lug 2006
Ancora sulle farmacie
page1-1076-full di Antonio Nicita
La foto che vedete sopra l'ho scattata in un supermercato di NY, qualche settimana fa. Inutile ridire quanto costino poco i flaconi delle aspirine e come funzioni bene l'angolo 'farmacia' per le prescriptions. Oggi, giornata di serrate delle farmacie (dopo l'esempio dei tassisti...), ripropongo un pezzo che ho scritto tempo fa per lavoce.info. Rinvio ai commenti per una precisazione su una specifica questione sollevata da Massimo D'Antoni.
page1-1077-full Il settore farmaceutico italiano appare come un sistema ingessato, nel quale tutte le variabili decisive sono predeterminate e non vi è alcun incentivo al confronto concorrenziale né a livello orizzontale (tra imprese farmaceutiche attive nell’offerta di prodotti sostituibili ai fini della loro efficacia terapeutica; tra intermediari all’ingrosso; tra farmacie), né a livello verticale tra gli tutti operatori nella produzione, nella commercializzazione, nella distribuzione e e nella vendita finale.

I numerosi interventi dell’Autorità antitrust nel settore farmaceutico hanno avuto il merito di sottolineare che una volta definiti i vincoli di tutela della salute dei cittadini e di bilancio pubblico della spesa, l’introduzione di opportune forme di incentivazione al confronto concorrenziale contribuisce a rendere più efficiente l’offerta sanitaria e a contenere la spesa pubblica e privata in farmaci.

Le diverse forme di regolazione che caratterizzano i paesi industriali avanzati si distinguono in relazione al tipo e al numero di variabili su cui si esercita un controllo di ‘governance’ diretto. Tutti questi sistemi tuttavia, presentano uno spazio istituzionale ‘endogeno’, di dimensione variabile, nel quale la libera iniziativa economica degli operatori può pienamente manifestarsi. Così, accanto a forme di regolazione stringente dal lato della determinazione del prezzo dei farmaci e/o dei profitti delle imprese farmaceutiche si assiste a forme leggere di regolazione nell’ambito distributivo e viceversa: dove le imprese mantengono una certa libertà nella determinazione dei prezzi dei farmaci, vi sono regolazioni stringenti verso il basso.

In Italia, l’impianto regolatorio agisce, con la stessa intensità, sia a livello di determinazione dei prezzi al pubblico dei farmaci che a livello della distribuzione all’ingrosso e al dettaglio. Ciò delinea, come ha osservato l’AGCM, un sistema bloccato, nel quale ciascun operatore adegua le proprie strategie alla prassi regolamentare vigente. La circostanza che i margini di sconto ai farmacisti e grossisti siano determinati per legge per i farmaci rimborsabili, che vi sia l’obbligo di fornitura entro le 12 ore da parte dei grossisti, nonché quello di detenere almeno il 90% delle specialità medicinali in commercio limita fortemente gli spazi per l’adozione di politiche commerciali concorrenziali.

Infatti con il sistema vigente i grossisti sono obbligati ad acquistare pressoché tutte le specialità esistenti sul mercato, senza poter innescare alcun meccanismo di confronto tra produttori di farmaci con caratteristiche analoghe sotto il profilo terapeutico. Non vi è dunque alcun incentivo per le imprese farmaceutiche a praticare politiche differenziali basate sul prezzo.

Analogamente il monopolio sulla vendita dei farmaci da banco da parte dei farmacisti, comporta una concorrenza del tutto ipotetica, dato il forte incentivo delle farmacie ad allinearsi al prezzo consigliato dla produttore. Significativo appare al riguardo il procedimento concluso dall’AGCM in relazione alla distribuzione di latte artificiale per neonati . L’indagine condotta dall’AGCM ha accertato come la distribuzione di latte artificiale esclusivamente attraverso il canale delle farmacie abbia determinato prezzi sistematicamente più elevati rispetto ai paesi europei in cui il prodotto viene commercializzato anche attraverso la Grande Distribuzione.

La liberalizzazione del comparto dei farmaci non etici permetterebbe quindi non solo di ottenere condizioni più vantaggiose per il consumatore in termini di minori prezzi, ma anche di orientare la professione di farmacista verso un modello di offerta di combinazioni prodotto-servizio più vicine alle esigenze della clientela.

Naturalmente ogni stimolo alla concorrenza deve evitare fenomeni di ‘accaparramento’ o di ‘cattura’ dei clienti che avrebbero come ultimo effetto quello di indurne il consumo di farmaci non necessari. L’introduzione di meccanismi concorrenziali deve qui essere riferita a due ambiti distinti: l’ambito dei farmaci da banco e dei prodotti parafarmaceutici e quello dei prodotti etici. Con riferimento al primo caso, appare opportuno quanto prospettato dalla stessa AGCM, ovvero la possibilità che sia ammessa la vendita di questi prodotti anche in contesti distributivi alternativi a quelli delle farmacie, come peraltro avviene, con ottimi risultati, all’estero, dove il fenomeno ha interessato anche la costituzione di catene di farmacie, con importanti risparmi sotto il profilo dei costi di transazione, anche con riferimento all’incremento del potere contrattuale delle farmacie nei confronti delle imprese farmaceutiche.

Con riferimento infine al secondo ambito, appare essenziale prevedere che i vincoli strutturali e comportamentali vigenti siano opportunamente rilasciati al fine di consentire un certo grado di confronto concorrenziale che si può manifestare soprattutto con riferimento agli standard qualitativi del servizio offerto dal farmacista che può ‘confezionare’ per proprio conto anche il famrco. Ciò significa anche rimuovere tutti i vincoli amministrativi che possono impedire un’entrata efficiente sul mercato.

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Affetti Collaterali
Pasted Graphic 1di Titti
La guerra è lontana e non ci riguarda? Provate a ridirlo dopo aver letto questa storia!Lei è Caterina: sposata da poco. Ci ha raccontato lei questa storia. A pochi mesi dal suo matrimonio, si sposa anche sua sorella Costanza. Per quanto anche quello di Caterina sia un matrimonio con dei rischi - come quello di tutti noi, popolo di 'maritati' - il rischio corso da Costanza e da tutti gli invitati alla sua festa di fidanzamento e di matrimonio sono stati ben più gravi. Sì perché Costanza ha conosciuto il suo ormai, per fortuna, marito, durante i suoi studi a Parigi. Si dà il caso che il 'lui' sia di nazionalità libanese. E che si siano...appena sposati.
Il loro matrimonio avrebbe dovuto svolgersi in Italia - paese della sposa - come vuole la tradizione. Data la situazione di crisi perenne in Medioriente ad Omar ( così si chiama lo sposo) non è stato dato il visto consolare per contrarre matrimonio in un paese stranero. Risultato?! Il matrimonio avrebbe dovuto essere celebrato in terra libanese a Beirut, il 12 luglio scorso.
Una data come un’altra, un matrimonio come un altro se non fosse che quel giorno sono piombati su Beirut i missili israeliani. Parenti e amici dall’Italia hanno subito allertato il nostro Ministero degli Esteri raccontando la storia di questa famiglia italiana (piuttosto numerosa a quanto pare visto che Costanza aveva invitato proprio tutti) che si trovava a Beirut per celebrare questo matrimonio.
Dopo inutili telefonate, Caterina si fa viva con la nostra comune amica Carlotta via mail dicendo che avevano saputo di quello che stava accadendo, ma aggiungendo di stare tranquilli che comunque loro non si trovavano a Beirut bensì a Byblos a celebrare la festa di fidanzamento. Solo dopo, quando finalmente sono tornati a Roma, Caterina ha potuto raccontare la storia di questo matrimonio sotto le bombe. Durante la festa di fidanzamento di cui sopra, è arrivato un funzionario dell’ambasciata che, avvertito dalla Farnesina, aveva raggiunto la festante famiglia italiana per avvertirli di lasciare il paese entro le sei del mattino successivo. Se non l’avessero fatto, l’ambasciata non sarebbe più stata in grado di garantire la loro sicurezza. Ma alla festa - come ogni festa di fidanzamento - era presente anche uno zio di Omar. Si tratta di un illustre politico locale abbastanza addentro a uomini e cose. Lo zio subito rassicura tutti dicendo che si sarebbe interessato lui a convincere l’Ambasciata a protrarre la protezione di quegli italiani per altre 24 ore, dato che il matrimonio era fissato per le 18 del giorno dopo. Ma, dopo vari tentativi, lo zio onorevole è torna dicendo, rigorosamente in arabo, con traduzione simultanea di Costanza la sposa, che non aveva potuto fare nulla, che la situazione era troppo grave e che l’unica cosa che era riuscito a fare era quella di portare con se un ministro di Dio per celebrare immediatamente il matrimonio, Costanza quindi traduce ai parenti tutto quanto detto dallo zio dopo di che sviene. Si sveglia tra le braccia di Omar che le chiede “Costanza hai capito cosa hai tradotto? Mi vuoi sposare immediatamente” Costanza un po’ frastornata risponde di si e così finalmente, anche se con un certo anticipo, i due vengono uniti in matrimonio. A questo punto cominciano le grandi manovre per la fuga. Tutti gli invitati tornano al loro albergo a preparare le valigie, mentre sono ormai le due di notte. Ma prima, come ad ogni matrimonio che si rispetti, entrambe le coppie di genitori non hanno mancato di piangere. Stavolta però i genitori di Costanza piangevano per la preoccupazione e la paura dei bombardamenti, quelli di Omar perché vedevano i loro figliuolo costretto a fuggire di notte. Cercando di evitare questa fuga, i genitori di Omar rassicuravano gli astanti con frasi del tipo “Ma non vi preoccupate sono solo poche bombe, vedrete che non succede niente gli Israeliani lo fanno sempre! Ci bombardano specie all’inizio della stagione turistica per rovinarla ma non ci riescono mai”. La compagnia italiana parte affrontando un viaggio di 70 ore senza mai mangiare nè dormire. In autobus arrivano fino al mare. Qui si imbarcano su una nave e finalmente arrivano alla base militare di Cipro, dove un aereo militare italiano li riporta in Italia. Durante il viaggio tuttavia lo spirito della festa non si è spento e una volta sull’aereo i nostri eroi hanno pensato bene di farsi le foto per ricordarsi - così bardati con elmetti e vari altri accessori militari di protezione. Per non dire della madre di Costanza: nel silenzio generale chiede ad alta voce “non è che qualcuno ha uno specchio per un rossettino”. Alla signora accanto che sbalordita le ha chiesto se le sembrasse il momento, lei ha candidamente risposto “per una donna è sempre il momento si vede che lei non si sente abbastanza donna”. Arrivati in Italia, appena scesi a Ciampino, le autorità italiane hanno chiesto agli sposi se poi alla fine fossero riusciti a sposarsi: in caso contrario Omar avrebbe dovuto essere rimpatriato subito. Per fortuna, è proprio il caso di dirlo, il matrimonio era stato celebrato e cosi i due sposi sono rimasti insieme in Italia. Costanza, passata finalmente la paura, continua a dire a tutti “ ah io mi sposavo e sentivo in lontananza le bombe che continuavano a cadere”. Omar, canzonando la sua spaventata consorte, risponde “mica è vero! lei esagera... sarà stata giusto qualche bomba”. (e noi lontani a immaginare un matrimonio dove il celebrante - di una indefinita religione - possa finalmente dire: "la guerra è finita, andate in pace"). Auguri a Costanza e ad Omar.
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Agenda Volgen!
Pasted Graphicdi Bart Der Gaalbaijtz
Riceviamo e volentieri pubblichiamo questo intervento che abbiamo ricevuto dal prof. Bart Der Gaalbaijtz dell'Università di Rotterdam at Sea. Come da richiesta dell'autore, abbiamo effettuato alcune correzioni dell'italiano (che era comunque ottimo, complimenti!). Ci sembra che in particolare il riferimento al sistema di norme sociali meriti qualche riflessione in questo blog. (M.D'Ant.)

Cari amici, permettetemi alcune considerazioni sul vostro paese, che considero come una seconda patria, visto che ormai da molti anni vi trascorro le vacanze estive. Gli italiani sono veramente un popolo simpatico, creativo, divertente. Tuttavia, ammettiamolo, qualche problema c'è.
Ho avuto recentemente occasione di trascorrere un periodo di studio presso una vostra università, e mi sono reso conto che – lo dico con affetto e spirito costruttivo – l'organizzazione del lavoro da voi è veramente impossibile!
Dipartimenti vuoti buona parte della settimana; seminari organizzati all'ultimo momento e poi spostati o annullati il giorno prima; lunghe file di studenti in attesa negli orari di ricevimento e i professori che non si presentano. Ma avete idea di quale dispendio di tempo ed energie ciò comporti?
In Olanda, ma direi nel resto dell'Europa, ciò non sarebbe possibile. E il motivo è che altrove vige un sistema di norme “sociali” condivise rispetto all'uso del tempo proprio e altrui (nella mia lingua si dice agenda volgen o anche aanhouden). Chi arriva in ritardo, chi manca un appuntamento, viene considerato persona inaffidabile e in questo modo sanzionato dai pari. In Italia, invece, sembra che arrivare tardi sia motivo di vanto, è un modo per mostrare la propria importanza. Che questo accada anche nei rapporti accademici, tra co-autori, o tra dottorandi e i loro supervisori, dovrebbe essere motivo di preoccupazione per chi ha a cuore il buon funzionamento dell'istituzione universitaria. Non c'è da stupirsi se molti dei vostri giovani migliori scelgono la via dell'estero ed emigrano verso l'America, l'Inghilterra o anche il mio paese. Ne ho conosciuti di recente di veramente brillanti che ormai lavorano nelle università olandesi, non avendo trovato lo spazio e l'attenzione che meritavano nelle università italiane, e forse delusi dall'ambiente dispersivo.
Certo, non voglio generalizzare. Vi sono anche isole felici di efficienza e dedizione al lavoro. Ricordo con soddisfazione a questo proposito la recente esperienza di un breve soggiorno a Bergamo. Però, non si può negare che nella maggior parte dei casi la realtà sia quella sopra descritta.
E allora, cari amici italiani, fate qualcosa, per voi stessi e per noi ammiratori del Bel Paese!
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Umano troppo umano: il capitale che non c'è
image1di Antonio Nicita
La globalizzazione dei mercati e la crescente interdipendenza tra modelli di produzione e di consumo, in continuo mutamento, richiedono all’Europa una elevata capacità di adattamento e di innovazione. Adeguare il proprio sistema produttivo, organizzativo e istituzionale alle spinte innovative interne ed esterne alla nuova Europa allargata rappresenta insieme una sfida e un’opportunità .

Il vertice europeo di Lisbona ha definitivamente stabilito che il motore centrale della competitività europea passa attraverso la valorizzazione del capitale umano, l’incremento della spesa pubblica e privata in ricerca e sviluppo, il disegno di regole e di istituzioni capaci di incentivare la creazione e la diffusione di innovazioni a grande valore aggiunto con ricadute positive sullo sviluppo economico, tecnologico, sociale e ambientale. Gli investimenti in ricerca hanno fondamentalmente due ruoli, uno di aumentare le conoscenze in tutti i campi del sapere e l’altro di trasformare queste conoscenze in innovazione per creare avanzamenti nei campi dell’informazione dell’ambiente della salute dell’alimentazione e dell’energia. Ciò si accompagna naturalmente ad un processo di avanzamento culturale generalizzato e garantisce il continuo sviluppo dei sistemi di insegnamento e formazione dei giovani .

L’impegno, assunto a Lisbona, di incrementare la spesa comunitaria in ricerca e sviluppo dall’attuale 1,9% al 3% del PIL entro il 2010, costituisce una scommessa difficile e insieme entusiasmante, perché da essa dipende non solo il posizionamento competitivo dell’Europa rispetto agli USA e al Giappone, ma anche il profilo economico e sociale delle prossime generazioni europee, la loro capacità di creare nuova conoscenza, di moltiplicare i saperi, di guidare le proprie scelte.

Dopo diversi anni dall’impegno assunto a Lisbona, l’Europa si presenta oggi, anche a seguito del rallentamento della crescita economica, con una forte eterogeneità interna e con un crescente divario rispetto a Stati Uniti e Giappone. Il tasso medio di crescita degli investimenti in ricerca ha subito un rallentamento in questi ultimi anni: mentre alcuni paesi (Danimarca, Svezia e Finlandia) sopravanzano in termini di capacità innovativa e imprenditoriale, altri paesi, e tra questi l’Italia, registrano una battuta d’arresto nei soli ultimi tre anni. Se le grandi imprese europee sembrano avere tassi di investimento in ricerca comparabili con quelli delle multinazionali di origine statunitense, le piccole e medie imprese registrano invece livelli spesso trascurabili.

Gli investimenti privati in ricerca in Francia, Germania e Italia sono inferiori alla media UE, e nel nostro paese vi è ancora una preponderanza di investimenti pubblici, segno di una penalizzante difficoltà di collegamento tra ricerca di base e ricerca applicata o, se si vuole, tra conoscenza e sviluppo economico, tra università e imprese. In Italia, la rete di ricerca privata non ha un ruolo significativo come lo ha in altri paesi europei. La rete privata utilizza infatti prevalentemente fondi pubblici, senza elevare il livello del sistema produttivo in modo da renderlo competitivo con gli altri sistemi. Tale circostanza si spiega anche con il fatto che il sistema Industriale italiano è prevalentemente costituito da piccole imprese che si sono sviluppate sfruttando favorevoli condizioni di mercato, piuttosto che conoscenza ed innovazione di prodotto e di processo.

Nonostante gli sforzi profusi e i passi in avanti fatti in questi anni in due settori strategici, quali le biotecnologie e le tecnologie dell’informazione, i quindici Stati UE perdono posizioni rispetto agli USA nella quota dei nuovi brevetti registrati. Nella bilancia delle tecnologie e dell’innovazione l’Europa è un importatore netto di idee brevettate e un esportatore netto di capitale umano. Nonostante ciò la qualità della produzione scientifica europea appare in linea, se non superiore, a quella registrata negli USA. Le cause del divario non sono dunque da ricercare nell’assenza di capitale umano, anzi. Le difficoltà nascono dalla bassa mobilità europea dei ricercatori, dalla scarsa diffusione della conoscenza, dalla carenza di regole e istituzioni volte a coordinare ricercatori e imprenditori, idee e mercati.

L’obiettivo della integrazione del Sistema di Ricerca in Europa è ancora lontano dall’essere raggiunto, non solo per motivi finanziari ma anche per inadeguatezza organizzativa e strategica. La scarsa crescita è la ragione fondamentale delle difficoltà in cui si dibatte la società europea: per effetto della scarsa crescita, siamo chiamati troppo spesso ad effettuare scelte al ribasso, improntate al taglio dei posti di lavoro e al taglio della spesa sociale, e spesso tragicamente proprio al taglio della spesa per istruzione e ricerca. Così stiamo entrando in un terribile circolo vizioso: tagliamo la spesa per istruzione e ricerca, così riduciamo la crescita dell’economia negli anni successivi, e ciò ci costringe a ulteriori tagli, alcuni dei quali vanno ulteriormente a colpire la ricerca e l’istruzione.

E’ stato calcolato che per ridurre il divario con gli USA occorrerebbe raddoppiare l’attuale tasso di crescita medio degli investimenti in ricerca e disporre di circa 700 mila nuovi ricercatori nei prossimi sei anni. La capacità di trasformare nuove conoscenze nella produzione di nuovi beni e servizi che possano trovare sbocchi su mercati mondiali richiede alcuni passaggi cruciali:

(a) il rilancio del ruolo delle università nella produzione di una conoscenza capace di generare centri di eccellenza, anche attraverso la creazione di ‘cattedre di ricerca europee’, finalizzati alla creazione di innovazioni ad elevato valore socio-economico, grazie ad un collegamento diretto e autonomo nella contrattazione con le imprese;
(b) la creazione di facilitazioni all’erogazione di borse di studio e di finanziamenti a tasso agevolato per giovani che intendono investire nella formazione post-laurea;
(c) l’armonizzazione e il coordinamento delle legislazioni esistenti in tema di proprietà intellettuale, anticipando l’avvio del brevetto comunitario di recente istituzione, previsto per il 2010, e contemperando le esigenze di tutela della proprietà intellettuale con gli incentivi ad innovare e ad accedere alla conoscenza esistente per ulteriori innovazioni incrementali;
(d) la valorizzazione delle informazioni fornite dai brevetti, anche attraverso la costruzione di opportune banche dati, nonché il sostegno alle attività di formazione e di sensibilizzazione in merito ai contenuti e alla produzione della conoscenza e dell’innovazione realizzata nell’ambito della comunità europea della ricerca, promuovendo un effettivo coordinamento tra le varie reti di ricerca (Università, Enti Pubblici, Sistema Privato);
(e) la promozione, a livello comunitario, di una decisa azione per rendere completamente deducibili dalle imposte tutti i contributi privati dati a titolo gratuito alla ricerca e all’istruzione
(f) una politica industriale che garantisca strategie di crescita alle piccole imprese, la prosecuzione dei successi ottenuti nei settori degli autoveicoli, degli aeromobili, degli apparecchi di telecomunicazione e la creazione di profili occupazionali adeguati alle specializzazioni disponibili sul mercato del lavoro.

La politica industriale che va emergendo a livello europeo si inscrive pienamente lungo il cammino delle riforme tracciato a Lisbona; anzi, ne sta diventando uno dei pezzi più importanti. Basti pensare all’adozione del “Pacchetto legislativo competitività”, contenente misure che riguardano il brevetto comunitario, il riconoscimento delle qualifiche professionali, le ultime direttive sui servizi finanziari, e la direttiva quadro sui servizi.

Sulla proprietà intellettuale, l’Europa è chiamata a svolgere, un ruolo di primo piano nel contesto globale. Se è vero che la tutela giuridica delle innovazioni alimenta gli incentivi alla ricerca, è anche vero che in molti casi gli eccessi di tutela si traducono in una riduzione della diffusione di conoscenza e nel consolidamento di posizioni monopolistiche o oligopolistiche. L’Europa deve difendersi energicamente da quanti vivono di pirateria e di contraffazione. Occorre difendere la qualità dei nostri marchi e tutelare i produttori e i consumatori. Ma occorre anche riconoscere che non tutte le innovazioni necessitano della medesima durata di protezione né della medesima modalità di tutela. Non tutto può essere brevettabile. Vi sono innovazioni di processo o metodi di commercializzazione (business patent) rispetto ai quali accordare una rigida tutela giuridica, come avviene oggi comunemente negli Stati Uniti, può risolversi soltanto nella costituzione di monopoli duraturi con grave perdita di benessere per i consumatori e i cittadini.

In tale quadro l’Europa può proporre, nello scenario mondiale, una prospettiva di tutela flessibile della proprietà intellettuale che, caso per caso, permetta l’impiego di uno strumento specifico e adeguato a risolvere le opposte esigenze della tutela di chi innova e degli incentivi di nuovi soggetti interessati a sfruttare la conoscenza esistente per produrre nuova conoscenza e nuove applicazioni. Un modello flessibile di governo della conoscenza e dell’innovazione capace di generare un vantaggio istituzionale comparato dell’Europa e nuove occasioni di sviluppo.

Dalle scelte che l’Europa saprà intraprendere dipenderà non soltanto il futuro sviluppo della conoscenza comunitaria, ma anche la diffusione globale della conoscenza e lo sviluppo dei paesi più poveri. Una rigida applicazione, a livello mondiale, della tutela della proprietà intellettuale può condannare molti paesi in via di sviluppo a restare tali. I processi di imitazione competitiva di tali paesi possono positivamente svilupparsi solo a condizione che ad essi sia consentito l’accesso a tutte quelle risorse strategiche, ivi compresa la conoscenza e le innovazioni prodotte dai paesi avanzati, necessarie ad affrancarsi dalla condizione di povertà nella quale si trovano. L’accesso ai farmaci essenziali, ad esempio, non deve essere visto solo come ‘donazione’ motivata da emergenze umanitarie, quali il flagello dell’AIDS, ma anche come l’occasione per generare forze locali imprenditoriali capaci di ulteriori fenomeni di imitazione e di innovazione. Per far questo occorre tuttavia anche rispettare il patrimonio di conoscenza di cui tali paesi dispongono ed ostacolare forme di appropriazione indebita della conoscenza locale da parte di grandi imprese che non esitano a brevettare ciò che fino a ieri costituiva per tali paesi una conoscenza comune tramandata da culture di tradizione secolare (un fenomeno noto anche come ‘bio-pirateria&rsquoWinking.

Solo se l’Europa saprà affrontare le sfide della conoscenza, della ricerca e dell’innovazione potrà migliorare la propria competitività, la propria politica industriale e il proprio vantaggio istituzionale comparato, proponendo al contempo un modello di sviluppo e di sfruttamento della conoscenza che sia insieme dinamico, efficace, aperto e solidale.
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Il nome del terrore
Pasted Graphic di Massimo D'Antoni
Argomento scabroso: uso e abuso del termine terrorismo e delle espressioni collegate quali “lotta al terrore”, ecc. Almeno dal 11/9/2001 in poi, credo che terrorismo sia una delle parole più ricorrenti quando si parla di politica estera. Vi sono liste di organizzazioni dichiarate “terroristiche”, sono state giustificate guerre in nome della lotta al terrorismo, e così via. Con riferimento alla questione palestinese, che ha trovato spazio anche in questo blog, si dibatte, sui giornali e ovunque, sull'opportunità che il governo israeliano (e gli altri governi occidentali) intrattengano rapporti con il governo palestinese, rappresentato da un partito che rientra in alcuni degli elenchi ufficiali di organizzazioni terroristiche.Ma è così priva di ambiguità l'individuazione di cosa sia un atto terroristico?
Non c'è dubbio che l'attentato alle Twin Towers, a Madrid, alla metropolitana di Londra, siano stati un brutali atti terroristici. Così come gli attentati suicidi nelle discoteche di Tel Aviv.
Ma che dire dell'Iraq? Prima delle nostre elezioni politiche, c'è stata molta polemica sul fatto che l'assalto alle truppe italiano fosse terrorismo o atto di resistenza. E ancora: può essere definito terrorismo anche quello perpetuato da un esercito occupante sulla popolazione?
Per cercare di chiarirmi le idee, ho provato a fare qualche ricerca.
Un primo utile rinvio è alla voce “terrorism” in wikipedia, che al solito abbonda in riferimenti e link:
http://en.wikipedia.org/wiki/Terrorism
Una lettura molto interessate è questo articolo, riportato da MegaChip:
http://www.megachip.info/modules.php?name=News&file=article&sid=623
pur se apparso sulla rivista ISTRID, vicina all'esercito italiano, presenta in relazione all'Iraq argomenti non lontani da quelli dei pacifisti.
Infine, su Haaretz di oggi (sono un lettore assiduo della versione on-line di questo giornale), viene riportato il dibattito in corso in Israele in occasione del 60° anniversario dell'attentato al King David Hotel da parte di Etzel, gruppo patriottico (o terroristico?) diretto al tempo da Menachem Begin, poi primo ministro israeliano. La distinzione secondo alcuni va ricercata nella presenza o meno dell'intenzione di colpire i civili. Ma ecco che, usando questa definizione, emergono conclusioni imbarazzanti...
http://www.haaretz.com/hasen/spages/741434.html
Naturalmente, il fatto che un atto di violenza non sia terrorismo non basta a giustificarlo. Tuttavia, nella discussione attuale un chiarimento concettuale mi pare necessario, magari per concludere che l'ambiguità del termine non è sanabile e quindi dovrebbe... essere maneggiato con cautela.
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Un senso al calcio (ovvero un calcio al senso)
imagesdi Leo
Venerdì scorso, 14 luglio 2006, è stato quello che molti giornalisti sportivi hanno definito il “giorno del giudizio” per il calcio italiano. La C.A.F., presieduta da Cesare Ruperto, ha pronunciato il suo verdetto circa la c.d. “Calciopoli”, ovvero la serie di scandali che ha recentemente coinvolto il calcio italiano (da Luciano Moggi in avanti… ) . Il verdetto è stato duro...
COMMENTIAMO ANCHE LA SENTENZA FIFA...MATERAZZI COME ZIDANE???
LA NUOVA LEGGE DELEGA SUI DIRITTI TELEVISIVI SPORTIVI
QUATTRO REGOLE PER RIFORMARE IL CALCIO
Juventus retrocessa in serie B con 30 punti di penalizzazione e revoca dei due scudetti scorsi (quello della stagione 2004/2005 e quello della stagione 2005/2006); Fiorentina retrocessa in serie B con 12 punti di penalizzazione; Lazio retrocessa in serie B con 7 punti di penalizzazione; Milan resta in A con 15 punti di penalizzazione.
Anche le reazioni al verdetto sono state dure. Venerdì stesso, mentre Giovanni Cobolli Gigli (neo presidente della Juventus) rompeva il lungo silenzio stampa della società bianconera attaccando veementemente la sentenza e dichiarando che avrebbe proposto appello, i tifosi della Fiorentina provocavano disordini intorno allo stadio. E gli stessi tifosi hanno continuato, nei giorni successivi, occupando Coverciano e la Stazione di Campo di Marte (bloccando ben 40 treni sulla tratta Milano-Roma), mentre Franco Zeffirelli proponeva (intervistato dal TG1 della sera) di chiudere tutti i musei fiorentini in segno di protesta, dichiarandosi disposto ad essere tra i primi a sedersi sui gradini degli Uffizi per impedire l’accesso ai turisti.
Ironia della sorte, tutto questo capita in un momento particolarmente felice per tutto lo sport italiano (dalla vittoria ai Mondiali di calcio, alla vittoria della Ferrari al GP di Francia, fino all’incredibile vittoria di Valentino Rossi al GP di Germania domenica scorsa). In questi giorni, in queste ore, i legali delle parti condannate e il procuratore F.I.G.C. Stefano Palazzi stanno preparando, da fronti opposti, i ricorsi contro la sentenza di primo grado che daranno il via, venerdì prossimo, al giudizio d’appello. Ed è proprio in questi giorni e in queste ore che, più che mai, viene da interrogarsi circa quanto sia rimasto del “senso” dello sport nel calcio italiano.
La parola sport può rimandare a molti concetti: competizione, lealtà, fatica, attività, energia, benessere, salute. Ma soprattutto, per moltissimi tifosi o semplici spettatori, lo sport rappresenta semplicemente - o dovrebbe rappresentare… - divertimento ed evasione. Oggi non è così. In questa torrida estate, il tifoso che torna a casa dopo una lunga giornata di lavoro vorrebbe poter accendere il televisore e dopo aver sentito le notizie (quelle sì gravi) circa la situazione di guerra in Libano, lo tsunami in Indonesia e il caro petrolio, potersi almeno concedere un momento di leggerezza nel sentire del passaggio di un giocatore da una squadra all’altra o di come procede il ritiro della sua squadra del cuore. Oggi, invece, il tifoso che torna a casa la sera e accende il televisore è costretto sentire le notizie sui processi del calcio tra quelle relative alla crisi mediorientale e quelle sui morti a Giava.
Il problema, ovviamente, non è il tifoso che perde il suo momento quotidiano di leggerezza; la tragedia è che il calcio sia diventato un problema.
E’ mai possibile che da settimane sia dato altrettanto spazio e risalto al processo a calciopoli di quanto ne viene dato alle notizie provenienti da Haifa o Beirut? E’ mai possibile che alcuni tra i migliori cervelli d’Italia (da Guido Rossi a Saverio Borrelli, da Cesare Ruperto a Giuseppe Morbidelli) debbano essere impegnati per mesi a risolvere le beghe del calcio, piuttosto che i seri problemi del nostro Paese? E’ mai possibile che una delle prime notizie del TG1-Economia del lunedì sia che alla riapertura della Borsa il titolo Juventus ha segnato un deciso rialzo perché ci si aspetta un aumento di liquidità dalla cessione di giocatori, ora che la squadra è in serie B ? La sensazione è che, per ora, il “senso” dello sport abbia completamente e definitivamente abbandonato il calcio italiano e che sopravviva ormai solo nei campetti di periferia. Speriamo almeno che questi processi servano a far tornare il “senso” dello sport nel calcio italiano.
DI LEO

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War Statistics
bombs on haifa xxxxxxxx bombs on beirut

Pasted Graphic di Karim Y.
The politics & law (if any) of it are too obvious to discuss. Repetition of media headlines you might have already read would be boring. So, I’ll stick to relating the Statistics of the first week.
 

Lebanon:
-          Civilians: 250 (including, at least 25 women and children) killed; 530 wounded. (Lebanese allegations of Israel using forbidden weapons. Not verified and irrelevant for the dead).
 
-          Lebanese soldiers: 24 killed; 65 wounded. That is, 10-times more civilians “collateral” than soldiers! The “smart” bombs aim to disarm Hezbollah, or Downtown Beirut? (Brought back to the stone-age only 25 years ago).
 
-          Major damage to civilian infra-structure (destroyed: 50 bridges and highways, 10s of electric & water plants, the international airport, 300 miles of roads, & 5000 residential buildings). (Al-Nahar, Lebanese Newspaper, confirmed by B.B.C).   
 
Resulting in: 500, 000 civilians without a shelter (UNICEF officer in Lebanon), from a total population of 4 Millions (that is 12% of the population).
 
Needless to say, War crimes under Geneva Conventions (applicable to Lebanon, I hope),  in “self-defense” for the kidnap of 2 Israeli soldiers.   (Well, WW-I started for a bullet).
 
Israel: 2 soldiers kidnapped, 10 killed; + 13 civilians.
 
Recent & Future Moves:
·         IDF (Israeli “Defense” Forces) say they need 2 more weeks on the job. You do the math, with consideration for increased performance with time…
 
·         Israel: “Iran is involved in the kidnapping of the soldiers”. So, 3 States (Syria, Iran and Lebanon) have planned the kidnap of 2 soldiers.  Lol!
 
·         Bush:
1.      Syria should pressure Hezbollah, and is not doing enough,
2.      Oh, Syria wants to go back to Lebanon and should be punished for that (Basically, je t’aime-moi-non-plus thing). 
 
·         The Egyptian “President”: “Jail for anyone who demonstrates in support of Lebanon.”(So, apparently we do owe them that much money&hellipWinking.
·         Full Scale assault in Palestine, not covered by the media (so, I don’t have statistics here).

Tonight,
1.      Land invasion en cours. Few hours ago, Israeli troops entered southern Lebanon. (Déjà vu in 1982 with 80,000 civilian causalities).  Hope no breaking records is involved.
2.      Tonight, also, 1 American nuclear submarine and 7 large gunboats traveled through the Suez-Canal heading to the shores of Beirut and Syria! (With Egyptian authorities closing the channel for 2 hours for passage and the air force providing air-protection!!). In international law, that’s Egyptian complicity in whatever these things will be used for (not throwing barbies I guess).
For a good analysis of the underlying politics,http://news.bbc.co.uk/2/hi/middle_east/5193228.stm
God be with Lebanese and Israeli civilians.


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The Indian Way
Pasted Graphicdi Alessandro S.
Torno dall’India e porto con me alcuni pensieri. Li ho messi da parte insieme agli olii profumati e all’incenso, perché brucino anche’essi e si disperdano nell’aria. I pensieri devono diventare voci. Non parlerò di tutte quelle cose che da qualche tempo vanno molto di moda :le nuove, grandi possibilità di ricchezza e di crescita che un paese più esteso dell’ Europa e con un miliardo e duecento milioni di persone può rappresentare “per noi” ma anche e soprattutto per se stesso. Di settimana in settimana, non manca un editoriale del Financial Times o un reportage dell’Economist a spiegarci quel che il mercato indiano possa diventare sia in termini di produzione che di consumo di beni e servizi. Rimando dunque a quelle opinioni, peraltro molto più qualificate della mia.
Posso testimoniare di aver visto centri di ricerca super tecnologici, e poli industriali che vengono su come funghi, i quartieri dei servizi con migliaia di call centers delle multinazionali, e campi coltivati e manodopera tanta, e molto qualificata, che parla inglese e usa internet: poi aggiungo che il ristorante trendy di New Delhi si chiama “Olive Tree” e la zona più esclusiva della città sarà una zona residenziale mediterranea, dove i lussuosissimi appartamenti saranno provvisti di piante di limoni e fichi e i cui proprietari vogliono bere i vini pregiati e vestirsi “alla moda italiana”, e lo dico con soddisfazione ( perché viviamo di una bella rendita) e rammarico ( perché davvero non riusciamo a metterla a frutto). E, quando leggerò di altri divieti, e di altre prese di posizione e di schiamazzi contro la ricerca sulle cellule staminali, mi immaginerò gli scienziati biomedici di Bangalore, la Silicon Valley indiana rinomata per la quantità e qualità di start up biotech, che brindano e fanno i salti di gioia perché i capitali americani, europei e canadesi saranno pronti ad arrivare a valanga.
Penso però che guardare all’India -o a qualsiasi altra lontana civiltà che promette o minaccia nuovi scenari per l’economia mondiale- sia un errore. Non lo definirei un nuovo colonialismo, ma mi sembra che molto, dei possibili benefici che si possono estrarre dagli scambi e dalle nuove relazioni anche economiche, si perda. Dovremmo avvicinarci di più all’India e, con un senso di curiosità e voglia di conoscere, interrogarci sulla possibilità di concepire il tempo in maniera dilatata, perché la velocità dei traffici delle relazioni racchiude la nevrosi occidentale di non essere mai sazi, di non essere mai “felici” e di accumulare piuttosto che contemplare. Di interrogarci se le scelte efficienti dei singoli ( ad esempio spostarsi dal villaggio alla città per un lavoro meglio retribuito) siano davvero scelte anche efficienti per altri corpi sociali, (quali la famiglia o il villaggio) e se la struttura giuridica del codice napoleonico sia da accettare così come e’, anche se le relazioni affettive tra gli uomini siano contemplate solo quando ci si sposa: di questo diritto senza passione, che non contempla mai ad esempio la parola amico/a/amicizia. Mi interrogo se forse potremmo fare un bel salto mentale e imparare noi che la “governance partecipativa” di cui si legge in abbondanza nei testi più innovativi di regolazione, si fa da tempo nei villaggi intorno all’albero di mango, quando si decide di cosa fare del pozzo o di un’eredità e si da ascolto ad ogni singola voce dei presenti. perché come insegna Amartya Sen nel suo The argumentative Indian sarebbe l’ora di finirla con la pretesa che la democrazia e il razionalismo siano un prodotto esclusivo dell’occidente, magari da incartare ed esportare come paccottiglia.
E forse , mentre il filo di fumo dei pensieri si assottiglia e si avvolge a spirale, sarebbe anche da interrogarsi sul lessico e sui problemi della L&E, porsi una questione specifica sul valore del sacrificio, e della rinuncia, sulla importanza della contemplazione di stati d’animo oltre che della produzione e del consumo di beni, sugli entitlements immateriali rappresentati dall’affetto della famiglia, dal rispetto e dalla dignità garantita a chi è al servizio di un householder, una relazione non riducibile allo scambio tra denaro e prestazioni d’opera. Se insomma vogliamo evitare di guardare solo e unicamente all’ “american way of life” come apoteosi del creato e ci ricorderemo, come nella poesia di Pier Paolo Pasolini, dei mille “Alì dagli occhi azzurri” che aspettano di vivere la loro opportunità.

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Se vi sembra normale
050318_famiglia di Antonio e Teone
Uno vorrebbe occuparsi di diritto, di economia, del dibattito sulle liberalizzazioni e sulle riforme liberali in un paese europeo moderno nell'ambito di un solido welfare state. E invece no. Ci tocca occuparci - ancora - del degrado culturale del dibattito politico italiano. I romani hanno un termine chiaro per definire il livello al quale il dibattito riesce ad arrivare talvolta. Dicono: "'gnorante". Ecco, al di là della destra e della sinistra, delle legittime opinioni politiche di ciascuno, il manifesto pubblicato da AN è questo: 'gnorante. Ma questo partito era un partito di governo fino a ieri e il suo leader era il nostro ministro degli esteri. Proprio per il rispetto 'politico' ad un partito che rappresenta il 12% degli elettori, tocca occuparsene. Qualcuno dei commentatori più lucidi e affezionati di questo blog ha votato AN, ma siamo certi che concorderà nel dire che si tratta di un manifesto inutile, provocatorio e politicamente scorretto...
C'è una famiglia da pubblicità: razza bianca su divano bianco, due figli. Ci chiedono scusa di essere 'normali'. Di non essere cioè neri, meticci, disabili, omosessuali...Abbiamo finalmente la 'normalità' definita e affissa sui muri. AN vuole intercettare la paura 'gnorante nei confronti di ogni diversità. Come se i diritti civili riconosciuti all'individuo fossero in qualche modo rivali. Come se quella famiglia nel manifesto dovesse vedere ridotti i propri diritti da altre famiglie 'diverse' cui fossero riconosciuti analoghi diritti. Eppure c'è in quel manifesto qualcosa che ci fa sorridere. E sono i due ragazzi. Magari si innamoreranno di una persona di colore e/o dello stesso stesso. Magari proveranno la fecondazione assistita. Magari sapranno amare. E solo allora sapranno che ciò che è davvero normale è l'amore e il rispetto delle persone. E forse allora sapranno scusare, loro, chi pensa e propaganda manifesti 'gnoranti come questo. Davvero viviamo tempi bui, direbbe il poeta, se la parola 'normale' è stolta...
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Sanzioni Micro(e)Soft
Pasted Graphic di Antonio Nicita
Qualche giorno fa la Commissione Europea ha nuovamente imposto una sanzione monetaria nei confronti della Microsoft per inottemperanza ai precedenti impegni/obblighi assunti in sede di decisione di un caso per abuso di posizione dominante. La nuova sanzione monetaria ammonta a 280 milioni di euro e si aggiunge alla precedente, con il rinnovato invito/imposizione a "disclose complete and accurate interface documentation which would allow non-Microsoft work group servers to achieve full interoperability with Windows PCs and servers".
Al di là del caso antitrust e dal dibattito che esso ha suscitato che si riferisce al tema dell'exclusionary bundling di una impresa dominante che possiede uno standard divenuto essential facility (un tema da qualcuno riferito anche all'emergente mercato I-tunes/I-Pod, come nel post precedente), si pone il tema più generale dell'efficacia delle sanzioni monetarie in Anti-trust. Per i soggetti dominanti pluriennali esse non sembrano agire da deterrente. E poiché gli abusi commessi da tali soggetti sono quasi sempre di natura escludente, ne consegue che un fallimento delle politiche antitrust e regolatorie nell'incrementare la concorrenza nel medio-lungo periodo. Il tema che si pone al dibattito è quello di forme composite di sanzioni - monetarie e non monetarie - senza arrivare necessariamente a imporre sanzioni di tipo penale in capo ai managers.
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I-Pod & Anti-trust: che succede?
Pasted Graphic di Antonio Nicita
Questa settimana l'Economist propone, tra i suoi economic focus, "The economics of I-tunes" traendo spunto dalla definitiva approvazione nelle scorse settimane della legge francese che impone alla Apple degli obblighi di 'compulsory access' al proprio I-tunes, in ragione della dominanza nel prodotto collegato I-Pod: la musica scaricabile on-line dal negozio virtuale di I-tunes deve essere compatibile tecnicamente con lettori musicali portatili digitali alternativi all'I-Pod. L'ultima versione di questa discussa legge è molto meno drastica del precedente schema, in quanto vincola questo obbligo all'effettiva disponibilità dei copyrighters, quindi di fatto, rende l'obbligo meramente potenziale. L'Economist giustamente sembra scettico nei confronti della legge francese, ma nel farlo, a mio giudizio, non coglie le argomentazioni più appropriate, che si riferiscono all'analisi antitrust del bundling, del metering, dei network effects e dell'essential facility doctrine.
to be continued.....in my week-end!
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Aspettando Gentiloni
imagesdi Antonio Nicita
Come avevamo detto un paio di volte su questo blog e su Il riformista, la legge Gasparri è contraria alla normativa antitrust italiana ed europea. A quanto pare - da anticipazioni di stampa - anche la Commissione Europea avrebbe, finalmente, concluso in tal senso. Ora aspettiamo Gentiloni. Il nostro suggerimento resta quello già avanzato qui: non tanto e non solo promuovere una 'singola' riforma della rai, tenendo separate tv e tlc, ma impegnare i prossimi sei mesi nella promozione di un libro bianco sulla convergenza multimediale che - mantenendo lo sguardo 'settoriale' della Gasparri - arrivi al suo opposto sotto il profilo dei rimedi e della regolamentazione, perlomeno con riferimento alla liberalizzazione dell'accesso alla reti, alle frequenze (analogiche e digitali) e ai contenuti premium. Resta aperto un tema. Se la Gasparri vieni ritenuta anticoncorrenziale che né é dei danni prodotti nel periodo in vigore alla concorrenza e ai clienti?
IL TESTO DELL'AUTHORITY SULLA DOMINANZA NELLE TV
LA NUOVA LEGGE DELEGA SUI DIRITTI TELEVISIVI SPORTIVI
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Global Warming & Supreme Court

imagesdi Viviane Meunier (LL.M, Yale)
The US Supreme Court recently plunged into the debate over global warming. A ruling is expected this Autumn. Spurred by states in a pollution battle with the Bush administration, the court said it would decide whether the Environmental Protection Agency is required under the federal Clean Air Act (enacted in the early 70’s) to treat carbon dioxide from automobiles as a pollutant harmful to health. The decision could determine how the US address global warming.
President Bush has rejected calls by environmentalists and some lawmakers in Congress to regulate carbon dioxide, the leading heat-trapping "greenhouse" gas going into the atmosphere. Bush still argues about the causes of global warming, being one of the few who denies what science establishes. He then only favors voluntary actions and development of new technologies to curtail such emissions (while there are none commercially viable known so far). He lastly resorted to say that anyway federal government has no power to rule on this. But a dozen states argued that carbon dioxide and other heat-trapping chemicals from automobile tailpipes should be treated as unhealthy pollutants under the Clean Air Act. They filed a lawsuit in an effort to force the EPA to curtail such emissions.
A Supreme Court decision declaring carbon dioxide a harmful pollutant would make it hard for the agency to avoid action involving power plants which account for 40 percent or the carbon dioxide released into the air. Cars and trucks account for about half that amount.
The states involved together account for more than a third of the car market. The administration maintains that unlike other chemicals that must be controlled to ensure healthy air, carbon dioxide from burning fossil fuels is not a dangerous pollutant under the federal law. And, officials argue, even if it is, the EPA has discretion over whether to regulate it, considering the economic costs involved. Actually, a basic fact must be kept in mind: controls stringent enough to stop global climate change would cost more – in the short term - than the damage expected from climate change. Public support for emission controls, that could sway politicians, is still quite tepid. Moreover, national security and fiscal policy challenges may well out-compete the climate issue for both public attention and economic resources. Reducing greenhouse gases emissions also conflicts with the goal of decreasing America’s dependence on foreign energy. The latter is expected to be reached with the emerging globalisation of the natural gas market. And, this being a global issue, the absence of any Chinese commitment to emission controls prevents any prospect of a US commitment.
While a federal appeals court (the 4th Circuit – Virginia, West Virginia, Maryland, North Carolina, and South Carolina) sided with the administration, its ruling was mixed. One judge said the states and other plaintiffs had no standing because they had not proven harm. A second judge said even if the law gave the EPA authority to regulate carbon dioxide, the agency was not obligated to do so. A third judge, in the minority, said the EPA was violating the law by not regulating the chemical.
The bunch of plaintiffs in the lawsuit is impressive: California, Connecticut, Illinois, Maine, Massachusetts, New Jersey, New Mexico, New York, Oregon, Rhode Island, Vermont and Washington. They were joined by a number of cities including Baltimore, New York City and Washington D.C., and by the Pacific island of America Samoa, the Union of Concerned Scientists, Greenpeace, Friends of the Earth, and the Sierra Club.
The Supreme Court takes on this issue when one wonders if climate change could become a hot topic for the primaries. Al Gore has released a movie - An Inconvenient Truth -, challenged by the petroleum companies lobby which broadcasts ads glamourising carbon dioxide “carbon dioxide: they call it pollution; we call it life”. Hillary Clinton urged action recently. Whether American voters care remains to be seen though. While as the atmosphere shifts, it influences the earth’s rotation, a few more bad hurricanes or some disasters of the like may influence voters’ indifference, along with some more Hollywood support, like “The Day After Tomorrow” movie, the scenario of which was based on real science and on what actually already happened thousands years ago when the Gulf Stream switched off after the drop of huge chunks of glaciers in the ocean in a previous global warming era.
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Balzelli & Globalizzazione (e Antitrust?)
Ho cambiato il nome al sito. Adesso si chiama Antonio&CO. ed è offerto agli amici - 'senesi' e non - per interventi. Ricevo da ZAP e volentieri pongo alla vs attenzione (riservandomi di intervenire nella parte commenti).
primiallaprima_bisdi ZAP
Ieri sera sono stato a vedere il concerto di Roger Waters a Lucca. Arrivo poco prima dell'inizio e acquisto il biglietto, alle 20.12, come stampato sul biglietto stesso.Mi vengono addebitati i diritti di prevendita. Protesto senza ottenere risposta. Cerco la polizia municipale, ma i locali mi dicono che non c'è speranza. Mi avvicino ad un maresciallo dei carabinieri che si dice incompetente sulla materia e mi suggerisce di chiamate il 117.Al 117 mi dicono che c'è sicuramente una loro pattuglia sul posto cui chiedere.Trovo un maresciallo della finanza in borghese che non è in grado di darmi alcuna spiegazione....
Ci rivolgiamo a un dipendente della SIAE che dice che non esiste una regola che definisce quando si chiude la prevendita, dipende dagli organizzatori, ma che a loro è stato comunicato che finisce alle 20.00. Mostro il biglietto al maresciallo, ma si dimostra incapace anche solo di comprendere il significato della parola pre-vendita (probabilmente l'ateneo per il quale lavoro avrà "laureato la sua esperienza" e quindi mi trattengo dal dire quello che provo, imbarazzo e vergogna per l'assoluta mancanza di capacità professionali esibite dal dipendente dello stato che mi sta di fronte). Nel frattempo il dipendente SIAE, che capisce che la questione non è priva di risvolti, mi dice che la prevendita è stata prorogata alle 21.00 a causa del notevole afflusso di pubblico (SIC). Sostengo che nella sostanza si tratta di una truffa ai miei danni e del "consumatore" in generale, ma poi mi allontano quando il maresciallo mi invita a sporgere denuncia presso un ufficio della finanza il giorno dopo a Firenze (dove abito) prima di beccarmi io una denuncia per offese. Forse c'è spazio per riprendere la questione ticketone in questo e in altri blog e verificare se davvero i diritti di prevendita stanno per diventare l'ennesimo balzello della nostra florida società.
Zap (C.Z.)

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Actions without Class?
imagesdi Antonio Nicita
Proprio nei giorni in cui in Italia si inizia a dibattere - anche su questo blog - sul progetto di Bersani di introdurre anche da noi la class action come uno strumento aggiuntivo di tutela dei consumatori, negli Usa i giudici fanno macchina indietro. Qualche giorno fa la Corte Suprema della Florida ha respinto una delle cause di class action tra le più importanti, attivate contemporaneamente in diversi stati, quelle avanzate nei confronti delle big tobaccos da una serie di consumatori. Motivazione: i danni sono soggettivi dal momento che ciascun consumatore ha un tipo di danno diverso. Sarebbe questa la condizione che farebbe venir meno il presupposto stesso di una class action. Un colpo mortale per i consumatori e per i fautori della class action.
La class action mossa davanti la Corte Suprema della Florida, che proponeva un risarcimento di 145 miliardi di dollari, è stata respinta sulla base della considerazione che "smokers' cases are highly individualized and do not lend themselves to class-action treatment". Questa decisione indebolisce, come già una precedente della Corte Suprema dell'Illinois favorevole alle Big Tobaccos (relativa ad una richiesta di risarcimento di 10 miliardi di dollari contro la Philippe Morris per aver posto la scritta ingannevole 'light' sui pacchetti), l'insieme di class actions promosse nei diversi stati. Tuttavia, nel rigettare la class action, la Corte Suprema della Florida ha invece discrezionalmente e selettivamente riconosciuto alcune cause individuali tra quelle presentate: due denuncianti malati di tumore hanno ricevuto complessivamente quasi 7 milioni di dollari (rispettivamente 2,9 e 4) per la specifica relazione di causalità tra fumo e tumore, in quanto le compagnie avrebbero omesso nelle etichette informative i pieni rischi connessi al fumo. Questa sentenza è interessante anche per progetti italiani. Se fosse accolta questa interpretazione, occorrerebbe che i consumatori collegati in class action abbiamo una identica posizione rispetto alla compagnia accusata (ad esempio i piccoli risparmiatori). Ma ciò escluderebbe paradossalmente la class action proprio dai casi in cui essa può manifestare più efficacemente il suo effetto deterrente, ovvero nei casi legati al danno all'ambiente e alla salute. Allo stesso tempo il costo legale individuale di affrontare una grande compagnia rispetto a singole situazioni soggettive, derivanti dalla medesima condizione oggettiva (come nel caso del fumo), è senz'altro tale in alcuni casi da inibire azioni individuali...
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La seconda volta
imagesdi Antonio Nicita e Discepulus (V.C.)
Ci sono circostanze in cui, laicamente, le società ritengono giusto perdonare o condonare. Anche in casi particolari quali quelli in cui si concede la grazia ai condannati. Per questa ragione - e per altre - non si uccide chi ruba una mela. Si cerca una proporzione delle pene come ci insegnava Beccaria. E le carceri si chiamano penitenziari. Luoghi in cui si tenta di recuperare il condannato. Riabilitazione: il cittadino che esce dal carcere torna cittadino per la seconda volta. Anzi, è una vittoria della società se quel cittadino riesce ad integrarsi. E invece spesso accanto alla condanna legale resta la condanna sociale, shame, stigma, pregiudizio o come vogliamo chiamarlo. Un carcere invisibile in cui perdono tutti un po' della propria libertà.
Vi allego un messaggio di 'discepulus' sul tema relativo alla vicenda D'Elia. Concordo con le sue argomentazioni ma mi piacerebbe un po' di dibattito sul tema.
Approfitto della sezione dedicata ad altro per segnalare al Magister, e a tutti voi amici, quanto è accaduto in Italia a proposito del caso "Sergio D'Elia", il deputato de La rosa nel pugno vittima di un vergognoso linciaggio politico effettuato da parlamentari di destra e esponenti politici di sinistra (il consiglio regionale toscano e il consiglio comunale fiorentino). Trovate tutte le informazioni a riguardo sul sito della rosa nel pugno http://www.rosanelpugno.it/rosanelpugno/ e, in particolare, vi segnalo l'intevento di capezzone http://www.rosanelpugno.it/rosan...pugno/node/ 9439 che merita, indubbiamente una lettura. Da liberista, liberale e libertario, non posso che unirmi alle voci fuori dal coro giustizialista e forcaiolo che chiude gli occhi davanti all'unico caso di "rieducazione" di un condannato per reati gravissimi - che nessuno mette in discussione al pari della solidarietà per le vittime degli stessi - che, scontando la propria pena ed inaugurando un nuovo cammino teso alla tutela dei valori fondamentali, ha dimostrato che è possibile cambiare. Una testimonianza più unica che rara della realizzaizone della funzione rieducativa della pena, sancita dalla nostra Costituzione, in un mondo, quale quello carcerario, caratterizzato per la sua capacita crimonogena. Ribadisco l'ingiustizia dei reati commessi da D'Elia e la necessità che le vittime vedano perseguiti fermamente e severamente quegli atti. Ma, oggi, dopo che D'Elia ha scontato la sua pena (12 anni di galera), l'autentica ingiustizia sarebbe condannarlo nuovamente e, questa volta si, ingiustamente, alla infamia eterna. Ultimo dei paradossi: le accuse nei confronti del suo passato provengono dai latori (UDC) dei principi cristiani nella politica che, evidentemente, disconoscono anche il perdono cristiano..
V.C.
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New Haven, Italia.
Pasted Graphicdi Antonio Nicita
Quello che vedete in foto è Francesco, italiano d'America della quarta generazione. Indossa la maglietta azzurra di Del Piero e mangia salame e formaggio al banchetto di una frazione di New Haven, dove i "Sons of Italy" si sono ritrovati per celebrare la vittoria mondiale. Ci siamo finiti per caso. Seguendo un carosello improvvisato per le strade di New Haven. Noi, gli scholars di Yale che scelgono di venire in Usa a studiare. Loro, gli emigranti da tre generazioni, cresciuti lontano dall'Italia. Abbiamo cantato, mangiato la pizza e brindato, tra i fuochi di artificio e i bambini di ogni età che correvano ovunque con il tricolore addosso. Tra il loro italiano zoppicante - e il nostro inglese poco americano - ci hanno raccontato le loro storie. E' stata un'occasione in più per tifare Italia e per festeggiare questa vittoria.
Eravamo usciti con Titti, Alessio, Teo, Ornella e...Viviane, la nostra amica francese che ha dovuto accettare - con sportività - l'esito della partita. Per un bel po' eravamo soli per le strade di New Haven, con una bandiera di stracci improvvisata. Poi, a East Haven, frazione ad elevata popolazione italiana, incontriamo la prima macchina con due giovani italo-americani che - in inglese - ci dicono essere originari di Caserta. Loro hanno le bandiere, noi no. Ma suoniamo, ininterrottamente, il clacson, con Alessio fuori dal finestrino. Se non sapessero quasi tutti di che si tratta, sarebbe una clamorosa violenza di questi quartieri perfetti, dove le casette di legno bianche si susseguono immerse nel verde. Ma che siamo campioni del mondo si sa. E i pochi passanti ci salutano, ci applaudono. Al Garden di New Haven incontriamo altre due macchine, poi altre ancora. Al terzo giro ci sono quasi venti macchine. Ci fermiamo, balliamo. Poi di nuovo in macchina per un giro più largo. C'è un gruppo di auto leader che decide la strada. E' un giro bellissimo. Scopriamo dei dintorni di New Haven che non conoscevamo, dalle spiagge sull'oceano ai boschi e ai laghetti dell'interno. Ma presto ci accorgiamo che il 'giro' non gira. Non torniamo indietro. Le auto che guidano il corteo sono arrivate alla loro destinazione. Mi era già successo a Siracusa nell'82. Stavo con degli amici su un camion che alle tre di notte si fermò a destinazione: il garage del camionista e a noi tocco tornare a piedi. Ma con la felicità 'mondiale' nel cuore.
La destinazione di oggi si chiamava "Sons of Italy", un'associazione nazionale di emigrati Italiani nel verde della campagna. Sono una trentina con bandiere, fuochi d'artificio e canzoni italiane. E' una piccola comunità, si conoscono tutti e ci guardano con un po' di sospetto, ma poi ci invitano a restare e ad aspettare la pizza. Biagio è arrivato 34 anni fa dalla provincia di Palermo. Ha fatto il muratore lavorando fino a 14 ore al giorno per mettere qualcosa da parte. Oggi è capocantiere, è contento del suo lavoro e ci dice che gli Usa sono la terra delle opportunità. Che dove c'è il lavoro c'è la serenità. Che gli manca l'Italia. Giovanni è campano, é arrivato qui a diciassette anni, fa il carpentiere e costruisce le case di legno. Mi dice che il primo anno che stava in America, piangeva tutte le notti, ma in silenzio per non deludere i genitori. Poi ha messo su una squadra di calcio, per la quasi totalità di italiani, che ha collezionato discreti successi. Si è sposato e ha deciso di restare. Luciano è di Trieste è arrivato quasi cinquant'anni fa. Lavora in una fabbrica di elicotteri. Ha perso un dito in un incidente di lavoro ma a sessantatré anni lavora ancora fino a mezzanotte. Dice che per una settimana andrà al lavoro con la maglietta dell'Italia. La sera a casa con la moglie guarda Rai International ma ama soprattutto i documentari sulle città italiane, sulle cucine regionali. La nipote capisce l'italiano e loro sperano che non lo dimentichi. Mi accorgo, facendo un po' di conti sulla loro età, che non hanno tanto nostalgia dell'Italia che ricordano, ma piuttosto malinconico rimpianto per un sogno italiano che ritengono gli sia stato rubato. Non la vita che avevano, ma quella che potevano avere o che hanno sognato di poter avere in Italia. Di qui dell'oceano, tutto ciò che è italiano appare loro come bello, dolce, musicale. Luciano, uno dei più anziani, con dei baffi d'altri tempi all'insù, a un certo punto mi dice 'diglielo in Italia che noi l'Italia non ce la scordiamo, che ce l'abbiamo nel cuore'. E in effetti, a pensarci bene, 'ricordare' vuol dire letteralmente proprio questo: trattenere nel cuore. E allora io lo dico da qui. Perché nemmeno noi ce la scordiamo questa giornata di gol e di coppe. Di pizze e di spumanti, gridando 'forza italia' con 'i figli d'Italia'.

PUOI SCARICARE QUI LE FOTO DELLA NOSTRA LUNGA GIORNATA DI FINALE A NEW HAVEN.

MA LA VITTORIA PUO' SPINGERE LA CRESCITA?

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Se il mondo è nelle mani dell'elettore marginale...
images di Antonio Nicita
Il caso di Bush vs Gore e il voto per corrispondenza. Il sorpasso di Le Pin su Jospin in Francia e la valanga 'drogata' di voti per Chirac al secondo turno. Il nuovo caso di Bush vs Kerry e il voto elettronico in Ohio. La sostanziale parità tra la Merkel e Schreder. Da noi, la vittoria dello 0,2% di Prodi vs. Berlusconi. E ora il Messico: il vincitore ha lo 0.54% di vantaggio. Chi perde spesso accusa di brogli e tenta di delegittimare la vittoria altrui. Regole elettorali diverse (e per la verità diversi tassi di affluenza alle urne) ma un elemento in comune: too close to call! Ma saremo tutti diventati elettori marginali? Il destino del mondo è nelle mani - inconsapevoli - dei pochi che fanno la differenza? E se cosi fosse, dobbiamo preoccuparcene? E ancora: è un segnale della convergenza dei partiti o delle coalizioni che si contrastano o è il riaffacciarsi di una (auto)strutturazione di 'classe' à la Giddens?
Non sono un politologo e quindi non ho risposte 'scientifiche'. Da cittadino, però, sono un po' preoccupato perché nell'era mediatica il gruppo di elettori marginali agisce casualmente e di impulso e il suo impulso segue quello che i sociologi chiamano 'il framing': il mondo raccontato e costruito quotidianamente dai media. Ciò può portare ad un fenomeno pericoloso che definirei - con Rodotà- della (sovra)politicizzazione dei diritti, compresi quelli costituzionalmente garantiti o quelli 'difficili' (la pace e la guerra, la religione e la laicità, la tutela delle minoranze, l'aborto, l'embrione, le unioni civili, l'omosessualità, l'immigrazione ecc.) E non so se mi piace. Pablo e Sylvia una sera a cena mi hanno spiegato che in Usa la classe media e ancor di più coloro che hanno redditi medio-bassi votano a destra non per difendere i loro interessi (cosa che li porterebbe a sinistra) ma per il desiderio (o l'illusione) di superare la loro condizione e identificarsi con chi sta meglio. Ed è il framing, per loro, che fa la differenza. Il modo in cui non solo sono date e costruite le notizie, ma anche il modo in cui sono presentate, ordinate e cumulate tra loro (vi ricordate i telegiornali del 2001 che davano una immagine di un paese in mano alla criminalità?). Il mondo raccontato. Come in un film. Se suona la fanfara, arrivano i nostri. Così, se non posso cambiare la mia condizione mi identifico con il destino del mio paese. O con la difesa dei valori 'essenziali' e 'fondamentali'. La politica si sgancia da ciò-che-deve-essere per diventare il suo opposto: la retorica della politica, un discorso sul mondo. Non voto per me, ma tifo, parteggio, per una visione del mondo. Un po' come il televoto nei reality show. Non so se é vero. Ma se il mondo è mosso dagli elettori marginali, il 'libero' mercato della politica finisce per trasformarsi in una permanente asta per l'accaparramento dei più marginali tra gli elettori marginali e ciò può condurre a seri 'fallimenti'. Forse, bisognerà (pre)occuparsene...
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Bersani/3: serve la class action in Italia?
imagesIl decreto Bersani si inserisce in una iniziativa più complessa che prevede l'elaborazione di un disegno di legge che istituisca l’azione collettiva a tutela dei consumatori e degli utenti in conformità con la normativa comunitaria, nota anche come 'class action'.
In sostanza alcune associazioni riconosciute potranno chiedere il risarcimento dei danni restituendo poi le somme dovute direttamente ai singoli consumatori o utenti interessati, a seguito di atti illeciti commessi nell’ambito di rapporti giuridici relativi a contratti di atti illeciti extracontrattuali, di pratiche commerciali illecite o di comportamenti anticoncorrenziali, sempre che ledano i diritti di una pluralità di consumatori o di utenti. Sotto il mero profilo economico, si tratta di introdurre una tutela aggiuntiva e quindi uno strumento di deterrenza in più. La motivazione economica risiede nel ruolo di coordinamento dell'azione collettiva permesso dalla class action, concentrando, in un unico contesto processuale, l'accertamento di illeciti, idonei a provocare un danno diffuso nella collettività. Il decreto Bersani oltre ad annunciare il disegno di legge introduce il meccanismo del patto quota lite che di fatto favorisce - dal lato degli incentivi dell'avvocato - la class action. Noi la conosciamo in Italia, soprattutto attraverso i film...il piccolo consumatore o l'avvocato di primopelo che mettono in ginocchio le grandi compagnie.
Molti giuristi italiani non la vogliono. Perché?

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Bersani/2: professioni liber(at)e?
images Sulle professioni, il decreto Bersani recepisce notevoli sollecitazioni dell'AGCM sul rischio che gli ordini professionali si trasformino in 'cartelli'. Resta aperto il tema della liberalizzazione all'accesso alla professione, specie quelle legali. Come si fa?
Una delle novità introdotte dal decreto Bersani riguarda il tentativo di favorire una effettiva ‘negoziabiità’ delle parcelle tra le parti, legate al risultato della prestazione. Con una norma del decreto legge si abrogano le disposizioni normative e regolamentari che prevedono la fissazione di tariffe obbligatorie fisse o minime e il divieto di pattuire compensi parametrati al raggiungimento degli obiettivi perseguiti. Per i giuristi può essere una norma controproducente, per gli economisti è un mero contratto incentivante in presenza di asimmetria informativa. I liberi professionisti possono far conoscere agli utenti i servizi offerti attraverso la pubblicità. Si abroga il divieto, anche parziale, di pubblicizzare i titoli e le specializzazioni professionali, le caratteristiche del servizio offerto e il prezzo delle prestazioni. Ancora, l’utente potrà rivolgersi a societa’ multidisciplinari (formate da architetti, avvocati, notai, commercialisti ecc...) grazie all'abrogazione del divieto di fornire all’utenza servizi professionali di tipo interdisciplinare da parte di società di persone o associazioni tra professionisti, fermo restando che il medesimo professionista non può partecipare a più di una società e che la specifica prestazione deve essere resa da uno o più professionisti previamente indicati, sotto la propria personale responsabilità. E poi, per i passaggi di proprietà, si passano alcune competenze al municipio (trasferimento automobili).
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Bersani/1: i 'drivers' del taxi
imagesChe il decreto Bersani segnasse un momento di vita del governo si era capito. Ha svegliato pure questo blog che ha raggiunto, nel precedente post, il record di 60 commenti ( Winkingpur sempre tra i soliti 4 amici, ma sono un segnale della ns voglia di dibattito). I diversi temi si sovrappongono e allora è meglio spezzettarli. Iniziamo con i taxi che, come prevedibile, pur essendo un numero esiguo stanno bloccando le città. Cosa dice Bersani al riguardo?
UNA NOTA DELLA FONDAZIONE CERM
Si elimina il divieto di cumulo delle licenze. Fatta salva la possibilità di conferire nuove licenze secondo la vigente programmazione numerica, i Comuni possono bandire pubblici concorsi e concorsi riservati a chi è già titolare di licenza taxi (in deroga alle attuali disposizioni) per l’assegnazione a titolo oneroso di licenze eccedenti la vigente programmazione numerica. Nei casi in cui i comuni esercitino tale facoltà, i soggetti assegnatari delle nuove licenze non le possono cedere separatamente dalla licenza originaria e devono avvalersi, sotto la propria responsabilità, di conducenti il cui contratto di lavoro subordinato deve essere trasmesso all’amministrazione vigilante entro le ore 24 del giorno precedente il servizio.
I proventi derivanti dall’assegnazione a titolo oneroso delle nuove licenze sono ripartiti tra i titolari di licenza taxi del medesimo comune che mantengono una sola licenza. Inoltre i comuni possono altresì rilasciare titoli autorizzatori temporanei, non cedibili, per fronteggiare eventi straordinari.
In sostanza i passaggi sono tre: (1) programmazione numerica (oggi in Italia c'è un bassissimo rapporto taxi/abitanti cui fa da contrappeso una tariffa/km tra le più alte d'Europa), (2) per i nuovi taxi possono essere rilasciate nuove licenze anche cumulandole con quelle già esistenti; (3) parte dei proventi delle nuove licenze va ai tassisti esistenti. Si tratta di un meccanismo che risponde al problema oggettivo di carenza dell'offerta, prospettando una soluzione che permette nel breve periodo un recupero degli investi sunk sostenuti dai tassisti in modo da evitare il fenomeno dell'hold-up regolatorio (ovvero del deprezzamento della licenza da parte di chi fino a ieri la ha pagata profumatamente).
Il decreto conferisce una scelta ai comuni e alle regioni non un obbligo. Come hanno osservato alcuni economisti su la voce.info, un governo locale non avrà mai la forza di fronteggiare scioperi locali dei tassisti (come avvenne con Rutelli sindaco) e per questo è necessario in questi casi di trasporto locale demandare al governo. Purtroppo le attuali promesse dell'assessore milanese e di quello della regione Lombarda di non attuare il decreto vanno proprio nella opposta direzione di far vincere le lobbies locali. Rinvio ai commenti per suggerimenti bibliografici e per numeri.


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