Il lavoratore e il suo doppio
18/02/08 19:35

di
Antonio Nicita, da
Il Riformista 22/02/08
Walter Veltroni lo ha ripetuto molte volte in questi giorni, segnando un solco sempre più profondo con la Sinistra di Bertinotti: l’imprenditore è un lavoratore. Di per sé, questa affermazione ha il sapore di una tautologia o di comune buon senso. In realtà, segna un piccola rivoluzione e marca definitivamente il superamento di un’ambiguità e di un antico retaggio della sinistra italiana. Quella che Giddens chiamava la strutturazione delle classi sociali nel Novecento, vedeva infatti insanabilmente contrapposti i capitalisti, ‘padroni’ appunto del capitale e i lavoratori, padroni soltanto della propria forza lavoro scambiata sul mercato.
La strutturazione delle classi sociali, e in particolare la demarcazione tra capitalisti e lavoratori, trovava la sua ragione d’essere nella natura di rentier del capitalista, il quale proprio grazie all’accesso esclusivo dei mezzi di produzione poteva affittare la forza lavoro, espropriandone il surplus produttivo ed esercitando pienamente, in presenza di disoccupazione e di salari minimi, il proprio potere contrattuale. Come ha ben evidenziato l’economista di Harvard Mark Roe, l’avvento della grande impresa fordista multidivisionale e quello di un forte sindacato unitario sono due fenomeni complementari del Novecento, ciascuno nato per disciplinare il potere contrattuale dell’altro, in una separatezza di interessi e di prospettive economiche inconciliabile.
Dagli anni cinquanta in poi, come dimostrano Porter e Williamson, l’impresa è tuttavia diventata sempre più un ibrido istituzionale, da un lato con la separazione tra proprietà e controllo, dall’altro con la centralità dell’investimento in capitale umano nel processo produttivo. La proprietà delle imprese tende a frammentarsi con la creazione del mercato per il controllo delle stesse. Cosi alla fine del Novecento, l’omogeneità aggregante dei lavoratori cede il passo alla specializzazione del fare e della conoscenza e dell’auto formazione continua. La progressiva disintegrazione verticale e orizzontale dell’impresa, la diffusione dell’outsourcing in un mondo sempre più globalizzato e l’esplosione delle piccole e medie imprese fanno il resto. Il piccolo imprenditore è sempre più spesso non tanto il proprietario del capitale finanziario quanto piuttosto il portatore di capacità spesso tacite, di capitale umano e organizzativo. Per questo è portatore dello stesso rischio, se non maggiore, del lavoratore che assume. Come ben hanno argomentato gli economisti Alchian e Demsetz, molte attività produttive sono caratterizzate da rapporti di team nei quali la gerarchia o è rarefatta o è funzionale all’allocazione efficiente delle risorse piuttosto che allo sfruttamento di rendite di posizione. L’imprenditore è un lavoratore che deve innovare assieme alla sua squadra piuttosto che un rentier che alloca il proprio capitale finanziario, pena l’incapacità di competere e l’uscita dal mercato.
Questo mutamento di prospettiva, ben colto da Walter Veltroni, non solo costringe al superamento della strutturazione delle classi sociali del capitalismo del Novecento, ma anche al superamento del corporativismo inteso come incontro di due parti altrimenti, intrinsecamente in conflitto. Come ha insegnato un autorevole studioso dell’impresa giapponese, Masahiko Aoki, sempre più spesso è la complementarietà oggi la chiave per comprendere i nuovi ibridi istituzionali dell’organizzazione di impresa. L’impresa che riesce a sfruttare al meglio la complementarietà tra tutti i suoi constituents è quella che ha maggiori probabilità di affermarsi sul mercato. Ciò naturalmente ha delle rilevanti conseguenze anche in termini di tutele, perché l’impresa competitiva deve essere capace di offrire adeguati incentivi a tutti i lavoratori che ne fanno parte, sia all’imprenditore che ai dipendenti. E questo comporta un ulteriore passaggio, sul quale è chiamato tuttavia Veltroni: non solo l’imprenditore è un lavoratore, “ma anche” il lavoratore è un imprenditore che porta il proprio capitale umano nel processo produttivo, sottoponendolo anch’esso al rischio di impresa. La novità della visione complementare di imprenditori e lavoratori sta dunque nella circostanza che considerare l’imprenditore un lavoratore non elimina affatto la necessità di tutelare il lavoro, ma anzi la rafforza in una nuova prospettiva. Il superamento della tradizionale impostazione con la quale guardiamo agli interessi di imprenditori e lavoratori come pervasivamente contrapposti costringe così a legare insieme quegli interessi con la competitività dell’impresa sul mercato. Una sfida riformista difficile e tormentata, ma nondimeno moderna e promettente.