Il mio primo romanzo si chiama "Tarli". Uscirà nel 2009.Seguo una tecnica 'ad intreccio narrativo', cioé si capisce tutto solo alla fine. Ci sono tutti gli ingredienti: amore, intrigo, giallo, delitti, guerra, tradimenti, Europa, America, Palermo, New York, Parigi,il fascismo e la resistenza, il terrorismo e la mafia, il mare e la montagna. E poi ci metto, espliciti o nascosti, tutti i riferimenti agli scrittori che ho amato. Piccoli indizi su altre storie e su altri romanzi. Si tratta di una storia che, in effetti, percorre tutto il '900, i tarli del novecento, che poi sono i nostri. Quelli di sempre. Quelli di tutti. E però poi ci sono i tarli veri, detti anche 'orologio della morte', che rosicchiano il tetto di legno della casa siciliana del protagonista, che poi non era soltanto la sua casa perché.....
Per chi vuole, ecco le prime 5 pagine, ma saranno parecchie centinaia alla fine. La storia l'ho disegnata tutta, nei dettagli. Adesso tocca scriverla. Che poi è tutto. Perché una storia è il suo racconto.

tarli
CAPITOLO PRIMO
I.
C’è sempre un prima e un dopo.
Ce lo portiamo dentro la nostra esistenza come una prima
morte o una seconda nascita. C’è sempre un istante
definitivo che traccia l’orizzonte della nostra vita.
Come eravamo. Come avremmo potuto essere. E cosa siamo
diventati. Un punto preciso del nostro tempo che passa:
senza rumore, senza colpa, senza pena. A volte lo scorgiamo
mentre accade. Più spesso, guardando indietro, sappiamo
riconoscerlo con
il morto sorriso di chi ha compreso. Oppure come la
polvere di legno che cade copiosa da una fessura, prima
nascosta alla vista. E' segno che c’era il tarlo. Ma
anche che non c’è più. Perché lui si è già nascosto
altrove. E scava.
C’è sempre un prima e un dopo, dicevamo.
Il dopo
di
Mino era appena iniziato. E non sapeva ancora che quel
giorno lo avrebbe perseguitato per tutta la vita. Stava
impietrito, e ancora tremante di rabbia e di paura, davanti
al corpo gigante del soldato. Il tedesco giaceva, inerme,
per terra. Lo aveva colpito da dietro con un unico colpo di
vanga e ora il sangue zampillava a fiotti dal grosso taglio
delle tempie sulla paglia secca della stalla. Per il
giovane Guglielmo, detto Mino
ma
anche Minuzzu-l’-artista,
fu
quello il giorno della sua prima morte o della sua seconda
nascita. Ma non l’aveva certo scelto lui.
Fosse stato per lui, avrebbe voluto viversi pienamente i
suoi sedici anni, diventare un glorioso patriota fascista e
fidanzarsi con Teresa. L’amava da sempre e sapeva che
un giorno l’avrebbe sposata. Sarebbe successo presto.
Non appena – finita la guerra – avesse compiuto
diciotto anni e si fosse sistemato a Rigolizia alla
masseria dello Zu
Paulu, il padre di
Teresa, a vendere latte, formaggio, olio, carrubbe e miele.
Erano cugini, lui e Teresa. Ma anche i nonni di entrambi lo
erano ed avevano vissuto un felice matrimonio. Non poteva
essere questo l’ostacolo a un matrimonio a lungo
desiderato e, in qualche modo, già promesso. Minuzzu le
regalava ogni giorno qualcosa fatta con le sue mani: il
disegno di un gatto su tela, una piccola gabbia di vimini,
un piccolo cane di terracotta, una seggiolina a dondolo di
legno d’ulivo, una gonna di rametti di palma, una
collana di gusci di mandorle. Ci sapeva fare con le mani,
Minuzzu. “Chistu
iè propriu n’artista no
n’artiggianu”, gli
disse un giorno suo padre Turi, quando ricevette in regalo
da Mino un busto di legno con la faccia del Duce scolpita.
E Mino si gonfiava d’orgoglio.
Ma tutto questo era prima che l’orologio della morte
suonasse la sua ora. Il gong
era
adesso il suono sordo di una vanga contro un cranio. Un
suono secco e ben distinto nel silenzio in cui sprofondava
la campagna gialla e assolata di mezzogiorno.
Teresa non si era mossa. Era ancora per terra, ferma e
seminuda, poco più che adolescente, sotto il corpo del
tedesco. Aveva il collo teso indietro e fissava un punto
indefinito nel tetto con i suoi occhi verde muschio. La
bocca semiaperta bloccava un urlo strozzato, interrotto. Si
capiva che era ancora viva solo perché tremava. Il sangue
del tedesco si mischiò presto a quello che Teresa aveva già
tra le gambe. Un liquido rosso vermiglio che iniziava ad
attirare qualche ronzio casuale.
Fu il rumore della camionetta che proveniva dalla strada
sterrata a destare Mino dal torpore nel quale era
precipitato. Morto e rinato nel volgere di pochi,
lunghissimi, istanti. Gettò la vanga per terra e corse a
liberare Teresa, che pareva svenuta, sollevandola
leggermente e tirandola a sé. Poi guardò in faccia il
tedesco. Aveva occhi grigi gelidi e in volto la smorfia
odiosa e violenta del predatore rapace. La divisa del
soldato era ormai zuppa di sangue. Un brivido di terrore
percorse Minuzzu : avrebbero ucciso tutta la famiglia. I
tedeschi erano fatti cosi e non bastava essere un buon
fascista per salvarsi la pelle. La camionetta era ormai
presso la stalla. Minuzzu udì i passi decisi di un uomo
diretto proprio verso di loro. Quando fu aperta la porta
della stalla, Minuzzu strinse forte gli occhi, si piegò sul
corpo di Teresa e iniziò a pregare. Dalla porta provenne un
urlo soffocato e disperato:
-
“Teresina, Teresina, chi ci facisti, chi
succeriù?”
Era lo Zù Paulu.
Stava sull’uscio della porta e non si muoveva:
-
“Teresina, Teresina…chi ci facisti?”
Zu Paulu - detto
anche Pauliddu-ù’-Lupiddu
per
la sua ridotta statura e per la rinomata vocazione a
starsene intere giornate da solo con il bestiame tra i
campi - era venuto a cercare Teresina e Minuzzu per andare
a nascondersi, come tutti in paese quel giorno, nelle
caverne bianche di pietra di Castelluccia,
dove stavano le tombe a camera scavate dai Sìculi duemila
anni prima della nascita di Cristo. Poi, le popolazioni
medievali trasformarono le caverne in veri e proprio
palazzi a più piani, interni alle rocce, per nascondersi
dai pirati e dagli arabi che scorazzavano sulle coste. Ci
ritornarono dopo il terremoto del 1693 che rase al suolo
Noto antica. Ora gli abitanti di Palazzòlo, Noto e di tutti
gli Ibléi orientali avevano deciso di ritirarsi nuovamente
nelle caverne di Castelluccia e di Pantalica. Dal presidio
fascista di Testa
dell’Acqua, presso il
Castello dell’Olio, era infatti arrivata la notizia
dell’avvistamento dello sbarco degli Alleati.
Il castello era situato a più di seicento metri
d’altezza e dominava gran parte della Val di Noto e
tutta la costa da Portopalo a Siracusa. Lì si erano
stabiliti da tre settimane anche due unità tedesche, venute
apposta da Catania in perlustrazione. Avevano costruito
sotto il castello tre fortini e un ponte radio permanente
con l’esercito. Si diceva che
c’era-pure-un-telefono-rosso-che-parlava-direttamente-con-Mussolini.
Fino a quel giorno, il castello era il luogo preferito di
ritrovo, al pomeriggio, degli abitanti della zona. Le donne
portavano le scacciàte
di
patate o di broccoli e salsiccia. Gli uomini i
buttigghiùna
di
vino di Pachino. Si parlava delle imprese del Duce e si
giocava a bocce nella pinetina dietro al castello, dove
ulivi, mandorli, carrubbi e pini erano piantati cosi vicini
da creare un unico grande ombrello di aria fresca. Una vera
e propria oasi tra i giardini di pietra calcarea di quelle
montagnole secche e aride, dagli Iblei orientali fino
a Pantàlica,
macchiate da
alberi di fico e carrubbi, e frastagliate da muretti a
secco. Sono per lo più cucuzzi
di
roccia bianca che si affacciano ai due lati del triangolo a
sud della Trinacria:
di qua la costa di Siracusa, di là la costa ragusana. Il
Castello dell’Olio era un luogo di vedetta
privilegiato.
Al Castello, la domenica, dopo la messa delle undici, i
ragazzi, in rigorosa divisa balilla con sopra ricamata la
scritta ‘vincere’, potevano eccezionalmente
salire a gruppi di due sulle tre camionette armate per
giocare alla guerra contro i ‘comunisti
bastaddi e cunnuti’ Ovvero
contro il resto del mondo: sovietici, inglesi, francesi e
americani. Oppure potevano salire in cima al castello ad
ascoltare la radio e i singhiozzi del telegrafo oppure
ancora potevano sbirciare con il cannocchiale tutta la
costa e la vallata. Fino ad allora, sembrava tutto un
gioco: “Cu ci
l’avi a puttari ‘ca l’inglìsa e
l’americàni? A’
Sicilia nun c’ anteressa a nuddu. Cà semu tranquilli.
A’ guerra à fannu ò Nord,
nell’Italia”.
Pure l’arrivo dei tedeschi al castello era stato
vissuto come un evento propizio nel paese. Non solo per le
automobili eleganti, che non si erano mai viste. Ma perché
se-i-tedeschi-erano-arrivati-li-era-segno-che-abitavano-in-un-posto-importante.
Significava che il Duce in persona conosceva
Testa
dell’Acqua e aveva preso
accordi diretti con Hitler per fermare – proprio da
quel punto – gli americani.
Il giorno che tutti ignoravano e temevano era arrivato. Era
la guerra vera. Morti veri. I tedeschi si concentrarono a
Catania per respingere lo sbarco in Sicilia. I fascisti si
disperdevano tra le campagne, buttando nei pozzi divise e
camicie nere. I proclami gracchianti di Mussolini, alla
radio, e l'icona del saluto romano, con il braccio destro
rigido in alto, erano come la polvere per il tarlo. Il
segno del passaggio di qualcosa che non c'è più. Il prima e
il dopo.
II.
L’ultimo
lungo ponte di maggio e un’eccezionale ondata di
caldo, avevano richiamato un inconsueto e rassegnato numero
di automobili al molo dei traghetti di Villa S. Giovanni.
“Buongiorno.
Siamo in tre. Io, mia moglie e un bambino di quattro
anni”. - disse Enrico gridando fuori dal vetro spesso
all’uomo della biglietteria che se ne stava chiuso
nel suo gabbiotto con l’aria condizionata. –
“La macchina è quella Jeep
azzurra lì in
fondo”
“Si paga solo la macchina.” – rispose
l’uomo – “Solo andata o anche
ritorno?”
Enrico si voltò
verso la Jeep,
cercando lo sguardo di Viola, dietro due file di
automobili. Non aveva pensato alla data del ritorno, in
effetti. Ma Viola aveva su l’Ipod
e
guardava dormire il piccolo Pietro, che teneva
distrattamente in braccio. La fila si andava ingrossando,
sotto il sole, dietro di lui. E così decise:
“ Solo
andata, grazie”.
Era già estate
in quello strano maggio del 2003. Lo si capiva dalla
tipologia dei turisti e dalle automobili piene zeppe di
bagagli, di mountain
bike, di salvagenti
colorati, di palloni e persino di qualche canotto sul
portapacchi. C’era già qualche roulotte. Gran parte
delle macchine recavano targhe del nord: Milano, Torino,
Varese, Verona, Pavia. Altre erano auto di marca italiana,
spesso con adesivi Ferrari
attaccati sul
cofano e una piccola bandiera italiana legata al filo
dell’antenna. In realtà venivano dal Belgio,
dall’Olanda e soprattutto dalla Germania: erano gli
emigrati italiani della seconda generazione che tornavano
in Sicilia a presentare i nuovi nati dai nomi
impronunciabili ma dai cognomi familiari. Da Villa S.
Giovanni, la Sicilia appariva vicinissima in una giornata
assolata e spazzata dal vento come quella. Sul lato
Nord-Est di Messina si scorgevano Lipari e Stromboli, con
un leggero pennacchio di fumo. A Sud si intravedeva pure la
punta dell’Etna, in mezzo a un cielo d’azzurro
limpido. Certo, aveva detto Viola, che un enorme ponte di
ferro li in mezzo avrebbe deturpato per sempre il
paesaggio. Per Enrico era invece il concetto di isola che
andava difeso. Chi voleva tornare in Sicilia doveva
navigare, attraversare il mare, transitare da un mondo ad
un altro, guadagnarsi il passaggio all’altra sponda,
proprio come se si fosse con Caronte. Specie per quelli
che, come Enrico, in Sicilia ci erano nati e continuavano a
immaginare, in qualche remoto angolo della mente, di
ritornarci un giorno. Per sempre. Come si ritorna da un
viaggio smarrito nel deserto, a cercare il tempo perduto
nella memoria dei luoghi. La questione del Ponte teneva
testa sui giornali: mezzo governo era venuto a Messina la
settimana precedente, elmetti in testa e doppiopetto, a
gettare in mare la prima pietra tra i flash
e le
telecamere. Un evento da urlare nei giornali. Molti
sapevano già che quella pietra sarebbe stata anche
l’ultima, ma un astratto furore restava
nell’aria, come se qualcosa sarebbe comunque accaduto
nell’Isola di li a poco. Il cambiamento definitivo.
La svolta. Il dopo. Come il tonfo dell'automobile di Enrico
dopo il salto sul traghetto. Quello stridente e
insopportabile accostamento tra ferraglia e mare. Ma quando
il traghetto si mosse, il dopo
era
soprattutto mare. Estate. Vento leggero sulla faccia.
Sicilia. Casa. Il nome primo delle cose. Sul ponte del
traghetto, Enrico si chinò su Pietro e, accompagnando
dolcemente il suo piccolo e paffuto braccio destro verso
l'alto, gli sussurrò 'quella è l'isola, la vedi? quella
lì'. Pietro fece di si con la testa e indicava con il dito
e il braccio teso l'orizzonte, come se fosse stato lui, con
quel dito, a far breccia nel muro di vento e a muovere il
traghetto. Che fosse felice ed eccitato per il viaggio, si
capiva dai suoi occhi. 'Occhi profondi e chiacchieroni'
diceva Viola. Già, perché Pietro non parlava. Quattro anni
e non parlava. Per questo Enrico si era deciso ad una lunga
vacanza. Sei mesi in Sicilia nella nuova casa, da dedicare
solo a Pietro. Per sentire un qualunque suono uscire dalla
sua bocca serrata. Per aprire quella porta. Rimasero così
sul ponte per diversi lunghissimi minuti: Viola, Enrico e
il piccolo nostròmo, cui toccava ora di condurre in porto
quell'enorme nave, col suo piccolo dito. Viola tese il
collo indietro e si abbandonò a quel sole caldo. Enrico si
compiacque nel notare che era ancora bellissima.
III.
Enrico
tornava in Sicilia, a Noto, dove era nato 44 anni prima.
Con tre novità: una compagna, un figlio e una nuova casa.
In campagna. Si era deciso a comprarla a 12 km da Noto,
sulla montagna pizzuta, vicino a Testa
dell'Acqua, dopo aver
ricevuto le royalties
del
brevetto ‘XYC-23’ una biotecnologia che
permetteva ai topi di ricostituire cellule nervose e che
apriva nuove strade alla cura contro la sclerosi multipla.
In realtà, Enrico aveva destinato gran parte dei fondi
all’Università di Siena e a quella di Tel-Aviv nelle
quali lavorava da anni. La casa in campagna era costata
appena 60 mila euro. In realtà l’aveva comprata
Rosario, il fratello più piccolo. Meglio, l’aveva
vinta a poker
dal
precedente proprietario per un valore di 150 mila euro. Ma
la fortuna gira e Saro accettò ben volentieri la cifra di
60 mila euro dal fratello per pagare immediatamente
un
debito di gioco di quelli-che-è-meglio- non-fare-aspettare.
Saro era così. Bello, bruno, alto, maledetto. Sempre in
attesa del grande colpo. Della svolta. Del
dopo.
Era, in effetti, come sospeso. L'eterno ragazzo. Non si era
laureato e forse nemmeno diplomato. Girava con una BMW nera
blindata con i vetri scuri, vinta anche quella al gioco -
una scommessa al velodromo di Floridia - ma viveva ancora
con la madre alla quale prelevava mensilmente una quota
della pensione ‘per le piccole spese’. Non era
però malavitoso Saro ed erano anni che non aveva più a che
fare con droghe. Ma “lui pensava in grande” e a
39 anni contava una bella lista di insuccessi: il bowling
con piscina, il campo di golf nella riserva naturale,
l’allevamento di cavalli da corsa, la rimessa per le
barche ‘di lusso’. Attività tutte avviate con
assegni scoperti o cambiali protestate. E mai completate.
Di tutti quei progetti, resistevano soltanto una sacca da
golf, un gommone senza motore e Quinta,
una mezzo purosangue araba, una volta campionessa in
Sicilia, ma oramai vecchiotta e lasciata a brulicare l'orto
dell'anziana madre e a dormire sotto l'ulivo.
Mentre guidava verso Noto, ad Enrico venivano in mente
tutti questi ‘successi’ del fratello e le
telefonate in piena notte dell’anziana madre, quando
la questura veniva a cercare Saro. Inutile provare a
convincerlo: “tu
sei professore, tu sì intellettuali, tu sai solo
sturiari” gli diceva
Saro “iu
sacciu la vita vera, io penso in grande, poi viri o’
frate, poi viri”.
Taormina, Giarre, Giardini Naxos, Acitrezza, gli scogli
neri di lava a picco sul mare blu e gli oleandri rossi,
rosa e bianchi sul ciglio della strada. Enrico guidava
verso Noto, in un pomeriggio caldo e arancione, andando a
ritroso nella memoria, spiegando a Viola quale meraviglia
si celasse dietro ogni cartello stradale. Lentini, Augusta,
Siracusa, Avola e poi, finalmente, Noto arroccata sulla
collina di roccia. L’appuntamento con Saro era al
bivio ‘delle arance’, dove una vecchia coppia
da sempre vecchia e da sempre li, si industriava con una
baracca coperta da una insegna recante una ben nota
scritta: “SI VENDINO ARANGE - SI COMPRONO
CARUBBE”. Quasi una esortazione, un segreto consiglio
finanziario al mercato, dipinto artigianalmente a mano.
Arrivati al bivio, Enrico mostrò a Viola la solita coppia
di vecchi. Probabilmente erano i già vecchi figli dei
vecchi proprietari. Sotto un cannucciato fitto vi erano
tante casse ammassate di arance arse dal sole.
Piccoli tarocchi
di
Lentini, Carlentini o Francofonte. Altre arance stavano
sotto i tavulùna,
in
sacchi di tela chiusi. Di carrube nemmeno l’ombra.
Evidentemente il baratto non funzionava da tempo.
Quelle maledette-arance
stavano li,
ammassate, sempre di più, sempre più vecchie. Viola,
ridendo, fece notare a Enrico che forse la ragione
dell’insuccesso del baracchino stava nella strana
insegna ingiallita dal troppo sole: SI VENDINO ARANGE
– SI COMPRONO CARI.... Col tempo, le carrube erano
scomparse dall’insegna sotto il sole e il paradossale
messaggio al consumatore-avventore era che lì si vendevano
sì arance, ma a caro prezzo! Inutile meravigliarsi delle
decine di casse di arance accatastate a marcire sotto il
sole. Saro, come al solito, era in ritardo.

