Quattro (semplici) idee per rilanciare il calcio
imagesimagesimagesimages Lo scandalo del calcio italiano sta assumendo i contorni di una gigantesca storia di conflitto di interessi. La più grande attività sportiva e di intrattenimento nazionale soffre cioè del più grave e diffuso problema culturale, politico ed economico degli italiani: il conflitto di interessi. Non solo l'ex presidente del consiglio è stato insieme il proprietario del soggetto dominante nel mercato della tv in chiaro (pur in un contesto duopolistico) e il presidente dei una delle prime tre squadre di serie A; non solo il presidente della lega calcio è anche il manager della squadra di proprietà dell'ex presidente del consiglio. Si scopre adesso che il manager della Juventus avrebbe gestito per il tramite della società 'gea' un impressionante numero di 'procure' di calciatori, arbitri e persino allenatori. Le 'procure' - per intendersi - sono deleghe a rappresentare gli interessi dei deleganti sul mercato: migliori ingaggi, sponsorship, scambi tra squadre. La società in questione pur essendo collegata con la squadra leader del campionato manteneva tutto il potenziale per influenzare gli assetti di mercato e dunque del campionato. Il quadro che sembra finora emergere dalle intercettazioni è fosco e preoccupante.
Lo scandalo del calcio italiano sta assumendo i contorni di una gigantesca storia di conflitto di interessi. La più grande attività sportiva e di intrattenimento nazionale soffre cioè del più grave e diffuso problema culturale, politico ed economico degli italiani: il conflitto di interessi. Non solo l'ex presidente del consiglio è stato insieme il proprietario del soggetto dominante nel mercato della tv in chiaro (pur in un contesto duopolistico) e il presidente dei una delle prime tre squadre di serie A; non solo il presidente della lega calcio è anche il manager della squadra di proprietà dell'ex presidente del consiglio. Si scopre adesso che il manager della Juventus avrebbe gestito per il tramite della società 'gea' un impressionante numero di 'procure' di calciatori, arbitri e persino allenatori. Le 'procure' - per intendersi - sono deleghe a rappresentare gli interessi dei deleganti sul mercato: migliori ingaggi, sponsorship, scambi tra squadre. La società in questione pur essendo collegata con la squadra leader del campionato manteneva tutto il potenziale per influenzare gli assetti di mercato e dunque del campionato. Il quadro che sembra finora emergere dalle intercettazioni è fosco e preoccupante. Non si tratta solo di influenzare il campionato, si tratta di turbare un mercato con pesanti ripercussioni anche sui risparmiatori che investono nelle azioni delle squadre e sulla vitalità e sul pluralismo del mercato dei media. Vediamo perché.
Il campionato di calcio muove ormai in Italia, in termini di diritti televisivi, una cifra complessiva compresa tra i 600 e gli 800 milioni di euro, al netto dell'inserzionismo pubblicitario. Solo 20 anni fa si trattava di poche decine di milioni. Il salto decisivo è stato generato da tre cause concomitanti: (i) l'avvento nel '96 della seconda piattaforma satellitare, Stream; (ii) il passaggio dalla contrattazione collettiva a quella individuale nella cessione dei diritti televisivi sul campionato; (iii) l'impatto della sentenza comunitaria Bosman sugli incentivi delle squadre alla formazione del 'vivaio' e sulla necessità dei giocatori di trovare buoni intermediari-procuratori.
L'avvento della seconda pay-tv in Italia ha generato un'asta al rialzo per l'acquisizione in esclusiva dei diritti tv sul campionato. E' impressionante il passaggio dal '95 al '97: da poche decine di miliardi di lire di passa a 500 miliardi di lire. Si moltiplicano gli abbonamenti alle pay tv. I costi dei diritti in esclusiva lievitano al punto che le pay-tv sono costrette a racimolare solo perdite fino alla decisione di fondere in un unico soggetto Sky le due piattaforme esistenti. Se il monopsonio di Sky in parte ha mitigato il potere contrattuale delle squadre, esso ha comportato una evidente discriminazione tra squadre forti - Juve, Milan e Inter - e squadre deboli: le prime vedono crescere i propri introiti mentre le altre li vedono diminuire. Questa tendenza, rafforzata dall'assenza di un processo di centralizzazione della vendita dei diritti, crea un circolo vizioso: le squadre più forti diventano sempre pù forti e ottengono risorse aggiuntive e quelle deboli sempre meno competitive. In tale quadro, si fanno sentire gli effetti della sentenza Bosman: il venire meno dei diritti di proprietà delle squadre sul 'cartellino' ne diminuisce gli incentivi a investimenti in formazione di 'capitale umano' ovvero in formazione di 'campioni'.
L'insieme di questi fenomeni comporta che la vitalità del campionato sia compressa e compromessa dall'andamento distorto di due mercati: quello dei diritti televisivi e quello della compravendita dei giocatori. Entrambi i mercati sono poco concorrenziali. Quello dei diritti televisivi è influenzato dal potere oligopolistico di Sky da un lato e di Mediaset e dalla persistenza della vendita esclusiva dei diritti dall'altro, nonché dall'oligopolio delle prime 3-5 squadre del campionato; quello della compravendita dei giocatori è 'controllato' dal soggetto dominante - per stessa ammissione dell'AGCM - ovvero dalla società GEA che ha la procura di un numero elevatissimo di giocatori, controllandone la valutazione di mercato, l'allocazione e - come pare - anche la performance in singole partite. Deve a ciò aggiungersi che lo scambio di giocatori tra squadre agisce sempre di più al fine di rivalutare i bilanci piuttosto che allo scopo di reclutare giocatori effettivi.
Vi è una 'complementarità istituzionale' perversa tra questi diversi contesti economici tale da perpetuare e rafforzare il grado di oligopolio dei mercati interessati a danno della concorrenza, dei consumatori, dei tifosi e della stessa competitività del campionato.
Che fare? Propongo quattro semplici idee dalle quali ripartire.
1. Contrattazione collettiva: i diritti televisivi tornano ad essere proprietà di un organismo centrale rappresentativo il cui controllo deve essere indipendente e non collegato ad alcuna squadra di calcio o soggetto televisivo; essi vengono ceduti - al limite - in esclusiva per piattaforma tecnologica (satellite; cavo; ADSL; DTT; DVBH) fatto salvo l'obbligo di chi acquista di di cederli a pagamento ai concorrenti con un meccanismo di retail minus basato sui costi evitabili (secondo i principi comunitari stabiliti nella sentenza relativa alla concentrazione Sky). Si stabilisce un meccanismo a più parti dinamico di distribuzione degli introiti che tenga conto della posizione assoluta in classifica (rispetto all'anno precedente), di quella relativa (anno corrente), della performance (reti e punteggio) e cosi via.
2. Si forma un albo professionistico degli arbitri e una 'lega' rappresentativa degli stessi arbitri, la cui remunerazione è assicurata da una quota fissa dei proventi derivanti dalla vendita dei diritti televisivi trasferita dalla lega. Gli arbitri vengono sorteggiati il giorno precedente alla partita;
3. Le squadre che formano 'vivaio' ricevono una quota aggiuntiva di proventi parametrata al numero di talenti 'venduti' ogni anno sul mercato;
4. Le società che rappresentano le procure dei giocatori non possono superare un certo tetto massimo sia in termini di numero di giocatori afferenti al medesimo campionato sia in termini di durata contrattuale e rinnovabilità della procura; in ogni caso non possono esservi procuratori collegati a specifiche squadre di calcio.
Bastano per ricominciare, da subito.
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