Il vertice europeo di Lisbona ha definitivamente stabilito che il motore centrale della competitività europea passa attraverso la valorizzazione del capitale umano, l’incremento della spesa pubblica e privata in ricerca e sviluppo, il disegno di regole e di istituzioni capaci di incentivare la creazione e la diffusione di innovazioni a grande valore aggiunto con ricadute positive sullo sviluppo economico, tecnologico, sociale e ambientale. Gli investimenti in ricerca hanno fondamentalmente due ruoli, uno di aumentare le conoscenze in tutti i campi del sapere e l’altro di trasformare queste conoscenze in innovazione per creare avanzamenti nei campi dell’informazione dell’ambiente della salute dell’alimentazione e dell’energia. Ciò si accompagna naturalmente ad un processo di avanzamento culturale generalizzato e garantisce il continuo sviluppo dei sistemi di insegnamento e formazione dei giovani .
L’impegno, assunto a Lisbona, di incrementare la spesa comunitaria in ricerca e sviluppo dall’attuale 1,9% al 3% del PIL entro il 2010, costituisce una scommessa difficile e insieme entusiasmante, perché da essa dipende non solo il posizionamento competitivo dell’Europa rispetto agli USA e al Giappone, ma anche il profilo economico e sociale delle prossime generazioni europee, la loro capacità di creare nuova conoscenza, di moltiplicare i saperi, di guidare le proprie scelte.
Dopo diversi anni dall’impegno assunto a Lisbona, l’Europa si presenta oggi, anche a seguito del rallentamento della crescita economica, con una forte eterogeneità interna e con un crescente divario rispetto a Stati Uniti e Giappone. Il tasso medio di crescita degli investimenti in ricerca ha subito un rallentamento in questi ultimi anni: mentre alcuni paesi (Danimarca, Svezia e Finlandia) sopravanzano in termini di capacità innovativa e imprenditoriale, altri paesi, e tra questi l’Italia, registrano una battuta d’arresto nei soli ultimi tre anni. Se le grandi imprese europee sembrano avere tassi di investimento in ricerca comparabili con quelli delle multinazionali di origine statunitense, le piccole e medie imprese registrano invece livelli spesso trascurabili.
Gli investimenti privati in ricerca in Francia, Germania e Italia sono inferiori alla media UE, e nel nostro paese vi è ancora una preponderanza di investimenti pubblici, segno di una penalizzante difficoltà di collegamento tra ricerca di base e ricerca applicata o, se si vuole, tra conoscenza e sviluppo economico, tra università e imprese. In Italia, la rete di ricerca privata non ha un ruolo significativo come lo ha in altri paesi europei. La rete privata utilizza infatti prevalentemente fondi pubblici, senza elevare il livello del sistema produttivo in modo da renderlo competitivo con gli altri sistemi. Tale circostanza si spiega anche con il fatto che il sistema Industriale italiano è prevalentemente costituito da piccole imprese che si sono sviluppate sfruttando favorevoli condizioni di mercato, piuttosto che conoscenza ed innovazione di prodotto e di processo.
Nonostante gli sforzi profusi e i passi in avanti fatti in questi anni in due settori strategici, quali le biotecnologie e le tecnologie dell’informazione, i quindici Stati UE perdono posizioni rispetto agli USA nella quota dei nuovi brevetti registrati. Nella bilancia delle tecnologie e dell’innovazione l’Europa è un importatore netto di idee brevettate e un esportatore netto di capitale umano. Nonostante ciò la qualità della produzione scientifica europea appare in linea, se non superiore, a quella registrata negli USA. Le cause del divario non sono dunque da ricercare nell’assenza di capitale umano, anzi. Le difficoltà nascono dalla bassa mobilità europea dei ricercatori, dalla scarsa diffusione della conoscenza, dalla carenza di regole e istituzioni volte a coordinare ricercatori e imprenditori, idee e mercati.
L’obiettivo della integrazione del Sistema di Ricerca in Europa è ancora lontano dall’essere raggiunto, non solo per motivi finanziari ma anche per inadeguatezza organizzativa e strategica. La scarsa crescita è la ragione fondamentale delle difficoltà in cui si dibatte la società europea: per effetto della scarsa crescita, siamo chiamati troppo spesso ad effettuare scelte al ribasso, improntate al taglio dei posti di lavoro e al taglio della spesa sociale, e spesso tragicamente proprio al taglio della spesa per istruzione e ricerca. Così stiamo entrando in un terribile circolo vizioso: tagliamo la spesa per istruzione e ricerca, così riduciamo la crescita dell’economia negli anni successivi, e ciò ci costringe a ulteriori tagli, alcuni dei quali vanno ulteriormente a colpire la ricerca e l’istruzione.
E’ stato calcolato che per ridurre il divario con gli USA occorrerebbe raddoppiare l’attuale tasso di crescita medio degli investimenti in ricerca e disporre di circa 700 mila nuovi ricercatori nei prossimi sei anni. La capacità di trasformare nuove conoscenze nella produzione di nuovi beni e servizi che possano trovare sbocchi su mercati mondiali richiede alcuni passaggi cruciali:
(a) il rilancio del ruolo delle università nella produzione di una conoscenza capace di generare centri di eccellenza, anche attraverso la creazione di ‘cattedre di ricerca europee’, finalizzati alla creazione di innovazioni ad elevato valore socio-economico, grazie ad un collegamento diretto e autonomo nella contrattazione con le imprese;
(b) la creazione di facilitazioni all’erogazione di borse di studio e di finanziamenti a tasso agevolato per giovani che intendono investire nella formazione post-laurea;
(c) l’armonizzazione e il coordinamento delle legislazioni esistenti in tema di proprietà intellettuale, anticipando l’avvio del brevetto comunitario di recente istituzione, previsto per il 2010, e contemperando le esigenze di tutela della proprietà intellettuale con gli incentivi ad innovare e ad accedere alla conoscenza esistente per ulteriori innovazioni incrementali;
(d) la valorizzazione delle informazioni fornite dai brevetti, anche attraverso la costruzione di opportune banche dati, nonché il sostegno alle attività di formazione e di sensibilizzazione in merito ai contenuti e alla produzione della conoscenza e dell’innovazione realizzata nell’ambito della comunità europea della ricerca, promuovendo un effettivo coordinamento tra le varie reti di ricerca (Università, Enti Pubblici, Sistema Privato);
(e) la promozione, a livello comunitario, di una decisa azione per rendere completamente deducibili dalle imposte tutti i contributi privati dati a titolo gratuito alla ricerca e all’istruzione
(f) una politica industriale che garantisca strategie di crescita alle piccole imprese, la prosecuzione dei successi ottenuti nei settori degli autoveicoli, degli aeromobili, degli apparecchi di telecomunicazione e la creazione di profili occupazionali adeguati alle specializzazioni disponibili sul mercato del lavoro.
La politica industriale che va emergendo a livello europeo si inscrive pienamente lungo il cammino delle riforme tracciato a Lisbona; anzi, ne sta diventando uno dei pezzi più importanti. Basti pensare all’adozione del “Pacchetto legislativo competitività”, contenente misure che riguardano il brevetto comunitario, il riconoscimento delle qualifiche professionali, le ultime direttive sui servizi finanziari, e la direttiva quadro sui servizi.
Sulla proprietà intellettuale, l’Europa è chiamata a svolgere, un ruolo di primo piano nel contesto globale. Se è vero che la tutela giuridica delle innovazioni alimenta gli incentivi alla ricerca, è anche vero che in molti casi gli eccessi di tutela si traducono in una riduzione della diffusione di conoscenza e nel consolidamento di posizioni monopolistiche o oligopolistiche. L’Europa deve difendersi energicamente da quanti vivono di pirateria e di contraffazione. Occorre difendere la qualità dei nostri marchi e tutelare i produttori e i consumatori. Ma occorre anche riconoscere che non tutte le innovazioni necessitano della medesima durata di protezione né della medesima modalità di tutela. Non tutto può essere brevettabile. Vi sono innovazioni di processo o metodi di commercializzazione (business patent) rispetto ai quali accordare una rigida tutela giuridica, come avviene oggi comunemente negli Stati Uniti, può risolversi soltanto nella costituzione di monopoli duraturi con grave perdita di benessere per i consumatori e i cittadini.
In tale quadro l’Europa può proporre, nello scenario mondiale, una prospettiva di tutela flessibile della proprietà intellettuale che, caso per caso, permetta l’impiego di uno strumento specifico e adeguato a risolvere le opposte esigenze della tutela di chi innova e degli incentivi di nuovi soggetti interessati a sfruttare la conoscenza esistente per produrre nuova conoscenza e nuove applicazioni. Un modello flessibile di governo della conoscenza e dell’innovazione capace di generare un vantaggio istituzionale comparato dell’Europa e nuove occasioni di sviluppo.
Dalle scelte che l’Europa saprà intraprendere dipenderà non soltanto il futuro sviluppo della conoscenza comunitaria, ma anche la diffusione globale della conoscenza e lo sviluppo dei paesi più poveri. Una rigida applicazione, a livello mondiale, della tutela della proprietà intellettuale può condannare molti paesi in via di sviluppo a restare tali. I processi di imitazione competitiva di tali paesi possono positivamente svilupparsi solo a condizione che ad essi sia consentito l’accesso a tutte quelle risorse strategiche, ivi compresa la conoscenza e le innovazioni prodotte dai paesi avanzati, necessarie ad affrancarsi dalla condizione di povertà nella quale si trovano. L’accesso ai farmaci essenziali, ad esempio, non deve essere visto solo come ‘donazione’ motivata da emergenze umanitarie, quali il flagello dell’AIDS, ma anche come l’occasione per generare forze locali imprenditoriali capaci di ulteriori fenomeni di imitazione e di innovazione. Per far questo occorre tuttavia anche rispettare il patrimonio di conoscenza di cui tali paesi dispongono ed ostacolare forme di appropriazione indebita della conoscenza locale da parte di grandi imprese che non esitano a brevettare ciò che fino a ieri costituiva per tali paesi una conoscenza comune tramandata da culture di tradizione secolare (un fenomeno noto anche come ‘bio-pirateria&rsquo

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Solo se l’Europa saprà affrontare le sfide della conoscenza, della ricerca e dell’innovazione potrà migliorare la propria competitività, la propria politica industriale e il proprio vantaggio istituzionale comparato, proponendo al contempo un modello di sviluppo e di sfruttamento della conoscenza che sia insieme dinamico, efficace, aperto e solidale.