Law & Economics
L'Italia a rischio
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Tra intercettazioni, girotondi, scissioni consumate e annunciate, immunità, stiamo perdendo dal dibattito politico la cosa più importante. Aumenta il debito pubblico, aumenta l'inflazione, calano i consumi, aumentano i tassi d'interesse, aumenta il petrolio, cala il dollaro, cala la produzione nazionale. La stagflazione da inflazione importata è una delle bestie peggiori. Siamo davvero - come mai negli ultimi 15 anni - alla vigilia di una crisi gravissima, a meno di shocks positivi (una improvvisa impennata del dollaro) che possano invertire una tendenza nel breve periodo. Forse è un tempo in cui parlare d'alberi è un delitto. Ma non vedo all'orizzonte grandi piani di sviluppo e di discontinuità...
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7 domande su Google-Yahoo
googmsftyhoodi Antonio
Dopo mesi in cui Yahoo ha provato a spuntare un prezzo più alto per la 'scalata' di Microsoft, un prezzo più alto del già incredibile alto prezzo della offerta di Gates, arriva la notizia di un accordo orizzontale con Google. Dal punto di vista della logica economica e industriale, la cosa sorprende perché si sostituisce una concentrazione verticale con un accordo, apparentemente tecnico, di natura orizzontale tra due concorrenti.Dal punto di vista antitrust, possono emergere alcuni problemi: a meno che non sia un 'commitment' apparente da parte diYahoo per alzare il prezzo di vendita futura. Sia come sia, l'American Antitrust Institute ha formulato al Dipartimento di Giustizia americano, 7 domande in merito all'accordo
Eccole:
1. How will the agreement affect competition among the Google, Microsoft, and Yahoo! platforms?  Would the deal be reasonably likely to lead to the reduction of the number of independent search advertising competitors from three to two, a circumstance that almost always violates the antitrust laws? Google, Microsoft, and Yahoo! are not just advertising distributors, however. All three provide competing platforms for information collection, processing and distribution, e.g., email, chat and calendaring services, and they have the potential for competing with one another well into the future as new uses of the Internet are developed. From this broader perspective, advertising may be less a separate market than the revenue-producing lifeblood of these systems.
 
2. If someone invented a better method of searching the Internet, how long would it likely take to implement the invention and be able to compete effectively with Google, Yahoo! and Microsoft for advertisers? Regardless of whether the relevant market consists of competing systems or competing search advertising algorithms, will Google not only strengthen its dominant position on this critical component for business on the Internet but also be protected from new entry?
 
3. Will the agreement enable creation of new barriers to entry? Will Google's enhanced share of Internet advertising entail the power to create new barriers to entry such as long- term exclusive contracts with advertisers or content providers which could harm either the search advertising market or competition among systems?
 
4. To what extent does search advertising compete with display advertising? The decision to allow Google's acquisition of Double-Click would suggest these are separate markets, but what does post-merger experience have to teach us?
 
5. What percentage of search and display advertising is now placed through intermediaries, such as advertising agencies? If intermediaries purchase a significant quantity of Internet advertising, then special attention needs to be focused on their particular purchasing decisions and needs in addition to that of their clients.
 
6. How much of a transaction cost savings would arise if advertisers or their intermediaries were to deal with two search companies? In other words, what are the costs associated with having advertising placed through more than one company? By the same token, what are the costs to content providers for carrying ads placed by more than one provider? Do many or most of these intermediaries currently deal with only one search company? Is there a strong preference for "one stop shopping" for their varied clients? And how will the proposed auction system affect this dynamic?
 
7. Would a combined Google-Yahoo! produce a strong monopoly position in search advertising that would enable them to leverage themselves into a dominant position in display advertising? Dominance in both forms of Internet advertising could be expected to result in even higher prices to advertisers and lower shares of revenue to content providers since neither would have access to substitute products.
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Sea/Alitalia: un caso di hold-up?
aereoaereoaereo di Antonio
Quando i contratti sono incompleti, la parte che realizza investimenti specifici o irreversibili nella transazione di riferimento si espone al rischio di interruzione o di rinegoziazione unilaterale del contratto. Molte teorie economiche ci spiegano che, in questi casi, per evitare il rischio di opportunismo ex-post, conviene trasformare una relazione contrattuale in una relazione integrata d'impresa. Tanto tempo fa le compagnie aeree possedevano o controllavano pezzi strategici degli aereoporti. Ragioni antitrust e di politica della concorrenza hanno portato alla separazione verticale e a contratti incompleti, proprio come quello tra SEA e Alitalia.
Ma si tratta davvero di un contratto incompleto? E le decisioni di Alitalia sono davvero hold-up (rinegoziazione opportunistica del contratto)?
Secondo il presidente SEA si, al punto che di fronte alla prospettiva di 'uscita' dalla relazione contrattuale, per via delle mutate strategie di controllo, la SEA è pronta a chiedere oltre un miliardo di danni. Nella visione del presidente SEA, vi è un contratto implicito e incompleto si partnership tra SEA e Alitalia, in base al quale SEA avrebbe realizzato investimenti specifici ad Alitalia e quindi non recuperabili in usi alternativi. Secondo SEA la decisione di procedere con un'azione legale contro Alitalia è diretta conseguenza della violazione, da parte della compagnia di bandiera, "dell'accordo generale di partnership e di una pluralità di accordi sottoscritti con Sea e per aver agito in spregio a doveri di buona fede". Il presidente di Sea, Bonomi, il giorno dopo "l'irritazione" espressa da Palazzo Chigi per l'iniziativa legale, ha spiegato che "l'azione rappresenta un atto dovuto che rientra negli obblighi di responsabilità nei confronti dell'azienda e degli azionisti". L'azione legale si basa sul fatto che "Malpensa è stata sviluppata come un aeroporto hub a seguito della volontà di Alitalia di divenirne l'hub carrier. Di conseguenza - ha spiegato il presidente SEA Bonomi - l'aeroporto è stato progettato e sviluppato in costante contatto con la compagnia aerea al fine di recepire le concrete esigenze in termini di infrastrutture, impiantistica e organizzazione, con ingenti investimenti da parte di Sea. Investimenti che vengono vanificati dall'attuazione del piano di sopravvivenza di Alitalia". Cioé investimenti che 'sarebbero' specifici.
 Ancora: "Il progetto di fare di Malpensa un hub è nato nei primi anni Novanta - ha raccontato - per soddisfare una precisa esigenza di Alitalia, che non disponeva di un vero e proprio hub. In questo contesto Sea e Alitalia hanno lavorato insieme per anni per trasformare Malpensa in hub: in particolare Sea ha realizzato tutte le strutture necessarie per costruire l'hub, tra cui il sistema di Bhs per lo smistamento dei bagagli, un hangar per la movimentazione degli aeromobili e una modifica della organizzazione del lavoro".  Inoltre il presidente di Sea ha fatto notare che accanto agli ingenti investimenti realizzati sono stati sottoscritti specifici contratti in virtù dei quali Alitalia ha acquisito in esclusiva la disponibilità dell'hangar e ha assunto specifici impegni di sviluppo del traffico finalizzati a far decollare l'hub. Cioé investimenti che sarebbero 'co-specifici'. La convinzione da parte di Sea che Alitalia abbia violato accordi di tipo contrattuale ed extracontrattuale si basa anche su un documento congiunto risalente al 2002, in base al quale, come ha ricordato Bonomi, lo sviluppo di Malpensa in quanto hub era subordinato a due condizioni: "La presenza di un hub carrier che facesse di Malpensa il nodo focale della propria architettura di rete - ha detto citando testualmente il documento - e una infrastruttura aeroportuale adeguata e coerente con le esigenze di un hub e del suo hub carrier". "Ci sono - ha concluso Bonomi - atti, fatti e contratti che testimoniano l'impegno preso da Alitalia con Sea. La compagnia ha deciso improvvisamente di cambiare la propria strategia e, beninteso, chiunque può farlo, ma non nel nostro caso, dove accordi precisi impedivano un cambio inopinato della strategia. Oltretutto non credo che con l'abbandono di Malpensa si possa rimediare al fallimento di Alitalia che ha ben altre cause".
Da un punto di vista di analisi economica del diritto, potrebbe a prima vista trattarsi di hold-up, cioé di una rinegoziazione opportunistica del contratto implicito basato sulle aspettative che derivavano sia da contratti sottoscritti che da comuni intenti cooperativi e incompleti tra i due soggetti. Se tecnicamente possiamo definire la rottura della relazione incompleta un hold-up, da un punto di vista più prettamente economico la cosa è problematica. E' vero SEA ha fatto investimenti specifici sulla base dell''affidamento' delle future strategie di Alitalia. ma è vero che non si tratta di hold-up in quanto Alitalia non sta rinegoziando ai fini dell'appropriazione di una quasi rendita. Semplicemente sta cambiando proprietà. Ed è un cambio necessitato dalla cattiva gestione dell'azienda e dall'approssimarsi di un rischio fallimento (del quale il sindaco Moratti ha detto di non preoccuparsi, essendo molto più interessata a difendere Malpensa anche se poi non ci volerà più nessuno...). Inoltre ho anche dei dubbi sulla natura 'specifica' degli investimenti di SEA verso Alitalia. In realtà si tratta di investimenti specifici ad una specifica situazione di mercato e non ad una relazione, ovvero specifici a una compagnia dominante che svolge un certo numero di voi quotidiani, ma se oggi ce ne fosse un altra pronta a sostituire Alitalia, non sarebbe certo un investimento specifico, posto che avere un hub a Malpensa sia economicamente conveniente. Infine già nel 2002 i problemi finanziari di Alitalia erano ben noti e potevano essere ragionevolmente attesi d SEA. Ciò avrebbe dovuto spingere SEA a diversificare piuttosto che ad 'affidarsi' d Alitalia. E poi l'affidamento era su Alitalia o sulla politica?
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Google, Yahoo e gli altri
imgres di Antonio
Microsoft vuole acquistare Yahoo offrendo una cifra giudicata da taluni spropositata. Yahoo si permette di rifiutare. E avvia contatti con Disney e con NewsCorp. Microsoft rilancia e aspetta. Intanto Google annuncia uno smartphone che dovrebbe concorrere con I-phone e acquista YouTube. Che sta succedendo? Qui alcune riflessioni in una mia intervista a LiberoMercato a cura di Federico Unnia.
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Riforme istituzionali liberali
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Non c'entra l'essere di destra o di sinistra. C'entra l'essere liberali. Credere in una società dove i diritti e le regole evitano l'abuso del potere pubblico o privato. Sono già 14 anni di conflitto di interesse, di uso distorto della televisione e della informazione (sia pubblica che privata), di dominanza nella raccolta pubblicitaria televisiva. Le intercettazioni di Deborah Bergamini da un lato, quelle di Agostino Saccà dall'altro confermano questo quadro. Non si può pensare di arrivare al 2013 con un ventennio di conflittto di interessi e di dominanza televisiva irrisolti. Per questo tra le riforme istituzionali è fondamentale inserire conflitto di interessi e riforma del sistema radiotelevisivo e della rai. Una riforma europea e non penalizzante né per Mediaset, né per l'attuale opposizione. Una commissione di saggi internazionali, con ex- commissari europei della concorrenza di destra e di sinistra. Si dia un mandato a Marini. Con l'assenso 'istituzionale' dei senatori Andreotti, Scalera, Dini, Fisichella, Pallaro e con il voto 'liberato' di Marini, il nuovo governo raggiungerebbe 162 voti al senato più eventuali appoggi esterni. Si proceda. E tra un anno al voto congiunto con le europee.
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Patente a punti: qualche dato. E una teoria.
scoop di Antonio & Marcello
A distanza di quattro anni dall’introduzione (1 luglio 2003) del meccanismo della patente a punti (art. 126-bis CdS), in base al quale a ogni conducente viene attribuito uno stock di 20 punti da decurtare nel caso di infrazioni, il decreto agostano del Ministro Bianchi, convertito nella legge 160 nel mese di ottobre, ha modificato alcune norme del CdS, inasprendo le sanzioni, anche accessorie, che colpiscono chi guida in stato di ebbrezza o sotto l’effetto di droghe, chi supera di oltre 60 kmh i limiti di velocità o chi utilizza il cellulare o cuffie alla guida. Le modifiche introdotte dalla legge 160 del 2007 nascono dalla constatazione della progressiva inefficacia del meccanismo incentivo-compatibile messo in atto in Italia con il sistema della patente a punti. Sulla base dei dati riferiti alla RETE STRADALE E AUTOSTRADALE dell’attività DELLA POLIZIA STRADALE emerge il seguente quadro ricco di luci e ombre.

• 2007 incidenti 86.701, di cui 1.473 mortali e 39.983 con feriti. I morti sono stati 1.682, mentre i feriti sono stati 63.763, le infrazioni rilevate per eccesso di velocità e velocità pericolosa sono state ca 1.120.000.
• 2006 incidenti 91.408, di cui mortali 1.650 e 41.662 con feriti. I decessi sono stati 1.889, mentre i feriti 66.057, nello stesso anno sono state rilevate ca 1.080.000 infrazioni per eccesso di velocità e velocità pericolosa.
• 2005 incidenti 92.021, di cui mortali 1.663 e 41.228 con feriti. I decessi sono stati 1.860, mentre i feriti 64.997, nello stesso anno sono state rilevate ca 974.000 infrazioni per eccesso di velocità e velocità pericolosa
• 2004 incidenti 93.917, di cui mortali 1.673 e 42.263 con feriti. I decessi sono stati 1.891, mentre i feriti 66.777, nello stesso anno sono state rilevate ca 1.016.000 infrazioni per eccesso di velocità e velocità pericolosa.

I dati indicano una coerente riduzione dei sinistri passati da 93.917 (2004) a 86.701 (2007), tuttavia l’aspetto positivo è messo in ombra dall’aumento delle infrazioni gravi rilevate e soprattutto dall’elevato numero di incidenti con morti e feriti. Infatti a fronte, per la prima volta, di una riduzione significativa del numero di morti da 1.891 nel 2004 a 1.682 nel 2007) e feriti (66.777 nel 2004 contro 63.763 nel 2007), la semplice analisi percentuale drammaticamente rivela che: il numero degli incidenti mortali sul totale degli incidenti è passato da 1,78% nel 2004 a 1,69% nel 2007, mentre gli incidenti con feriti sono passati dal 45% nel 2004 al 46% del 2007.
La conclusione è che alla gravità delle infrazioni rilevate sembra continuare a corrispondere una gravità dei sinistri osservati, in breve che il meccanismo della patente a punti, nonostante gli inasprimenti previsti dal decreto Bianchi sia poco efficiente, ancora meno efficace e sicuramente molto costoso. I dati riportati appaiono ancora più preoccupanti se si considera il notevole svecchiamento del parco auto circolante, con conseguente aumento degli standard di sicurezza passiva, prodotto dalle campagne di rottamazione degli ultimi.

L’idea di introdurre con la patente a punti un meccanismo di penalizzazione di tipo monetario e non monetario (incapacitation), nasceva dalla volontà di correggere alcune storture e limiti che i soli meccanismi sanzionatori monetari hanno più volte rivelato. Al fine quindi di ridurre il numero di comportamenti socialmente pericolosi e costosi, il legislatore ha previsto il superamento della prescrizione Beckeriana di una semplice pena monetaria per la violazione delle norme del CdS e introduceva una misura di incapacitation (perdita temporanea della patente) attraverso la decurtazione di uno stock di punti in corrispondenza di determinate violazioni. Contravvenendo a semplici regole di ottimalità e coerenza, il legislatore prevedeva delle sanzioni differenziate e crescenti all’aggravarsi dell’infrazione e al fine di correggere eventuali sovra-sanzionamenti (errori nel comminare le pene o violazioni accidentali delle norme) prevedeva un meccanismo “costoso” di recupero dei punti persi.
Il meccanismo di incapacitazione che scaturiva da queste premesse appariva, quindi, sin dall’inizio viziato da errori metodologici favorenti i comportamenti strategici. In particolare, il sistema di ‘demerit points’ sembra funzionare correttamente per quei soggetti che violano accidentalmente il CdS, mentre appare scarsamente efficace (non stringente) e inefficiente (costoso e iniquo) verso i violatori sistematici, una volta che questi hanno familiarizzato (scontato), dopo un primo periodo di deterrenza, con il design operativo del meccanismo di incentivo, specie in ragione della facilità con la quale si prevede il recupero dei punti (considerati come una ‘risorsa rinnovabile’ da parte dei trasgressori).

Queste considerazioni sono corroborate dall’esame dei dati della sola rete autostradale – che permette un’analisi comparata più affidabile quanto a tipologia di utenti e di controlli - per il quadriennio 2004-2007 dai quali emerge che:

il numero di incidenti è passato da 41.992 a 38.229; i decessi da 558 (1,33% del totale incidenti) a 446 (1,16% totale incidenti); i feriti da 20.047 (47,7% del totale incidenti) a 19.835 (51,9% del totale incidenti). Se il confronto viene effettuato con il 2006, anno sulla cui base sono state introdotte le modifiche si osserva che: il numero di incidenti è passato da 40.099 a 38.229, i decessi da 534 (1,33%) a 446 (1,16%), mentre i feriti sono passati da 20.033 (50%) a 19.835 (51,9%).

Quindi complessivamente pur a fronte di una riduzione del numero assoluto di incidenti, dei decessi e dei feriti, si rileva una mancata riduzione della gravità relativa dei sinistri. Se si unisce a questo dato quello relativo al numero di contravvenzioni per eccesso di velocità e velocità pericolosa passato da ca 490.000 a 589.000, nonostante nell’ultimo anno siano state rese note la localizzazione delle postazioni autovelox mobili oltre che resa manifesta quella delle postazioni fisse, e quello riferito al numero di pattuglie della polizia stradale passato da 78.576 a 228.732, sembra essere confermata la sensazione di aver creato un meccanismo sanzionatorio incapace di disincentivare i violatori abituali delle norme.
Questa conclusione si rafforza se si analizzano i dati sulla sinistrosità della rete autostradale disaggregandoli in modo da definire tre periodi: il primo dal 1 gennaio-2agosto, il secondo dal 3 agosto (emissione del decreto) al 31 dicembre:
• tra il 1 gennaio e il 2 agosto gli incidenti passano da 23.683 a 22.814, i decessi da 323 (1,36%) a 290 (1,27%) e i feriti 11.544 (38,9%) a 12.062 (52,9%);
• tra il 3 agosto e il 31 dicembre gli incidenti passano da 16.416 a 15.415, i morti da 211 (1,28%) a 156 (1,01%) e i feriti da 8.489 (51,7%) a 7.773 (50,4%);

Si evidenzia quindi una scarsa efficacia delle nuove norme introdotte, una volta che sono state scontate dai conducenti, e il riproporsi di andamenti stagionali.

A questo punto, anche sulla base dell’esperienza nel Regno Unito in cui sono previste pene detentive anche per la guida con cellulare, è forse opportuno avviare una drastica revisione del meccanismo sanzionatorio, prevedendo meccanismi di incapacitation più stringenti accanto all’inasprimento delle pene detentive per le violazioni particolarmente gravi:
(i) raddoppio dei punti sottratti in periodi di particolare congestione stradale;
(ii) meccanismi non automatici e “gratuiti” di ricostituzione dello stock dei punti (stock fisso di punti);
(iii) tempi progressivamente estesi di interdizione prima del recupero dei punti e/o periodi di prova; (iv) introduzione di meccanismi discrezionali di giudizio-valutazione, non facilmente scontabili da parte dei violatori abituali (es. comparire davanti a un giudice che decide la durata dell’incapacitation fino alla revoca totale della licenza di guida) nei casi più gravi di reiterata violazione;
(v) introduzione di un sistema di punti anche sulle autovetture (sul libretto di circolazione) che sia decurtato in caso di mancata attribuzione delle infrazioni, e che determini il blocco amministrativo (per un tempo variabile) del veicolo stesso, per superare i chiari vincoli posti al sistema sanzionatorio dal cosiddetto Decreto Salva Punti (d.l 262 - del 3 ottobre 2006 convertito nella legge n. 286 2006, che prevede la sola sanzione monetaria da 250 a 1.000 euro nel caso di mancata identificazione del conducente).


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Quando le esternalità si 'abbattono' sul serio...
lumberjack di Antonio
Coase suggerisce che le esternalità sono sempre reciproche. Ci sono scambi di utilità che non passano dal mercato e che provocano effetti positivi per alcuni e negativi per altri. Il bene 'panorama' è uno di questi. Che fare se, anno dopo anno, i vicini costruiscono intorno o piantano alberi che impediscono al first comer di godere del panorama? La risposta dipende dal grado di 'completezza' originaria dei diritti. Un tizio in Arizona è stato condannato penalmente perché ha abbattuto di notte più di 500 alberi che gli coprivano il panorama, per il quale anni prima aveva comprato una casa in una certa zona. Pare che "quando il giudice Donald Mosley lo ha spedito in prigione, stupefatto, ha cominciato a gridare: "Ma io non sono una persona cattiva, sono una persona perbene, volevo solo un panorama"...
La condanna è di 5 anni di carcere. E certamente si tratta di un atto di vandalismo. L'approccio law and economics ci insegna però che altre strade potevano essere seguite dal ns vandalo di alberi, forse con qualche successo.
1. La contrattazione coasiana di mercato. Invece di abbattere gli alberi avrebbe potuto 'comprarne' l'uso da ciascun proprietario (lo stesso 'taglialegna' avrebbe poi proposto di restituire a titolo di risarcimento 250000 dollari al pool di proprietari).
2. Avrebbe potuto denunciare i late comers sulla base della dottrina legale del 'coming to the nuisance'
3. avrebbe potuto chiamare i vicini a pagargli i danni per l'esternalità negativa generata
4. avrebbe potuto chiedere al giudice di individuare il least cost avoider
5. avrebbe potuto chiedere a ciascun proprietario di alberi di pagare una parte dei costi per il proprio trasferimento
Emerge però il tema della incompletezza dei diritti proprietari su cui rinvio qui. Di chi era il diritto al panorama?
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Wi-Max & Max Why
images di Antonio
Ci risiamo. Beppe Grillo ha lanciato un vago appello sulla prossima gara wi-max. Come è già avvenuto in passato su questo blog, anche qui è necessario ribadire che molte informazioni, impostazioni e conclusioni che - confusamente - Beppe Grillo riporta sul pur complesso settore delle comunicazioni sono malposte ed errate sia sotto un profilo giuridico che dal punto di vista economico. Se non altro perché confondono competenze di Governo, Autorità e Commissione Europea. Stay tuned su questo sito, tra pochi giorni spiegherò umilmente dove e perché Grillo secondo me sbaglia, ahimé, ancora una volta, quantomeno il bersaglio. Re-invio ad una mia intervista sul nuovo numero del Corriere delle Comunicazioni
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Romeni in Italia
Pasted Graphic di A. S (dottoranda romena senese in Italia)
Chiariamo intanto una cosa: la chiusura delle frontiere con la Romania, auspicata negli ultimi giorni da alcuni politici italiani, è una misura che, semmai, avrebbe potuto avere un senso (in determinate condizioni) prima dell’adesione di detto paese all’Unione europea. Sembra che la politica italiana abbia scoperto con stupore negli ultimi giorni che in Italia ci sono tanti romeni. Ma saranno qui da ieri, o saranno arrivati continuativamente dall’ultima metà degli anni Novanta in poi?
Sicuramente, l’adesione della Romania all’UE ha avuto come conseguenza anche l’incremento dei cittadini romeni all’estero. Ma come mai hanno prevalentemente scelto l’Italia e la Spagna? Sarà forse perché in questi due paesi il numero dei connazionali immigrati era già altissimo? Sarà perché potevano contare sull’aiuto di un qualche lontano parente, di qualche conoscente? Sarà perché l’aspettativa sul livello dei controlli era piuttosto bassa? Una cosa è certa: in paesi come la Romania, l’Albania, l’Ukraina, la Moldavia, etc. l’Italia è vista, insieme alla Spagna, come uno dei paesi europei più accoglienti e meno rigidi sull’immigrazione.
E ciò ha dato luogo ad un continuo accumularsi di persone immigrate dai paesi dell’est e non soltanto; le prime ondate hanno creato un’immagine di benessere agli occhi dei connazionali rimasti a casa e, di conseguenza, è aumentato gradualmente il numero degli immigrati. Detto incremento ha determinato però anche il lievitare dei livelli di criminalità. Problema peraltro ovvio agli occhi di tutti, ma non dei politici che hanno preferito ignorare la questione e chiudere gli occhi. Così come è successo con gli albanesi 7-8 anni fa, come è successo con i marocchini prima ancora. Fino a quando le cose non diventano insostenibili, la reazione è quasi freudiana: il problema si rimuove. E quando invece la strategia si rivela – inevitabilmente – poco efficace, ancora una volta, come è ormai tradizione nella politica italiana, tutto si riduce ad un mero colpevolizzarsi a vicenda (da destra a sinistra e vice-versa).

In Romania invece, il governo ha scoperto con lo stesso stupore – nell’arco di qualche giorno, sembrerebbe – che in Italia ci sono tanti romeni. Se n’erano dimenticati quando ci facevano aspettare 5 mesi per rinnovare il passaporto; se n’erano dimenticati quando sottolineavano che la disoccupazione diminuiva in Romania (strano, visto che su 22,5 milioni di romeni, circa 8 milioni vivono fuori dai confini: due milioni in Spagna, circa 1,5 milioni in Italia, etc.). Cifre alla portata di tutti, ma stranamente non molto presenti allo spirito della classe politica romena che, prima di parlare di ondate di xenofobia, forse dovrebbe fare di più per darci una mano quando abbiamo bisogno di documenti, per trattarci meglio quando andiamo ai consolati, per non farci aspettare un’intera giornata prima di poter parlare con un funzionario… E’ il momento che il governo romeno cominci ad attuare vere politiche di integrazione dei cittadini romeni di etnia rom e vere politiche sociali per tutti.

I mass media, sia italiani che romeni, hanno subito montato un caso. E, mentre da parte italiana, alla luce degli ultimi avvenimenti, posso capire le sacrosante ragioni, non è lo stesso per i media romeni. Mi dispiace dirlo, ma se a Bucarest il livello di criminalità è basso, come evidenziava la polizia della capitale romena intervistata da “Tempi moderni”, forse possiamo collegare il fatto all’ondata di rom partiti dalla Romania per invadere il resto dell’Europa. Già nei primi anni Novanta, se la memoria non mi inganna, i rom romeni avevano fatto vergognare tutti i romeni dell’Austria. Era prevedibile lo stesso con l’Italia; mi meraviglierei se la stessa cosa non succedesse anche in Spagna. Inutile parlare ora di xenofobia da parte dell’Italia e di ondate di romeni che tornano. (E, a tal proposito, non capisco perché i romeni in regola dovrebbero tornare.)

E’ ora che i cittadini romeni che stanno qui non si sa bene perché, dove e con quali mezzi, siano rimandati a casa. Ed è ora che le autorità romene affrontino il problema con serietà. Francamente, non vedo perché il cittadino italiano debba sostenere (con le proprie tasse) i romeni in carcere che hanno commesso reati in Italia ma che qui le tasse non le hanno mai pagate, e tanto meno si sono sognati di farlo.

Per finire, aggiungo una cosa lapalissiana per qualunque persona con un minimo di buon senso: non tutti i romeni infrangono la legge, non tutti i romeni rifiutano l’integrazione, non tutti i rom sono dei fuorilegge… Così come non tutti gli italiani sono mafiosi ... Basterebbe un po’ più comunicazione, un po’ più rispetto e un rapporto diverso che vada al di là del “noi” (italiani) e “loro” (venuti da fuori). Basterebbe un “noi” inclusivo: noi, che paghiamo le tasse in Italia, noi che rispettiamo la legge italiana, noi che siamo contro il crimine, noi che lavoriamo ogni giorno, noi che vogliamo costruirci una vita, noi che vogliamo imparare a sperare insieme, noi, italiani e romeni perbene.
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L'alto prezzo del petrolio
images di Antonio
C'è un piccolo paradosso italiano. Mentre l'euro si rafforza con il dollaro, cresce il prezzo retail del carburante. Soprattutto in Italia. E come sempre accade in questo mercato, i concorrenti allineano prezzi e rincari. Bersani non ha mancato di far notare l'episodio 'segnalandolo' in via ufficiale al Presidente antitrust. Dal canto suo, in diverse occasioni nel passato, l'antitrust è intervenuta contro la pratica concordata delle compagnie petrolifere di allineare i prezzi, in particolare intervenendo sul meccanismo 'verticale' di coordinamento orizzontale dato dai contratti con i distributori. La liberalizzazione Bersani avrebbe dovuto incoraggiare la nascita di nuovi distributori specie presso supermercati, come strumento di disciplina dei prezzi. Anche le misure che prevedono obblighi di trasparenza sui prezzi praticati non sembrano aver indotto il consumatore a 'elasticizzare' la propria domanda rispetto al prezzo. E allora, che fare? Dobbiamo rassegnarci alla dominanza oligopolistica?
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Il premio Nobel per l'Economia a Alchian, Demsetz e Williamson
ceremonies_ceremony_intro di Antonio
Che ne dite? fate i vostri pronostici. Lunedi, sapremo tutto. Altre previsioni in questo'altro sito che dicono Tullock e altri.
Recuperando la tradizione di pensiero di Coase e di Simon, Williamson e l'approccio della Transaction Costs Economics (TCE) si concentrano sui costi di enforcement come elemento distintivo e determinate della teoria dell’impresa. Secondo Williamson, l’organizzazione d’impresa avrebbe lo scopo di creare un sistema di governance delle transazioni capace di minimizzare tanto i costi di transazione ex-ante (ovvero i costi di agenzia), quanto i costi di transazione ex-post (ovvero i costi di enforcement), con la finalità di “gestire linee di prodotti diversificati e secondariamente […] di agevolare il trasferimento della tecnologia”.
Come abbiamo evidenziato nei precedenti capitoli, i costi di enforcement ex-post sarebbero molto più intensi in relazioni contrattuali incomplete sostenute da investimenti specifici e caratterizzate da scambi ricorrenti. Questo tipo di transazioni possono essere realizzate dalle parti attraverso forme di governo unificato che ne diminuiscono i costi di transazione. Questa impostazione non soltanto spiega l'emergere della forma organizzativa di impresa, ma ne individua anche i confini istituzionali rispetto al mercato: soltanto le transazioni caratterizzate da un alto grado di specificità e di incertezza dovrebbero essere organizzate all'interno dell'impresa, mentre transazioni maggiormente standardizzate e generiche devono essere governate dal mercato.
Per Williamson sono tre la caratteristiche che determinano il particolare tipo di transazioni che richiedono una relazione di autorità e di ordinamento privato all’interno della struttura di impresa: la razionalità limitata, l’opportunismo e la specificità delle risorse. Il concetto di razionalità limitata, mutuato da Simon, implica che l’agente economico “non è generalmente in grado di controllare tutte le conseguenze delle sue decisioni né tutti gli effetti che le decisioni altrui hanno sulle proprie” (Turvani, 1994). L’ipotesi di opportunismo implica invece che i soggetti economici perseguano il proprio interesse personale anche con l’inganno (self-interest with guile), nel senso che essi sono pronti, in ogni momento, a rompere gli accordi e le promesse pattuiti se tale comportamento permette di conseguire una maggiore utilità.
A seconda di come si combinino razionalità limitata, opportunismo e investimenti specifici possono delinearsi, secondo Williamson, le forme di governo più efficienti per una data transazione.
Ad esempio, nel caso in cui vi sia piena razionalità degli agenti economici, la presenza di opportunismo e di risorse specifiche richiede una forma gerarchica di controllo che può essere rappresentata dall’organizzazione pianificata delle risorse. In questo caso, infatti, il pianificatore, disponendo di razionalità perfetta, potrà assegnare un determinato impiego ad ogni risorsa senza sostenere costi di transazione dovuti ad asimmetria informativa o ad incompletezza dei contratti. Quando invece la razionalità limitata si accompagni alla specificità delle risorse ma non anche all’opportunismo degli agenti economici, questi ultimi possono sottoscrivere contratti di lungo periodo basati su promesse credibili (in questa categoria possiamo includere le relazioni basate sulla reputazione e sulla fiducia degli agenti economici). Quando invece razionalità limitata e opportunismo si manifestano in relazioni che non coinvolgono risorse specifiche, la contrattazione di mercato rappresenta una soluzione istituzionale efficiente per il governo della transazione, in quanto ciascuna parte può sempre sanzionare l’altra interrompendo la relazione contrattuale e rivolgendosi, senza costo, a nuove controparti sul mercato. La presenza congiunta di razionalità limitata, opportunismo e specificità degli investimenti richiede invece che la transazione venga internalizzata nell’ambito di una struttura di governo d’impresa nella quale la relazione di autorità si sostituisca alla contrattazione di mercato. Di qui, l'impresa può essere vista come un insieme di contratti "interni" di lungo periodo caratterizzati da asset molto specifici e contratti "esterni" caratterizzati da scambi che avvengono sul mercato. In questo quadro, l’imprenditore svolge il compito di un ‘giudice interno’ che può osservare e verificare gli scambi interni sostituendo all’ordinamento giuridico pubblico dei tribunali l’ordinamento privato dell’impresa. L’impresa diventa una istituzione, con le sue regole e le sue dinamiche, alternativa, ancorché complementare, al mercato. Il particolare ordinamento privato instaurato all'interno dell'impresa previene così forme di opportunismo post-contrattuale tutelando i possessori di asset specifici, attraverso meccanismi che assegnano ad essi i diritti al residuo generato e/o i diritti residuali di controllo.
Dunque l'impresa, come struttura di governo delle transazioni alternativa al mercato, consente di minimizzare i costi di transazione attraverso un opportuno trasferimento dei diritti di proprietà ed un opportuno ordinamento privato di enforcement. In particolare, forme organizzative alternative troverebbero la loro giustificazione teorica nella diversa capacità di minimizzare i costi complessivi di transazione rispetto alla particolare combinazione di risorse impiegate. Uno stesso paradigma teorico, quello dei costi di transazione, serve dunque a spiegare l’esistenza dell’impresa, il suo funzionamento e le diverse modalità organizzative con le quali è governata.
Abbiamo osservato come nell’approccio neo-istituzionalista, soprattutto nelle versioni di Williamson e nell’approccio GHM, si enfatizzi la capacità della istituzione impresa nella minimizzazione dei costi di transazione ex-post, ovvero dei costi che i soggetti economici devono sostenere per garantire l’esecuzione di contratti incompleti, caratterizzati da investimenti specifici, razionalità limitata e opportunismo. L’approccio basato sui costi di agenzia pone invece l’enfasi sul ruolo svolto dall’impresa nel minimizzare i costi di transazione ex-ante, imputabili alla presenza di asimmetria informativa tra principale e agente.

Alchian e Demsetz (1972) descrivono in questo quadro l’impresa come una rete o un "nexus" di contratti che non avrebbero nulla di diverso dai contratti regolati attraverso il mercato se non per il fatto che, nell’ambito della rete contrattuale, esiste un unico soggetto che coordina tutti i contratti e svolge il ruolo di controllore nel monitoraggio dell’effort profuso dagli agenti impegnati nella produzione di squadra (team). L'organizzazione d’impresa si caratterizzerebbe dunque per la funzione di coordinamento e controllo esercitata dal manager in tutte quelle forme di organizzazione che vengono svolte attraverso "produzioni di squadra"o di team. In esse, dal momento che il singolo "sforzo" profuso da ciascun partecipante è non osservabile dalle controparti (e in particolare dal principale), fenomeni di opportunismo contrattuale nella forma del free-riding o dello shirking possono disincentivare le parti dall'impegnarsi ex-ante in una relazione che non preveda una remunerazione adeguata.
L'adozione della funzione del controllo altro non è che l'organizzazione di impresa, dove la funzione dell'imprenditore è appunto quella di controllare (e sanzionare) le azioni degli agenti e allo stesso tempo prevenire il loro atteggiamento di free-riding.
Al di là di questa funzione, non vi sarebbe nulla, per Alchian e Demsetz di specifico nella caratterizzazione dei contratti all'interno dell'impresa rispetto agli stessi contratti che avvenissero sul mercato. La stessa relazione che si instaura tra datore di lavoro e lavoratore dipendente all'interno dell'impresa non avrebbe caratteristiche diverse da quelle di un qualunque altro contratto di mercato. L’imprenditore può licenziare o ricorrere in giudizio proprio come, metaforizzano Alchian e Demsetz:“io posso licenziare il mio droghiere non comprando più da lui o fargli causa per avermi consegnato prodotti difettosi”.
I contratti tra datore di lavoro e dipendente non sarebbero dunque l’essenza dell’organizzazione impresa, rinvenibile piuttosto nell’uso di squadra di input e nella posizione centralizzata che assume una qualche parte contrattuale rispetto ai contratti sottoscritti con tutti gli altri input: l’imprenditore è l’agente contrattuale centralizzato di un processo produttivo di squadra. “L’impresa è quindi una finzione legale, non un soggetto con personalità e interessi propri superiori, o comunque diversi, da quelli dei singoli soggetti che ad essa partecipano. Non esiste alcun interesse generale che possa dominare gli interessi definiti da questi contratti” (Grillo e Silva, 1989).
Hölmstrom (1982) reinterpreta la teoria di Alchian e Demsetz nel particolare senso di attribuire all’imprenditore-manager un ruolo più complesso di quello esclusivamente mirato alla funzione di monitoraggio dei componenti di un team e di allineamento ottimale ex-ante degli incentivi dei partecipanti alla produzione di squadra. Per Hölmstrom l’imprenditore deve svolgere il ruolo di ‘giudice’ o enforcer del particolare contratto sottoscritto dagli agenti (in base al quale in assenza del conseguimento di un determinato target, qualunque sia il surplus prodotto dagli agenti esso non verrà distribuito).
Non vi è dunque soltanto un ruolo di monitoraggio ex-ante ma anche un ruolo di autorità ex-post svolto dal controllore nell’eseguire un contratto che ciascun componente del team avrebbe sempre incentivo a rinegoziare ex-post. Peraltro, le due funzioni sono strettamente connesse in quanto è la credibilità dell’azione di enforcement ex-post svolta dal controllore che determina i massimi incentivi alla cooperazione ex-ante dei componenti del team.
La teoria dell’impresa di Alchian e Demsetz si riferisce ad un contesto economico di impresa padronale nel quale il manager è anche il proprietario dell’impresa. Da questa ipotesi discende che venga individuato un unico rapporto di agenzia nella relazione tra imprenditore e lavoratori dipendenti.
Come per primi notarono Berle e Means già nel lontano 1932, questa assunzione contrasta con la realtà di molte imprese di medie e grandi dimensioni che si caratterizzano invece per la separazione della proprietà dell’impresa, in mano agli azionisti, dal controllo della stessa, in mano ai manager.

TRATTO DA: NICITA E SCOPPA (2005) ECONOMIA DEI CONTRATTI, CAROCCI
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Economisti e Legge 30: What's Left?
Pasted Graphic 1 di Antonio
Vorrei tentare - molto timidamente - di dare un quadro variegato, micro-fondato, di ciò che gli economisti 'dovrebbero' dire della legge 30. Chiamiamola cosi. Non per non ricordare un martire della banalità cieca del male. Ma perché discutere una legge che porta - postuma - il nome di un martire crea disagio in chi la discute. Biagi era un autorevole docente universitario e sono sicuro che avrebbe amato che le sue idee o l'applicazione - integrale o parziale - delle stesse venissero discusse con onestà intellettuale. Tante cose sono state dette. Manca tuttavia ancora qualcosa, mi sembra.
1. TUTELA DEL LAVORO vs. TUTELA DEI LAVORI
"Che ci faccio qui?". Non é un libro. E' la tipica domanda che, ad un certo punto, si fa un giovane che si affaccia sul mondo del lavoro. Che sia laureato o meno. Da sempre il giovane é esposto, all'ingresso nel mondo del lavoro, all'esercizio del potere contrattuale del datore di lavoro. La ragione l'hanno spiegata Shapiro e Stiglitz diversi anni fa: in presenza di disoccupazione, questa agisce come meccanismo di disciplina dei lavoratori, sia degli insider (quelli già assunti) sia degli outsider, categorie messe in concorrenza. Lavoratori unskilled, non specializzati non possono esercitare alcun potere contrattuale, ma possono solo accettare condizioni peggiorative rispetto a quelle in vigore per gli insiders. Compreso il lavoro in nero. La minaccia di disoccupazione serve ai datori di lavoro a disciplinare le rivendicazioni degli assunti, ma la disoccupazione spinge gli outsider alla concorrenza al ribasso. L'azione collettiva degli insider serve a mitigare l'opportunismo dei datori di lavoro e il sindacato risponde a questa esigenza di creare un contropotere. Le tutele agli insider finiscono per accrescere i salari minimi e a sua volta questo alimenta la disoccupazione e a render più costosa l'exit e cosi via. Questa letteratura - vastissima - ha posto l'accento sul conflitto tra insider e outsider come causa e conseguenza della disoccupazione superiore a quella 'naturale'. Le innovazioni tecnologiche e lo sviluppo del terziario hanno poi evidenziato come taluni lavori più tradizionali registrassero maggiore copertura sindacale rispetto ad altri lavori. Qui si inserisce il tema: occorre tutelare il lavoro 'tradizionale' o i lavori in quanto tali, ovvero il singolo lavoratore outsider che non avendo lavoro non ha nemmeno una tessera sindacale? A questa domanda, che sta anche alla premessa culturale che animò i sostenitori dei presupposti della legge 30, si risponde con l'idea che vanno estese le tutele anche agli outsider e che talvolta ciò richiede di discutere delle tutele degli insider. Il primo tema si chiama spesso flessibilità in entrata, il secondo flessibilità in uscita.

2. FLESSIBILITA' IN ENTRATA

C'è un paradosso nella tutela degli outsider. Tutele molto forti, insindacabili e inderogabili (inalienability rule) costituiscono un costo per il datore di lavoro, non solo economico (spesso di natura fiscale), ma un vero costo-opportunità: in presenza di asimmetria informativa, tutele molto forti per gli outsider si traducono in un intero trasferimento del rischio al datore di lavoro (in particolare il rischio di selezione avversa) e potrebbero ridurre gli incentivi ad assumere. Di qui l'esigenza della cd. flessibilità in entrata: riduzione di tutele per gli outsider 'al momento dell'entrata' con incremento progressivo delle tutele una volta che 'il selezionato' non risulti 'avverso'.

3. FLESSIBILITA' IN USCITA
Le tutele forti nei confronti degli insiders rischiano di creare rigidità avverse ai processi di adattamento interno ed esterno nelle organizzazioni economiche e in taluni casi di impedire ad insiders skilled di fare il proprio ingresso sul mercato del lavoro. Di qui la proposta di generare, per i lavoratori anziani, strumenti incentivanti per favorire la volontaria alienabilità delle tutele acquisite. dal confronto tra flessibilità in entrata e in uscita emerge uno schema incentivante del contratto di lavoro a forma di U rovesciata: basse tutele all'inizio, progressivo incremento delle tutele e poi incentivi per la rinuncia volontaria a quelle tutele per favorire l'uscita degli outsiders e l'ingresso degli insiders.

4. ENTRY, EXIT E CAPITALE UMANO
Chi forma chi? L'investimento in capitale umano ha spesso natura specifica (Williamson, 1986): esso é cioé difficilmente riconvertibile in usi alternativi senza costo. Ne consegue che il lavoratore, insider o outsider, che effettua investimenti sul proprio capitale umano specifico ad una data impresa o mansione necessiti di opportuni incentivi e salvaguardie se quella capacità é di difficile reimpiego in usi o lavori alternativi. Ciò significa che un datore di lavoro che voglia lavoratori skilled deve o pagare la formazione o pagare il costo-opportunità dell'investimento specifico. Più il capitale umano é specifico, maggiore deve essere la tutela o lo schema di remunerazione. Ne consegue che se la flessibilità in entrata non si accompagna a formazione o a tutele di investimenti specifici, il lavoratore resterà unskilled, facilmente licenziabile e per tale via disincentivato a investimenti in capitale umano. Si crea cioé il rischio di una partizione dei lavoratori tra skilled e unskilled tanto maggiore quanto più la flessibilità in entrata resta una condizione permanente e diventi molto facile assumere e licenziare. La formazione può essere a carico del lavoratore, del datore di lavoro o dello stato, ma senza di essa non si realizza alcuna 'trasformazione fondamentale' del rapporto di lavoro.

5. MERITO E FLESSIBILITA'
Troppa flessibilità riduce gli incentivi a investire in capitale umano. Senza investimenti gli outsider sono destinati a restare tali e al tempo stesso il merito non diventa uno strumento efficace per selezionare nuovi lavoratori, che rischiano di restare unskilled permanentemente

6. POLITICHE COMPLEMENTARI
Flessibilità in entrata, flessibilità in uscita e investimenti in capitale umano richiedono il superamento della legge 30. Non si può dire che una automobile é buona guardando solo al motore se non c'é la carrozzeria. Cosi non si può dire che la legge 30 funziona se NELLO STESSO MOMENTO non si attua l'altra gamba complementare, quella della formazione e del progressivo incremento di tutele.

7. I DATI CHE MANCANO
Dai dati disponibili appare un effetto positivo, in termini di numero di assunti, della legge 30. Esistono alcune obiezioni, a mio giudizio valide: 1. la qualità del lavoro; 2. gli scarsi investimenti alla formazione. I settori che assumono a tempo indeterminato hanno modificato il trend passato? la legge 30 ha avuto un impatto strutturale in alcuni settori (ha assunto chi non ha mai assunto prima)?

8. CHE FARE?
vedi il punto 6
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Microsoft's abuse makes history in Antitrust
images by Antonio
Today the ruling by the Court of First Instance has upholded the European Commission’s 2004 decision on Microsoft's abuse of its dominant market position and confirmed the totality of the fine imposed which amounts to €497 million. This decision confirmed a new antitrust approach to abuse of a dominant market position (Article 82), that of 'defensive leveraging'. From a competition policy perspective, under certain conditions, the refusal by a dominant firm to provide access to an entitlement protected by an intellectual property right, representing an essential facility necessary to enter downstream markets, may be considered an abuse of dominant position, thus sanctioned by antitrust law, in the form of a defensive leveraging.
Defensive leveraging is a leveraging aimed not at expanding previous monopoly but, rather, at preserving dominant firm’s market power (Cooper Feldman, 1999). In recent years, a growing number of antitrust decisions in the U.S. and in Europe have addressed the issue of potential ex-post monopolization or abuse of dominant position in industrial sectors characterized by intellectual property right based essential facilities. These decisions show that the overlap between antitrust and intellectual property laws is far from resolved, and some boundaries need to be drawn between various provisions. In both US and EU antitrust law traditions, dominant firms are charged with a ‘special responsibility’ which imposes on them a special duty to abstain from making any decision which may–directly or indirectly–adversely affect the ‘normal’ competitive structure of the market in which the dominant position is held. Refusals to deal with competitors by dominant firms may constitute,
under special circumstances, anticompetitive practices when the effect of the refusal is undoubtedly that of seriously harming market competition. Generally, refusal to deal has been judged an infringement of section 2 of the US Sherman Act or article 82 of the EU Treaty only when it has been coupled with other anticompetitive practices, such as tying and leveraging, or when it generated a discriminatory and selective boycott towards a ‘dangerous’ competitor. The Microsoft decision signs a definitive step in the policing of IPR based essential facilities by a dominant firm. By leveraging its near monopoly in the market for PC operating systems onto the markets for work group server operating systems and for media players Microsoft has abused of its dominant position, hindering entry and innovation in the markets to the detriment of consumers.
What is relevant is also the design of the remedy which involves the transformation f a property rule into a liability rule: "To put an end to this abusive behaviour, the Commission ordered Microsoft to disclose interoperability information which would allow non-Microsoft work group servers to achieve full interoperability with Windows PCs and servers and to offer a version of its Windows operating system without Windows Media Player". Today the Court’s ruling has confirmed Commission's approach to prohibit Microsoft's anti-competitive conduct which harmed competition to the detriment of consumers. Defensive leveraging makes history in the application of antitrust law..
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Pierinomics è di sinistra o di destra?
im005097.il.liberismo.e.di.sinistra.medium di Antonio
Molti e diversi commenti critici si sono levati sull'ultimo saggio degli emeriti economisti Alesina e Giavazzi, tra i più noti economisti italiani nell'arena internazionale. Ho perciò chiesto delle reazioni in giro che inizierò a pubblicare qui di seguito. Inizio con Francesco Silva e Lorenzo Sacconi. Poi inserirò la mia e così via. Segnalo anche, con diverso approccio ma uguali conclusioni in merito al libello, Michele Boldrin. Proprio in ragione del livello scientifico e della statura degli autori, molti economisti sono rimasti perplessi. Il fatto é che il volume è per metà composto da affermazioni certamente condivisibili e tuttavia davvero banali e poco motivate, del tipo i mercati funzionano quando funzionano, la concorrenza quando funziona migliora il benessere sociale. L'altra metà è un misto di politica ed economia ridotti a slogan, paradossi, a volte demagogici. E' vero che Coase con una tautologia (Cooter, 1987) ci ha vinto il Nobel, e vero è che il libro si trova presso gli scaffali 'politica' e non tra quelli di economia. Ma......
chi - essendo molto molto più modesto dei mostri sacri che insegnano ad Harvard e al MIT - ha tuttavia l'onere di insegnare politica economica agli studenti, bombardandoli di letteratura sofisticata, avverte un certo imbarazzo. Almeno per la confusione tra liberismo e liberalismo e poi per la pretesa di dare un'etichetta politica riferita per di più all'attuale confusione politica italiana. Qui, cui prodest? Il filone che possiamo chiamare economia industriale e quello definibile come economia delle istituzioni da decenni affrontano questi temi con assai minore disinvoltura. Devo dire che anche il lavoro applicato che ho svolto per tre anni presso l'autorità garante della concorrenza e del mercato in Italia mi ha insegnato ad avere prudenza nell'applicazione fanatica della concorrenza e del libero mercato a tutti i settori.

FRANCESCO SILVA (Università Milano Bicocca)
Il messaggio mediatico e politico del volume di Alesina/Giavazzi sta e rimane nel titolo/slogan posto sulla copertina. Purtroppo la sua lettura del volume non aiuta a chiarire il significato dello slogan. Infatti non offre
una definizione minimamente rigorosa e critica di "liberismo", preferendo identificarlo con un elenco personale di ricette di politica economica - che cosa ha a che vedere con il liberismo il problema delle pensioni o della gerontocrazia? -, e soprattutto presenta un'idea del tutto originale e per nulla approfondita di cosa significhi "sinistra". Pertanto il verbo "è" non ha alcun senso. Pur trattandosi di un pamphlet, questa approssimazione non fa onore né all'economia né ai due illustri autori.
Il libro sembra poi dimenticare che il cittadino italiano è razionalmente, e per antica esperienza, convinto che il modo migliore per difendere il suo reddito sia quello di essere parte di una corporazione - tra le quali
naturalmente sta anche il sindacato -,sapendo che le corporazioni trovano ascolto nel mercato politico, e/o quello di aggirare le regole, giacché l'illegalità è accettata. Questa posizione certamente penalizza gli outsider e la crescita del PIL. E' però cattiva analisi dimenticarsene e ancor più errata politica pretendere che con la bacchetta magica i cittadini si trasformino in consumatori etici e sicuri che i loro interessi siano meglio difesi dal mercato concorrenziale dei beni. In effetti per molti non sarebbe proprio così. D'altra parte gli autori stessi sanno bene che spesso e volontieri il mercato "fallisce" e le liberalizzazioni non funzionano.
I problemi dell'Italia sono quelli della debolezza dell'etica sociale e dell'immobilità ( economica, politica e sociale ) e l'allentamento di questi due nodi dovrebbe essere l'obiettivo di tutta la politica. Un liberismo, più
critico, preciso e attento di quello proposta da Alesina/Giavazzi, è solo uno degli strumenti per affrontare i due problemi indicati. Imposto dall'alto, come gli autori suggerirebbero si tradurrebbe in un boomerang
economico e politico.


LORENZO SACCONI (Università di Trento)

Tale è lo stile apodittico dei nostri liberisti nelle loro affermazioni circa il fatto che se noi potessimo licenziare più facilmente i lavoratori del settore privato (qui non c’entrano i fannulloni- che infatti si citano solo per la PA) l’equità ne guadagnerebbe, che ho pensato fosse difficile rintracciare dati che potessero falsificare le loro affermazioni, per altro argomentate solo portando esempi ad hoc  (ad usum dephini).
Così ho fatto la più semplice ricerca di dati su Internet (40’ in tutto) , trovando  per altro cose note ma da fonti affidabili.
In Danimarca la tassazione globale è al 49% sul PIL in Italia è al 43%. La Danimarca è il secondo paese in assoluto per livello di tassazione nel mondo con un livello di PIL procapite superioire agli USA
È probabile che il sistema di “salario sociale” garantito per 3 anni, che si accompagna con la facilità del licenziamento,  incida su questo ammontare della tassazione, assieme a tutti gli altri elementi di Welfare State. In Italia ce lo potremmo permettere? Potremmo proporre un aumento della tassazione anche solo  di un paio di punti percentuali sul PIL?
Se no,  allora forse lo scenario da guardare sarebbe quello di un sistema con libertà di licenziamento senza forte Welfare State (il Welfare da noi è molto legato alla condizione di lavoratore) , e debolezza contrattuale dei lavoratori (specie quelli “deboli” ).
Il paese altamente sviluppato (quindi senza deficienze istituzionali, economiche, tecnologiche ecc)  che realizza al meglio i principi dell’ “employment at will”, licenzialbilità e libertà di organizzazione del lavoro, scarsa forza del sindacato, sono gli Usa
Questi sono i dati rilevanti per ciò che riguarda la giustizia sociale
-          il 12.3% è sotto la soglia della povertà (in Italia l’11%)
-          il 17,4% dei giovani sotto i 18 anni  è povero (a proposito della “promozione” dei giovani)
-          il quintile più elevato per reddito ottiene il 50% del reddito totale, il quintile più basso il 3.5% del reddito     totale
-          siccome ci sono paesi con meno poveri, è evidente che questa disuguaglianza non è giustificabile con          l’argomento degli incentivi, specie nel paese con PIL assoluto più elevato al mondo e tra i più elevati per     PIL procapite, quindi essa è in sé odiosa e per di più ingiustificabile in termini di incentivi efficienti.
 
Perché uno di sinistra dovrebbe dire che quella è una società "migliore"?
Ovviamente questo non significa affatto che non ci siano paesi più efficienti ed equi dell’Italia (tutti con sistemi senza il livello di employment at will degli Usa)  . Anzi. Ma il punto è che essi non lo sono per la libertà di licenziamento, altrimenti gli Usa dovrebbero esserlo più dell’Italia (dal momento che gli Usa sono il paese più ricco del mondo).
Altra considerazione di pura logica. La  disoccupazione giovanile è concentrata nel Sud Italia, al Nord è da anni “fisiologica”.  Il diritto del lavoro è uguale al Sud e al Nord. Quindi non può essere vero che la disoccupazione giovanile dipenda dalla illicenziabilità dei lavoratori del settore privato (che sono “quasi tutti” al Nord).  Se non ci sono imprese al Sud dipenderà da altri fattori (il che è ovvio per  chiunque ci pensi tre nanosecondi).
La questione potrebbe  essere che  in generale le imprese restano troppo piccole per colpa del diritto del lavoro , il che non tocca la disoccupazione, ma la qualità dell’occupazione (tema che ai liberisti ovviamente non interessa affatto: per loro un lavoro pagato al minimo del mercato, facilmente licenziabile, senza prerogative di influire sull’organizzazione  del lavoro ecc. va benissimo, lo dicono esplicitamente: il problema è evitare che i lavoratori si approprino di rendite, che il profitto sia massimizzato e così, per opera  dello spirito santo, e buona pace di ogni nozione di teoria dei contratti,  tutta la rendita sarà appropriata dai consumatori , amen).
E se fosse invece per il fatto che gli imprenditori desiderano in Italia restare piccoli per mantenere il controllo della loro impresa (anche se piccola), piuttosto che lavorare alle dipendenze di qualcun altro dopo l’acquisizione della loro azienda, e questo accadesse per effetto congiunto del “premio” del controllo e della possibilità di evasione/ elusione  fiscale ? Entrambe queste cose hanno a che fare con aspetti per così dire  etici e strategici dell’economia ; cioè la possibilità di fidarsi l’uno degli altri, il fare il free rider ecc.
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Il Blog e l'Anti-Blog
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Forze di mercato e mercato per forza
images di Antonio Nicita
Tornano, come sempre a fine estate, le cifre sui rincari in bolletta. Con la discussione della prossima finanziaria (a proposito chiediamo sommessamente ai responsabili di non replicare la soap dello scorso anno) si annuncia una nuova lenzuolata di liberalizzazioni. Quest'estate il bravo Carmine Fotina ha dedicato un paginone de IlSole24ORE al tema, ospitando gentilmente anche una mia intervista. Fotina mostrava come nel comparto delle utilities si assista ad un paradosso tutto italiano...
: se da un punto di vista meramente normativo-regolatorio l’Italia appare in linea con le media europea di attuazione (con alcuni superamenti nel gas, nel trasporto ferroviario merci e in taluni ambiti delle comunicazioni), dal punto di vista della persistenza della dominanza degli incumbent ex-monopolisti legali, del divario delle quote di mercato tra soggetto dominante e nuovi entranti, della esigua numerosità di nuovi entranti e delle azioni antitrust adottate contro gli incumbent, l’Italia è certamente al di sotto della media europea. Inoltre, mentre in alcuni settori, i prezzi sono diminuiti come risultato del processo di liberalizzazione, in altri essi registrano un trend in crescita. Sebbene tali difficoltà siano presenti ovunque nel panorama europeo, pur con notevoli eccezioni, dal momento che in Italia tali caratteristiche oltrepassano le specificità settoriali, occorre chiedersi se esiste un qualche ‘fattore italiano’ che ostacola il pieno sviluppo della concorrenza nei diversi settori analizzati.

Un primo fattore comune alla regolamentazione settoriali è dato dalla persistenza di integrazione verticale dell’operatore dominante e dalla possibilità di attuare strategie di leveraging e di price squeeze verso i concorrenti nella fase dell’accesso wholesale alla risorsa essenziale (rete elettrica, importazione di gas, rete di telecomunicazione fissa, rete ferroviaria). In tutti questi settori la Commissione europea, pur consapevole dell’economie rinvenibili nei processi di integrazione verticale, ha raccomandato la separazione societaria come strumento indispensabile per promuovere un efficiente allineamento degli incentivi degli operatori garantendo terzietà e neutralità nell’accesso alla risorsa essenziale.
La mancata separazione verticale strutturale (proprietaria) non soltanto impedisce un controllo efficace dei costi dell’operatore, ma alimenta barriere all’entrata invisibili, ma non per questo meno efficaci, quali sono le cd. barriere strategiche: molti nuovi entranti potenziali decidono di non investire affatto in un settore nel quale il soggetto dominante è anche il titolare della risorsa essenziale ai concorrenti per accedere al mercato.
Un secondo fattore che può spiegare la specificità italiana è dato dalle elevate barriere di natura amministrativa, oggi particolarmente incisive nel comparto energetico e in quello ferroviario. Recenti studi OCSE (Nicoletti et al.) non mancano di evidenziare la correlazione esistente tra bassa concorrenza, bassa competitività ed elevate barriere amministrative. Ciò è ancora più evidente nei casi in cui, come avviene nel settore ferroviario, il soggetto preposto al rilascio di licenze e autorizzazione è parte del medesimo gruppo societario nel quale milita l’impresa dominante.
Un terzo fattore è dato dall’assenza di strumenti efficaci di enforcement alle autorità di settore e alla stessa antitrust (e alla totale mancanza di un’autorità di settore per il trasporto ferroviario). Stupisce osservare, nei primi diciassette anni della legge antitrust italiana, il tasso di istruttorie rivolte contro il soggetto dominante nelle tlc, nell’energia e nel trasporto ferroviario. Il tasso di recidiva è senz’altro da record.
Un quarto fattore è da riscontrare nella circostanza che, nei settori a rete, ciò che rileva al fine di garantire assetti concorrenziali sul mercato è dato non soltanto dalle dinamiche che agiscono dal lato dell’offerta (e dalle misure regolatorie che insistono ad esempio sul governo delle reti), ma anche dall’inerzia dei consumatori a cambiare operatore nel caso di contratti di durata. In molti casi questa inerzia è indotta dalla scarsa trasparenza, dai costi di recesso del contratto o da incentivi al rinnovo dello stesso, sotto forma di sconti-fedeltà, sconti-target o clausole di ‘matching price’. Questa vischiosità rende opaca la concorrenza sui prezzi e non incoraggia innovazioni nella qualità del servizio. Molta parte della persistenza della dominanza in mercati liberalizzati ha a che fare con persistenti rigidità dal lato della domanda.

Criticità nel comparto elettrico
Le recenti indagini AGCM-AEEG hanno mostrato come nel mercato elettrico ENEL risulti ancora in una posizione largamente dominante, sia nella capacità di produzione che in quella distributiva. Sebbene si consolidino posizioni di nuovi entranti (ENDESA, EDISON), in tutte e quattro le macrozone territoriali individuate, ENEL resta l’operatore dominante e ‘pivotale’. L’AGCM ha poi rilevato, nel 2005, come ENEL abbia abusato della propria posizione dominante praticando prezzi non uniformi nelle diverse macrozone del paese, in modo da praticare prezzi più aggressivi nelle sole zone nelle quali più acceso è risultato il confronto concorrenziale. Come risultato di questa istruttoria, ENEL si è impegnata a praticare prezzi uniformi a livello nazionale. L’andamento dei prezzi tuttavia non è chiaro, alla pressioni concorrenziali fa da contrappasso la crescita di domanda energetica che spinge verso l’alto i prezzi. L’AGCM ha raccomandato come rimedio strutturale quello della separazione strutturale ENEL e TERNA (titolare della rete trasmissiva nazionale) come strumento di riallineamento degli incentivi per favorire l’ingresso di nuovi operatori, anche attraverso invetsimenti volti al miglioramento della interconnessione delle reti e alla realizzazione di nuovi siti produttivi.

Criticità nella distribuzione gas
Il mercato del gas ha conosciuto in Italia un processo di liberalizzazione tra i più avanzati a livello comunitario. La liberalizzazione ha agito su due livelli: a livello upstream, fissando tetti alle importazioni e vincoli alla lunga durata contrattuale degli impegni di importazione in capo al gruppo ENI; al livello dowstream imponendo precisi obblighi alla rete di distribuzione SNAM, controllata da ENI.
Come ha mostrato la recente indagine AEEG, il settore presenta diverse criticità.
La prima e più evidente è dovuta alla integrazione verticale tra SNAM RETE GAS e il gruppo ENI, importatore nazionale gas e soggetto largamente dominante sul mercato, cosa che spiega ampiamente la scarsa dinamica concorrenziale osservata.
La seconda è data da un tendenziale incremento dei prezzi, collegato alla dinamica inflazionistica e alla domanda di energia nazionale e internazionale. La terza è rinvenibile nella scarsa disponibilità di rigassificatori, la cui disponibilità renderebbe meno vincolante l’importazione dai gasdotti attuali.
Altre criticità sono state osservate anche sotto il profilo dei contratti retail: poco trasparenti, con elevati costi di recesso, con service level agreement poco chiari.
Anche in questo caso l’AGCM non ha mancato di suggerire la separazione della rete nazionale di SNAM dal gruppo ENI come uno dei meccanismi pro-concorrenziali da attuare. Nel caso del gas, deve essere tuttavia tenuto presente che la liberalizzazione agisce soprattutto dal lato della domanda, data la forte dipendenza dalle importazioni. Ciò rende di per sé limitate politiche pro-concorrenziali.

Criticità nella telefonia fissa
Il settore della telefonia fissa è – tra quello a reti – quello senz’altro più liberalizzato. Gli effetti prodotti dal processo di liberalizzazione – al quale si è accompagnato un processo di privatizzazione – si sono riflessi in un considerevole numero di nuovi entranti (sia facility based che reseller), in una progressiva riduzione dei prezzi e in un miglioramento della qualità del servizio (AGCOM).
Restano tuttavia due fatti: (i) il perpetuarsi della dominanza di Telecom Italia, nonostante l’ingresso di nuovi operatori; (ii) il rinnovarsi di istruttorie per abuso di posizione dominante da parte dell’antitrust nei confronti di Telecom. Tale circostanza ha indotto AGCOM ad avviare una consultazione circa le modalità di separazione verticale della rete Telecom, sul modello openreach inglese. Il modello inglese nasceva dalla necessità di realizzare un sistema regolatorio che garantisse ai concorrenti non soltanto accesso equo e non discriminatorio alla rete dell’incumbent ma soprattutto ‘condizioni di equivalenza’ nella capacità competitiva. Data la insuperabile condizione di asimmetria informativa esistente tra regolatore e regolato, la separazione funzionale viene vista dal regolatore inglese come una misura capace di garantire livelli più elevati di concorrenza senza, al tempo stesso, sacrificare le economie di scala e di varietà tipiche della integrazione verticale. Ciò è particolarmente vero nel settore delle tlc, dove l’architettura di rete si presenta molto più complessa rispetto ai casi dell’energia e dei trasporti. In Italia il tema della separazione funzionale in senso pro-concorrenziale si è arricchito di un’altra priorità sancita da governo e autorità: quella di promozione di investimenti NGN a banda larga al fine di ridurre in pochi anni l’attuale digital divide italiano. Questo obiettivo influenza il tipo di separazione verticale immaginabile per l’incumbent.
Ad oggi le proposte sul tavolo agcom sono quattro:
1. Separazione strutturale/proprietaria con azionariato diffuso e partecipazione dei concorrenti agli investimenti attraverso investimento azionario (tale modello di fatto immagina di conferire alla NEWCO il monopolio ‘naturale’ della vecchia e della nuova rete nazionale, inducendo gli operatori a fornire una concorrenza service-based). Tale modello – nella visione di Telecom – dovrebbe tuttavia liberare l’incumbent dagli attuali obblighi e vincoli che derivano dal controllo di una essential facility.
2. Separazione funzionale senza deregulation, si tratta semplicemente di applicare la separazione funzionale all’attuale sistema regolatorio come misura pro-concorrenziale, lasciando intatto il quadro esistente anche rispetto ai nuovi invetsimenti; una soluzione che – nella visione di Telecom – ridurrebbe ogni incentivo ad investire in banda larga.
3. Separazione funzionale con deregulation, si tratta di applicare questa misura ad un quadro regolatorio modificato in almeno una delle tre direzioni: (a) regulatory holidays sui prezzi di accesso relativi alle nuove reti (broadband premium); (b) deregulation sui vincoli di prezzo retail; (c) modifica delle attuali asimmetrie nei prezzi di terminazione praticati dai nuovi entranti.
4. Separazione funzionale e investimenti cooperativi: si tratta di immaginare (come delineato qui) – per un periodo di tempo limitato e previa esenzione antitrust – una concertazione territoriale di investimenti in banda larga tra concorrenti tale da ridurre il digital divide in un tempo certo e ragionevole evitando duplicazioni inefficienti della rete. Per il periodo in questione, ciascun operatore sarebbe obbligato ad utilizzare le reti a banda larga dei concorrenti.

Criticità nel trasporto ferroviario
Nel settore ferroviario, come nel settore del gas, l’Italia si è contraddistinta per una trasposizione innovativa e avanzata dei pacchetti di direttive comunitarie. Un elemento di ciò è rinvenibile nella circostanza che al modello della mera separazione contabile – raccomandato nelle direttive come misura minima - è stato preferito il modello della separazione funzionale, in particolare tra RFI e TRENITALIA. Rispetto al settore ferroviario vanno distinti almeno tre ambiti: quello del trasporto (passeggeri) su rete nazionale; quello del trasporto su rete locale-regionale (passeggeri); quello del trasporto merci. Mentre il trasporto merci ha registrato la presenza di nuovi entranti ed una recente crescita del numero di km serviti, il trasporto passeggeri su rete regionale ha registrato timidissimi passi in avanti (non sono state effettuate le procedure previste per l’assegnazione via gara delle porzioni di rete), mentre quello su scala nazionale è, di fatto, monopolistico. Sono perlomeno cinque le ragioni principali dell’assente dinamica concorrenziale nel trasporto passeggeri: ragioni di sicurezza (che rendono onerosi gli standard minimi che un nuovo entrante dovrebbe soddisfare); congestione della rete nelle tratte più redditive; scarsa remuneratività degli investimenti per nuovi entranti rispetto ai prezzi medi retail; scarsa disponibilità di un mercato wholesale per i mezzi di trazione (locomotive) compatibili con il sistema ferroviario italiano. Con riferimento a quest’ultimo punto, va rilevato che la Commissione Europea nel caso FS/GVG ha ottenuto dal gruppo FS un impegno a fornire mezzi di trazione ad un concorrente attivo su una tratta internazionale che coinvolgeva un tratto italiano. La mancata disponibilità di un mercato dell’usato per le locomotive compatibili con il sistema ferroviario italiano (generato sia dagli alti costi di leasing per locomotive nuove e dai lunghi tempi di consegna delle stesse, sia dalla circostanza che all’epoca della separazione funzionale tutto il materiale rotabile di FS è stato attribuito a Trenitalia) ha indotto la di fatto la Commissione a ritenere che, sul mercato italiano, oltre alla rete ferroviaria anche il parco locomotive di Trenitalia possa costituire una risorsa essenziale il cui accesso è necessario per garantire una entrata immediata dei concorrenti. Un altro elemento di criticità è stato anche individuato nella mancata introduzione nel contratto di programma tra stato e gruppo FS che disciplina prezzi e finanziamenti di chiari meccanismi incentivanti per la riduzione dei costi, l’adeguamento dei prezzi e il soddisfacimento di standard qualitativi minimi.
Il 21 marzo scorso la Commissione europea ha avviato una procedura di infrazione contro dieci Stati membri – tra cui l’Italia - che non hanno ancora notificato le misure nazionali necessarie per recepire le due direttive fondamentali del cosiddetto "secondo pacchetto ferroviario". L'obiettivo delle direttive è garantire livelli elevati di sicurezza e interoperabilità per le operazioni di trasporto ferroviario in tutta l'Europa. La direttiva 2004/49/CE sulla sicurezza delle ferrovie, che intende rafforzare la sicurezza delle ferrovie assicurando la piena trasparenza delle procedure di sicurezza in vigore, stabilisce una procedura per il rilascio di certificati di sicurezza, che ogni impresa ferroviaria deve ottenere prima di poter operare treni sulla rete europea. L'obiettivo è portare gradualmente i sistemi nazionali di sicurezza ai massimi livelli comuni europei, stabiliti dalla Commissione dopo i necessari lavori preparatori svolti a livello tecnico insieme all'Agenzia ferroviaria europea. La direttiva impone inoltre agli Stati membri di istituire un'autorità indipendente preposta alla sicurezza e un organismo investigativo per gli incidenti nel trasporto ferroviario. Il tema della sicurezza è decisivo anche ai fini della concorrenza (per evitare che la legittima preoccupazione sulla sicurezza possa costituire un alibi per non sviluppare concorrenza). L'ultimo CdM ha posto rimedio.

Verso una politica comune delle reti?
Guardando ai diversi settori, pur ammettendo le specificità che li caratterizzano, è possibile individuare una ‘politica comune’ che agisce sia dal lato della domanda che dal lato dell’offerta:
a. Lato offerta: separazione proprietaria
i. Favorire Accesso Risorse essenziali
ii. Ripristinare incentivi volti a incoraggiare entrata
iii. Trasparenza sui costi

b. Lato domanda: mobilità consumatori
i. Ridurre costi di switch per contratti di durata
ii. Eliminare costi di recesso
iii. Permettere confronto di prezzi e qualità su prodotti standardizzati e confrontabili

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Finanziamenti senza Fondo?
images di Antonio e Marcello
Nei giorni scorsi è stato presentato un disegno di legge congiunto dal deputato Colasio e dalla senatrice Franco di riordino del finanziamento pubblico e privato al cinema. Le premesse e gli obiettivi generali di semplificazione e sistematizzazione di un settore polverizzato tra mille enti ci sembra un passo avanti. Quello che ad oggi ci convince di meno è la parte 'economica', quella che per intenderci si occupa di reperire i soldi per finanziare l'industria del cinema italiano. Siamo sicuri che - senza arrivare alla proposta estrem(ist)a dell'economista Perotti (IlSole24Ore, 9/9/05) - altri meccanismi ibridi non siano più efficaci ed efficienti?
Al centro della proposta di riforma vi è l’istituzione del Centro nazionale per il cinema e l’audiovisivo la cui attività punta alla “razionalizzazione, innovazione e semplificazione”. Si tratta di un organismo di diritto pubblico, con sede in Roma, al quale dovrebbero confluire tutte le Istituzioni, gli Enti (es. Cinecittà Holding Spa) e le Fondazioni (es. Centro Sperimentale di Cinematografia) oggi attive nel settore cinematografico e dell’audiovisivo.
Presso il Centro verrebbe inoltre istituita la Commissione per il Cinema e l’Audiovisivo (composta da 6-11 membri) che, sulla base di criteri definiti dal CdA del Centro, “…valuta e classifica i progetti, le opere e i requisiti dei soggetti che richiedono l’accesso ai contributi selettivi”.

In particolare, il finanziamento delle attività del Centro è assicurato dall’istituzione del Fondo per il finanziamento del cinema e dell’audiovisivo che verrebbe alimentato da risorse private (nella forma di contributi forzosi obbligatori) e dallo Stato attraverso una quota parte del Fondo Unico per lo Spettacolo spettante per le attività cinematografiche e/o da proventi da introiti derivanti dall’otto per mille, lotterie ecc.
Per ciò che attiene al finanziamento non statale del Fondo, le risorse verrebbero ricavate attraverso l’introduzione del prelievo di una quota percentuale del fatturato, al netto dell’IVA:
• da pubblicità, canoni e abbonamenti di operatori di rete, emittenti televisive nazionali e fornitori di contenuti audiovisivi;
• degli operatori di rete, emittenti televisive nazionali e fornitori di contenuti audiovisivi che offrono servizi e programmi a pagamento;
• degli operatori TLC;
• dei distributori di home-video derivante da noleggio e vendita di audiovisivi
• da ‘bigliettazione’ degli esercenti cinematografici.

Accanto al prelievo fiscale finalizzato al finanziamento del Fondo, viene previsto un ulteriore obbligo per le emittenti televisive nazionali , gli operatori di rete e i fornitori di contenuti finalizzato alla promozione del cinema e del prodotto audiovisivo: si tratta dell’obbligo di riservare una quota, non inferiore al 10% (15% per il servizio pubblico RTV) del fatturato annuo complessivo al netto dell’IVA, alla produzione e acquisto di opere filmiche e audiovisive europee realizzate da produttori indipendenti (di cui almeno il 50% per italiani o comunitari e di questo almeno il 50% per i soli italiani).
Viene inoltre prevista la possibilità per gli stessi soggetti di usufruire di un credito d’imposta sull’IRPEG secondo criteri, parametri e modalità da definire, nel caso in cui, fermi restando gli obblighi di cui all’art. 10, una quota parte dell’obbligo di produzione e acquisto di opere viene tradotto in finanziamenti aggiuntivi al Fondo.
Infine, vengono previsti obblighi di programmazione e di trasmissione per operatori di rete, emittenti televisive nazionali e fornitori di contenuti audiovisivi. Questi soggetti devono destinare più della metà del tempo mensile di trasmissione, al netto di notiziari, manifestazioni sportive, pubblicità, servizi teletex, talk show o televendite, alle opere filmiche e audiovisive europee. Tale quota deve essere distribuita ugualmente all’interno di ciascuna fascia oraria di programmazione e almeno il 50% in prime time.

Con riferimento poi alla politica di erogazione dei finanziamenti del Fondo, i contributi sono distinti in:
• automatici alle imprese di produzione cinematografica fino al 50% del costo complessivo dell’opera o il 70% del costo massimo ammissibile;
• complementari imprese di produzione cinematografica in forma di anticipazione finanziaria soggetta all’obbligo di rimborso;
• contributi per la promozione doppiaggio e sottotitolazione
• selettivi per opere prime e seconde di cui è riconosciuta “la particolare qualità artistica o valore culturale fino all’80% del costo o al massimo costo ammissibile.

Gli incentivi, secondo criteri, parametri e modalità di accesso definiti dal Centro, sono previsti per:

• imprese che distribuiscono opere italiane e europee come contributo percentuale sull’introiti del film;
• imprese che distribuiscono opere che hanno ottenuto contributi selettivi in percentuale ai fondi ottenuti;
• esportatori di opere a cui è stato fornito contributo, sotto forma di partecipazione ai diritti di sfruttamento e incassi realizzati;
• esercenti cinematografici, imprese di esercizio, proprietari di sale ecc.
• industrie tecniche cinematografiche sono concessi mutui decennali tasso agevolato o contributi sugli interessi per investimenti destinati alla realizzazione, trasformazione, ristrutturazione o adeguamento strutturale e tecnologico di teatri di posa, stabilimenti di sviluppo e stampa, sincronizzazione e di post-produzione.

Con riferimento al Fondo, il meccanismo di finanziamento delle attività di pertinenza del costituendo Centro per nazionale per il cinema e l’audiovisivo, nell’idea del legislatore dovrebbe essere sostenuto da due pilastri: uno pubblico e l’altro privato. La dotazione pubblica deriverebbe, in una prima fase, dalla destinazione all’attività del centro della quota parte del Fondo Unico per lo Spettacolo (FUS), istituito con la legge 163 del 1985, spettante alle attività cinematografiche. La dotazione privata si originerebbe dall’introduzione di una contribuzione forzosa, paragonabile a una tassa di scopo, a carico dei soggetti privati identificati dal comma 2 dell’art. 10.

Sotto questo profilo, la misura prevista va criticata, sotto il profilo economico, per almeno cinque distinti profili: (a) per l’inefficacia e le distorsioni insite nella natura stessa della tassa di scopo rispetto al contesto economico e industriale di riferimento; (b) per la possibilità di impiegare strumenti alternativi meno distorsivi; (c) per la circostanza che tale sottrazione di risorse ad usi alternativi può avere l’effetto di deprimere gli investimenti privati nella produzione cinematografica; (d) perché i meccanismi di selezione con cui opera la Commissione non appaiono garantire in ogni caso una spesa efficace ed efficiente; (e) perché il disegno di legge impone congiuntamente tre obblighi pesantissimi che deprimono drasticamente ogni incentivo all’innovazione, senza fornire alle imprese la possibilità di scegliere flessibilmente il meccanismo più adatto al proprio profilo di impresa.

Con riferimento al primo punto, deve rilevarsi che la tassa di scopo nasce con un preciso obiettivo: si tratta cioé di una tassa il cui gettito è finalizzato alla realizzazione di uno specifico scopo. Questo tipo di tassa è conosciuta nel modo anglosassone come hypothecation tax, ovvero hypothetical dedication tax. Negli USA un esempio di tassa di scopo è la tassa sulla benzina il cui gettito serve a finanziare la costruzione di infrastrutture di trasporto. In Europa un esempio di tassa di scopo è rappresentato dal canone televisivo attraverso cui sono finanziate le RTV pubbliche. In Italia a tassa di scopo sono assimilabili: la tassa regionale per il diritto allo studio, il tributo regionale sul conferimento in discarica, l’imposta regionale sulle emissioni sonore degli aeromobili ed infine la ben più famosa Tarsu. In termini generali si può affermare che la tassa di scopo risponde al criterio del tax-benefit secondo cui l’onere della produzione di un servizio a vantaggio prevalente o esclusivo di un certo ambito sociale è sostenuto da questo ultimo attraverso il pagamento del tributo necessario a coprirne il relativo costo. Nel caso di specie, ciò equivale ad affermare che si assume che i soggetti sui quali grava la tassa di scopo siano chiamati, con tale contributo, a ‘compensare’ la società per le esternalità negative prodotte dalla loro azione sulla cultura e sul cinema in genere. Si tratta, come è evidente, di una forzatura. Anche ammettendo che , in linea di pura ipotesi, ciò fosse vero, è da rilevare che la tassa di scopo in quanto tale è stata oggetto di numerose critiche da parte di diversi economisti (Buchanan “The Economics of Earmarked Taxes”, Journal of Political Economy 1963 71, 457-469), i quali ne hanno criticato sia l’impatto discorsivo che l’efficacia nel generare un reddito certo. Ci si chiede, in breve, se la tassa di scopo rappresenti il modo più efficiente per accrescere la trasparenza e ridurre la gravità dei fallimenti allocativi che si realizzano nella spesa pubblica. Inoltre occorre tracciare una chiara distinzione tra schemi di tassazione di scopo dove sussiste l’obbligo a spendere quanto ricavato in particolari programmi ovvero l’impegno a spendere il gettito per un particolare fine. L’obiezione classica è che il meccanismo implicito in una tassa di scopo può indurre uno spreco di risorse o una spesa insufficiente, in quanto non c’è nessuna base razionale per ritenere che l’ammontare ottimo di gettito sarà ottenuto. In alcuni casi può essere inferiore alle effettive esigenze di spesa. In altri casi, può registrarsi il paradosso opposto per il quale si decide sempre di spendere quanto si ottiene con la tassa di scopo, anche quando questo gettito eccede le effettive necessità. Si induce cioè un eccesso di prelievo e un eccesso di spesa.

La seconda critica deriva dalla circostanza che, con particolare riferimento al settore del cinema, esistono diffuse esperienze internazionali che dimostrano come sia possibile finanziare l’industria e la sua crescita attraverso strumenti alternativi più incentivanti. Lo strumento più impiegato è quello del tax shelter in forma pura o ibrida: si tratta di uno strumento di defiscalizzazione che favorisce il reinvestimento degli utili prodotti all'interno del settore ma anche di capitali provenienti da privati. La natura incentivante è evidente: non si agisce sugli incentivi a produrre, ma si canalizzano gli incentivi ad investire attraverso la leva dello sconto fiscale. Ciò implica un meccanismo virtuoso che ha prodotto anche un gettito rilevante nei apesi in cui è stata applicata. Ad esempio in Belgio, dalla sua entrata in vigore nei settori del cinema e della televisione, il tax shelter ha permesso lo sgravio di quasi 60 milioni di euro nel 2007. A questa misura si affiancano altre forme di defiscalizzazione/sussidi/rimborsi di natura fiscale parametrati agli investimenti realizzati e/o agli obblighi di ritrasmissione, distribuzione, programmazione delle opere già prodotte, o ancora alle opere prodotte in co-produzione o infine co-finanziate con soggetti privati internazionali.

La terza critica si riferisce alla circostanza che la tassa di scopo corrisponde ad un netto trasferimento dal privato allo Stato di una parte di risorse da destinare alla produzione di beni privati, selezionati tuttavia dal pubblico, risorse che sarebbero altrimenti dedicate a forme di investimento nella (auto)produzione, paradossalmente riconosciuto dallo stesso decreto come il vero motore dell’industria. E’ del tutto evidente che la raccolta fiscale attraverso la tassa di scopo finisce per comprimere ogni incentivo alla produzione di contenuti e a di investimenti innovativi e rischiosi, generando peraltro un appiattimento, anche culturale, sulle tipologie di film che si collocano sulla parte più ampia della domanda media di consumo, con l’effetto di schiacciare ulteriormente produzioni locali o di nicchia.

La quarta critica si riferisce al fatto che, al di là di quanto detto sopra, non vi è alcuna garanzia che i meccanismi con cui vengono selezionate le opere da finanziare attraverso la cd Commissione abbiano sul mercato ricadute tali da compensare le imprese in tutto o in parte dell’incremento netto di costo derivante dalla imposizione fiscale. Al contrario, il risultato economico finale appare quello di produrre una perdita secca, in termini di benessere aggregato.

Infine, l’elemento più dirompente, in senso negativo, del disegno di legge ci sembra quello di presentare, congiuntamente, tre obblighi alle imprese: tassa di scopo, obbligo di re-investimento, obbligo di tramissione. Queste tre misure dovrebbero opportunamente essere poste, flessibilmente, come alternative possibili di scelta alle imprese sulla base del profilo di costi e della dimensione dell’impresa stessa, come avviene, peraltro in molte esperienze straniere. La circostanza che, invece, tali misure siano tutte imposte contemporaneamente alle imprese aggrava il quadro complessivo, mortificando gli incentivi alla innovazione e rischiando di minare alla base ogni effettiva possibilità di aumentare la produzione cinematografica, specie quella locale cui pure il disegno di legge aspira a realizzare nelle sue premesse.
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Semplificare l'Italia. Ecco il Piano.
images di Antonio Nicita
Il Piano per la Semplificazione e la Qualità della Regolazione è adesso on-line per la consultazione di enti, imprese e cittadini qui. Oltre all'impegno derivante dalla politica comunitaria di better regulation (che impone la riduzione del 25% degli administrative burdens entro il 2012), il piano contiene alcune novità, che non si trovano negli analoghi piani di semplificazione di altri paesi comunitari: (1) linee guida per AIR leggera; (2) un focal point nazionale per il controllo, la verifica e l'aggiornamento degli indicatori che riguardano la qualità della regolazione (vedi Doing Business); (3) un tavolo governo-regioni per la semplificazione; (4) un'attività di delegificazione (taglialeggi).
Cittadini e imprese sono fortemente invitati a dare i loro contributi e le loro segnalazioni. Per quello che posso (come uno dei venti membri dell'Unità Tecnica per la semplificazione e la qualità della regolazione), suggerimenti di varia natura (da quelli metodologici a segnalazioni di casi da semplificare) sono ben accetti anche in questo blog.

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Paga sempre Pantalone?
images di Marcelus
Così mia nonna chiosava le contenute proteste dei figli per i frequenti, forse troppo frequenti, regali agli amati nipoti. Lo stesso commento mi pare si possa estendere alla soluzione dei problemi (quali?) generati dall’adeguamento a GERICO 2007 dei contribuenti che beneficiano dei famigerati studi di settore e degli indicatori di normalità economica.
Gli studi di settore introdotti nel 1993, è bene ricordarlo, sono uno strumento di accertamento e non come ha giustamente ricordato il vice ministro Visco, una minimum tax, infatti qualora si manifestino delle discrepanze tra ricavi dichiarati e ricavi presunti sulla base degli studi di settore, l’Agenzia delle Entrate può provvedere a un accertamento analitico presuntivo, non all’invio di una cartella esattoriale.
A questo punto mi chiedo dov’è il problema in un Paese in cui l’evasione fiscale raggiunge il 27% del PIL?
Nel corso degli ultimi anni l’Agenzia delle Entrate ha sottoposto tutti i dipendenti dell’istituzione presso cui sono occupato a due controlli, richiedendo scontrini farmaceutici, fatture mediche e notule di compensi, il più delle volte per valori complessivi inferiori a 10 mila euro, con risultati ovviamente modesti, visto che la gran parte dei dipendenti ricorre all’assistenza fiscale dell’istituzione stessa (CAF). Tuttavia non ho visto nessuno stracciarsi le vesti per questa azione, anzi ……..
Cosa è accaduto invece per gli studi di settore. Partiamo dalla fine. Il governo ha introdotto una serie di modifiche (leggi più correttamente sconti) che rendono il costo di adeguamento inferiore per valori compresi tra il 10 e il 50% dei risultati prodotti da Gerico, che per circa 150 mila contribuenti diventa uno sconto del 100% (stime il Sole 24 Ore). Senza entrare nei dettagli, per i quali vi rinvio ai dati Sose, vi rammento solo che per il 2005 dalle dichiarazioni emerge che (valori medi):
persone fisiche: redditi dichiararti congrui (39,4%) 32,7 mila euro; redditi non congrui (53,8%) 11,4 mila euro; redditi marginali (6,8%) 8,9 mila euro;
società: redditi dichiarati congrui (46,9%) 61 mila euro; redditi non congrui (53,1%) 8,9 mila euro.
Infine vorrei ricordare che i contribuenti soggetti agli studi di settore, possono mettersi al riparo dai controlli scegliendo la via dell’attestazione, cioè attraverso la preventiva dichiarazione dell’esistenza di cause che giustifichino lo scostamento dai risultati di Gerico.
Riassumendo per giorni si è assistito al linciaggio mediatico di un vice Ministro della Repubblica il cui unico torto è quello di voler promuovere una lotta all’evasione fiscale almeno, dico almeno, credibile.
Cosa ha fatto il Governo l’ho appena ricordato, cosa avrebbe potuto fare, questa è un’altra storia. Forse ricordare che è intollerabile socialmente che un metalmeccanico dichiari, in media, al fisco più di un gommista, di un idraulico, di un parrucchiere, di un agente di commercio, di un titolare di lavanderia o tintoria, e ironia della sorte, più di uno studio legale.
Forse la differenza tra il governo di Gordon Brown e quello di Romano Prodi (o di Walter Veltroni) è tutta qui, ma scusate se non mi sembra poco!
Marcellus
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Malattie dimenticate
images di Alessandro & Antonio
Il recente insediamento della Consulta per le malattie “rare”, nominata dal ministro Turco, offre l’occasione per riflettere, anche in Italia, sul contributo che le politiche pubbliche possono fornire in termini di incentivi all’innovazione farmaceutica, non solo per le malattie rare (orphan diseases) ma anche per le malattie dimenticate (neglected diseases).
Le malattie “rare” riguardano un’esigua porzione di popolazione e questa è la ragione per la quale la produzione dei farmaci necessari per curarle non riesce ad attrarre gli ingenti investimenti in ricerca e sviluppo. Questi farmaci vengono definiti anche come “farmaci orfani”, proprio perché la loro ricerca viene abbandonata dalle case farmaceutiche di fronte alle maggiori prospettive di redditività e di riduzione del rischio che offrono altri farmaci diretti a curare patologie largamente diffuse nei paesi “industrializzati”. Anche se nei paesi industrializzati la spesa pro-capite per questo tipo di farmaci può essere molto elevata, è la rarità delle malattie ad impedire alla domanda di raggiungere una soglia minima tale da creare un mercato e incentivi privati alla produzione dei farmaci.

Le malattie “dimenticate” (o tropical diseases) si riferiscono ad un caso opposto di fallimento del mercato: si tratta di malattie ben note (quali la malaria, la tubercolosi, la schisiosomasi etc.)) che interessano una popolazione enorme a livello mondiale, la cui produzione di farmaci è comparativamente meno costosa e rischiosa di quella associata ai ‘farmaci orfani’, ma la cui domanda é localizzata nei paesi poveri del mondo, nei quali la disponibilità pro-capite a pagare è talmente bassa da inibire ogni incentivo alla produzione e distribuzione dei farmaci idonei a curarle. Basta pensare che normalmente circa il 39% di farmaci che giungono alla sperimentazione clinica vengono poi abbandonati perché la loro redditività è giudicata troppo bassa. Non deve perciò stupire se di circa 1.233 medicinali approvati in tutto il mondo tra il 1975 e il 1997, solo 13 erano diretti ai cd. tropical diseases. In entrambi i casi, ci si trova di fronte ad un fallimento del mercato che richiede forme diverse di intervento pubblico, di meccanismi incentivanti e di coinvolgimento di diversi stakeholders, tra i quali le università e i centri di ricerca pubblici assumono un ruolo fondamentale.

Sebbene alcune politiche siano state pensate come risposta congiunta ad entrambe le malattie ‘rare’ e ‘dimenticate’, è oggi sempre più evidente che i meccanismi incentivanti differiscono notevolmente per le due tipologie.

Le politiche push and pull
Una prima politica pubblica si basa sul cd. push mechanism ovvero sulla creazione di opportuni incentivi all’investimento in ricerca e sviluppo che operano a livello upstream della filiera del farmaco (ad es. de-tassazione o contributo pubblico agli investimenti). Altri meccanismi, cd. pull mechanism, agiscono a valle e mirano a fornire sussidi pubblici o altre forme di sostegno per lo sviluppo e la commercializzazione di farmaci (tra questi l’estensione della protezione brevettuale o l’attribuzione di forme di esclusività nella commercializzazione). Un esempio di successo, in questo senso, è dato dall’applicazione ibrida di queste misure nell’US Orphan Drug Act. E’ stato tuttavia osservato che tale successo non è estendibile al caso delle malattie ‘dimenticate’, proprio perché le politiche push and pull si muovono comunque in una logica di mercato (ad. Es. i prezzi per i farmaci orfani restano comunque elevatissimi) non applicabile ai paesi poveri del mondo.

Gli impegni ad acquistare
Un altro meccanismo è quello denominato Advance Market Committment, in base al quale si crea un accordo tra soggetti pubblici e privati che prevede un impegno da parte di un paese o di un pool di paesi ad acquistare ad un prezzo dato i farmaci destinati a curare le malattie ‘dimenticate’. In tal modo, se l’impegno viene ritenuto credibile, si colmerebbe il gap tra potere di consumo pro-capite nei paesi poveri del mondo e il costo unitario di produzione dei farmaci, assicurando al contempo una dimensione minima della domanda tale da generare un valore netto attuale comparabile a quello dei farmaci generalmente commercializzati nei paesi industrializzati. L’economista Kremer, fautore della proposta, ha recentemente stimato che, per un vaccino contro la malaria, un impegno a pagare 15$ per vaccino per una popolazione di almeno 200 milioni di persone rappresenterebbe un meccanismo incentivante sufficiente per generare in due anni un vaccino. D’altro canto, questo meccanismo, agendo solo ex-post, non ridurrebbe il rischio ex-ante delle imprese farmaceutiche, specie laddove il ‘contratto’ venga stipulato contemporaneamente con più imprese, senza garanzie per gli innovatori successivi.

Il partenariato pubblico-privato
Con il termine Public Private Partnership (PPP) ci si riferisce agli accordi tra istituzioni pubbliche (soprattutto centri di ricerca e laboratori di università ) e soggetti privati (industrie farmaceutiche per un coordinamento complessivo di sforzi diretti a tutte le fase della filiera del farmaco, dalla R&S alla finalizzazione dei risultati di ricerca. Uno dei casi rappresentativi è quello del trattamento antimalaria ASAQ, commercializzato dal 1 marzo scorso e realizzato attraverso una collaborazione tra istituti di ricerca pubblici, ministeri di Paesi in via di sviluppo e infine commercializzato da una grande multinazionale farmaceutica che però non ne possiede il brevetto. Altri successi sono stati registrati da un consorzio guidato dall’Università North Carolina e coadiuvato dalla Fondazione Gates. Rispetto all’Advance Market Committment, questo strumento consente da un lato una maggiore flessibilità e dall’altro una più elevata capacità di sviluppare l’ampiezza della ricerca di progredire alla realizzazione di un portafoglio di farmaci. Inoltre esso non richiede necessariamente il coinvolgimento delle Big Pharma: molte delle imprese biotecnologiche coinvolte negli USA hanno meno di sei ricercatori e si appoggiano molto alle Università. Una testimonianza della flessibilità di questo approccio è data dalla recente proposta della Medicines for Malaria Venture (MMV) di istituire un regime flessibile di protezione intellettuale sui farmaci prodotti nell’ambito delle PPP in modo da coniugare al meglio incentivi privati e finalità pubbliche. Una proposta analoga è stata quella avanzata da da Stephen Maurer di Berkeley di definire meccanismi di tipo open source alle biotecnologie facendo leva sui meccanismi di incentivazione dell’ open source usati ad esempio nel software (signalling di capacità, utilizzo di capacità in eccesso, cooperazione, altruismo), attraverso la collaborazione in rete di molti ricercatori e la definizione di un sistema flessibile di protezione della proprietà intellettuale in un modello economico e giuridico che possa accelerare lo sviluppo di medicinali per le malattie rare e per quelle dimenticate.

Ad oggi non sono disponibili evidenze tali da far propendere per uno o l’altro dei meccanismi delineati. Si fa strada l’idea che i meccanismi incentivanti possano anche essere degli ibridi in funzione della specifica malattia che si intende debellare. La novità delle forme di partenariato nello sviluppo delle biotecnologie appare però molto promettente e incentivante anche per le positive ricadute in termini di sviluppo del capitale umano che tali forme di intervento possono apportare per i paesi che investono in queste iniziative. L'ultimo dato OMS dice che per malaria muoiono ogni giorno circa 3000 bambini nei paesi in via di sviluppo. Per un europeo che voglia andare in un safari africano è sufficiente scegliere tra due profilassi anti-malaria. E costa meno di cento euro.
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Dr. House's Law&Economics
Pasted Graphic di Antonio
In una puntata mitica della serie Dr. House (a proposito a quando la nuova serie?), il medico popperiano ha di fronte tre neonati ammalati di un virus. Dalle analisi (come sempre accade per il Dr. House) non si capisce nulla e sono possibili molteplici diagnosi. Ma non c'è tempo. L'unica cosa è curare i tre per tre cose diverse, sapendo che solo uno si salverà (l'ultimo ammalatosi in ordine di tempo), per esclusione, se si farà a tempo. In molti casi, per il Dr. House, avviene cosi. Cura per cose diverse ed esclude passo dopo passo possibili concause. Le cure non sono cure, ma sono prove, confutazioni, ipotesi, falsificazioni popperiane. Che c'entra tutto questo con la Law and Economics, direte voi?
C'entra. Perché all'ultima conferenza dell' American Law and Economics Association, tenutasi ad Harvard, ho ascoltato la presentazione di Ariel Porat che in sostanza mostrava le implicazioni, in termini di efficienza, che la dr. House economics (mia interpretazione) produce. In altri termini, ad ogni azione possono corrispondere danni e benefici e talvolta si sceglie cercando di minimizzare le perdite o i costi, anche quando si tratta di scelte tragiche. La conseguenza di questo ragionamento sarebbe quella di suggerire che nel valutare i danni, ad esempio di un malpractice medica, occorrerebbe anche considerare - se ci sono - gli effetti positivi indotti su soggetti terzi che hanno beneficiato di una data azione, oltre a quelli negativi. In alternativa, si finirebbe per dare un segnale distorto e un disincentivo a scegliere quella azioni che minimizzano i danni sociali...Analoghe argomentazioni sono state applicate sull'esercizio discrezionale dei medici di selezionare i pazienti da curare, quando l'allocazione del tempo è scarsa (come nei casi di emergenza). 'E' un tema molto interessante sul quale occorre rifletttere.
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Pentiti&Antitrust: vera concorrenza o finta deterrenza?
Pasted Graphic di Antonio
Nella stessa settimana, due applicazioni della recente riforma della Legge antitrust che attribuisce all'Autorità il potere di 'perdonare': riducendo le sanzioni o accettando impegni che diventano vincolanti per le imprese. Il primo è un caso di cartello e il secondo è un caso di abuso. In entrambi i casi, l'Autorità guidata da Catricalà esibisce con soddisfazione la 'certezza' del risultato. Una soddisfazione forse condivisible per il cartello, ma problematica per l'abuso. E in ogni caso si pone un problema di incentivi se l'Autorità perdonasse troppo: non è che troppo pentitismo ex-post elimina ogni deterrenza ex-ante?

IL CARTELLO
L’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato ha infatti deciso di non applicare la sanzione nei confronti del gruppo Trombini, attivo nella produzione dei pannelli truciolari, per il decisivo apporto fornito nella scoperta dell’intesa fra le aziende del settore. L’Autorità ha invece condannato altre 8 imprese al pagamento di multe per un totale di oltre 31 milioni di euro. L’Autorità ha contestato alle quattro imprese del gruppo Saviola (Sacic Legno S.r.l., Sia – Società Industria Agglomerati S.r.l., Sit – Società Industria Truciolari S.r.l., Sama S.r.l.) al Gruppo Frati S.p.A., alla SAIB - Società Agglomerati Industriali Bosi S.p.A., alla Fantoni S.p.A. e a Xilopan S.p.A. un’intesa finalizzata al contingentamento della produzione, alla ripartizione della clientela, al coordinamento dei prezzi e delle altre condizioni commerciali. Le parti, che rappresentano oltre l’80% delle vendite nel mercato, hanno inoltre concertato le politiche di approvvigionamento della materia prima nel mercato dei pannelli truciolari grezzi e nobilitati. Si tratta di comportamenti, durati dal gennaio 2004 al novembre 2005, che hanno prodotto effetti sul mercato interessato, caratterizzato, prima della costituzione del cartello, da un elevato grado di variabilità dei prezzi al pubblico. Dall’istruttoria è emerso che le parti si incontravano a scadenze ravvicinate, settimanali o bisettimanali, per concordare la variazione dei listini, il trattamento da riservare alla clientela, differenziandolo in base alle dimensioni delle forniture, alla localizzazione geografica dei clienti ed alle condizioni di pagamento da questi prescelte, ma anche per congelare posizioni di mercato detenute da ciascuna impresa e convenzionalmente fissate, ricorrendo al contingentamento della produzione e alla ripartizione della clientela. Per l’Autorità le imprese hanno concordato il mantenimento di un artificiale equilibrio di mercato, cristallizzando le quote di mercato e massimizzando i profitti attraverso la fissazione concertata dei prezzi e delle altre condizioni di vendita dei pannelli truciolari grezzi e nobilitati. La stabilità dell’intesa è stata assicurata anche dalla previsione esplicita di forme di ritorsione consistenti nella minaccia costante e credibile di una guerra dei prezzi.

L'ABUSO
Il caso di abuso di posizione dominante collettiva si riferisce invece - tra le altre cose - all'illegittimo rifiuto da parte di TIM, VODAFONE, WIND di concedere l'accesso alla propria rete ai cd. operatori mobili virtuali, reseller che farebbero sulla rete mobile ciò che per esempio TELE2 fa oggi con la rete fissa di Telecom. Sulla base di alcuni contratti sottoscritti prima della conclusione dell'istruttoria, l'Autorità ha concluso senza sanzione il procedimento contro Vodafone, nella convinzione che quei contratti fossero sufficienti ad eliminare l'abuso e quindi - data la natura della fattispecie relativa ad un abuso di posizione dominante collettiva, molto complessa per la verità - a garantire un assetto concorrenziale del mercato. La decisione AGCM in realtà non ha convinto l'AGCOM. Ad occhio, resta qualche perplessità. Vodafone ha presentato degli impegni asseritamente volti a porre fine ad uno dei due effetti di cui ai rispettivi profili abusivi contestati. In particolare, Vodafone ha presentato evidenza di un contratto di fornitura all’ingrosso per un ESP (Enhanced Service Provider). Ci si chiede qui quali condizioni minime dovrebbe soddisfare un tale impegno per produrre effetti economici sul mercato tali da modificare credibilmente, tempestivamente, efficacemente e in via duratura il contesto strategico determinato, ad oggi, sul mercato dall’abusivo rifiuto a contrarre.
Molto schematicamente, queste condizioni minime sono due: (1) la fornitura deve garantire, quanto alle condizioni commerciali pattuite e agli effetti attesi sul mercato, l’accesso ad un operatore efficiente tale da generare una concorrenza credibile e commercialmente autonoma sul mercato retail; (2) la fornitura deve essere sufficiente a generare, di per sé, sul mercato uno scostamento strutturale dall’equilibrio esistente e, in particolare, uno spostamento dall’equilibrio in cui nessuno fornisce a quello in cui tutte le imprese hanno incentivo a fornire.
Partiamo da quest’ultima condizione per poi analizzare la prima. Se l’impegno proposto da Vodafone non fosse infatti tale da generare un mutamento strutturale del mercato, e dunque uno spostamento permanente da un equilibrio all’altro nel gioco di coordinamento, è evidente che permarremo nella situazione precedente, con l’aggravante di legittimarla, paradossalmente, come esito pro-concorrenziale della stessa azione antitrust che intendeva rimuoverla. L’impegno di Vodafone deve dunque deve essere necessariamente tale da modificare strutturalmente gli incentivi delle imprese concorrenti in merito alla fornitura dell’accesso. A quel punto, in effetti, non sarebbe nemmeno necessario ‘imporre’ alle imprese concorrenti, in quanto sarebbe nel proprio interesse ‘replicare’ le strategie di Vodafone. Fornendo a loro volta l’accesso a operatori virtuali efficienti, i concorrenti di Vodafone risparmierebbero i costi evitabili e cercherebbero di respingere l’assalto di Vodafone, e del ‘suo’ MVNO, sulle proprie quote di mercato. In tal modo perderebbero certamente una parte delle rendite, rispetto all’equilibrio ex-ante di non fornitura, ma internalizzerebbero una parte delle perdite associate alla sola fornitura operata da Vodafone ad un operatore efficiente. Si tratterebbe cioè di un equilibrio di ‘second best’ necessitato e indotto proprio dalla decisione di Vodafone di fornire l’accesso. Ma ciò ci riporta alla prima condizione: l’operatore cui Vodafone concede l’accesso deve essere un operatore efficiente, autonomo nelle proprie decisioni commerciali e fortemente incentivato a promuovere un’azione pro-concorrenziale (di tipo ‘maverick’ ) sul mercato.Occorre allora semplicemente domandarsi se tali condizioni siano oggi soddisfatte dall’accordo siglato da Vodafone. La risposta appare decisamente negativa per diverse ragioni: (a) Non si tratta di una offerta universale all’accesso volta a selezionare, per successiva adesione, l’operatore più efficiente sulla base di criteri oggettivi, equi, non discriminatori, bensì di un accordo verticale unico, non ripetibile, nei confronti di un concorrente potenziale selezionato arbitrariamente e discrezionalmente dall’operatore dominante di riferimento; (b) Non si tratta di un contratto MVNO ma di un ben più limitato contratto ESP, ovvero di una tipologia di fornitura che in nessun caso può definirsi come equiparabile, in termini concorrenziali, all’attività retail attualmente svolta dalle imprese oligopolistiche e dunque incapace, per definizione, di svolgere alcuna credibile azione disciplinante, sul mercato retail, delle attuali posizioni dominanti; (c) La natura del contratto appare più come una intesa esclusiva di dealership verticale, con evidenti effetti verticali di coordinamento (resale price maintenance) che come un tipico rimedio antitrust, il quale dovrebbe attribuire a terze parti una call option, obbligatoriamente rivolta a tutti i soggetti interessati che soddisfino determinati requisiti, sulla quale il titolare della risorsa non può né deve esercitare alcuna forma di pressione o di discrezionalità; (d) Gli effetti verticali di coordinamento tra Vodafone e il suo ESP non modificano ma anzi favoriscono gli effetti orizzontali di coordinamento tra le imprese oligopolistiche.
Vedremo come si comporterà l'AGCM nei confronti di TIM e WIND che non hanno ad oggi presentato impegni.

Come si vede, a mio modesto avviso, il caso di abuso presenta profili più complessi del caso del cartello, e peraltro in un mercato molto più rilevante per l'economia italiana. Si ha il sospetto che nel 'gioco' di deterrenza/sanzione/clemenza l'Autorità possa dimenticare che la carota è efficace quando l'aspettativa del bastone è credibile. Perdonare sempre può indurre incentivi perversi: violare la legge antitrust sempre, essendo disposti a cedere semmai rendite ex-post, in fase di negoziazione degli impegni, se e quando si viene 'beccati'...


PER SAPERNE DI PIU'

Bloom M. (2006), “Despite its great success, the EC Leniency Program faces great
challenge”. EUI-RSCAS/EU Competition 2006 – Proceedings.
Brenner S. (2005), “An Empirical Study of the European Corporate Leniency Program”.
Mimeo.
Chamberlin E. (1933), The Theory of Monopolistic Competition. Cambridge: Harvard University
Press.
Gambetta D. e P. Reuter (1995), “Conspiracy among the Many: The Mafia in Legitimate
Industries”. In Fiorentini G. e S. Pelzman (eds.), pp. 116-36.
Harrington J.E.Jr. (2006), “Corporate Leniency Programs and the Role of Antitrust
Authority in detecting Collusion”. Mimeo.
Harsanyi J.C. e R. Selten (1988), A General Theory of Equilibrium Selection in Games. Cambridge
(Ma):The MIT Press.
Motta M. e M. Polo (2003), “Leniency Programs and Cartel Prosecution”. International Journal
of Industrial Organization, 21(3):347-79.
Spagnolo G. (2000), “Optimal Leniency Programs”. Mimeo.
Spagnolo G. (2001), “Leniency Programs, Mergers and Collusion”. Mimeo.
Spratling G.B. (1998), “The Corporale Leniency Policy: Answers to Recurring Questions.
Mimeo.
Zhou Jun (2004), “Leniency as a Principal Agent Problem”. Mimeo.

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Nasce la legge annuale per la concorrenza
Pasted Graphicdi Antonio
Si tratta di una vecchia proposta, lanciata a più riprese da Pier Luigi Parcu, da ultimo qui, e rilanciata anche attraverso i-com e qui, su questo blog. La proposta è stata finalmente accolta in un emendamento inserito dal relatore sul decreto Bersani sulle liberalizzazioni, il parlamentare Andrea Lulli, recentemente intervenuto a i-com, che ringraziamo e con il quale ci complimentiamo.
Notizie più dettagliate su Il Sole 24Ore di ieri. L'idea è che nel calendario parlamentare dovrebbe quindi essere prevista, una volta l’anno, o anche solo una volta ogni due anni, una "Legge per la concorrenza" il cui scopo "ordinario" potrebbe essere proprio quello di esaminare, e eventualmente recepire, le segnalazioni delle Autorità indipendenti in materia di concorrenza e funzionamento dei mercati. In un circolo virtuoso, consapevoli dell’appuntamento, le stesse Autorità di regolazione potrebbero focalizzare meglio la propria opera di advocate, magari concentrandola su temi più urgenti o rilevanti per la stato dell’economia. Inoltre, una volta deciso l’appuntamento annuale o biennale, esso potrebbe attrarre molte altre questioni rilevanti, sempre in materia di concorrenza. Così, da semplice occasione di abrogazione di norme negative, "la legge per la concorrenza" potrebbe anche diventare l’appuntamento per l’avanzamento di riforme positive, già previste o comunque necessarie. In sostanza, si potrebbe creare un’occasione unificante per concentrare gli sforzi delle Autorità, delle associazioni dei consumatori, della società civile, al fine di riesaminare dal punto di vista della promozione della concorrenza e degli interessi collettivi, la normativa esistente e sviluppare i nuovi interventi di liberalizzazione necessari. La legge sulla concorrenza potrebbe essere esaminata lontano dalla sessione di bilancio, magari all’epoca dell’esame del documento di programmazione economica e finanziaria, perché naturalmente dovrebbe essere pensata come una legge di riforme sostanzialmente senza costo per l’erario.
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Doing (really) Business?
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Sono stati diffusi in questi giorni i nuovi dati del rapporto "Doing Business-benchmarking business regulations" della Banca Mondiale. Si tratta di un ranking internazionale che ha - dichiaratamente - come unica finalità quella di stabilire la facilità di fare business in 175 paesi, tra cui l'Italia. Gli indicatori prescelti sono Starting a Business, Dealing with Licenses, Employing Workers, Registering Property, Getting Credit, Protecting Investors, Paying Taxes,Trading Across Borders, Enforcing Contracts,Closing a Business. Inutile dire che l'Italia è messa molto male nel complesso, superata abbondantemente da paesi improbabili. Ma non mancano debolezze metodologiche.
Nell’indicatore denominato “starting a business”, ad esempio, l’Italia registra una delle migliori performance ma si classifica al 52° posto tra i 175 paesi analizzati. In particolare appaiono eccessivi non tanto i tempi (in giorni) ma il numero di procedure (9) e il costo per intraprendere un’attività imprenditoriale (15.2 % del reddito pro-capite). Sempre dal report “Doing Business” è interessante l’indicatore “paying taxes”, in particolare il parametro che riflette il tempo (in ore) per preparare, archiviare e pagare le tasse sul reddito d’impresa, sul valore aggiunto e i contributi sociali e previdenziali. A dispetto un numero relativamente basso di tasse (number of payments) il tempo è tra i più alti dei paesi OECD. In media sono necessari 24 ore (1 giorno) per ogni pagamento.Lo stesso vale per il parametro “dealing with licences”; malgrado le procedure siano relativamente poche il tempo ‘speso’ è tra i più alti.
L’introduzione nei dibattiti di politica economica di tali indicatori ha il merito di aver posto l’attenzione sul ruolo del contesto istituzionale che circonda la ‘transazione economica’, sebbene essa mostri tre debolezze metodologiche che è bene richiamare. La prima riguarda, più in generale, la circostanza che il frammentare e il ridurre la comparazione di sistemi del tutto diversi, sotto il profilo giuridico ed istituzionale, a semplici indicatori omogenei e confrontabili può indurre a sotto-stimare specificità locali e in particolare il ruolo svolto da talune forme di regolazione nel minimizzare costi di transazione altrimenti rilevanti. La seconda debolezza metodologica è relativa al fatto che alcune indagini, quale quella della Banca Mondiale, si basano su rilevazioni di natura soggettiva, come la redazione di questionari da parte di esperti nazionali, rispetto alle quali il soggetto intervistato può, consapevolmente o meno, orientare la propria risposta sulla base di convincimenti o obiettivi particolari, data la crescente rilevanza politica e mediatica assunta dalla diffusione dei risultati di queste indagini. Infine, si deve rilevare che in molte circostanze l’effettivo funzionamento della specifica norma o regola oggetto di indagine talvolta assume costi, modalità di applicazione e grado di perentorietà diversi da quanto apparentemente rinvenibile sulla base di un’analisi superficiale della stessa.
I redattori del rapporto insistono nel dire che si tratta di un indicatore di benchmarking relativo tra i paesi considerati in merito alla facilità di fare business e NON di un indicatore dell'effettiva competitività dei diversi sistemi. Resta tuttavia il fatto che cosi viene interpretato e che alla fine i media si riferiscano al benchmarking proprio come ad un ranking della competitività del sistema paese.
Da una parte queste analisi sono utili per stimolare riforme pro-concorrenziali e abbattere costi amministrativi 'evitabili'. Dall'altra, tuttavia, non considerano altri elementi 'non spiegati' che evidentemente sono centrali, visto che l'Italia registra comunque uno die più elevati tassi di nascita delle imprese, sicuramente più elevato di altri paesi che secondo la Banca Mondiale dovrebbero starci sopra nel ranking Doing Business.
Ci sono cioè due grandi punti interrogativi: come mai paesi che hanno un ranking migliore dell'Italia nel doing business report stanno molto dietro quanto a tassi di nascita delle imprese? Come mai l'Italia registra alti costi per fare business ma registra alti tassi di nascita? Evidentemente c'è molto di 'non spiegato' in queste analisi. Sarebbe utile allora un'analisi ecometrica che prenda un campione di paesi e si chieda se esista una correlazione tra il miglioramento della performance economica delle imprese e il tasso di crescita di posizione nel ranking Doing Business degli ultimi anni. Se, come mi aspetto, questa correlazione non è particolarmente significativa, dovremmo guardare al Doing Business con un certo disincanto e proporne l'integrazione con nuovi indicatori.
PIù utile, come ho avuto occasione si suggerire in un recente contributo, farci da noi in Italia un Doing Business in Italia, comparando le regolamentazioni delle diverse regioni.
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La soluzione regolatoria per Telecom? Open Network
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In questi giorni di confusione su Telecom, vanno senz'altro apprezzate le mosse tempestive del Ministro Gentiloni: (i) ribadire che la separazione della rete (proprietaria o gestionale) è possible ma come intervento della competente autorità sull'esempio inglese (al netto dunque di accuse di intromissione dirigista sul mercato); (ii) annunciare un intervento del governo volto a potenziare i potere dell'autorità di settore; (iii) assicurarsi una sponda comunitaria in diretto contatto con il Commissario europeo alla concorrenza. Il modello che si intende seguire è quello dell'Open Reach inglese. Che però forse in Italia andrebbe esteso in un nuovo modello denominabile come Open Network.
Di che si tratta? Mentre l'Open reach fa riferimento all'idea di una rete terza che assicuri parità di accesso (meglio 'equivalenza') ai concorrenti, nel caso italiano si tratta di fare un passo in più. Il problema attuale della rete Telecom non è infatti solo quello di assicurare terzietà all'accesso alla rete che per larga parte costituisce una risorsa essenziale e quindi non duplicabile. Il problema è oggi anche quello di assicurare - sotto qualunque proprietà privata dell'incumbent - opportuni incentivi alla realizzazione di investimenti che ne consentano l'upgrade nella prospettiva delle next generation networks. Di per sé la separazione della rete, secondo il modello inglese open reach, non garantisce questo. Anzi, si potrebbe argomentare come sotto il profilo degli incentivi, la terzietà della rete potrebbe diminuire gli incentivi all'upgrade della risorsa essenziale. Peraltro i concorrenti sono disincentivati dalla circostanza che Telecom ha sempre inseguito e spiazzato gli investimenti innovativi dei concorrenti (ad es. xDSL ha seguito e spiazzato gli inv in fibra ottica dei concorrenti). Occorre allora pensare ad un meccanismo che assicuri insieme terzietà e incentivi all'pgrade della rete. Come si può fare? Un modello di riferimento è quello - opportunamente aggiustato - dell'open source ma applicato alla rete. Lo definirei OPEN NETWORK. SI tratta di immaginare un sistema regolatorio in base al quale si apre un mercato per l'accesso agli investimenti sulla rete di Telecom. Si tratterebbe di investimenti complementari e di natura cooperativa per chi li effettua: telecom e i concorrenti avrebbero il diritto ad effettuare investimenti complementari innovativi sulla rete esistente ricevendone due benefici: (i) in termini di reddito residuale su ogni abbonato collegato alla rete; (ii) in termini di crescita dei propri abbonati. Con questo sistema la concorrenza si sposta anche al livello upstream della rete. I concorrenti investirebbero sapendo che il proprio investimento non sarebbe spiazzato da un tardivo upgrade di Telecom, come avverrebbe su reti separate concorrenti e ricevendo una percentuale della revenue per abbonato (proprio o dei concorrenti). Il titolare della rete sarebbe incentivato a investire perché sa che in sua vece lo faranno i concorrenti i quali manterrebbero i diritti di proprietà sulla porzione di rete innovativa (e complementare) a quella esistente. Il risultato è una rete nella quale sia garantito sia l'accesso ai concorrenti, sia l'incentivo all'innovazione. Nell'ipotesi di OPEN NETWORK si affiancherebbero due regimi di diritti di proprietà: quello tradizionale sulla rete esistente e quello addizionale e complementare sulle porzioni di rete innovativa. Si può anche immaginare un sistema di call e/o di put che permetta la ricongiunzione della proprietà dopo un certo periodo di tempo. Mi pare un meccanismo, certo complicato, ma virtuoso rispetto alle alternative della (1) proprietà verticalmente integrata in capo all'incumbent, (2) open reach con accesso dei concorrenti ma senza garanzia di investimenti innovativi. Peraltro l'OPEN NETWORK permette di ottenere i risultati sperati senza preoccuparsi tanto della identità nazionale del proprietario della rete.


E lo Spettro? Qui un mio recente intervento.
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Ma i fannulloni son sempre almeno due
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C'è un pezzo che manca nel dibattito italiano sui fannulloni, di cui ci siamo occupati anche qui, specie nella PA. Conosciamo tutti nei luoghi in cui lavoriamo almeno un fannullone. Quelli che lasciano i computer accesi e la giacca sulla sedia per segnalare che sono li, da qualche parte, al lavoro. Quelli che sono ormai degli artisti, dei virtuosi del tesserino. Quelli che - sulla carta - sono bravissimi a dimostrare la loro presenza e attività. Molti ritengono che questi fannulloni sono tali perché manca un sistema di premi/sanzioni, soprattutto sanzioni. La minaccia di indurre all'exit non vale più, con lo strano paradosso di non realizzare gli incentivi che la teoria degli efficiency wages ci suggerisce. Eppure: mi sono convinto che dove c'è un fannullone, ce ne sono almeno due.
E' la vecchia storia del controllato e del controllore, ma un po' rivista. L'altro fannullone, quello che non si vede, è colui che dovrebbe motivare, incalzare, incentivare, formare il primo fannullone. Nel solitario ritirarsi dei fannulloni c'è una tristezza di fondo: il mancato interesse alla partecipazione, alla inclusione, al sentirsi parte di una mission e di un progetto. E non è sempre e solo colpa loro. C'è qualcun altro che fa il fannullone ed è quello che non si occupa dei fannulloni. Non li motiva, non li coinvolge, non li forma, non sa valorizzarli. Se il controllore è un fannullone, diventa persino difficile capire dove sta la causa e dove l'effetto.
E' vero. Come direbbe il poeta, ci sono casi per i quali "non si può cavare il sangue dalle pietre". Ma l'impegno o l'effort è molto spesso un fatto di team e non un caratteristica individuale del talento.
Ne consegue che non basta licenziare per risolvere il problema del fannullonismo. Occorrono incentivi e soprattutto un design organizzativo volto a valorizzare esperienze di team e i formazione reciproca e continua. Se i fannulloni sono due, anche i rimedi devono tenerne conto.
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Italianity
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Dunque, ricapitoliamo. Nelle ultime settimane accadono tre cose: (1) Enel entra in Spagna su Endesa; (2) Swisscom lancia un'offerta su Fastweb; (3) Tronchetti Provera riesce a piazzare 2/3 di Olympia, controllante di Telecom Italia, a una cordata composta da giganti tlc Usa e Messicani. Il risultato? Tutti contenti per Enel che diversifica, ma tutti preoccupati sulla perdita di Italianità per la rete telefonica, sia quella piccola ma innovativa di Fastweb, sia quella capillare e nazionale di Telecom. Italianità ha molti significati. Il primo è: provincialismo.
Ci piace pensare di andare in altri mercati a comprarci le reti nazionali, ma temiamo l'ingresso di stranieri in Italia. Ci sono due preoccupazioni: quella di rompere l'equilibrio 'sistemico' tra un certo capitalismo e un certo sindacato; quello - più motivato - che è preoccupato non tanto dell'ingresso di stranieri per il controllo delle imprese, quanto per l'incapacità del capitalismo italiano di essere competitivo. Insomma se gli stranieri comprano le imprese italiane è perché vi vedono investimenti produttivi, mercati potenziali in crescita e così via. E' possibile che non esista in Italia una classe dirigente capace di imitare gli stranieri in casa? Forse si. Gli stranieri vedono prospettive rosee, ma soprattutto sanno assumersi i rischi. Evidentemente c'è un capitalismo italiano che quella parole - rischio - proprio non la ama e non la vuole sentire.
Con Pier Luigi Parcu presentiamo alla conferenza ISNIE 2007 un paper che prova a indagare su questo tema della concorrenza 'transazionale', che già mandò a casa il Governatore Fazio. Quello che pensiamo più o meno è questo: se il business di cui parliamo è specifico al paese (come quando ci si compra asset infrastrutturali o reti), la proprietà rileva meno, il business è inevitabilmente 'italiano' comunque. Se invece il business non è specifico (come nel caso della distribuzione alimentare) allora l'ingresso in Italia di stranieri potrebbe avere le caratteristiche hit-and-run e prevenire investimenti da parte di stranieri, pronti a chiudere e ad uscire al minimo rischio. Ebbene i quei casi dovremmo preoccuparci dell'Italianità. Ma come? Non certo chiudendo le barriere al commercio infracomunitario, cosa peraltro proibita dal Trattato UE. Piuttosto assicurandoci reciprocità. Se i francesi possono entrare con Auchan, Carrefour e cosi via - con il rischio peraltro di far cadere la domanda per prodotti italiani - allora dobbiamo essere certi che sia possibile anche il reciproco: imprese italiane possono entrare senza subire barriere ingiustificate all'entrata in Francia e cosi via. Insomma la concorrenza si combatte con la reciprocità.
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Semplificate, semplificate! Qualcosa resterà
imagesdi Antonio
Ci siamo. Dopo diversi mesi, l'Unità per la semplificazione e la qualità della regolazione, presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, ha redatto il Piano annuale per la semplificazione, approvato dal Comitato Interministeriale. Per quello che vale, sono contento di aver potuto dare il mio piccolo contributo. Un passo importante è stato anche l'accordo stato-regioni raggiunto sul tema. Si tratta di un percorso tanto difficile, quanto necessario. Appena sarà reso pubblico, linkerò qui il piano e accoglierò volentieri ogni suggerimento per il lavoro futuro. L'Unità infatti si è articolata in gruppi e ha intenzione di procedere fattivamente e rapidamente a colmare il forte ritardo dell'Italia sull'adozione di queste politiche. Gli economisti siamo pochi, ma battaglieri!
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L'Antitrust al tempo della politica
Pasted Graphic di Antonio
Sono stati nominati, dai presidenti di Senato e Camera, i due commissari vacanti al vertice dell'Antitrust. Come saprete, si tratta di due persone che rientrano senz'altro nelle due caratteristiche individuate in via esclusiva dalla legge: entrambi vengono dal mondo universitario ed entrambi hanno ricoperto ruoli di rilievo. Sotto questo profilo, c'è una certa distanza, nel merito, rispetto alle precedenti nomine operate dai passati presidenti di camera e senato. Eppure, diverse voci si sono levate contro queste nomine, in particolare Perotti e poi De benedetti su Il Sole. E non ci sembra abbiano torto.
Nessuno mette in dubbio le capacità general-purpose e l'indipendenza dei nuovi commissari (specie e soprattutto se li confrontiamo con i precedenti nominati durante il governo Berlusconi), ma non si può non notare il prevalere di un approccio di normalizzazione dell'attività Antitrust. I commissari non sono esperti di antitrust. Due di loro vengono da altre autorità 'settoriali' e ciò avanza il rischio della creazione di 'commissari di professione' che andrebbe evitata perché induce gli stessi commissari a 'segnalarsi' al mondo politico e dunque ad essere 'influenzati' nelle loro scelte. Intendiamoci: c'é chi sostiene che proprio la mancata specializzazione sia un bene: in questo modo i commissari sarebbero capaci di visioni più ampie rispetto all'unica visione antitrust promossa dai funzionari. Tesi affascinante ma non condivisibile. Oggi l'antitrust è un campo privilegiato di confronto tra giuristi ed economisti e un serio approccio antitrust richiede una elevata conoscenza tecnica e rapidità di intervento. Nomine 'generaliste' sviliscono innanzitutto quanti - e sono tanti - hanno fatto di questo tema il loro oggetto di studio e di ricerca applicata. A parte i funzionari, non vi é dubbio che i maggiori esperti di antitrust oggi si trovino fuori e non dentro l'Autorità, il che contrasta con gli esempi internazionali che osserviamo. Minore capacità tecnica significa maggiore discrezionalità e maggiore interdipendenza con il mondo economico e politico. Il precedente presidente amava agire con i casi, parlare con le sentenze. L'attuale ha assunto l'advocacy come principale linea di azione, aiutato in questo dai nuovi poteri conferiti dal Decreto Bersani. Siamo obiettivamente di fronte ad un antitrust indebolito nello spirito, nell'azione e nelle finalità. Non è un caso che questo avvenga dopo che l'antitrust è stato arricchito di competenze aggiuntive sul credito e sul conflitto di interessi. L'unica cosa che ci rassicura è la competenza dei funzionari e dei direttori che vi lavorano, ostinatamente, nonostante tutto. Ma non possiamo non dire che - anche in questo campo - ci aspettavamo qualcosa di diverso, quel mitico segnale di discontinuità che non riusciamo ancora a scorgere.
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Bersani2: competition on demand side
Pasted Graphic di Antonio Nicita
Sono stati fatti molti commenti sul secondo pacchetto di liberalizzazioni Bersani-Rutelli, ma poche analisi si sono concentrate sul significato di una 'lenzuolata' che certo non esaurisce - per stessa ammissione dei proponenti - una politica che coinvolgerà presto non solo i servizi pubblici locali, ma anche le reti energetiche e le infrastrutture di trasporto. Queste liberalizzazioni possono essere sintetizzate come 'competition on demand side'. Vediamo perché e quali obiettivi perseguono.
Gran parte degli strumenti mirano a ridurre, per legem, costi di accesso (caso delle ricariche) e costi di uscita e di switch dei consumatori in settori che sono caratterizzati da oligopolio o da concorrenza monopolistica. Secondo alcuni, che riprendono i celebri argomenti di Bork (1978) e di Posner (1980), le forme di vincolo ai consumatori finali nascondono ragioni di efficienza, quali la remunerazione di investimenti innovativi specifici,in presenza di incertezza e di incompletezza contrattuale (Williamson, 1985; Klein, 1990). Peraltro, anche nei casi in cui i costi di uscita agiscono da esclusiva di fatto, le limitazioni poste ex-post sulla concorrenza non sarebbero ignote ai consumatori al momento della stipula dei contratti e dunque sarebbero da questi calcolati, internalizzati e accettati. In realtà, come dimostrarono già Aghion e Bolton (1988), vincoli all'uscita dei consumatori implicano erezione di barriere strategiche all'entrata. Anche consumatori sofisticati che scambiano benefici ex-ante versus costi di uscita ex-post, finiscono per essere esposti pertanto al potere monopolistico del contraente. A ciò si aggiunge la circostanza (Ennis e Heimler, 2004) che in mercati caratterizzati da switching costs, la concorrenza effettiva avviene solo alla scadenza dei contratti e solo i consumatori sofisticati sono in grado di affrontare i costi di search necessari ad incoraggiare entrata o attivismo dei concorrenti. Ciò comporta che l'assenza di mobilità dei consumatori sia compatibile anche con mercati 'apparentemente' concorrenziali quanto a numero di consumatori e di imprese concorrenti. Tali situazioni sono difficilmente scardinabili con azioni antitrust e o di regolamentazione settoriale. La 'lenzuolata' funziona in questo senso: liberalizza dal lato della domanda e rivela come a volte sia necessaria una legge per liberare il mercato e le scelte dei consumatori. Altra cosa che ci piace del bersani 1 e del bersani 2 è la trasversalità: essa permette di far apprezzare le esternalità positive multisettoriali e pone imbarazzi alla difesa corporativa. I limiti: su alcune questioni, come le professioni legali, occorre maggiore attenzione e complessità 'sistemica': non sempre copiare gli altri migliora le cose....
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Pensioni, Staffette & Tabù
Pasted Graphic di Antonio
In questi giorni si anima il dibattito sulla riforma delle pensioni. Ci sono due problemi, interdipendenti: il primo è l'annoso problema di sostenibilità del debito; il secondo è dovuto alla circostanza che l'aumento delle aspettative media di vita comporta che i pensionati ricevano più di quanto a suo tempo detratto per pagarne le pensioni, ed è insieme un problema di sostenibilità del debito e di equità intra e intergenerazionale. Che fare? E perché?
Nei dibattiti attuali si contrastano due soluzioni: la prima è la riduzione delle pensioni a seguito di revisione dei parametri collegati all'aspettativa media di vita; la seconda è una riforma che con incentivi forti (forma debole) o con sanzioni/disincentivi (forma forte) riduca il periodo medio di pensione allungando i tempi di lavoro. Ci sono però anche quelli che sostengono che la riforma Dini basti più o meno. Forse un problema c'è e a mio parere più che un problema di sostenibilità si tratta di un problema di equità. E soprattutto di un problema di accesso al lavoro da parte dei giovani. Molti dei giovani di oggi non si preoccupano di quanto e di quando prenderanno la pensione (visto il passaggio al sistema contributivo) ma del lavoro che ancora non hanno o del quale non sono certi.
Mi chiedo sommessamente: se il problema dei giovani di oggi è l'accesso al lavoro e la mancata mobilità intergernerazionale, che senso ha allungare i tempi lavorativi degli insider se questo significa a sua volta dilazionare i tempi di accesso al mondo del lavoro? Piuttosto che allungare l'età pensionabile io vedo un mercato del lavoro ingessato e il cui accesso è impedito in parte anche da 'pensionabili' che non mollano. Perché non anticipare la staffetta tra nuovi occupati e pensionati? Conosco le obiezioni macroeconomiche, ma non è un po' assurdo preoccuparsi della pensione delle giovani generazioni, quando ciò che oggi preme a molti di loro è ottenere, innanzitutto, una occupazione...Ma forse anche questo è un tabù...
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Chi ha paura della patente a punti?
Pasted Graphic di Marcello Basili & Antonio Nicita
Qualche tempo fa abbiamo sostenuto in questa sede, anche sulla scorta dei risultati di un modello teorico da noi elaborato, che il particolare meccanismo incentivo-compatibile messo in atto in Italia con il sistema della patente a punti avrebbe potuto rivelarsi inefficace e inefficiente, anche nel breve periodo. Purtroppo, gli ultimi dati ci danno ragione.
L’idea di introdurre con la patente a punti un meccanismo di penalizzazione di tipo monetario e non monetario (‘incapacitation’ ), nasceva dall’idea di correggere alcune storture e limiti che i soli meccanismi sanzionatori monetari hanno più volte rivelato. Al fine quindi di ridurre il numero di comportamenti socialmente pericolosi e costosi, il legislatore prevedeva il superamento della prescrizione Beckeriana di una semplice pena monetaria per la violazione delle norme del codice della strada e introduceva una misura di ‘incapacitation’ (la perdita della patente) attraverso un meccanismo di progressiva decurtazione di uno stock di punti in corrispondenza di determinate violazioni. Anche in questo caso contravvenendo a semplici regole di ottimalità e coerenza, il legislatore prevedeva delle sanzioni differenziate e crescenti all’aggravarsi dell’infrazione. Per ultimo, al fine di correggere eventuali sovra-sanzionamenti (errori nel comminare le pene o violazioni accidentali delle norme) il legislatore prevedeva un meccanismo “costoso” di recupero dei punti persi.

Era ed è nostra convinzione che il meccanismo di incapacitazione prescelto in Italia sia viziato da errori metodologici che favoriscono comportamenti strategici. In particolare, abbiamo evidenziato come il sistema di ‘demerit points’ avrebbe funzionato solo per quei soggetti che avrebbero violato accidentalmente il codice della strada, mentre sarebbe stato inefficace (non stringente) e inefficiente (costoso e iniquo) verso i violatori sistematici, una volta che questi avessero familiarizzato – dopo un primo periodo di deterrenza - con il design operativo del meccanismo di incentivo, specie in ragione della facilità con la quale si prevede in Italia il recupero dei punti (considerati come una ‘risorsa rinnovabile’ da parte dei trasgressori).
Cosa è accaduto nel frattempo?

Nei giorni scorsi sono stati resi noti i dati riferiti alla RETE STRADALE E AUTOSTRADALE dell’attività DELLA POLIZIA STRADALE che riassumiamo brevemente:
• 2006 incidenti 91.408, di cui mortali 1.650 e 41.662 con feriti. I decessi sono stati 1.889, mentre i feriti 66.057, nello stesso anno sono state rilevate ca 1.080.000 infrazioni per eccesso di velocità e velocità pericolosa.
• 2005 incidenti 92.021, di cui mortali 1.663 e 41.228 con feriti. I decessi sono stati 1.860, mentre i feriti 64.997, nello stesso anno sono state rilevate ca 974.000 infrazioni per eccesso di velocità e velocità pericolosa
• 2004, anno di introduzione della patente a punti, incidenti 93.917, di cui mortali 1.673 e 42.263 con feriti. I decessi sono stati 1.891, mentre i feriti 66.777, nello stesso anno sono state rilevate ca 1.016.000 infrazioni per eccesso di velocità e velocità pericolosa.


Emerge chiaramente che, dopo appena un anno (2005) in cui si osservava una coerente riduzione dei sinistri e delle sanzioni comminate, il numero degli incidenti e delle infrazioni gravi è tornato a crescere e ha raggiunto i livelli da cui si era partiti. La conclusione è impietosa ma chiara: la patente a punti così come congeniata non serve, è inutile e costosa.
Esaminando i dati della sola rete autostradale – che permette un’analisi comparata più affidabile quanto a tipologia di utenti e di controlli - per il triennio 2004-2006 si nota che:
• Il numero di pattuglie è passato da 78.576 (2004) a 231.572 (2005) a 226.359 (2006);
• Il numero di incidenti è passato da 41.992 (2004) a 41.369 (2005) a 40.099 (2006);
• Il numero di decessi da 558 (2004) a 518 (2005) a 534 (2006);
• Il numero di feriti da 20.047 (2004) a 20.226 (2005) a 20.033 (2006);
• Infine il numero di contravvenzioni per eccesso di velocità e velocità pericolosa è passato da ca 490.000 (2004) a 470.000 (2005) a 557.000 (2006), nonostante nell’ultimo anno siano state rese note la localizzazione delle postazioni autovelox mobili, oltre che resa manifesta quella delle postazioni fisse.

L’analisi dei dati riferiti alla sola rete autostradale non fa che confermare le sensazioni che ciascuno di noi che percorre come automobilista la rete autostradale ricava guardandosi attorno.
A questo punto crediamo che vada introdotta una seria revisione del meccanismo sanzionatorio, magari prevedendo: (i) raddoppio dei punti sottraibili in periodi particolarmente caldi di congestione stradale; (ii) meccanismi non automatici e “gratuiti” di ricostituzione dello stock dei punti (stock fisso di punti); (iii) tempi progressivamente estesi di interdizione prima del recupero dei punti; (iv) nei casi più gravi di reiterata violazione la presenza di meccanismi discrezionali di giudizio-valutazione, non facilmente scontabili da parte dei violatori abituali (es. comparire davanti a un giudice che decide la durata dell’incapacitation fino alla revoca totale della licenza di guida). Un altro tema da approfondire è quello relativo all’introduzione di un sistema di punti esteso anche alle autovetture (al libretto) e non solo ai guidatori.



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Quando ad abusare è la teoria...
Pasted Graphic di Antonio Nicita

Il Sole 24 ore di oggi pubblica un interessante editoriale del Prof. John Vickers, già Direttore Office of Fair Trade nel Regno Unito e oggi docente a Oxford. Si tratta di uno dei maggiori esperti di economia industriale e della concorrenza. Nel 2004 ha partecipato alla conferenza dell'Association of Competition Economics tenuta a Siena. L'editoriale è una sintesi della Telecom Italia Lecture che terrà tra qualche giorno a Milano sul tema "Anti-Competitive Economics". A tradurlo bene, sembrerebbe "Teoria Economica anticoncorrenziale". Ma come, sono le teorie ad abusare e non le imprese?
Il punto da cui parte Vickers è quello recentemente avviato dal position paper della Commissione sulla modernizzazione dell'art.82 del trattato UE (quello che disciplina gli abusi di posizione dominante), dopo i precedenti processi che hanno riguardato l'art. 81 (intese anticoncorrenziali) e l'analisi economica e antitrust delle concentrazioni tra imprese. L'idea di fondo è che applicando un approccio formale all'art.82 (che ha un equivalente nell'art.3 della legge 287 in Italia) si rischia di confondere una concorrenza aggressiva da parte di una impresa in posizione dominante con un abuso. Il risultato perverso di ciò potrebbe essere ad esempio quello di vietare all'impresa dominante di fare sconti di cui beneficierebbero i consumatori. Al contrario vietando quegli sconti si farebbe un regalo a concorrenti, magari più inefficienti del soggetto dominante, e un danno ai consumatori. Analogo rischio di trattare come anti-concorrenziale i ribassi di prezzo da parte del dominante, si potrebbero avere nel caso di sconti-fedeltà, di pratiche di discriminazioni di prezzo, di affermazioni di starndard tecnologici, di bundling di prodotti e cosi via. La domanda di Vickers è: come trovare il limite tra 'competition on the merit' da parte del dominante ed esclusione dei concorrenti efficienti? Che poi è il limite tra divieti di comportamenti che danneggiano i concorrenti rispetto a comportamenti che danneggiano i consumatori. La risposta sembra semplice: ad esempio se i concorrenti non possono replicare gli sconti del dominante vuol dire che sono inefficienti e quindi gli sconti permettono da un lato un beneficio diretto ai consumatori e dall'altro uno schumepeteriano survival fo the fittest. Tuttavia, se l'entrante è più efficiente - e se il dominante ha ragionevoli informazioni su ciò - proprio la teoria economica ci spiega che sarebbe irrazionale per il dominante fare la guerra: tanto vale fare entrare (accomodation) il concorrente e indurlo ad un equilibrio oligopolistico. Ma se ciò è vero, non dovremmo mai aspettarci una guerra di prezzo nei confronti di concorrenti piu efficienti. In buona sostanza i ribassi o sarebbero irrazionali o non sarebbero mai un abuso. In realtà come Vickers e Armstrong dimostrano in un loro articolo (ripreso da Gelner e Salop e recentemente da Edlin), in contesti nei quali vi sono elevati costi fissi (economie di scala o economie di rete) l'entrante potrebbe raggiungere la propria efficienza solo dopo aver conseguito un certo numero di clienti. In questo caso, le strategie aggressive sono razionali perché volte a difendere (defensive leveraging) la dominanza esistente, prevenendo al concorrente il conseguimento del numero minimo efficiente di clienti. Concordiamo con Vickers che l'analisi degli abusi deve essere fatta caso per caso, ma la teoria economica deve concentrarsi sulle condizioni specifiche del mercato (quali i costi di entrata, gli effetti di rete). In molti casi la guerra di prezzi, anche quando non è predatoria (Edlin la definisce come 'stopping above predatory pricing'), può impedire l'entrata efficiente e, per tale via, anche il benessere prospettico dei consumatori. Certo, quest'ultima affermazione (che è una tesi a me cara e che ho applicato all'analisi delle condizioni sotto le quali le strategie di winback sono eslcudenti) forse non troverebbe grande accoglienza in una Telecom Italia Lecture...
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A spasso per la 'Cattedrale'. Con Guido.
Pasted Graphicdi Antonio Nicita
C’eravamo lasciati mesi fa a New York, ci siamo ritrovati nelle sue chambers di New Haven. Abbiamo intervistato – con un gruppetto di scholars italiani qui a Yale – Guido Calabresi. Per parafrasare il suo più citato contributo, siamo entrati nella ‘cattedrale’ dei pensieri di Guido, attraversando l’Italia (anti)fascista, la formazione di Guido a Yale, l’America degli anni ’50, i dibattiti di law and economics, il confronto tra Coase, Calabresi e Posner, i dubbi del Calabresi giudice d'appello, la relazione tra diritti e politica, 'l'unico vero rimprovero' che Guido muove al suo amico (ed ex-allievo) Clinton, il significato dell’analisi economica del diritto oggi, specie per l’Italia. Il risultato è una intervista audio di un’ora e mezza, dal titolo "Tra Diritto ed Economia: Intervista a Guido Calabresi". Presto la metteremo a disposizione nella sezione podcast del sito della Società Italiana di Diritto ed Economia che domani si riunisce a Roma per la seconda conferenza annuale. Anticipo qui alcune delle risposte e delle riflessioni di Guido ( non sarebbe un ottimo senatore a vita?).
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Dov'è l'Osservatorio permanente sui taxi?
Pasted Graphic di Antonio
Questi se ne fregano. Oggi, ho aspettato 5 minuti al telefono e poi mi è stato annunciato un taxi dopo 8 minuti. Il taxi è arrivato con...8,90 euro già in tassametro. Insomma per fare 5 km ho speso 18 euro. Ho chiesto la ricevuta + una spiegazione del raddoppio da un giorno all'altro della tariffa. Non ho avuto risposta se non il fatto che l'attesa di 8 minuti implicava 8 euro! E' possibile che non sappiamo disegnare un sistema migliore? Io lo trovo davvero scandaloso. Avevamo proposto a Bersani di istituire un Osservatorio permanente sulla qualità del servizio. Lo chiediamo a Veltroni. Forse occorre scrivere un position paper.
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Noi lo avevamo detto...
Pasted Graphic 1di Marcello Basili e Antonio Nicita
Il Sole 24 Ore di ieri riportava un dato interessante sulle multe agli automobilisti italiani nell'ultimo anno. In particolare dal 1° gennaio al 31 agosto sarebbero state comminate dalla sola Polizia Stradale 641.504 multe per eccesso di velocità (tra queste ce ne sono un paio di Antonio intorno a Rapolano). Si tratta di una inversione di tendenza rispetto al calo osservato nel 2005. Era dal 2001 che le multe per eccesso di velocità non superavano le 600.000 unità. Dunque si è ritornati al livello precedente la introduzione della patente a punti. Come interpretare questo dato?

Ovviamente una ragione può essere data dal fatto che aumentano i controlli (e le tecnologie) e ciò farebbe aumentare le multe complessive. Ma pare che non si siano registrati incrementi di rilevo nelle politiche di detection tra il 2005 e il 2006. E allora una spiegazione alternativa risiede nella inefficacia del design del sistema sanzionatorio, come abbiamo avuto modo di illustrare su lavoce.info e su un articolo presentato a Berkeley all'ALEA. Non è affatto facile interpretare i dati in via univoca. Nonostante la patente a punti sia oggi adottata in moltissimi paesi, manca del tutto una teoria che spieghi perché con essa i soggetti dovrebbero modificare i propri incentivi a violare il codice stradale. Le indagini empiriche non sono conclusive e non vi è consenso sui risultati ottenuti, specie sulla relazione esistente tra patente a punti e riduzione degli incidenti stradali. C’è tuttavia un dato sul quale molte indagini convergono: la patente a punti avrebbe l’effetto di rendere più virtuosi i guidatori man mano che i punti perduti raggiungono una determinata soglia, al di là della quale è molto probabile incorrere nel ritiro. 
Uno studio sull’Australia ha mostrato come, a parità di monitoraggio da parte delle forze dell’ordine, passi molto più tempo tra la seconda e la terza infrazione di quanto non ne passi tra la prima e la seconda. E in Germania e in Italia solo un quota trascurabile della popolazione che ha perso dei punti, ne ha poi consumato l’intero ammontare, incorrendo nel ritiro della patente: meno dello 0,4 per cento. Ciò significherebbe che per una ampia fascia di guidatori, il ritiro della patente costituisce una perdita economica significativa, da evitare senz’altro. Di conseguenza, per almeno una parte della popolazione, i punti valgono poco quando sono tanti (e si tende a consumarli), ma valgono molto quando sono scarsi (e si tende a preservarli).  Se ciò è vero, se ne deve concludere che la patente a punti genera un paradosso: perché sia davvero efficace come meccanismo deterrente, è necessario che gli automobilisti (o almeno una parte di loro) consumino al più presto la propria dotazione dei punti fino a raggiungere la soglia critica che ne modifica in senso virtuoso il comportamento. Ovvero, la velocità con la quale si ottengono in media guidatori prudenti dipende dalla velocità con la quale essi risultano aver violato le regole in passato. Non deve quindi sorprendere se il successo della patente a punti si accompagna nel breve periodo a un incremento e non a una riduzione delle violazioni del codice stradale.
Il bonus porta danno.
D’altra parte, se la propensione a "consumare punti" dipende dall’ammontare di quelli di volta in volta disponibili, il paradosso comporta che l’assegnazione di bonus a coloro che non sono incorsi in sanzioni (compreso chi le ha violate sistematicamente senza essere scoperto) "rilasci" il vincolo dei punti e riduca il valore medio di quelli posseduti (rendendo la soglia critica più lontana). Ciò significa che per una parte della popolazione, l’assegnazione del bonus genererà perversi incentivi a violare le regole piuttosto che a mantenere integra la propria dotazione. E ciò vale anche per tutte le misure di reintegro dei punti poco costose (in termini di multe e di tempo di acquisizione). Diverso sarebbe il caso in cui i punti fossero rappresentati da crediti monetari o fossero "negoziabili" (come nel caso dei tradeable permits ambientali) e quindi monetizzabili dai titolari.
In altre parole, i punti funzionano come deterrente quando diventano una risorsa economica scarsa (o rinnovabile ad alto costo). Tutte le volte che se ne incrementa la rinnovabilità si finisce per indurre maggior consumo di punti e dunque un tasso più elevato di violazione del codice della strada. Non dovremmo dunque meravigliarci se in futuro, quando saranno disponibili i dati sul prossimo biennio, osserveremo un incremento nella violazione del codice stradale da parte di coloro che oggi ricevono il bonus o di quanti reintegrano i propri punti. 
Il passato ministro delle Infrastrutture e dei trasporti ha molto insistito sul premio attribuito ai guidatori virtuosi. Ma è probabile che esso si sia rivelato controproducente. Per i veri virtuosi, infatti, i punti non hanno alcun valore. Per quelli che non stati virtuosi, ma semplicemente fortunati e non scoperti, i nuovi punti rafforzeranno gli incentivi a violare il codice, perlomeno fino al raggiungimento della soglia critica dei punti perduti. Sarebbe invece auspicabile una riforma dell’attuale sistema volta a eliminare i bonus e a ridurre le occasioni di rinnovo dei punti. In altri paesi, infatti, nei quali l’orizzonte temporale di consumo dei punti è molto più ampio (in taluni casi coincide con la vita del guidatore), e dove non sono previsti strumenti di facile riacquisto dei punti, si è osservata una costante riduzione media delle violazioni stradali.
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Coase a Campo de' Fiori
122di Antonio Nicita
Leggiamo sul Corriere che un' insegnante di Matematica che abita in Via Monte della Farina a Roma dal luglio 2005 non chiude più occhio. La causa è il condizionatore che il ristorante "La Tartaruga" le ha messo proprio sotto la finestra, abitando lei al primo piano. Addirittura per colpa del continuo ronzio - ben oltre i limiti di legge - fino alle 4 di notte, si sarebbe ammalata di depressione. La Corte d'Appello ha già condannato il ristorante a "far cessare l'attività di ristorazione". Ma nulla è cambiato. Se seguissimo le lezioni di Coase (1960), Calabresi (1972) e Ayres (2005) avremmo già la soluzione in tasca. Qual è?
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Via i nullafacenti dalla P.A.! Facile (troppo) a dirsi...
Pasted Graphic di Massimo D'Antoni
Chiunque di noi abbia esperienza concreta di pubblica amministrazione, sa che vi sono impiegati che letteralmente “scaldano la sedia”. Chi come me ci lavora, credo abbia almeno una volta desiderato che qualcuno gli attribuisse una tantum la bacchetta magica per decidere con un fiat il licenziamento in tronco del nullafacente della stanza accanto. Purtroppo – pensiamo – è solo un sogno: se mai questa autorità potesse essere conferita, non sarebbe certo data proprio a me.

Eppure, c'è chi indulge in questi sogni, al punto di distillarli in una proposta che appare in prima pagina del maggior quotidiano nazionale, e viene poi ulteriormente elaborata e proposta su un noto sito di informazione.
Sto parlando del prof. Pietro Ichino, insigne e ascoltato giuslavorista. Sintetizzando molto – rimando all'originale per i dettagli – egli immagina la creazione, in seno alla Pubblica Amministrazione, per ciascun comparto o settore di questa, di una commissione ad hoc, cui verrebbe dato il compito di attribuire ad ogni dipendente pubblico un indice di produttività ed efficienza.
Coloro cui viene assegnato un indice pari, vicino o inferiore (!) a zero, verrebbero poi inclusi in una graduatoria “di demerito”, da utilizzarsi come base per una riduzione degli organici della P.A. Essi sarebbero cioè licenziati. La proposta prevede che i membri di dette commissioni siano esentati per legge da ogni rivalsa (dell'amministrazione) per risarcimenti dovuti a lavoratori erroneamente licenziati; che il lavoratore possa impugnare il licenziamento solo indicando in che modo la graduatoria sia stata compilata in modo errato (cioè chiamando in causa qualcuno tra i non licenziati che sia a suo giudizio più nullafacente di lui); che infine il licenziato riceva una speciale indennità di disoccupazione per un periodo limitato e sotto condizione di avvio di un processo di riqualificazione.
Non mi soffermo sui sottili aspetti giuridici della proposta, che Ichino affronta (immagino) con competenza. Come tuttavia non notare l'inconsistenza della proposta sul piano economico?
Molto brevemente:
1) Quale incentivo hanno le “commissioni speciali” a fare ciò che i superiori gerarchici dei nullafacenti (i dirigenti) non hanno fatto finora? E' solo una questione legata al rischio di una richiesta di risarcimento, come adombra Ichino, o il problema è legato al sistema di incentivi proprio di ogni pubblica amministrazione? In particolare, quali incentivi ha la commissione ad inserire effettivamente qualcuno nella lista di proscrizione?
2) Chi dà le informazioni necessarie alle commissioni (che sono soggetti esterni rispetto all'ufficio in cui il nullafacente lavora)? Se le procurano da soli con ispezioni? Sappiamo bene che buona parte delle informazioni rilevanti per valutare la produttività sono di natura “locale”, spesso scarsamente verificabili (sebbene a tutti note). Dunque, sarebbero ancora una volta i superiori gerarchici del nullafacente (quelli che non l'hanno licenziato finora) a determinare il risultato.
3) I nullafacenti sono stati spesso assunti perché “raccomandati”: chi potrebbe impedire l'innescarsi degli stessi fenomeni di clientelismo e “protezione” nell'ambito del lavoro delle commissioni?
4) E' logicamente possibile immaginare, da un punto di vista gestionale, l'attività delle commissione come separata e indipendente da quella di direzione e coordinamento di un ufficio propria del dirigente dello stesso? Nel caso in cui un dirigente dia una valutazione difforme da quella della commissione sulla produttività del singolo, che si fa?
Potremmo continuare. In sintesi: Ichino cade nella classica trappola di chi pensa di risolvere un problema di controllo inventando l'ennesimo organo “indipendente”. Dimenticando che il problema è proprio quello di controllare i controllori. Possiamo girarla come vogliamo: la questione di fondo è quella di un sistema di incentivi in un contesto, quello della P.A., in cui non è possibile ricorrere al mercato e a chiari indici di performance.
Ci siamo più volte soffermati, in questo blog, sui limiti di un'analisi economica in assenza di una conoscenza del dato giuridico. L'intervento di Ichino ci mostra dove ci potrebbe portare un approccio giuridico privo di una comprensione economica dei problemi.
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Tre scenari per Telecom Italia
Pasted Graphic di Antonio Nicita
Qualunque cosa accadrà, sarà una svolta per i mercati rilevanti collegati. Di certo c'è l'enorme debito di Telecom e delle controllanti, ma questo si sapeva dal primo giorno. Il rapporto profitti debiti, anche per un colosso come il gruppo Telecom, era troppo basso fin dall'inizio. Oggi si aprono diversi scenari, ma non se ne sa molto. Forse nemmeno dalle parti di Telecom.
1° scenario:
Dopo un anno dalla incorporazione di TIM, si torna indietro e si sorpassa: Telecom vende TIM in blocco, recuperando almeno 25-30 mld e dando un taglio quasi definitivo all'indebitamento (in qualche anno). Sotto il profilo della concorrenza la separazione verticale con il mobile può essere positiva sotto diversi profili: (i) si evitano i sussidi incrociati che erano all'origine della convergenza fisso-mobile, (ii) si apre lo spazio a potenziali fusioni tra concorrenti di TI nella telefonia fissa e TIM.

2° scenario
Telecom scopora le due reti, fisse e mobili, fa due società distinte e ne vende pezzi di minoranza. In tal modo accontenta un po', ma non troppo, le authorities (che vorrebbero separazione strutturale proprietaria e non solo societaria) e recupera un po' di ossigeno per abbattere, ma al massimo di 1/4, il debito

3° scenario
Telecom vende il mobile e scorpora societariamente la rete fissa. In tal modo realizza il primo scenario e un pezzo del secondo. Il corollario è dedicarsi alla broadband TV, perlomeno come 'scusa ufficiale' al governo e alla politica preoccupata di un abbandono del settore da parte di un imprenditore italiano. Per fare TV non basta un qualunque sharing agreement con Murdoch (anche perché le autorità antitrust, come nel caso australiano, richiederebbero in ogni caso impegni di non discriminazione prima di dare l'ok a tali accordi).

Quale che sia lo scenario, resta il fatto che la nuova proprietà compie in meno di un anno due svolte su TIM in aperta contraddizione. Non è un esempio di lungimiranza o di strategia imprenditoriale creativa, il che è un paradosso da parte di un gruppo che annuncia di voler fare broadband tv, ovvero la cosa che necessita in assoluto più creatività e lungimiranza. Vedremo.
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Ancora sulle farmacie
page1-1076-full di Antonio Nicita
La foto che vedete sopra l'ho scattata in un supermercato di NY, qualche settimana fa. Inutile ridire quanto costino poco i flaconi delle aspirine e come funzioni bene l'angolo 'farmacia' per le prescriptions. Oggi, giornata di serrate delle farmacie (dopo l'esempio dei tassisti...), ripropongo un pezzo che ho scritto tempo fa per lavoce.info. Rinvio ai commenti per una precisazione su una specifica questione sollevata da Massimo D'Antoni.
page1-1077-full Il settore farmaceutico italiano appare come un sistema ingessato, nel quale tutte le variabili decisive sono predeterminate e non vi è alcun incentivo al confronto concorrenziale né a livello orizzontale (tra imprese farmaceutiche attive nell’offerta di prodotti sostituibili ai fini della loro efficacia terapeutica; tra intermediari all’ingrosso; tra farmacie), né a livello verticale tra gli tutti operatori nella produzione, nella commercializzazione, nella distribuzione e e nella vendita finale.

I numerosi interventi dell’Autorità antitrust nel settore farmaceutico hanno avuto il merito di sottolineare che una volta definiti i vincoli di tutela della salute dei cittadini e di bilancio pubblico della spesa, l’introduzione di opportune forme di incentivazione al confronto concorrenziale contribuisce a rendere più efficiente l’offerta sanitaria e a contenere la spesa pubblica e privata in farmaci.

Le diverse forme di regolazione che caratterizzano i paesi industriali avanzati si distinguono in relazione al tipo e al numero di variabili su cui si esercita un controllo di ‘governance’ diretto. Tutti questi sistemi tuttavia, presentano uno spazio istituzionale ‘endogeno’, di dimensione variabile, nel quale la libera iniziativa economica degli operatori può pienamente manifestarsi. Così, accanto a forme di regolazione stringente dal lato della determinazione del prezzo dei farmaci e/o dei profitti delle imprese farmaceutiche si assiste a forme leggere di regolazione nell’ambito distributivo e viceversa: dove le imprese mantengono una certa libertà nella determinazione dei prezzi dei farmaci, vi sono regolazioni stringenti verso il basso.

In Italia, l’impianto regolatorio agisce, con la stessa intensità, sia a livello di determinazione dei prezzi al pubblico dei farmaci che a livello della distribuzione all’ingrosso e al dettaglio. Ciò delinea, come ha osservato l’AGCM, un sistema bloccato, nel quale ciascun operatore adegua le proprie strategie alla prassi regolamentare vigente. La circostanza che i margini di sconto ai farmacisti e grossisti siano determinati per legge per i farmaci rimborsabili, che vi sia l’obbligo di fornitura entro le 12 ore da parte dei grossisti, nonché quello di detenere almeno il 90% delle specialità medicinali in commercio limita fortemente gli spazi per l’adozione di politiche commerciali concorrenziali.

Infatti con il sistema vigente i grossisti sono obbligati ad acquistare pressoché tutte le specialità esistenti sul mercato, senza poter innescare alcun meccanismo di confronto tra produttori di farmaci con caratteristiche analoghe sotto il profilo terapeutico. Non vi è dunque alcun incentivo per le imprese farmaceutiche a praticare politiche differenziali basate sul prezzo.

Analogamente il monopolio sulla vendita dei farmaci da banco da parte dei farmacisti, comporta una concorrenza del tutto ipotetica, dato il forte incentivo delle farmacie ad allinearsi al prezzo consigliato dla produttore. Significativo appare al riguardo il procedimento concluso dall’AGCM in relazione alla distribuzione di latte artificiale per neonati . L’indagine condotta dall’AGCM ha accertato come la distribuzione di latte artificiale esclusivamente attraverso il canale delle farmacie abbia determinato prezzi sistematicamente più elevati rispetto ai paesi europei in cui il prodotto viene commercializzato anche attraverso la Grande Distribuzione.

La liberalizzazione del comparto dei farmaci non etici permetterebbe quindi non solo di ottenere condizioni più vantaggiose per il consumatore in termini di minori prezzi, ma anche di orientare la professione di farmacista verso un modello di offerta di combinazioni prodotto-servizio più vicine alle esigenze della clientela.

Naturalmente ogni stimolo alla concorrenza deve evitare fenomeni di ‘accaparramento’ o di ‘cattura’ dei clienti che avrebbero come ultimo effetto quello di indurne il consumo di farmaci non necessari. L’introduzione di meccanismi concorrenziali deve qui essere riferita a due ambiti distinti: l’ambito dei farmaci da banco e dei prodotti parafarmaceutici e quello dei prodotti etici. Con riferimento al primo caso, appare opportuno quanto prospettato dalla stessa AGCM, ovvero la possibilità che sia ammessa la vendita di questi prodotti anche in contesti distributivi alternativi a quelli delle farmacie, come peraltro avviene, con ottimi risultati, all’estero, dove il fenomeno ha interessato anche la costituzione di catene di farmacie, con importanti risparmi sotto il profilo dei costi di transazione, anche con riferimento all’incremento del potere contrattuale delle farmacie nei confronti delle imprese farmaceutiche.

Con riferimento infine al secondo ambito, appare essenziale prevedere che i vincoli strutturali e comportamentali vigenti siano opportunamente rilasciati al fine di consentire un certo grado di confronto concorrenziale che si può manifestare soprattutto con riferimento agli standard qualitativi del servizio offerto dal farmacista che può ‘confezionare’ per proprio conto anche il famrco. Ciò significa anche rimuovere tutti i vincoli amministrativi che possono impedire un’entrata efficiente sul mercato.

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Agenda Volgen!
Pasted Graphicdi Bart Der Gaalbaijtz
Riceviamo e volentieri pubblichiamo questo intervento che abbiamo ricevuto dal prof. Bart Der Gaalbaijtz dell'Università di Rotterdam at Sea. Come da richiesta dell'autore, abbiamo effettuato alcune correzioni dell'italiano (che era comunque ottimo, complimenti!). Ci sembra che in particolare il riferimento al sistema di norme sociali meriti qualche riflessione in questo blog. (M.D'Ant.)

Cari amici, permettetemi alcune considerazioni sul vostro paese, che considero come una seconda patria, visto che ormai da molti anni vi trascorro le vacanze estive. Gli italiani sono veramente un popolo simpatico, creativo, divertente. Tuttavia, ammettiamolo, qualche problema c'è.
Ho avuto recentemente occasione di trascorrere un periodo di studio presso una vostra università, e mi sono reso conto che – lo dico con affetto e spirito costruttivo – l'organizzazione del lavoro da voi è veramente impossibile!
Dipartimenti vuoti buona parte della settimana; seminari organizzati all'ultimo momento e poi spostati o annullati il giorno prima; lunghe file di studenti in attesa negli orari di ricevimento e i professori che non si presentano. Ma avete idea di quale dispendio di tempo ed energie ciò comporti?
In Olanda, ma direi nel resto dell'Europa, ciò non sarebbe possibile. E il motivo è che altrove vige un sistema di norme “sociali” condivise rispetto all'uso del tempo proprio e altrui (nella mia lingua si dice agenda volgen o anche aanhouden). Chi arriva in ritardo, chi manca un appuntamento, viene considerato persona inaffidabile e in questo modo sanzionato dai pari. In Italia, invece, sembra che arrivare tardi sia motivo di vanto, è un modo per mostrare la propria importanza. Che questo accada anche nei rapporti accademici, tra co-autori, o tra dottorandi e i loro supervisori, dovrebbe essere motivo di preoccupazione per chi ha a cuore il buon funzionamento dell'istituzione universitaria. Non c'è da stupirsi se molti dei vostri giovani migliori scelgono la via dell'estero ed emigrano verso l'America, l'Inghilterra o anche il mio paese. Ne ho conosciuti di recente di veramente brillanti che ormai lavorano nelle università olandesi, non avendo trovato lo spazio e l'attenzione che meritavano nelle università italiane, e forse delusi dall'ambiente dispersivo.
Certo, non voglio generalizzare. Vi sono anche isole felici di efficienza e dedizione al lavoro. Ricordo con soddisfazione a questo proposito la recente esperienza di un breve soggiorno a Bergamo. Però, non si può negare che nella maggior parte dei casi la realtà sia quella sopra descritta.
E allora, cari amici italiani, fate qualcosa, per voi stessi e per noi ammiratori del Bel Paese!
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Umano troppo umano: il capitale che non c'è
image1di Antonio Nicita
La globalizzazione dei mercati e la crescente interdipendenza tra modelli di produzione e di consumo, in continuo mutamento, richiedono all’Europa una elevata capacità di adattamento e di innovazione. Adeguare il proprio sistema produttivo, organizzativo e istituzionale alle spinte innovative interne ed esterne alla nuova Europa allargata rappresenta insieme una sfida e un’opportunità .

Il vertice europeo di Lisbona ha definitivamente stabilito che il motore centrale della competitività europea passa attraverso la valorizzazione del capitale umano, l’incremento della spesa pubblica e privata in ricerca e sviluppo, il disegno di regole e di istituzioni capaci di incentivare la creazione e la diffusione di innovazioni a grande valore aggiunto con ricadute positive sullo sviluppo economico, tecnologico, sociale e ambientale. Gli investimenti in ricerca hanno fondamentalmente due ruoli, uno di aumentare le conoscenze in tutti i campi del sapere e l’altro di trasformare queste conoscenze in innovazione per creare avanzamenti nei campi dell’informazione dell’ambiente della salute dell’alimentazione e dell’energia. Ciò si accompagna naturalmente ad un processo di avanzamento culturale generalizzato e garantisce il continuo sviluppo dei sistemi di insegnamento e formazione dei giovani .

L’impegno, assunto a Lisbona, di incrementare la spesa comunitaria in ricerca e sviluppo dall’attuale 1,9% al 3% del PIL entro il 2010, costituisce una scommessa difficile e insieme entusiasmante, perché da essa dipende non solo il posizionamento competitivo dell’Europa rispetto agli USA e al Giappone, ma anche il profilo economico e sociale delle prossime generazioni europee, la loro capacità di creare nuova conoscenza, di moltiplicare i saperi, di guidare le proprie scelte.

Dopo diversi anni dall’impegno assunto a Lisbona, l’Europa si presenta oggi, anche a seguito del rallentamento della crescita economica, con una forte eterogeneità interna e con un crescente divario rispetto a Stati Uniti e Giappone. Il tasso medio di crescita degli investimenti in ricerca ha subito un rallentamento in questi ultimi anni: mentre alcuni paesi (Danimarca, Svezia e Finlandia) sopravanzano in termini di capacità innovativa e imprenditoriale, altri paesi, e tra questi l’Italia, registrano una battuta d’arresto nei soli ultimi tre anni. Se le grandi imprese europee sembrano avere tassi di investimento in ricerca comparabili con quelli delle multinazionali di origine statunitense, le piccole e medie imprese registrano invece livelli spesso trascurabili.

Gli investimenti privati in ricerca in Francia, Germania e Italia sono inferiori alla media UE, e nel nostro paese vi è ancora una preponderanza di investimenti pubblici, segno di una penalizzante difficoltà di collegamento tra ricerca di base e ricerca applicata o, se si vuole, tra conoscenza e sviluppo economico, tra università e imprese. In Italia, la rete di ricerca privata non ha un ruolo significativo come lo ha in altri paesi europei. La rete privata utilizza infatti prevalentemente fondi pubblici, senza elevare il livello del sistema produttivo in modo da renderlo competitivo con gli altri sistemi. Tale circostanza si spiega anche con il fatto che il sistema Industriale italiano è prevalentemente costituito da piccole imprese che si sono sviluppate sfruttando favorevoli condizioni di mercato, piuttosto che conoscenza ed innovazione di prodotto e di processo.

Nonostante gli sforzi profusi e i passi in avanti fatti in questi anni in due settori strategici, quali le biotecnologie e le tecnologie dell’informazione, i quindici Stati UE perdono posizioni rispetto agli USA nella quota dei nuovi brevetti registrati. Nella bilancia delle tecnologie e dell’innovazione l’Europa è un importatore netto di idee brevettate e un esportatore netto di capitale umano. Nonostante ciò la qualità della produzione scientifica europea appare in linea, se non superiore, a quella registrata negli USA. Le cause del divario non sono dunque da ricercare nell’assenza di capitale umano, anzi. Le difficoltà nascono dalla bassa mobilità europea dei ricercatori, dalla scarsa diffusione della conoscenza, dalla carenza di regole e istituzioni volte a coordinare ricercatori e imprenditori, idee e mercati.

L’obiettivo della integrazione del Sistema di Ricerca in Europa è ancora lontano dall’essere raggiunto, non solo per motivi finanziari ma anche per inadeguatezza organizzativa e strategica. La scarsa crescita è la ragione fondamentale delle difficoltà in cui si dibatte la società europea: per effetto della scarsa crescita, siamo chiamati troppo spesso ad effettuare scelte al ribasso, improntate al taglio dei posti di lavoro e al taglio della spesa sociale, e spesso tragicamente proprio al taglio della spesa per istruzione e ricerca. Così stiamo entrando in un terribile circolo vizioso: tagliamo la spesa per istruzione e ricerca, così riduciamo la crescita dell’economia negli anni successivi, e ciò ci costringe a ulteriori tagli, alcuni dei quali vanno ulteriormente a colpire la ricerca e l’istruzione.

E’ stato calcolato che per ridurre il divario con gli USA occorrerebbe raddoppiare l’attuale tasso di crescita medio degli investimenti in ricerca e disporre di circa 700 mila nuovi ricercatori nei prossimi sei anni. La capacità di trasformare nuove conoscenze nella produzione di nuovi beni e servizi che possano trovare sbocchi su mercati mondiali richiede alcuni passaggi cruciali:

(a) il rilancio del ruolo delle università nella produzione di una conoscenza capace di generare centri di eccellenza, anche attraverso la creazione di ‘cattedre di ricerca europee’, finalizzati alla creazione di innovazioni ad elevato valore socio-economico, grazie ad un collegamento diretto e autonomo nella contrattazione con le imprese;
(b) la creazione di facilitazioni all’erogazione di borse di studio e di finanziamenti a tasso agevolato per giovani che intendono investire nella formazione post-laurea;
(c) l’armonizzazione e il coordinamento delle legislazioni esistenti in tema di proprietà intellettuale, anticipando l’avvio del brevetto comunitario di recente istituzione, previsto per il 2010, e contemperando le esigenze di tutela della proprietà intellettuale con gli incentivi ad innovare e ad accedere alla conoscenza esistente per ulteriori innovazioni incrementali;
(d) la valorizzazione delle informazioni fornite dai brevetti, anche attraverso la costruzione di opportune banche dati, nonché il sostegno alle attività di formazione e di sensibilizzazione in merito ai contenuti e alla produzione della conoscenza e dell’innovazione realizzata nell’ambito della comunità europea della ricerca, promuovendo un effettivo coordinamento tra le varie reti di ricerca (Università, Enti Pubblici, Sistema Privato);
(e) la promozione, a livello comunitario, di una decisa azione per rendere completamente deducibili dalle imposte tutti i contributi privati dati a titolo gratuito alla ricerca e all’istruzione
(f) una politica industriale che garantisca strategie di crescita alle piccole imprese, la prosecuzione dei successi ottenuti nei settori degli autoveicoli, degli aeromobili, degli apparecchi di telecomunicazione e la creazione di profili occupazionali adeguati alle specializzazioni disponibili sul mercato del lavoro.

La politica industriale che va emergendo a livello europeo si inscrive pienamente lungo il cammino delle riforme tracciato a Lisbona; anzi, ne sta diventando uno dei pezzi più importanti. Basti pensare all’adozione del “Pacchetto legislativo competitività”, contenente misure che riguardano il brevetto comunitario, il riconoscimento delle qualifiche professionali, le ultime direttive sui servizi finanziari, e la direttiva quadro sui servizi.

Sulla proprietà intellettuale, l’Europa è chiamata a svolgere, un ruolo di primo piano nel contesto globale. Se è vero che la tutela giuridica delle innovazioni alimenta gli incentivi alla ricerca, è anche vero che in molti casi gli eccessi di tutela si traducono in una riduzione della diffusione di conoscenza e nel consolidamento di posizioni monopolistiche o oligopolistiche. L’Europa deve difendersi energicamente da quanti vivono di pirateria e di contraffazione. Occorre difendere la qualità dei nostri marchi e tutelare i produttori e i consumatori. Ma occorre anche riconoscere che non tutte le innovazioni necessitano della medesima durata di protezione né della medesima modalità di tutela. Non tutto può essere brevettabile. Vi sono innovazioni di processo o metodi di commercializzazione (business patent) rispetto ai quali accordare una rigida tutela giuridica, come avviene oggi comunemente negli Stati Uniti, può risolversi soltanto nella costituzione di monopoli duraturi con grave perdita di benessere per i consumatori e i cittadini.

In tale quadro l’Europa può proporre, nello scenario mondiale, una prospettiva di tutela flessibile della proprietà intellettuale che, caso per caso, permetta l’impiego di uno strumento specifico e adeguato a risolvere le opposte esigenze della tutela di chi innova e degli incentivi di nuovi soggetti interessati a sfruttare la conoscenza esistente per produrre nuova conoscenza e nuove applicazioni. Un modello flessibile di governo della conoscenza e dell’innovazione capace di generare un vantaggio istituzionale comparato dell’Europa e nuove occasioni di sviluppo.

Dalle scelte che l’Europa saprà intraprendere dipenderà non soltanto il futuro sviluppo della conoscenza comunitaria, ma anche la diffusione globale della conoscenza e lo sviluppo dei paesi più poveri. Una rigida applicazione, a livello mondiale, della tutela della proprietà intellettuale può condannare molti paesi in via di sviluppo a restare tali. I processi di imitazione competitiva di tali paesi possono positivamente svilupparsi solo a condizione che ad essi sia consentito l’accesso a tutte quelle risorse strategiche, ivi compresa la conoscenza e le innovazioni prodotte dai paesi avanzati, necessarie ad affrancarsi dalla condizione di povertà nella quale si trovano. L’accesso ai farmaci essenziali, ad esempio, non deve essere visto solo come ‘donazione’ motivata da emergenze umanitarie, quali il flagello dell’AIDS, ma anche come l’occasione per generare forze locali imprenditoriali capaci di ulteriori fenomeni di imitazione e di innovazione. Per far questo occorre tuttavia anche rispettare il patrimonio di conoscenza di cui tali paesi dispongono ed ostacolare forme di appropriazione indebita della conoscenza locale da parte di grandi imprese che non esitano a brevettare ciò che fino a ieri costituiva per tali paesi una conoscenza comune tramandata da culture di tradizione secolare (un fenomeno noto anche come ‘bio-pirateria&rsquoWinking.

Solo se l’Europa saprà affrontare le sfide della conoscenza, della ricerca e dell’innovazione potrà migliorare la propria competitività, la propria politica industriale e il proprio vantaggio istituzionale comparato, proponendo al contempo un modello di sviluppo e di sfruttamento della conoscenza che sia insieme dinamico, efficace, aperto e solidale.
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Un senso al calcio (ovvero un calcio al senso)
imagesdi Leo
Venerdì scorso, 14 luglio 2006, è stato quello che molti giornalisti sportivi hanno definito il “giorno del giudizio” per il calcio italiano. La C.A.F., presieduta da Cesare Ruperto, ha pronunciato il suo verdetto circa la c.d. “Calciopoli”, ovvero la serie di scandali che ha recentemente coinvolto il calcio italiano (da Luciano Moggi in avanti… ) . Il verdetto è stato duro...
COMMENTIAMO ANCHE LA SENTENZA FIFA...MATERAZZI COME ZIDANE???
LA NUOVA LEGGE DELEGA SUI DIRITTI TELEVISIVI SPORTIVI
QUATTRO REGOLE PER RIFORMARE IL CALCIO
Juventus retrocessa in serie B con 30 punti di penalizzazione e revoca dei due scudetti scorsi (quello della stagione 2004/2005 e quello della stagione 2005/2006); Fiorentina retrocessa in serie B con 12 punti di penalizzazione; Lazio retrocessa in serie B con 7 punti di penalizzazione; Milan resta in A con 15 punti di penalizzazione.
Anche le reazioni al verdetto sono state dure. Venerdì stesso, mentre Giovanni Cobolli Gigli (neo presidente della Juventus) rompeva il lungo silenzio stampa della società bianconera attaccando veementemente la sentenza e dichiarando che avrebbe proposto appello, i tifosi della Fiorentina provocavano disordini intorno allo stadio. E gli stessi tifosi hanno continuato, nei giorni successivi, occupando Coverciano e la Stazione di Campo di Marte (bloccando ben 40 treni sulla tratta Milano-Roma), mentre Franco Zeffirelli proponeva (intervistato dal TG1 della sera) di chiudere tutti i musei fiorentini in segno di protesta, dichiarandosi disposto ad essere tra i primi a sedersi sui gradini degli Uffizi per impedire l’accesso ai turisti.
Ironia della sorte, tutto questo capita in un momento particolarmente felice per tutto lo sport italiano (dalla vittoria ai Mondiali di calcio, alla vittoria della Ferrari al GP di Francia, fino all’incredibile vittoria di Valentino Rossi al GP di Germania domenica scorsa). In questi giorni, in queste ore, i legali delle parti condannate e il procuratore F.I.G.C. Stefano Palazzi stanno preparando, da fronti opposti, i ricorsi contro la sentenza di primo grado che daranno il via, venerdì prossimo, al giudizio d’appello. Ed è proprio in questi giorni e in queste ore che, più che mai, viene da interrogarsi circa quanto sia rimasto del “senso” dello sport nel calcio italiano.
La parola sport può rimandare a molti concetti: competizione, lealtà, fatica, attività, energia, benessere, salute. Ma soprattutto, per moltissimi tifosi o semplici spettatori, lo sport rappresenta semplicemente - o dovrebbe rappresentare… - divertimento ed evasione. Oggi non è così. In questa torrida estate, il tifoso che torna a casa dopo una lunga giornata di lavoro vorrebbe poter accendere il televisore e dopo aver sentito le notizie (quelle sì gravi) circa la situazione di guerra in Libano, lo tsunami in Indonesia e il caro petrolio, potersi almeno concedere un momento di leggerezza nel sentire del passaggio di un giocatore da una squadra all’altra o di come procede il ritiro della sua squadra del cuore. Oggi, invece, il tifoso che torna a casa la sera e accende il televisore è costretto sentire le notizie sui processi del calcio tra quelle relative alla crisi mediorientale e quelle sui morti a Giava.
Il problema, ovviamente, non è il tifoso che perde il suo momento quotidiano di leggerezza; la tragedia è che il calcio sia diventato un problema.
E’ mai possibile che da settimane sia dato altrettanto spazio e risalto al processo a calciopoli di quanto ne viene dato alle notizie provenienti da Haifa o Beirut? E’ mai possibile che alcuni tra i migliori cervelli d’Italia (da Guido Rossi a Saverio Borrelli, da Cesare Ruperto a Giuseppe Morbidelli) debbano essere impegnati per mesi a risolvere le beghe del calcio, piuttosto che i seri problemi del nostro Paese? E’ mai possibile che una delle prime notizie del TG1-Economia del lunedì sia che alla riapertura della Borsa il titolo Juventus ha segnato un deciso rialzo perché ci si aspetta un aumento di liquidità dalla cessione di giocatori, ora che la squadra è in serie B ? La sensazione è che, per ora, il “senso” dello sport abbia completamente e definitivamente abbandonato il calcio italiano e che sopravviva ormai solo nei campetti di periferia. Speriamo almeno che questi processi servano a far tornare il “senso” dello sport nel calcio italiano.
DI LEO

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The Indian Way
Pasted Graphicdi Alessandro S.
Torno dall’India e porto con me alcuni pensieri. Li ho messi da parte insieme agli olii profumati e all’incenso, perché brucino anche’essi e si disperdano nell’aria. I pensieri devono diventare voci. Non parlerò di tutte quelle cose che da qualche tempo vanno molto di moda :le nuove, grandi possibilità di ricchezza e di crescita che un paese più esteso dell’ Europa e con un miliardo e duecento milioni di persone può rappresentare “per noi” ma anche e soprattutto per se stesso. Di settimana in settimana, non manca un editoriale del Financial Times o un reportage dell’Economist a spiegarci quel che il mercato indiano possa diventare sia in termini di produzione che di consumo di beni e servizi. Rimando dunque a quelle opinioni, peraltro molto più qualificate della mia.
Posso testimoniare di aver visto centri di ricerca super tecnologici, e poli industriali che vengono su come funghi, i quartieri dei servizi con migliaia di call centers delle multinazionali, e campi coltivati e manodopera tanta, e molto qualificata, che parla inglese e usa internet: poi aggiungo che il ristorante trendy di New Delhi si chiama “Olive Tree” e la zona più esclusiva della città sarà una zona residenziale mediterranea, dove i lussuosissimi appartamenti saranno provvisti di piante di limoni e fichi e i cui proprietari vogliono bere i vini pregiati e vestirsi “alla moda italiana”, e lo dico con soddisfazione ( perché viviamo di una bella rendita) e rammarico ( perché davvero non riusciamo a metterla a frutto). E, quando leggerò di altri divieti, e di altre prese di posizione e di schiamazzi contro la ricerca sulle cellule staminali, mi immaginerò gli scienziati biomedici di Bangalore, la Silicon Valley indiana rinomata per la quantità e qualità di start up biotech, che brindano e fanno i salti di gioia perché i capitali americani, europei e canadesi saranno pronti ad arrivare a valanga.
Penso però che guardare all’India -o a qualsiasi altra lontana civiltà che promette o minaccia nuovi scenari per l’economia mondiale- sia un errore. Non lo definirei un nuovo colonialismo, ma mi sembra che molto, dei possibili benefici che si possono estrarre dagli scambi e dalle nuove relazioni anche economiche, si perda. Dovremmo avvicinarci di più all’India e, con un senso di curiosità e voglia di conoscere, interrogarci sulla possibilità di concepire il tempo in maniera dilatata, perché la velocità dei traffici delle relazioni racchiude la nevrosi occidentale di non essere mai sazi, di non essere mai “felici” e di accumulare piuttosto che contemplare. Di interrogarci se le scelte efficienti dei singoli ( ad esempio spostarsi dal villaggio alla città per un lavoro meglio retribuito) siano davvero scelte anche efficienti per altri corpi sociali, (quali la famiglia o il villaggio) e se la struttura giuridica del codice napoleonico sia da accettare così come e’, anche se le relazioni affettive tra gli uomini siano contemplate solo quando ci si sposa: di questo diritto senza passione, che non contempla mai ad esempio la parola amico/a/amicizia. Mi interrogo se forse potremmo fare un bel salto mentale e imparare noi che la “governance partecipativa” di cui si legge in abbondanza nei testi più innovativi di regolazione, si fa da tempo nei villaggi intorno all’albero di mango, quando si decide di cosa fare del pozzo o di un’eredità e si da ascolto ad ogni singola voce dei presenti. perché come insegna Amartya Sen nel suo The argumentative Indian sarebbe l’ora di finirla con la pretesa che la democrazia e il razionalismo siano un prodotto esclusivo dell’occidente, magari da incartare ed esportare come paccottiglia.
E forse , mentre il filo di fumo dei pensieri si assottiglia e si avvolge a spirale, sarebbe anche da interrogarsi sul lessico e sui problemi della L&E, porsi una questione specifica sul valore del sacrificio, e della rinuncia, sulla importanza della contemplazione di stati d’animo oltre che della produzione e del consumo di beni, sugli entitlements immateriali rappresentati dall’affetto della famiglia, dal rispetto e dalla dignità garantita a chi è al servizio di un householder, una relazione non riducibile allo scambio tra denaro e prestazioni d’opera. Se insomma vogliamo evitare di guardare solo e unicamente all’ “american way of life” come apoteosi del creato e ci ricorderemo, come nella poesia di Pier Paolo Pasolini, dei mille “Alì dagli occhi azzurri” che aspettano di vivere la loro opportunità.

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Sanzioni Micro(e)Soft
Pasted Graphic di Antonio Nicita
Qualche giorno fa la Commissione Europea ha nuovamente imposto una sanzione monetaria nei confronti della Microsoft per inottemperanza ai precedenti impegni/obblighi assunti in sede di decisione di un caso per abuso di posizione dominante. La nuova sanzione monetaria ammonta a 280 milioni di euro e si aggiunge alla precedente, con il rinnovato invito/imposizione a "disclose complete and accurate interface documentation which would allow non-Microsoft work group servers to achieve full interoperability with Windows PCs and servers".
Al di là del caso antitrust e dal dibattito che esso ha suscitato che si riferisce al tema dell'exclusionary bundling di una impresa dominante che possiede uno standard divenuto essential facility (un tema da qualcuno riferito anche all'emergente mercato I-tunes/I-Pod, come nel post precedente), si pone il tema più generale dell'efficacia delle sanzioni monetarie in Anti-trust. Per i soggetti dominanti pluriennali esse non sembrano agire da deterrente. E poiché gli abusi commessi da tali soggetti sono quasi sempre di natura escludente, ne consegue che un fallimento delle politiche antitrust e regolatorie nell'incrementare la concorrenza nel medio-lungo periodo. Il tema che si pone al dibattito è quello di forme composite di sanzioni - monetarie e non monetarie - senza arrivare necessariamente a imporre sanzioni di tipo penale in capo ai managers.
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I-Pod & Anti-trust: che succede?
Pasted Graphic di Antonio Nicita
Questa settimana l'Economist propone, tra i suoi economic focus, "The economics of I-tunes" traendo spunto dalla definitiva approvazione nelle scorse settimane della legge francese che impone alla Apple degli obblighi di 'compulsory access' al proprio I-tunes, in ragione della dominanza nel prodotto collegato I-Pod: la musica scaricabile on-line dal negozio virtuale di I-tunes deve essere compatibile tecnicamente con lettori musicali portatili digitali alternativi all'I-Pod. L'ultima versione di questa discussa legge è molto meno drastica del precedente schema, in quanto vincola questo obbligo all'effettiva disponibilità dei copyrighters, quindi di fatto, rende l'obbligo meramente potenziale. L'Economist giustamente sembra scettico nei confronti della legge francese, ma nel farlo, a mio giudizio, non coglie le argomentazioni più appropriate, che si riferiscono all'analisi antitrust del bundling, del metering, dei network effects e dell'essential facility doctrine.
to be continued.....in my week-end!
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Aspettando Gentiloni
imagesdi Antonio Nicita
Come avevamo detto un paio di volte su questo blog e su Il riformista, la legge Gasparri è contraria alla normativa antitrust italiana ed europea. A quanto pare - da anticipazioni di stampa - anche la Commissione Europea avrebbe, finalmente, concluso in tal senso. Ora aspettiamo Gentiloni. Il nostro suggerimento resta quello già avanzato qui: non tanto e non solo promuovere una 'singola' riforma della rai, tenendo separate tv e tlc, ma impegnare i prossimi sei mesi nella promozione di un libro bianco sulla convergenza multimediale che - mantenendo lo sguardo 'settoriale' della Gasparri - arrivi al suo opposto sotto il profilo dei rimedi e della regolamentazione, perlomeno con riferimento alla liberalizzazione dell'accesso alla reti, alle frequenze (analogiche e digitali) e ai contenuti premium. Resta aperto un tema. Se la Gasparri vieni ritenuta anticoncorrenziale che né é dei danni prodotti nel periodo in vigore alla concorrenza e ai clienti?
IL TESTO DELL'AUTHORITY SULLA DOMINANZA NELLE TV
LA NUOVA LEGGE DELEGA SUI DIRITTI TELEVISIVI SPORTIVI
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Global Warming & Supreme Court

imagesdi Viviane Meunier (LL.M, Yale)
The US Supreme Court recently plunged into the debate over global warming. A ruling is expected this Autumn. Spurred by states in a pollution battle with the Bush administration, the court said it would decide whether the Environmental Protection Agency is required under the federal Clean Air Act (enacted in the early 70’s) to treat carbon dioxide from automobiles as a pollutant harmful to health. The decision could determine how the US address global warming.
President Bush has rejected calls by environmentalists and some lawmakers in Congress to regulate carbon dioxide, the leading heat-trapping "greenhouse" gas going into the atmosphere. Bush still argues about the causes of global warming, being one of the few who denies what science establishes. He then only favors voluntary actions and development of new technologies to curtail such emissions (while there are none commercially viable known so far). He lastly resorted to say that anyway federal government has no power to rule on this. But a dozen states argued that carbon dioxide and other heat-trapping chemicals from automobile tailpipes should be treated as unhealthy pollutants under the Clean Air Act. They filed a lawsuit in an effort to force the EPA to curtail such emissions.
A Supreme Court decision declaring carbon dioxide a harmful pollutant would make it hard for the agency to avoid action involving power plants which account for 40 percent or the carbon dioxide released into the air. Cars and trucks account for about half that amount.
The states involved together account for more than a third of the car market. The administration maintains that unlike other chemicals that must be controlled to ensure healthy air, carbon dioxide from burning fossil fuels is not a dangerous pollutant under the federal law. And, officials argue, even if it is, the EPA has discretion over whether to regulate it, considering the economic costs involved. Actually, a basic fact must be kept in mind: controls stringent enough to stop global climate change would cost more – in the short term - than the damage expected from climate change. Public support for emission controls, that could sway politicians, is still quite tepid. Moreover, national security and fiscal policy challenges may well out-compete the climate issue for both public attention and economic resources. Reducing greenhouse gases emissions also conflicts with the goal of decreasing America’s dependence on foreign energy. The latter is expected to be reached with the emerging globalisation of the natural gas market. And, this being a global issue, the absence of any Chinese commitment to emission controls prevents any prospect of a US commitment.
While a federal appeals court (the 4th Circuit – Virginia, West Virginia, Maryland, North Carolina, and South Carolina) sided with the administration, its ruling was mixed. One judge said the states and other plaintiffs had no standing because they had not proven harm. A second judge said even if the law gave the EPA authority to regulate carbon dioxide, the agency was not obligated to do so. A third judge, in the minority, said the EPA was violating the law by not regulating the chemical.
The bunch of plaintiffs in the lawsuit is impressive: California, Connecticut, Illinois, Maine, Massachusetts, New Jersey, New Mexico, New York, Oregon, Rhode Island, Vermont and Washington. They were joined by a number of cities including Baltimore, New York City and Washington D.C., and by the Pacific island of America Samoa, the Union of Concerned Scientists, Greenpeace, Friends of the Earth, and the Sierra Club.
The Supreme Court takes on this issue when one wonders if climate change could become a hot topic for the primaries. Al Gore has released a movie - An Inconvenient Truth -, challenged by the petroleum companies lobby which broadcasts ads glamourising carbon dioxide “carbon dioxide: they call it pollution; we call it life”. Hillary Clinton urged action recently. Whether American voters care remains to be seen though. While as the atmosphere shifts, it influences the earth’s rotation, a few more bad hurricanes or some disasters of the like may influence voters’ indifference, along with some more Hollywood support, like “The Day After Tomorrow” movie, the scenario of which was based on real science and on what actually already happened thousands years ago when the Gulf Stream switched off after the drop of huge chunks of glaciers in the ocean in a previous global warming era.
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Balzelli & Globalizzazione (e Antitrust?)
Ho cambiato il nome al sito. Adesso si chiama Antonio&CO. ed è offerto agli amici - 'senesi' e non - per interventi. Ricevo da ZAP e volentieri pongo alla vs attenzione (riservandomi di intervenire nella parte commenti).
primiallaprima_bisdi ZAP
Ieri sera sono stato a vedere il concerto di Roger Waters a Lucca. Arrivo poco prima dell'inizio e acquisto il biglietto, alle 20.12, come stampato sul biglietto stesso.Mi vengono addebitati i diritti di prevendita. Protesto senza ottenere risposta. Cerco la polizia municipale, ma i locali mi dicono che non c'è speranza. Mi avvicino ad un maresciallo dei carabinieri che si dice incompetente sulla materia e mi suggerisce di chiamate il 117.Al 117 mi dicono che c'è sicuramente una loro pattuglia sul posto cui chiedere.Trovo un maresciallo della finanza in borghese che non è in grado di darmi alcuna spiegazione....
Ci rivolgiamo a un dipendente della SIAE che dice che non esiste una regola che definisce quando si chiude la prevendita, dipende dagli organizzatori, ma che a loro è stato comunicato che finisce alle 20.00. Mostro il biglietto al maresciallo, ma si dimostra incapace anche solo di comprendere il significato della parola pre-vendita (probabilmente l'ateneo per il quale lavoro avrà "laureato la sua esperienza" e quindi mi trattengo dal dire quello che provo, imbarazzo e vergogna per l'assoluta mancanza di capacità professionali esibite dal dipendente dello stato che mi sta di fronte). Nel frattempo il dipendente SIAE, che capisce che la questione non è priva di risvolti, mi dice che la prevendita è stata prorogata alle 21.00 a causa del notevole afflusso di pubblico (SIC). Sostengo che nella sostanza si tratta di una truffa ai miei danni e del "consumatore" in generale, ma poi mi allontano quando il maresciallo mi invita a sporgere denuncia presso un ufficio della finanza il giorno dopo a Firenze (dove abito) prima di beccarmi io una denuncia per offese. Forse c'è spazio per riprendere la questione ticketone in questo e in altri blog e verificare se davvero i diritti di prevendita stanno per diventare l'ennesimo balzello della nostra florida società.
Zap (C.Z.)

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Actions without Class?
imagesdi Antonio Nicita
Proprio nei giorni in cui in Italia si inizia a dibattere - anche su questo blog - sul progetto di Bersani di introdurre anche da noi la class action come uno strumento aggiuntivo di tutela dei consumatori, negli Usa i giudici fanno macchina indietro. Qualche giorno fa la Corte Suprema della Florida ha respinto una delle cause di class action tra le più importanti, attivate contemporaneamente in diversi stati, quelle avanzate nei confronti delle big tobaccos da una serie di consumatori. Motivazione: i danni sono soggettivi dal momento che ciascun consumatore ha un tipo di danno diverso. Sarebbe questa la condizione che farebbe venir meno il presupposto stesso di una class action. Un colpo mortale per i consumatori e per i fautori della class action.
La class action mossa davanti la Corte Suprema della Florida, che proponeva un risarcimento di 145 miliardi di dollari, è stata respinta sulla base della considerazione che "smokers' cases are highly individualized and do not lend themselves to class-action treatment". Questa decisione indebolisce, come già una precedente della Corte Suprema dell'Illinois favorevole alle Big Tobaccos (relativa ad una richiesta di risarcimento di 10 miliardi di dollari contro la Philippe Morris per aver posto la scritta ingannevole 'light' sui pacchetti), l'insieme di class actions promosse nei diversi stati. Tuttavia, nel rigettare la class action, la Corte Suprema della Florida ha invece discrezionalmente e selettivamente riconosciuto alcune cause individuali tra quelle presentate: due denuncianti malati di tumore hanno ricevuto complessivamente quasi 7 milioni di dollari (rispettivamente 2,9 e 4) per la specifica relazione di causalità tra fumo e tumore, in quanto le compagnie avrebbero omesso nelle etichette informative i pieni rischi connessi al fumo. Questa sentenza è interessante anche per progetti italiani. Se fosse accolta questa interpretazione, occorrerebbe che i consumatori collegati in class action abbiamo una identica posizione rispetto alla compagnia accusata (ad esempio i piccoli risparmiatori). Ma ciò escluderebbe paradossalmente la class action proprio dai casi in cui essa può manifestare più efficacemente il suo effetto deterrente, ovvero nei casi legati al danno all'ambiente e alla salute. Allo stesso tempo il costo legale individuale di affrontare una grande compagnia rispetto a singole situazioni soggettive, derivanti dalla medesima condizione oggettiva (come nel caso del fumo), è senz'altro tale in alcuni casi da inibire azioni individuali...
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Bersani/3: serve la class action in Italia?
imagesIl decreto Bersani si inserisce in una iniziativa più complessa che prevede l'elaborazione di un disegno di legge che istituisca l’azione collettiva a tutela dei consumatori e degli utenti in conformità con la normativa comunitaria, nota anche come 'class action'.