Lavoro e Dualismo
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Come già più volte notato da (tra gli altri) il Prof. Boeri e il Prof. Ichino, il mercato del lavoro italiano è fortemente duale. Da una parte ci sono gli outsider, cioè chi cerca un’occupazione e chi pur avendone una ne cerca una più stabile e tutelata, e gli insider, chi ha un contratti di lavoro cosiddetto tipici (le “vecchie” tipologie a tempo determinato e indeterminato). Questo dualismo, che colpisce particolarmente i giovani, non può essere considerato un problema marginale.
La proposta del Prof. Boeri si potrebbe riassumere nei seguenti punti:
1) un contratto unico a tutele gradualmente crescenti. Il contratto ha tre fasi: la prova, l’inserimento e la stabilità. Chi viene assunto con un contratto a tempo indeterminato, è soggetto a un periodo di prova di sei mesi. Successivamente, dal sesto mese al terzo anno dopo l’assunzione, il lavoratore è coinvolto in un periodo di inserimento in cui viene tutelato dalla protezione indennitaria (da due a sei mesi di salario) nel caso di licenziamento economico e deve essere reintegrato in azienda nel caso di licenziamento discriminatorio o lesivo di diritti fondamentali. In questo periodo di inserimento, datore di lavoro e lavoratore investono in capitale umano. Al termine del terzo anno, l’obbligo di reintegrazione (la cosiddetta tutela reale) viene esteso anche ai licenziamenti economici senza giusta causa.
2) Standard minimi che valgano per tutti i tipi di contratti. Altrimenti ci saranno sempre delle asimmetrie. In particolare, l’introduzione del salario minimo orario che valga per ogni tipo di prestazione.
3) Per tutelare il futuro previdenziale dei giovani, tutti i contratti alle dipendenze dovrebbero, inoltre, garantire lo stesso livello di contributi previdenziali.
4) Inoltre, per dissuadere un uso eccessivo dei contratti a tempo determinato, si ritiene che chi assume con contratti a termine debba pagare contributi più alti per le assicurazioni contro la disoccupazione, dato che più forte è il rischio che il contratto sfoci in un periodo di disoccupazione.

E’ da sottolineare che i contratti a tempo determinato o atipici non vengono direttamente modificati dalla proposta di Boeri. Difatti essa riguarda solo i contratti a tempo indeterminato. Inoltre, la proposta è basata sulla assunzione (che condivido solo in parte) che i contratti a tempo indeterminato non vengono preferiti dai datori di lavoro perché non è previsto un periodo abbastanza ampio per selezionare appropriatamente il lavoratore. Personalmente ritengo che il motivo della scelta di contratti atipici rispetto a quelli tipici è da ricercarsi nel risparmio contributivo per la parte datoriale che i primi permettono. E per questo cerco di integrare la proposta del Prof. Boeri con alcuni elementi.

Con l’uniformarsi dei livelli contributivi attorno al 32% (come al punto 3) propongo di modulare nel tempo le quote spettanti al lavoratore e al datore di lavoro. Attualmente, prendendo come rappresentativi i co.co.pro, 1/3 dei contributi sono pagati dal lavoratore e 2/3 dal datore di lavoro.
Quello che proporrei è di prevedere che la totalità dei contributi siano a carico dei datore di lavoro se questi sceglie un contratto a tempo determinato di durata inferiore all’anno. Se il contratto è invece di una durata compresa tra un anno e tre anni, il lavoratore pagherà una quota comunque inferiore ad 1/3 e il datore di lavoro il residuo. Con contratti di durata superiore a tre anni si entra nel regime ad oggi previsto per i co.co.pro, cioè dell’1/3 al lavoratore e 2/3 al datore di lavoro.
A tal proposito il contratto unico proposto dal Prof. Boeri, essendo formalmente un contratto a tempo indeterminato, seguirebbe la regola dell’1/3 al lavoratore e 2/3 al datore di lavoro. Questa circostanza potrebbe favorire la scelta di questa tipologia di contratto rispetto a quello a tempo determinato o comunque atipico.
Con la sovra-descritta modulazione, inoltre, si permetterebbero retribuzioni più alte per chi ha lavori a breve durata, dato che sarebbero più o meno parzialmente alleggerite dalla contribuzione. Inoltre si scoraggerebbe il fatto che il datore di lavoro scelga contratti di breve durata reiterati.

Per quanto riguarda gli standard minimi (punto 2), ed in particolare il salario minimo, la proposta del Prof. Boeri potrebbe essere integrata prevedendo che questi salari minimi siano stabiliti per macro-aree (come già prospettato dal Prof. Ichino). Ad oggi, tramite i contratti collettivi non modificabili in pejus, una forma sostanzialmente di salario minimo è previsto e viene parametrato al lavoratore (non in nero) con famiglia, impiegato in una grande impresa del Nord Ovest (leggasi, per esempio, per i contratti metalmeccanici, l’operaio FIAT).
Ma l’Italia ha forti differenziazioni territoriali. A tal proposito, il salario minimo dovrebbe essere modulato su tre fattori: 1) lo standard di vita della macro-area di riferimento (nel Nord Ovest questo è più alto che nel Sud-Ovest); 2) l’età del lavoratore: si potrebbero pensare salari minimi leggermente più bassi per gli under 30 (anche se bisognerebbe stare attenti a non imbattere in discriminazioni che verrebbero punite dalla Commissione Europea; e 3) la presenza o meno di imprese in crisi (nel qual caso si potrebbero prevedere delle deleghe al salario minimo).

E veniamo al punto 4. Si potrebbero prospettare da parte delle associazioni datoriali e dei lavoratori la raccolta di finanziamenti finalizzati ai sussidi di disoccupazione.
Per le associazioni dei lavoratori questa metodologia veniva comunemente usata in Europa prima degli anni ‘40, allorquando mancando una previdenza pubblica, i lavoratori si auto-tassavano per sostenere chi di loro avrebbe perso il lavoro (il cosiddetto Ghent system).
Forme che integrino la previdenza pubblica, finanziate dalle associazioni dei lavoratori e dei datori di lavoro potrebbero essere reintrodotte. In che maniera? Legando la “forza” di ogni associazione nelle pratiche di concertazione nazionale e per macro-aree (per stabilire il salario minimo come esposto sopra), anche alla capacità di raccogliere e destinare fondi per sussidi alla disoccupazione.

Un altro elemento che non è direttamente coinvolto nella proposta del Prof. Boeri, ma che egli stesso ha più volte sottolineato come criticità del sistema, è l’inefficienza e l’inefficacia degli uffici per l’impiego.
Le associazioni dei lavoratori e dei datori di lavoro hanno un forte radicamento territoriale, e per questo potrebbero offrire luoghi e risorse per mediare domanda e offerta di lavoro. I risultati (per esempio in termini di nuovi assunti under 35 tramite un diretto impegno di queste associazioni) potrebbero essere un ulteriore parametro per legittimare o meno una certa “forza” nelle pratiche di concertazione nazionale e nelle macro-aree.

Scrooge
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