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Accise, il Governo Meloni torna indietro e male. Quanto ci è costato l'errore?

  • Antonio Nicita
  • 27 lug
  • Tempo di lettura: 5 min

Aggiornamento: 28 lug



Tre settimane dopo aver lasciato scadere lo sconto, il Governo valuta di riattivarlo. È la prova di una politica a interruttore: quasi 1,6 miliardi di minori entrate, una trasmissione iniziale incompleta ai prezzi e nessun automatismo stabile. Con un fondo capace di anticipare l’extragettito IVA e con controlli sul pass-through, a parità di costo fiscale circa 240 milioni in più avrebbero potuto raggiungere consumatori e imprese.

È la fotografia perfetta dell’errore del Governo Meloni e cioè quello di una politica a interruttore che fallisce sia il sostegno a cittadini e imprese sia il contrasto alla speculazione. Il 3 luglio il taglio accise è stato spento quando il petrolio era sceso; alla fine del mese, con benzina e gasolio tornati vicino ai massimi dell’anno, si ricomincia da un altro decreto, da nuovi calcoli e da nuove coperture. Nel frattempo, il problema non si è spento insieme alla norma.

Riassumiamo. Il 18 marzo il Governo Meloni ha disposto una riduzione delle accise su benzina e gasolio di venti centesimi al litro. Poiché la base imponibile dell’IVA comprende anche l’accisa, il beneficio fiscale teorico sul prezzo finale era di 24,4 centesimi, a parità di tutte le altre componenti del prezzo. La promessa era dunque di uno sconto di quasi venticinque centesimi in meno alla pompa.

Ma già nei primi giorni non è andata così. Secondo i dati pubblicati dallo stesso Ministero delle Imprese e del Made in Italy, il prezzo medio self della benzina è passato da 1,89 euro al litro il 19 marzo a un minimo di 1,72 il 21 marzo, cioè diciassette centesimi in meno. Il gasolio è sceso nello stesso periodo da 2,12 a 1,97 euro, cioè quindici centesimi. Il ribasso inizialmente osservato è stato quindi pari a circa il 70 per cento del beneficio fiscale annunciato per la benzina e al 61 per cento per il gasolio.

Gli economisti chiamano pass-through la quota di una riduzione fiscale che viene effettivamente trasferita al prezzo finale. Significa che dal 30% al 40% dello sconto, finanziato con risorse pubbliche, è finito nei margini delle compagnie petrolifere o dei distributori.

Uno studio di Giacomo Brusco, Lorenzo Pessina e Andrea Tulli sul taglio italiano delle accise del 2022 stima che nei mercati locali meno concorrenziali soltanto il 65 per cento della riduzione fiscale sia stato trasferito ai consumatori, contro circa l’80 per cento negli impianti con più concorrenti. Non è una contraddizione. Significa che l’efficacia del taglio dipende da come funziona il mercato: dal numero degli operatori, dalle scorte, dalla capacità di raffinazione, dalla tensione della catena di approvvigionamento e dai tempi di adeguamento dei prezzi.

Per questo il Governo avrebbe dovuto accompagnare ogni euro di riduzione fiscale con una verifica pubblica della sua trasmissione. Non bastava controllare se il distributore avesse cambiato il numero esposto sul cartello. Occorreva ricostruire il prezzo industriale, sottrarre la quotazione internazionale del prodotto raffinato, osservare i margini e confrontare impianti e territori con diversi livelli di concorrenza. Il Mimit disponeva dei dati necessari, ma non ha presentato una valutazione pubblica capace di dirci quanti dei centesimi annunciati siano arrivati davvero al consumatore.

Il Governo ha solo in parte utilizzato anche l’accisa mobile, ma l’ha subordinata a una politica errata, costruita attraverso tagli fissi, annunciati in anticipo e prorogati a rate. Il Governo cioè ha stabilito prima l’ammontare della riduzione, lo ha comunicato pubblicamente, ha cercato le coperture e ha poi fissato una scadenza. Poi arrivava un altro decreto, con un’altra aliquota e un’altra scadenza. L’accisa mobile non è stato, cioè, il motore automatico della politica del Governo ma una delle fonti residuali utilizzate per finanziare decisioni discrezionali già prese.

È qui sta l’errore. Annunciare in anticipo un taglio fisso e molto visibile significa comunicare agli operatori quanto spazio fiscale si sta per aprire. Nel mercato dei carburanti, caratterizzato da bene omogeneo, anelasticità al prezzo, pochi grandi produttori, reti verticalmente integrate e livelli di concorrenza locale molto diversi, l’annuncio può invece facilitare l’assorbimento di una parte del beneficio attraverso l’adeguamento delle altre componenti del prezzo.

Il Partito Democratico aveva proposto di utilizzare il maggior gettito IVA prodotto dai rincari per ridurre le accise con un fondo rotativo capace di anticipare immediatamente l’IVA futura. Non si trattava di modificare direttamente l’aliquota IVA sui carburanti. Il fondo avrebbe anticipato, attraverso una corrispondente riduzione dell’accisa, l’extragettito IVA che si prevedeva sarebbe maturato nelle settimane successive. Il meccanismo era semplice: il fondo anticipa la riduzione;, l’extragettito IVA accertato ricostituisce il fondo e il fondo finanzia la riduzione successiva.

In questo modo non si sarebbe dovuto attendere ogni mese che l’IVA fosse materialmente incassata. Non sarebbe stato necessario approvare una successione di decreti a rate. Soprattutto, non sarebbe stato indispensabile annunciare ogni volta un taglio fisso e facilmente anticipabile dagli operatori.

La regola avrebbe dovuto essere accompagnata dal monitoraggio dei margini e dalla possibilità di concentrare i controlli nei mercati locali nei quali il trasferimento risultava più basso.

Se il nuovo sistema avesse migliorato il trasferimento ai prezzi di appena dieci punti percentuali, sarebbero arrivati ai consumatori circa 159 milioni in più. Con un miglioramento di quindici punti — per esempio passando dal 65 all’80 per cento, i valori osservati dalla recente ricerca italiana tra impianti meno e più concorrenziali — il beneficio aggiuntivo sarebbe stato di circa 239 milioni. Con venti punti in più si sarebbe arrivati a circa 319 milioni.

La stima prudenziale è dunque compresa tra 160 e 320 milioni, con un valore centrale vicino ai 240 milioni che rappresenta quanto beneficio aggiuntivo sarebbe arrivato a famiglie e imprese se, con lo stesso costo fiscale, la trasmissione fosse stata migliore di dieci-venti punti percentuali. Tradotti in prezzi significano, approssimativamente, cinque centesimi al litro per circa un mese e mezzo. Su un pieno da cinquanta litri sarebbero 2,50 euro in meno

Il Governo Meloni ha invece scelto la politica più facile da annunciare: venti centesimi di taglio, una data di inizio e una data di scadenza. Ora, appena tre settimane dopo averla spenta, valuta un nuovo decreto per riaccenderla. È la prova che non aveva costruito un meccanismo, ma soltanto programmato, e male, una successione di interventi temporanei.

Il nuovo decreto annunciato stasera conferma, anziché smentirla, questa critica: dopo avere lasciato scadere il precedente taglio il 3 luglio, il Governo interviene soltanto ora con uno sconto di appena dieci giorni, dal 28 luglio al 6 agosto, limitato al gasolio e pari a 17 centesimi al litro tra minore accisa e conseguente minore IVA, per un costo di circa 125 milioni. È la politica a interruttore: si spegne la misura, si attende che il rincaro torni insostenibile e la si riaccende per pochi giorni, attraverso un nuovo decreto e una nuova ricerca affannosa di risorse. Un fondo rotativo alimentato dall’IVA futura avrebbe consentito invece di anticipare l’intervento, garantirne la continuità e riservare le risorse ordinarie a sostegni realmente selettivi per autotrasporto, agricoltura e famiglie più esposte.

Il Governo torna oggi ancora, in emergenza, senza usare quello strumento automatico che avrebbe dovuto costruire fin dall’inizio. Il nuovo decreto, di nuovo con taglio noto e a termine, potrà solo attenuare in parte il rincaro di agosto e solo per il gasolio. Ma non cancellerà l’errore, rendendolo, anzi, ancora più evidente.

 
 
 

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