Alcesti o del potere ridicolo (e, quindi, tragico)
- Antonio Nicita
- 10 mag
- Tempo di lettura: 3 min

La regia di Filippo Dini dell’Alcesti di Euripide – ieri la prima Inda nel Teatro Greco di Siracusa – coglie fino in fondo il suo nucleo meno ovvio: una tragedia ibrida, non solo per il finale apparentemente lieto, ma perché mescola tragico e comico fino a farli collidere. Dini spinge questa ambiguità fino al limite: il tragico si rovescia nel ridicolo. E ciò che diventa ridicolo – dunque smascherato – è il volto del potere: del padre sui figli, dell’uomo sulla donna, della menzogna sulla verità, dell’odio travestito da amore.
Alcesti muore per amore, o meglio muore al posto del suo amore, dell’amato Admeto. Ma questo amore è incrinato fin dall’inizio, perché se Admeto amasse davvero Alcesti, come dice e ripete, dovrebbe offrirsi lui stesso al suo posto, cioè restare nel posto che il destino gli aveva assegnato. E invece accetta.
Alcesti si offre e soffre. Resiste. Abbraccia ma anche respinge lo sposo. Quasi a opporsi al suo amore per lui e all'asimmetrico amore di lui per lei. L'Alcesti di Dini appare con urla strazianti nella prima scena, quando deve morire e chiude l'ultima scena con le stesse urla, quando deve tornare a vivere. Non sono urla di dolore causate da un corpo malato e morente, è il dolore assoluto e universale che parla.
Ma chi sta davvero decidendo chi deve vivere e chi deve morire? Se fosse amore romantico e tragico vedremmo due amanti inconsapevoli pronti a morire l’uno per l’altra, ritrovandosi felici e disperati negli inferi. E invece, qui, muore solo Alcesti. E muore perché è la soluzione più conveniente. Qui sta il punto: non è la morte a essere tragica, ma la sua direzione. Non il destino, ma la scelta che si traveste da destino. Una “scelta destinata” che cade sull’anello più debole. La donna, certo, nel mondo del potere maschile. Ma non solo.
Per questo, in Euripide, il tragico, nel dolore apparente di Admeto e Ferete, diventa ipocrisia maschile del potere e scivola nella farsa. Per questo la tragedia è attraversata da elementi comici, spiazzanti, disturbanti. Dini li esaspera con alcune trovate potenti: la palestra della virilità maschile tra lacrime rituali e forza esibita; un Eracle veneto e pragmatico che in dialetto non capisce nulla di ciò che accade e continua a mangiare, bere e cantare nella casa del lutto; il padre che rivela la verità e ammette che la paternità è trasmissione di proprietà, privilegi e potere, non di amore né di sacrificio. La reggia è una SPA contemporanea, lussuosa e stylish, una foto da rivista contemporanea o generata da un’intelligenza artificiale, malamente istruita. Si avverte all'inizio anche il suono metallico di un mondo automatizzato, governato da un dio tecnico e distante. Confuso e indeciso.
E poi irrompe il tragico vero, con il coro di madri disperate e urlanti, abbracciate tra di esse davanti a corpi minuscoli che sembrano bambole, ma che rimandano alle Gaza del mondo: bambini uccisi al posto delle madri senza possibilità di sostituzione, senza redenzione, senza scambio possibile, solo dolore. Peggio, il dolore di chi è condannato a sopravvivere.
Alcesti torna ma non parla. E questa non è catarsi, non è consolazione. Piuttosto è la prova definitiva che il mondo in cui deve ritornare - stavolta senza sceglierlo - era già senza amore prima del suo sacrificio. Ma se Alcesti risorta non sa più parlare, allora il regista la fa urlare. E finisce così: con Alcesti che urla come urlano le madri sopravvissute sopra i corpi dei bambini, morti al loro posto. E sembra quasi che Alcesti volesse vivere quando doveva morire e che volesse restare morta quando avrebbe dovuto rivivere. Alcesti al posto di Alcesti, nel posto sbagliato. E' forse questo il vero finale tragico? L'anti-catarsi?
Si dice che questa tragedia abbia un lieto fine, ma non è così.
E la regia di Filippo Dini - con le musiche straordinarie di Paolo Fresu - lo mostra con chiarezza. Perché ciò che sembrava tragico rivela un mondo ridicolo e, proprio per questo, ancora più tragico. Il ridicolo non è forse la forma più nuda del potere?
In Alcesti la tragedia non elimina la comicità, la contiene e la comicità non consola, ma rivela. Mentre qualcuno muore per mantenere un ordine, qualcun altro continua a mangiare, ridere, governare. Ed è questo il meccanismo più antico del potere, quello cioè di trasformare il sacrificio degli altri in normalità.
Non è solo teatro, è politica.
Perché ogni volta che il costo di una scelta viene scaricato sul più debole, e tutto continua come se nulla fosse, siamo dentro Alcesti.
Perché ogni volta che chiudiamo il sipario con l’ultimo telegiornale su morti innocenti - prodotte da calcolo, inerzia, silenzio e assuefazione - siamo dentro Alcesti.
E poi c'è quel lungo, continuo fiato della tromba di Paolo Fresu su una scena vuota, svuotata o da riempire ancora. E ancora. Un'unica, ininterrotta, nota funebre che ci dice che non è lieto fine. È senza fine.
Siamo, ancora, dentro Alcesti.
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