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L’alternativa alle destre passa dall’unità e dalla generosità

  • Antonio Nicita
  • 29 giu
  • Tempo di lettura: 5 min

Aggiornamento: 30 giu

 

C’è un momento, nella vita di chi sceglie di occuparsi della cosa pubblica, in cui la domanda decisiva smette di essere come vincere e diventa, più scomodamente, per chi e a cosa serve quello che si fa. È in questo rovesciamento dello sguardo, dall’io verso l’idea, la visione, che si capisce se davanti a noi c’è un politico che costruisce o soltanto un’altra, ennesima ambizione personale travestita da convinzione. Perché le ambizioni personali sono legittime, e certamente aiutano, ma quasi mai si presentano per quello che sono: si travestono da senso di responsabilità, da lucidità, da consapevolezza di essere la persona giusta nel posto giusto. Ma è in questo travestimento, non nelle forme rozze e visibili dell’arrivismo, che si annida il rischio più sottile della vita pubblica.

La politica al tempo dei social ha memoria corta e gratitudine selettiva: ricorda chi segna il gol e dimentica chi ha fatto il passaggio, premia il gesto risolutivo e ignora i mille gesti invisibili, faticosi, generosi, silenti, che lo hanno reso possibile. Eppure, ogni risultato che conta è la fine di una catena di atti generosi e, spesso, anonimi: qualcuno che ha smesso di correre verso la propria porta per allargare il gioco, qualcuno che ha visto meglio lo spazio del compagno che la propria gloria. La generosità, in politica come nello sport di squadra, è quasi sempre invisibile proprio quando è decisiva.

Oggi, la costruzione dell’alternativa alle destre, per il governo nazionale e regionale in Sicilia, è imbrigliata nel punto sbagliato: il leader. Il vincitore. La politica come talent show. È il punto critico in cui, senza accorgercene, le ambizioni personali prendono il posto delle idee e della visione, fino a farci quasi dimenticare perché ci siamo messi in cammino, contro chi e per cosa. Quando ciò avviene, non deriva da una scelta consapevole, ma da un’erosione lenta, per cui un giorno difendiamo una posizione perché è giusta e il giorno dopo perché è ormai nostra. Ma è proprio quando ci convinciamo di essere l’unica soluzione a un problema che dovremmo iniziare a sospettare di noi stessi, perché un’idea il cui successo dipende da una sola persona non è una visione. Piuttosto è un’ipoteca. Se non un ricatto. Mettere al centro noi stessi è spesso il modo più sicuro per diventare parte del problema che si vuole cercare di risolvere.

Nell’Italia politica in bianco e nero, Aldo Moro aveva fatto della mediazione la cifra della propria intelligenza politica. Quella mediazione continua e sfiancante non era un compromesso al ribasso, ma l’esercizio dell’arte paziente di tenere insieme posizioni diverse, smussarle, condividerle, facendo circolare idee diverse invece di imporne una sola. Nel suo ultimo scritto, rimasto incompiuto e ritrovato in via Fani, affidava alla politica un compito esigente: « …in aderenza alla realtà e per dominare con intelligenza gli avvenimenti». 

Da una sponda diversa, Enrico Berlinguer denunciò, con parole che il tempo non ha consumato, la degenerazione dei partiti: «I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela: scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei problemi della società e della gente, idee, ideali, programmi pochi o vaghi, sentimenti e passione civile, zero» La sua questione morale non era la sola esistenza di corrotti da punire, ma qualcosa di più politico che si collegava all’ «occupazione dello stato da parte dei partiti governativi e delle loro correnti». Nella medesima conversazione Berlinguer rivendicava che «la professionalità e il merito vadano premiati», quasi a sottolineare che la critica alla degenerazione e la difesa della competenza erano due facce della stessa moneta.

È la stessa tensione che attraversa la migliore tradizione popolare e costituente — da Giuseppe Dossetti, che alla Costituente legò la tenuta delle istituzioni a un fondamento etico condiviso — fino alla definizione della politica come forma di carità, ripresa da papa Francesco, quando ci ha ricordato che « la politica, tanto denigrata, è una vocazione altissima, è una delle forme più preziose della carità, perché cerca il bene comune». La carità che presuppone generosità.

Tutto questo ci riporta alla posta in gioco di oggi. Dobbiamo vederla, riconoscerla, ricordarcela. Si chiama Europa. Lo spirito originario delle istituzioni europee — quello dei confinati di Ventotene che, mentre il continente bruciava nel secolo delle guerre mondiali e dei totalitarlismi, immaginarono un’unione federale al posto delle sovranità contrapposte — è l’ esatto opposto della logica che le destre sovraniste rilanciano oggi in Europa e negli Stati Uniti. Quei costruttori europei fecero, su scala continentale, il gesto politico per eccellenza ovvero cedettero spazio, accettarono di vincere insieme anziché perdere ciascuno per conto proprio. Il sovranismo miope fa il contrario, mobilitando le paure e gli egoismi. Promette di riprendersi tutto lo spazio, parla la lingua veloce della pancia,e in cambio della gratificazione immediata dell’appartenenza chiede di rinunciare alla fatica della mediazione e della competenza. Giocando sulla pancia di oggi il futuro delle prossime generazioni.

Ed è qui che la questione si fa personale e non solo politica. Chi davvero ritiene le destre pericolose per il futuro dell’Europa - e vuole costruire un’alternativa anziché recitarne la parte - deve agire di conseguenza, con generosità, facendo spazio, riconoscendo la competenza altrui, accettando talvolta di cedere il passo perché l’alternativa vinca anche sotto la guida altrui. Chi invece antepone la propria visibilità personale alla costruzione comune finisce per somigliare proprio a coloro che dice di voler sostituire. L’antidoto al sovranismo non può essere la costruzione di uno specchio di segno opposto. Non saremmo credibili.

Ne discende una conseguenza netta per ogni dirigente politico presente nelle istituzioni: smettere di essere un influencer. Servono meno selfie e più studio, meno fotografie raggianti e più proposte, meno slogan e più mediazione, perché la prima forma di onestà nella vita pubblica è l’umile competenza, che non è solo capacità di affrontare i problemi ma consapevolezza degli strumenti, anche politici, per risolverli. E' tempo di parlare di proposte vere, elaborate, discusse, mediate. Non di leadership.

Sarebbe disonesto far ricadere tutto sulla classe dirigente che c’è, perché essa rispetta le inquietudini che si animano comunque, nel bene e nel male, nella società. La salute di una democrazia dipende anche da chi vota, dal modo in cui sceglie e da ciò che premia. Votare di pancia è comprensibile, perché la pancia è veloce e parla la lingua dell’appartenenza, ma non ci aiuta a distinguere chi sa fare da chi sa solo promettere. Il leader che dice «ci penso io» chiede una delega personale ma nessuno, da solo, può risolvere problemi complessi. Un elettorato che non chiede competenza non la otterrà, perché nell’epoca dei social, dei politici-influencer, l’offerta si modella sulla domanda. Chiedersi, davanti a una scheda, non solo «chi mi somiglia» ma «chi sa fare, e per chi lo fa», sarebbe già un atto di generosità. E di responsabilità. Una responsabilità che oggi passa dal restituire agli elettori e alle elettrici un diritto pieno di scelta.

Intendiamoci, le ambizioni personali non sono il nemico, perché senza ambizione non si costruisce nulla. Ma ci vuole l’ambizione delle idee accanto a quella delle persone. La generosità, in politica, è tenere l’ambizione al suo posto di mezzo e mai di fine, accettare che la misura di chi guida non sia quanto a lungo si è rimasti in alto, ma quanto sarà reso possibile a chi verrà dopo.

In un tempo che premia chi occupa lo spazio, alza la voce, fa selfie, video, sorrisi, urla, la credibilità di chi vuole costruire l’alternativa alle destre si deve misurare sul terreno opposto. Su un terreno antico. Quello della capacità di fare spazio, non dell’ambizione di occuparlo. Vale per tutti, a cominciare da me che scrivo queste righe. Rinunciare è anche un esempio. È un rovesciamento difficile, persino doloroso, ma è l’unico che mantenga la promessa che si fa entrando in politica per servire un’idea più grande di sé. Per lasciare il segno.

La storia, prima o poi, fa una cosa che la cronaca non fa quasi mai. Prima o poi ci si accorge anche di chi ha fatto quel passaggio decisivo, lì proprio davanti alla porta, che ci ha fatto vincere, insieme.

 
 
 

2 commenti


Franzo Borrometi
Franzo Borrometi
01 lug

Per il bene comune è fondamentale che l'elettorato si affidi a persona competente e non al "faccendiere "di tuno.

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paolocensabella
30 giu

Condivido e sottoscrivo senza null'altro aggiungere se non che urge come non mai, prima che sia troppo tardi, iniziare a praticare quotidianamente e a tutti i livelli questi concetti.

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© 2006 by Antonio NIcita

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