Adolescenti colpevoli, fino a prova contraria
- Antonio Nicita
- 24 lug
- Tempo di lettura: 5 min

Un verso di una canzone di Bennato della mia adolescenza ("Nel covo dei pirati") recitava "...ti faranno i versi, le boccacce, ti faranno le facce scure! ...Ma lo fanno per cercare di vincere le loro stesse paure".
La paura del Governo Meloni si chiama perdita del consenso di fronte a un bilancio davvero fallimentare del Governo. Del secondo Governo più longevo della storia repubblicana.
Le boccacce e le facce scure sono i continui provvedimenti "Law & Order" che solleticano la pancia di un elettorato impaurito, con misure di inflazione del diritto penale, chiamata panpenalismo. Come se aumentare i reati migliorasse la qualità della vita dei cittadini. Da quasi quattro anni il Governo parla di allarme sicurezza, senza riuscire a governarla e producendo norme, decreti che altro non sono che la certificazione del fallimento della difesa della sicurezza come bene pubblico.
Ieri il Consiglio dei ministri, su proposta della presidente Meloni e del ministro Nordio, ne ha fatta un’altra proponendo una norma "anti-maranza". Per la verità la norma era comparsa già varie volte come emendamento poi ritirato, in altri provvedimenti e ricordo di avere già segnalato, in Commissione Finanze, i seri profili di dubbia compatibilità costituzionale della norma.
Se il Parlamento approverà la proposta del Governo Meloni, la capacità di intendere e di volere dell’adolescente tra i quattordici e i diciotto anni sarà presunta, salvo prova contraria. Concretamente, significa che cambierà il punto di partenza probatorio: non sarà più necessario accertare positivamente la maturità del minore per affermarne l’imputabilità, mentre spetterà soprattutto alla difesa dimostrare gli elementi capaci di superare la presunzione.
Eppure l’articolo 31 della Costituzione impegna la Repubblica a proteggere l’infanzia e la gioventù. L’articolo 27 impone inoltre che la responsabilità penale sia personale, cioè fondata su una colpevolezza effettiva, accertata, non presunta, e che la pena tenda alla rieducazione. Su queste fondamenta la Corte costituzionale ha costruito, sentenza dopo sentenza, un principio ormai consolidato, per il quale il minore che entra nel circuito penale non è un adulto in miniatura ma una personalità in formazione. E il processo che lo riguarda deve essere calibrato sulla sua specificità, con l’obiettivo prioritario del recupero. L’accertamento caso per caso della maturità non è dunque un lusso indulgenziale, come vorrebbe la narrazione governativa, ma la traduzione processuale di un dato che la scienza dello sviluppo conferma da decenni con crescente precisione. La capacità di prevedere le conseguenze delle proprie azioni, di misurarne l’impatto su di sé e sugli altri, di governare gli impulsi anziché esserne governati, non arriva con un compleanno. Arriva, quando arriva, all’esito di un percorso biologico che le neuroscienze collocano ben oltre la soglia dei quattordici anni, e che nessun disegno di legge può accelerare.
L’articolo 98 del codice penale stabilisce, tuttora, che il minore che ha compiuto quattordici anni, ma non ancora diciotto, risponde penalmente delle proprie azioni soltanto se, nel momento in cui ha commesso il fatto, aveva la capacità di intendere e di volere, e comunque con una pena diminuita.
Sotto i quattordici anni non si è mai imputabili, per legge; sopra i diciotto anni si è di regola imputabili, salvo le cause che escludono o diminuiscono la capacità di intendere e di volere. In mezzo c’è l’adolescenza, cioè quella terra di transizione nella quale la maturità non si presume ma si accerta, caso per caso, guardando al ragazzo concreto, al fatto concreto, al percorso di crescita che quel ragazzo ha compiuto o non ha ancora compiuto.
È questa la regola che il disegno di legge intende rovesciare. La soglia dei quattordici anni resta dov’è, la diminuzione di pena pure, e il governo sottolinea che né l’una né l’altra vengono modificate. Ma proprio questa precisazione rischia di nascondere la portata sostanziale dell’intervento. Perché cambia, eccome, il punto di partenza dello sguardo giuridico e morale che lo Stato rivolge a un adolescente che sbaglia. Nel diritto penale il punto di partenza è quasi tutto, perché decide chi porta il peso della prova e chi paga il costo dell’errore.
Nella prassi giudiziaria, come mostrano i dati richiamati da Save the Children, i proscioglimenti per immaturità degli ultraquattordicenni sono ormai statisticamente marginali: nel 2024 sono state sessanta le sentenze di non luogo a procedere emesse dal GUP e appena quattro i proscioglimenti disposti dal Tribunale per i minorenni. L’impatto quantitativo sulle decisioni finali potrebbe essere limitato, considerata la marginalità dei proscioglimenti per immaturità. Ma l’impatto giuridico e simbolico è tutt’altro che marginale, perché cambia il punto di partenza dell’accertamento e il soggetto sul quale ricade il rischio dell’errore. Cambierà quindi molto, moltissimo, nel modo in cui la Repubblica guarda ai suoi adolescenti. Ai suoi figli.
Secondo alcune fonti stampa, la relazione illustrativa giustificherebbe la riforma con la necessità di adeguare la disciplina all’«evoluzione della realtà sociale». Ma se dietro questa formula si nasconde l’idea che gli adolescenti di oggi, perché più veloci, più connessi e più esposti al mondo, siano perciò più maturi di quelli di ieri, l’argomento sarebbe paradossale: rovescerebbe la realtà. La digitalizzazione delle relazioni ha reso gli adolescenti più rapidi nel reagire agli stimoli, ma non più capaci di elaborarli, incrementandone la fragilità; ha moltiplicato le informazioni disponibili, non la capacità di trarne discernimento; e semmai, come mostra ormai una letteratura sterminata sugli effetti del design manipolativo delle piattaforme sui minori (sul quale abbiamo proposto un disegno di legge) ha accresciuto la distanza tra l’esperienza mediata dallo schermo e la comprensione delle emozioni e delle conseguenze concrete, tra finzione digitale e vita reale.
Troverei davvero difficile sostenere che un quindicenne cresciuto dentro architetture algoritmiche progettate per catturarne l’attenzione e comprimerne l’autocontrollo sia, per ciò stesso, più maturo del quindicenne di trent’anni fa, significa scambiare la precocità dell’esposizione per precocità del giudizio. Sarebbe un’idea balzana, priva di basi scientifiche, frutto di propaganda, che peraltro contraddirebbe ciò che lo stesso legislatore va riconoscendo altrove, quando discute di innalzare le soglie di età per l’accesso ai social o discute di tutela dei minori online proprio in ragione della loro vulnerabilità cognitiva o rende graduale con l’età l’accesso alla patente di guida. I giovani di oggi hanno bisogno di più istruzione, di educazione emotiva e non di repressione.
L’impostazione della proposta Meloni capovolge poi il rischio di errore giudiziario e le sue conseguenze. Ogni presunzione, in diritto, è una regola di allocazione del rischio d’errore. Presumere l’incapacità del minore significa accettare il rischio che qualche ragazzo sufficientemente maturo non venga ritenuto penalmente responsabile. Al contrario, presumere la capacità significa accettare il rischio, opposto e assai più grave, che un ragazzo immaturo venga dichiarato imputabile perché la sua difesa — spesso d’ufficio, in procedimenti che coinvolgono famiglie fragili, marginali e prive di risorse — non è riuscita a dimostrare il contrario.
Questa nuova proposta del Governo Meloni sposta il costo dell’errore giudiziario dal lato dello Stato al lato del soggetto più debole del processo, in una materia nella quale la Costituzione imporrebbe esattamente l’inverso. E lo fa mentre il ministro della Giustizia dichiara che la norma servirà a facilitare le indagini, come se l’accertamento dell’imputabilità di un adolescente fosse un intralcio burocratico da rimuovere e non uno dei passaggi più delicati della funzione giurisdizionale.
Resta allora la domanda vera, che non riguarda i cosiddetti maranza ma noi. Se una riforma non incide sulla sanzione, non incide sull’età dell’imputabilità, non dimostra di incidere sui tempi dei processi (perché le perizie sulla maturità sono l’eccezione e non la regola) a che cosa serve?
Lo suggerisce Bennato: "a fare la faccia scura". A costruire la paura e a prendere i voti sulla paura. Anche al prezzo di cancellare il senso dell’adolescenza in Costituzione. "Nel covo dei pirati, c’è poco da scherzare".
Aspettando Peter Pan.
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