Doing (really) Business?
29/04/07 10:00
di AntonioSono stati diffusi in questi giorni i nuovi dati del rapporto
"Doing Business-benchmarking business regulations" della Banca Mondiale. Si tratta di un ranking internazionale che ha - dichiaratamente - come unica finalità quella di stabilire la facilità di fare business in 175 paesi, tra cui l'Italia. Gli indicatori prescelti sono
Starting a Business, Dealing with Licenses, Employing Workers, Registering Property, Getting Credit, Protecting Investors, Paying Taxes,Trading Across Borders, Enforcing Contracts,Closing a Business. Inutile dire che l'Italia è messa molto male nel complesso, superata abbondantemente da paesi improbabili. Ma non mancano debolezze metodologiche.
Nell’indicatore denominato “starting a business”, ad esempio, l’Italia registra una delle migliori performance ma si classifica al 52° posto tra i 175 paesi analizzati. In particolare appaiono eccessivi non tanto i tempi (in giorni) ma il numero di procedure (9) e il costo per intraprendere un’attività imprenditoriale (15.2 % del reddito pro-capite). Sempre dal report “Doing Business” è interessante l’indicatore “paying taxes”, in particolare il parametro che riflette il tempo (in ore) per preparare, archiviare e pagare le tasse sul reddito d’impresa, sul valore aggiunto e i contributi sociali e previdenziali. A dispetto un numero relativamente basso di tasse (number of payments) il tempo è tra i più alti dei paesi OECD. In media sono necessari 24 ore (1 giorno) per ogni pagamento.Lo stesso vale per il parametro “dealing with licences”; malgrado le procedure siano relativamente poche il tempo ‘speso’ è tra i più alti.
L’introduzione nei dibattiti di politica economica di tali indicatori ha il merito di aver posto l’attenzione sul ruolo del contesto istituzionale che circonda la ‘transazione economica’, sebbene essa mostri tre debolezze metodologiche che è bene richiamare. La prima riguarda, più in generale, la circostanza che il frammentare e il ridurre la comparazione di sistemi del tutto diversi, sotto il profilo giuridico ed istituzionale, a semplici indicatori omogenei e confrontabili può indurre a sotto-stimare specificità locali e in particolare il ruolo svolto da talune forme di regolazione nel minimizzare costi di transazione altrimenti rilevanti. La seconda debolezza metodologica è relativa al fatto che alcune indagini, quale quella della Banca Mondiale, si basano su rilevazioni di natura soggettiva, come la redazione di questionari da parte di esperti nazionali, rispetto alle quali il soggetto intervistato può, consapevolmente o meno, orientare la propria risposta sulla base di convincimenti o obiettivi particolari, data la crescente rilevanza politica e mediatica assunta dalla diffusione dei risultati di queste indagini. Infine, si deve rilevare che in molte circostanze l’effettivo funzionamento della specifica norma o regola oggetto di indagine talvolta assume costi, modalità di applicazione e grado di perentorietà diversi da quanto apparentemente rinvenibile sulla base di un’analisi superficiale della stessa.
I redattori del rapporto insistono nel dire che si tratta di un indicatore di benchmarking relativo tra i paesi considerati in merito alla facilità di fare business e NON di un indicatore dell'effettiva competitività dei diversi sistemi. Resta tuttavia il fatto che cosi viene interpretato e che alla fine i media si riferiscano al benchmarking proprio come ad un ranking della competitività del sistema paese.
Da una parte queste analisi sono utili per stimolare riforme pro-concorrenziali e abbattere costi amministrativi 'evitabili'. Dall'altra, tuttavia, non considerano altri elementi 'non spiegati' che evidentemente sono centrali, visto che l'Italia registra comunque uno die più elevati tassi di nascita delle imprese, sicuramente più elevato di altri paesi che secondo la Banca Mondiale dovrebbero starci sopra nel ranking Doing Business.
Ci sono cioè due grandi punti interrogativi: come mai paesi che hanno un ranking migliore dell'Italia nel doing business report stanno molto dietro quanto a tassi di nascita delle imprese? Come mai l'Italia registra alti costi per fare business ma registra alti tassi di nascita? Evidentemente c'è molto di 'non spiegato' in queste analisi. Sarebbe utile allora un'analisi ecometrica che prenda un campione di paesi e si chieda se esista una correlazione tra il miglioramento della performance economica delle imprese e il tasso di crescita di posizione nel ranking Doing Business degli ultimi anni. Se, come mi aspetto, questa correlazione non è particolarmente significativa, dovremmo guardare al Doing Business con un certo disincanto e proporne l'integrazione con nuovi indicatori.
PIù utile, come ho avuto occasione si suggerire in un recente contributo, farci da noi in Italia un Doing Business in Italia, comparando le regolamentazioni delle diverse regioni.