Il mio primo romanzo si chiama "Tarli". Uscirà nel 2012. Seguo una tecnica 'ad intreccio narrativo', cioé si capisce tutto solo alla fine. Ci sono tutti gli ingredienti: amore, intrigo, giallo, delitti, guerra, tradimenti, Europa, America, Palermo, New York, Parigi,il fascismo e la resistenza, il terrorismo e la mafia, il mare e la montagna. E poi ci metto, espliciti o nascosti, tutti i riferimenti agli scrittori che ho amato. Piccoli indizi su altre storie e su altri romanzi. Si tratta di una storia che, in effetti, percorre tutto il '900, i tarli del novecento, che poi sono i nostri. Quelli di sempre. Quelli di tutti. E però poi ci sono i tarli veri, detti anche 'orologio della morte', che rosicchiano il tetto di legno della casa siciliana del protagonista, che poi non era soltanto la sua casa perché.....
Per chi vuole, ecco le prime 5 pagine, ma saranno parecchie centinaia alla fine. La storia l'ho disegnata tutta, nei dettagli. Adesso tocca scriverla. Che poi è tutto. Perché una storia è il suo racconto.

tarli
CAPITOLO PRIMO
I.
C’è sempre un prima e un dopo.
Ce lo portiamo dentro la nostra esistenza come una prima
morte o una seconda nascita. C’è sempre un istante
definitivo che traccia l’orizzonte della nostra vita.
Come eravamo. Come avremmo potuto essere. E cosa siamo
diventati. Un punto preciso del nostro tempo che passa:
senza rumore, senza colpa, senza pena. A volte lo scorgiamo
mentre accade. Più spesso, guardando indietro, sappiamo
riconoscerlo con il morto sorriso di
chi ha compreso. Oppure come la polvere di legno
che cade copiosa da una fessura, prima nascosta alla vista.
E' segno che c’era il tarlo. Ma anche che non
c’è più. Perché lui si è già nascosto altrove. E
scava.
C’è sempre un prima e un dopo, dicevamo.
Il dopo
di Mino era appena
iniziato. E non sapeva ancora che quel giorno lo avrebbe
perseguitato per tutta la vita. Stava impietrito, e ancora
tremante di rabbia e di paura, davanti al corpo gigante del
soldato. Il tedesco giaceva, inerme, per terra. Lo aveva
colpito da dietro con un unico colpo di vanga e ora il
sangue zampillava a fiotti dal grosso taglio delle tempie
sulla paglia secca della stalla. Per il giovane Guglielmo,
detto Mino
ma anche
Minuzzu-l’-artista,
fu quello il giorno
della sua prima morte o della sua seconda nascita. Ma non
l’aveva certo scelto lui.
Fosse stato per lui, avrebbe voluto viversi pienamente i
suoi sedici anni, diventare un glorioso patriota fascista e
fidanzarsi con Teresa. L’amava da sempre e sapeva che
un giorno l’avrebbe sposata. Sarebbe successo presto.
Non appena – finita la guerra – avesse compiuto
diciotto anni e si fosse sistemato a Rigolizia alla
masseria dello Zu
Paulu, il
padre di Teresa, a vendere latte, formaggio, olio, carrubbe
e miele. Erano cugini, lui e Teresa. Ma anche i nonni di
entrambi lo erano ed avevano vissuto un felice matrimonio.
Non poteva essere questo l’ostacolo a un matrimonio a
lungo desiderato e, in qualche modo, già promesso. Minuzzu
le regalava ogni giorno qualcosa fatta con le sue mani: il
disegno di un gatto su tela, una piccola gabbia di vimini,
un piccolo cane di terracotta, una seggiolina a dondolo di
legno d’ulivo, una gonna di rametti di palma, una
collana di gusci di mandorle. Ci sapeva fare con le mani,
Minuzzu. “Chistu iè propriu
n’artista no
n’artiggianu”, gli disse un giorno suo
padre Turi, quando ricevette in regalo da Mino un busto di
legno con la faccia del Duce scolpita. E Mino si gonfiava
d’orgoglio.
Ma tutto questo era prima che l’orologio della morte
suonasse la sua ora. Il gong
era adesso il suono
sordo di una vanga contro un cranio. Un suono secco e ben
distinto nel silenzio in cui sprofondava la campagna gialla
e assolata di mezzogiorno.
Teresa non si era mossa. Era ancora per terra, ferma e
seminuda, poco più che adolescente, sotto il corpo del
tedesco. Aveva il collo teso indietro e fissava un punto
indefinito nel tetto con i suoi occhi verde muschio. La
bocca semiaperta bloccava un urlo strozzato, interrotto. Si
capiva che era ancora viva solo perché tremava. Il sangue
del tedesco si mischiò presto a quello che Teresa aveva già
tra le gambe. Un liquido rosso vermiglio che iniziava ad
attirare qualche ronzio casuale.
Fu il rumore della camionetta che proveniva dalla strada
sterrata a destare Mino dal torpore nel quale era
precipitato. Morto e rinato nel volgere di pochi,
lunghissimi, istanti. Gettò la vanga per terra e corse a
liberare Teresa, che pareva svenuta, sollevandola
leggermente e tirandola a sé. Poi guardò in faccia il
tedesco. Aveva occhi grigi gelidi e in volto la smorfia
odiosa e violenta del predatore rapace. La divisa del
soldato era ormai zuppa di sangue. Un brivido di terrore
percorse Minuzzu : avrebbero ucciso tutta la famiglia. I
tedeschi erano fatti cosi e non bastava essere un buon
fascista per salvarsi la pelle. La camionetta era ormai
presso la stalla. Minuzzu udì i passi decisi di un uomo
diretto proprio verso di loro. Quando fu aperta la porta
della stalla, Minuzzu strinse forte gli occhi, si piegò sul
corpo di Teresa e iniziò a pregare. Dalla porta provenne un
urlo soffocato e disperato:
- “Teresina, Teresina, chi
ci facisti, chi succeriù?”
Era lo Zù Paulu. Stava
sull’uscio della porta e non si muoveva:
- “Teresina,
Teresina…chi ci facisti?”
Zu Paulu - detto anche
Pauliddu-ù’-Lupiddu
per la sua ridotta
statura e per la rinomata vocazione a starsene intere
giornate da solo con il bestiame tra i campi - era venuto a
cercare Teresina e Minuzzu per andare a nascondersi, come
tutti in paese quel giorno, nelle caverne bianche di pietra
di Castelluccia,
dove stavano le tombe a camera scavate dai Sìculi duemila
anni prima della nascita di Cristo. Poi, le popolazioni
medievali trasformarono le caverne in veri e proprio
palazzi a più piani, interni alle rocce, per nascondersi
dai pirati e dagli arabi che scorazzavano sulle coste. Ci
ritornarono dopo il terremoto del 1693 che rase al suolo
Noto antica. Ora gli abitanti di Palazzòlo, Noto e di tutti
gli Ibléi orientali avevano deciso di ritirarsi nuovamente
nelle caverne di Castelluccia e di Pantalica. Dal presidio
fascista di Testa
dell’Acqua, presso il Castello
dell’Olio, era infatti arrivata la notizia
dell’avvistamento dello sbarco degli Alleati.
Il castello era situato a più di seicento metri
d’altezza e dominava gran parte della Val di Noto e
tutta la costa da Portopalo a Siracusa. Lì si erano
stabiliti da tre settimane anche due unità tedesche, venute
apposta da Catania in perlustrazione. Avevano costruito
sotto il castello tre fortini e un ponte radio permanente
con l’esercito. Si diceva che
c’era-pure-un-telefono-rosso-che-parlava-direttamente-con-Mussolini.
Fino a quel giorno, il castello era il luogo preferito di
ritrovo, al pomeriggio, degli abitanti della zona. Le donne
portavano le scacciàte
di patate o di
broccoli e salsiccia. Gli uomini i buttigghiùna
di vino di Pachino. Si
parlava delle imprese del Duce e si giocava a bocce nella
pinetina dietro al castello, dove ulivi, mandorli, carrubbi
e pini erano piantati cosi vicini da creare un unico grande
ombrello di aria fresca. Una vera e propria oasi tra i
giardini di pietra calcarea di quelle montagnole secche e
aride, dagli Iblei orientali fino a Pantàlica,
macchiate da alberi di
fico e carrubbi, e frastagliate da muretti a secco. Sono
per lo più cucuzzi
di roccia bianca che
si affacciano ai due lati del triangolo a sud della
Trinacria:
di qua la costa di Siracusa, di là la costa ragusana. Il
Castello dell’Olio era un luogo di vedetta
privilegiato.
Al Castello, la domenica, dopo la messa delle undici, i
ragazzi, in rigorosa divisa balilla con sopra ricamata la
scritta ‘vincere’, potevano eccezionalmente
salire a gruppi di due sulle tre camionette armate per
giocare alla guerra contro i ‘comunisti bastaddi e
cunnuti’ Ovvero contro il resto del
mondo: sovietici, inglesi, francesi e americani. Oppure
potevano salire in cima al castello ad ascoltare la radio e
i singhiozzi del telegrafo oppure ancora potevano sbirciare
con il cannocchiale tutta la costa e la vallata. Fino ad
allora, sembrava tutto un gioco: “Cu ci l’avi a
puttari ‘ca l’inglìsa e
l’americàni? A’ Sicilia nun
c’ anteressa a nuddu. Cà semu tranquilli. A’
guerra à fannu ò Nord,
nell’Italia”.
Pure l’arrivo dei tedeschi al castello era stato
vissuto come un evento propizio nel paese. Non solo per le
automobili eleganti, che non si erano mai viste. Ma perché
se-i-tedeschi-erano-arrivati-li-era-segno-che-abitavano-in-un-posto-importante.
Significava che il Duce in persona conosceva
Testa
dell’Acqua e aveva preso accordi diretti con
Hitler per fermare – proprio da quel punto –
gli americani.
Il giorno che tutti ignoravano e temevano era arrivato. Era
la guerra vera. Morti veri. I tedeschi si concentrarono a
Catania per respingere lo sbarco in Sicilia. I fascisti si
disperdevano tra le campagne, buttando nei pozzi divise e
camicie nere. I proclami gracchianti di Mussolini, alla
radio, e l'icona del saluto romano, con il braccio destro
rigido in alto, erano come la polvere per il tarlo. Il
segno del passaggio di qualcosa che non c'è più. Il prima e
il dopo.
II.
L’ultimo lungo ponte di
maggio e un’eccezionale ondata di caldo, avevano
richiamato un inconsueto e rassegnato numero di automobili
al molo dei traghetti di Villa S. Giovanni.
“Buongiorno. Siamo in tre.
Io, mia moglie e un bambino di quattro anni”. - disse
Enrico gridando fuori dal vetro spesso all’uomo della
biglietteria che se ne stava chiuso nel suo gabbiotto con
l’aria condizionata. – “La macchina è
quella Jeep
azzurra lì in
fondo”
“Si paga solo la macchina.” – rispose
l’uomo – “Solo andata o anche
ritorno?”
Enrico si
voltò verso la Jeep,
cercando lo sguardo di Viola, dietro due file di
automobili. Non aveva pensato alla data del ritorno, in
effetti. Ma Viola aveva su l’Ipod
e guardava dormire il
piccolo Pietro, che teneva distrattamente in braccio. La
fila si andava ingrossando, sotto il sole, dietro di lui. E
così decise:
“
Solo andata, grazie”.
Era già
estate in quello strano maggio del 2003. Lo si capiva dalla
tipologia dei turisti e dalle automobili piene zeppe di
bagagli, di mountain
bike, di
salvagenti colorati, di palloni e persino di qualche
canotto sul portapacchi. C’era già qualche roulotte.
Gran parte delle macchine recavano targhe del nord: Milano,
Torino, Varese, Verona, Pavia. Altre erano auto di marca
italiana, spesso con adesivi Ferrari
attaccati sul cofano e
una piccola bandiera italiana legata al filo
dell’antenna. In realtà venivano dal Belgio,
dall’Olanda e soprattutto dalla Germania: erano gli
emigrati italiani della seconda generazione che tornavano
in Sicilia a presentare i nuovi nati dai nomi
impronunciabili ma dai cognomi familiari. Da Villa S.
Giovanni, la Sicilia appariva vicinissima in una giornata
assolata e spazzata dal vento come quella. Sul lato
Nord-Est di Messina si scorgevano Lipari e Stromboli, con
un leggero pennacchio di fumo. A Sud si intravedeva pure la
punta dell’Etna, in mezzo a un cielo d’azzurro
limpido. Certo, aveva detto Viola, che un enorme ponte di
ferro li in mezzo avrebbe deturpato per sempre il
paesaggio. Per Enrico era invece il concetto di isola che
andava difeso. Chi voleva tornare in Sicilia doveva
navigare, attraversare il mare, transitare da un mondo ad
un altro, guadagnarsi il passaggio all’altra sponda,
proprio come se si fosse con Caronte. Specie per quelli
che, come Enrico, in Sicilia ci erano nati e continuavano a
immaginare, in qualche remoto angolo della mente, di
ritornarci un giorno. Per sempre. Come si ritorna da un
viaggio smarrito nel deserto, a cercare il tempo perduto
nella memoria dei luoghi. La questione del Ponte teneva
testa sui giornali: mezzo governo era venuto a Messina la
settimana precedente, elmetti in testa e doppiopetto, a
gettare in mare la prima pietra tra i flash
e le telecamere. Un
evento da urlare nei giornali. Molti sapevano già che
quella pietra sarebbe stata anche l’ultima, ma un
astratto furore restava nell’aria, come se qualcosa
sarebbe comunque accaduto nell’Isola di li a poco. Il
cambiamento definitivo. La svolta. Il dopo. Come il tonfo
dell'automobile di Enrico dopo il salto sul traghetto.
Quello stridente e insopportabile accostamento tra
ferraglia e mare. Ma quando il traghetto si mosse,
il dopo
era soprattutto mare.
Estate. Vento leggero sulla faccia. Sicilia. Casa. Il nome
primo delle cose. Sul ponte del traghetto, Enrico si chinò
su Pietro e, accompagnando dolcemente il suo piccolo e
paffuto braccio destro verso l'alto, gli sussurrò 'quella è
l'isola, la vedi? quella lì'. Pietro fece di si con la
testa e indicava con il dito e il braccio teso l'orizzonte,
come se fosse stato lui, con quel dito, a far breccia nel
muro di vento e a muovere il traghetto. Che fosse felice ed
eccitato per il viaggio, si capiva dai suoi occhi. 'Occhi
profondi e chiacchieroni' diceva Viola. Già, perché Pietro
non parlava. Quattro anni e non parlava. Per questo Enrico
si era deciso ad una lunga vacanza. Sei mesi in Sicilia
nella nuova casa, da dedicare solo a Pietro. Per sentire un
qualunque suono uscire dalla sua bocca serrata. Per aprire
quella porta. Rimasero così sul ponte per diversi
lunghissimi minuti: Viola, Enrico e il piccolo nostròmo,
cui toccava ora di condurre in porto quell'enorme nave, col
suo piccolo dito. Viola tese il collo indietro e si
abbandonò a quel sole caldo. Enrico si compiacque nel
notare che era ancora bellissima.
III.
Enrico tornava in Sicilia, a Noto,
dove era nato 44 anni prima. Con tre novità: una compagna,
un figlio e una nuova casa. In campagna. Si era deciso a
comprarla a 12 km da Noto, sulla montagna pizzuta, vicino
a Testa
dell'Acqua, dopo aver ricevuto le
royalties
del brevetto
‘XYC-23’ una biotecnologia che permetteva ai
topi di ricostituire cellule nervose e che apriva nuove
strade alla cura contro la sclerosi multipla. In realtà,
Enrico aveva destinato gran parte dei fondi
all’Università di Siena e a quella di Tel-Aviv nelle
quali lavorava da anni. La casa in campagna era costata
appena 60 mila euro. In realtà l’aveva comprata
Rosario, il fratello più piccolo. Meglio, l’aveva
vinta a poker
dal precedente
proprietario per un valore di 150 mila euro. Ma la fortuna
gira e Saro accettò ben volentieri la cifra di 60 mila euro
dal fratello per pagare immediatamente
un debito di gioco di
quelli-che-è-meglio- non-fare-aspettare. Saro era così.
Bello, bruno, alto, maledetto. Sempre in attesa del grande
colpo. Della svolta. Del dopo.
Era, in effetti, come sospeso. L'eterno ragazzo. Non si era
laureato e forse nemmeno diplomato. Girava con una BMW nera
blindata con i vetri scuri, vinta anche quella al gioco -
una scommessa al velodromo di Floridia - ma viveva ancora
con la madre alla quale prelevava mensilmente una quota
della pensione ‘per le piccole spese’. Non era
però malavitoso Saro ed erano anni che non aveva più a che
fare con droghe. Ma “lui pensava in grande” e a
39 anni contava una bella lista di insuccessi: il bowling
con piscina, il campo di golf nella riserva naturale,
l’allevamento di cavalli da corsa, la rimessa per le
barche ‘di lusso’. Attività tutte avviate con
assegni scoperti o cambiali protestate. E mai completate.
Di tutti quei progetti, resistevano soltanto una sacca da
golf, un gommone senza motore e Quinta,
una mezzo purosangue araba, una volta campionessa in
Sicilia, ma oramai vecchiotta e lasciata a brulicare l'orto
dell'anziana madre e a dormire sotto l'ulivo.
Mentre guidava verso Noto, ad Enrico venivano in mente
tutti questi ‘successi’ del fratello e le
telefonate in piena notte dell’anziana madre, quando
la questura veniva a cercare Saro. Inutile provare a
convincerlo: “tu sei professore, tu
sì intellettuali, tu sai solo sturiari”
gli diceva Saro
“iu
sacciu la vita vera, io penso in grande, poi viri o’
frate, poi viri”. Taormina, Giarre,
Giardini Naxos, Acitrezza, gli scogli neri di lava a picco
sul mare blu e gli oleandri rossi, rosa e bianchi sul
ciglio della strada. Enrico guidava verso Noto, in un
pomeriggio caldo e arancione, andando a ritroso nella
memoria, spiegando a Viola quale meraviglia si celasse
dietro ogni cartello stradale. Lentini, Augusta, Siracusa,
Avola e poi, finalmente, Noto arroccata sulla collina di
roccia. L’appuntamento con Saro era al bivio
‘delle arance’, dove una vecchia coppia da
sempre vecchia e da sempre li, si industriava con una
baracca coperta da una insegna recante una ben nota
scritta: “SI VENDINO ARANGE - SI COMPRONO
CARUBBE”. Quasi una esortazione, un segreto consiglio
finanziario al mercato, dipinto artigianalmente a mano.
Arrivati al bivio, Enrico mostrò a Viola la solita coppia
di vecchi. Probabilmente erano i già vecchi figli dei
vecchi proprietari. Sotto un cannucciato fitto vi erano
tante casse ammassate di arance arse dal sole.
Piccoli tarocchi
di Lentini, Carlentini
o Francofonte. Altre arance stavano sotto i
tavulùna,
in sacchi di tela
chiusi. Di carrube nemmeno l’ombra. Evidentemente il
baratto non funzionava da tempo. Quelle maledette-arance
stavano li, ammassate,
sempre di più, sempre più vecchie. Viola, ridendo, fece
notare a Enrico che forse la ragione dell’insuccesso
del baracchino stava nella strana insegna ingiallita dal
troppo sole: SI VENDINO ARANGE – SI COMPRONO CARI....
Col tempo, le carrube erano scomparse dall’insegna
sotto il sole e il paradossale messaggio al
consumatore-avventore era che lì si vendevano sì arance, ma
a caro prezzo! Inutile meravigliarsi delle decine di casse
di arance accatastate a marcire sotto il sole. Saro, come
al solito, era in ritardo.

