Un Té con Guido e NY
01/06/06 02:03

[refreshed post] Ci sono giorni in cui si mischiano varie vicende, lontane ed estranee. La cosa sorprendente è il senso che sanno restituirci. Quasi per caso. L'altro giorno, proprio quando l'ex ministro della Repubblica Calderoli insisteva a dire di essere orgoglioso di essere nemico di una parte del mondo arabo, con una sorprendente e stupida leggerezza, mi sono trovato ad incontrare, per motivi di ricerca e di amicizia, un honorable judge nelle sue chambers al 2nd Circuit di Foley Square a New York (nella foto).
Si tratta di un angolo incantato della vecchia New York dove i grattacieli del primo novecento si intrecciano con palazzetti di mattoni rossi e di legno del porto di una volta, dietro il Brooklyn bridge e circondati dai giganti moderni della City. Nella strada che il taxi percorre dal lato Sud, per Foley Square, ripercorro visivamente a ritroso le tappe di chi approcciava, da immigrato, New York, agli inizi del secolo scorso.
Vedo, d'improvviso, la statua della libertà. Sull'isoletta accanto c'è Ellis Island, il posto che ha rappresentato la prima tappa, per le procedure di accoglienza e smistamento, per oltre quindici milioni di immigrati che in nave giungevano dopo settimane,a New York, dove tutto appariva insieme estraneo e possibile. Rifletto sull'America e sull'Italia di allora, sull'orgoglio degli Italiani che hanno saputo crescere e lavorare qui e sulla politica attuale sull'immigrazione che il governo incombente di centro destra, anche in nome dell'amicizia con l'amministrazione Bush, sta realizzando nel nostro paese. Il tassista che mi accompagna è indiano, il portiere del tribunale è asiatico e il giudice che vado a trovare è italiano: si chiama
Guido Calabresi. Per chi studia diritto o law and economics, Guido Calabresi è ben noto. I suoi scritti sull'analisi economica delle regole giuridiche, sulla teoria della responsabilità civile e sulla giustizia sono tra i più citati. Il suo nome, con quello di Coase, è iscritto tra i padri fondatori dell'analisi economica del diritto. Lo vado a trovare per consegnarli alcuni scritti e per programmare altri incontri a Yale con i dottorandi senesi. Guido - cosi si fa chiamare da tutti - "I always go with first names" dice, mi offre un té nelle sue chambers, circondato dai codici, dalla vista del Brooklin Bridge, del fiume Hudson. Dietro la sua grande scrivania, campeggia un altrettanto grande bandiera americana. Parliamo per più di un'ora di property e liability rules, dei diritti di proprietà incompleti, del diverso approccio metodologico tra economisti e giuristi. Guido ha 74 anni, è in splendida forma. Non solo ama il mestiere di giudice, ma anche quello di insegnante. Per anni è stato Dean a Yale e ci tiene ancora a parlare con i giovani e si sorprende, dice, della capacità che i giovani hanno di insegnare le cose attraverso il loro domandare. Guido è un italiano che non ha scelto di andare negli Usa. La sua famiglia riparò a Yale (New Haven, CT) nel '39, quando l'umiliazione fascista impediva ai cittadini di essere uguali e liberi nel luogo in cui erano nati. A New Haven Guido è cresciuto ed ha studiato fino a diventare un punto di riferimento mondiale nella sua disciplina. Sporgendosi dalla finestra delle sue chambers si possono scorgere Ellis Island e la statua della libertà. E si prova un certo orgoglio patriottico a vedere un italiano come Guido davanti alla bandiera americana lì, a pochi chilometri da dove gli italiani aspettavano in fila un destino qualunque tra le valigie di cartone. Mentre nei media si consumava la guerra delle vignette e il nostro paese scimmiottava un'amicizia di facciata con il Presidente Bush, lì, in quell' angolo di New York, al 22 piano del 2nd circuit capivo la grandezza degli Stati Uniti e dell'Italia. Capivo, finalmente, che i governi passano, ma restano le istituzioni che fanno grandi i paesi. Restano gli esempi. I piccoli aneddoti in cui si nascondono storie più grandi. E così il mio té con Guido mi ha riconciliato con la storia delle sofferenze e delle libertà. Con i racconti sui viaggi americani del nonno paterno che non ho mai conosciuto. Con il fatto che New York è più di una città. E' un esempio. Una metafora. E' il mondo come è stato e come lo vorremmo nei colori, nella diversità, nelle opportunità. We all love New York sta scritto in tutte le magliette offerte dai venditori ambulanti. Ed è vero: perchè puoi trovarci un angolo o un minuto che racconta di una storia, dedicata anche a te.