popolo, prima di essere popolo, è questo: una folla di lutti che, in preda al terrore, cercano un nome. E subito dopo, lo stesso popolo applaude Creonte, che proclama l'editto e nega sepoltura a Polinice. Quell'applauso arriva troppo presto: sopra i corpi ancora caldi, mentre il lutto non è ancora finito. È in quell'istante che si consuma già la tragedia: prima dello scontro tra Creonte e Antigone c'è l'applauso, e senza quel consenso immediato, riflesso, impaurito, il potere forse non avrebbe voce, forza, determinazione.
In quell'applauso Carsen sembra richiamarci al consenso miope che punta a vincere senza convincere, che illude i potenti a governare con la paura, che uccide in guerra i figli per i quali è combattuta. Al popolo serve quella miopia: dare ragione ai potenti per trovare ragione all’orrore della morte. Per andare avanti. Gli onori, gli eroi, le sepolture, gli sconfitti, la gloria, i riti servono ai sopravvissuti per andare avanti. Per dirsi che era necessario, quel dolore. E su quella necessità prospera il potere che lo onora.
Poi il popolo tace: davanti allo scontro padre-figlio si ritrae, sussurra, non prende posizione, lo scambia per un fatto privato. Le sedie si inclinano, si rompono, volano, come se la forma del giudizio non reggesse più, come se la verità non trovasse più una postura. Il popolo parla dietro le spalle, di nascosto. Girano voci di dissenso. Ma nessuno sfida il potere.
E anche mentre Antigone viene portata viva alla sua tomba, e canta da sola, il popolo-coro prima la esorta a cambiare idea, poi la guarda passare. Non la accompagna. Mormora qualcosa sul destino, sul sangue, sugli dèi. Sussurra. Ma non la ferma, né ferma Creonte. Antigone va verso la sua tomba gridando al popolo: "guardate", guardate cosa accade davanti ai vostri occhi. Al vostro silenzio.
È solo davanti al terribile presagio di Tiresia che annuncia sciagure che il popolo torna a parlare, suggerisce, invoca, persuade Creonte a cambiare idea. Non è comprensione, non è scelta di una ragione sull’altra, è paura. Non di Creonte, ma della sventura. Creonte ha una sua idea di giustizia, Antigone ne ha una opposta. Entrambe radicali, entrambe pagate fino in fondo. Eppure, Creonte sa guardare alla sostanza, al presagio. Non dà ragione ad Antigone quando "cambia" idea: diventa quell'Antigone che per tutta la trilogia non ha fatto altro che difendere la vita contro la morte. Si meraviglia, quasi, che il popolo-coro concordi sul da farsi. È vero che si deve tentare di eliminare il presagio, ma che ne sarà del racconto degli eroi, se anche i nemici lo saranno? Che ne sarà della necessità degli eroi e della inevitabilità della morte?
E questo ci riporta al popolo. Disperato tra i cadaveri all’inizio, poi complice di Creonte. Ora solo spaventato da altre sciagure. Il popolo ha davvero cambiato idea o è mosso solo dalla paura? E se non fosse stato per il presagio di Tiresia, si sarebbe più occupato di quell’Antigone sepolta viva? Non lo sappiamo, perché quando la tragedia di Carsen arriva al culmine, il popolo sparisce, o, meglio, si nasconde non prima di dire a un disperante Creonte: "è solo colpa tua". Pur non avendo ucciso nessuno, Creonte assume su di sé la colpa delle morti. Sulla scena restano i corpi di Emone ed Euridice, esattamente nello spazio scenico delle due tombe che avrebbero dovuto ospitare i due fratelli. Creonte resta solo. Sovrano senza popolo.
Carsen ci congeda con Creonte che risale i gradoni vuoti, come Edipo. Attraversa il popolo e ne esce solo. Dall'altra parte, sui gradoni veri, restiamo noi, ad applaudire. Una tragedia iniziata con l’applauso del popolo-coro a Creonte finisce con l’applauso del popolo-pubblico contro di lui. Ed è un sollievo. Ma ignoriamo che anche noi, come Creonte, siamo arrivati troppo tardi. Si arriva tardi quando si indugia - per pigrizia, per viltà, per calcolo - nell’errore di ignorare, negare e rimuovere i tempi bui dell’orrore. Si arriva sempre tardi quando pensiamo che basti il nostro potere, evocare cioé la ‘democrazia’, ad evitare gli orrori. O persino a nominarli. Come se persino dove c'è democrazia ci sarebbe meno responsabilità per le stragi. Ce lo ripetiamo mentre ci dissolviamo, con la nostra responsabilità.
Con l’ultimo applauso, nell'Antigone di Carsen il popolo si dissolve e si assolve. Forse ci basta la pace dei morti. Quella tra i vivi è faccenda da affidare al prossimo re, sovrano di un popolo che rinuncia alla sovranità.
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