ÿþ<!DOCTYPE html PUBLIC "-//W3C//DTD XHTML 1.0 Strict//EN" "http://www.w3.org/TR/xhtml1/DTD/xhtml1-strict.dtd"> <html xmlns="http://www.w3.org/1999/xhtml"> <head> <meta http-equiv="content-type" content="text/html;charset=iso-8859-1" /> <meta name="generator" content="RapidWeaver" /> <link rel="stylesheet" type="text/css" href="../rw_common/themes/benchdesignfree/styles.css" /><link rel="stylesheet" type="text/css" href="../rw_common/themes/benchdesignfree/css/sidebar/sidebar_right.css" /><link rel="stylesheet" type="text/css" href="../rw_common/themes/benchdesignfree/css/colors/blue.css" /><link rel="stylesheet" type="text/css" href="../rw_common/themes/benchdesignfree/css/width/width_default.css" /><script type="text/javascript" src="../rw_common/themes/benchdesignfree/javascript.js"></script><script type="text/javascript" src="http://www.haloscan.com/members/recent/majister/"> </script> <style type="text/css"> #haloscan-recent { padding: 2px; margin: 2px; } #haloscan-recent a { text-decoration: none; color: #333333;} #haloscan-recent ul { list-style: none; width: 100%; overflow: hidden; margin: 0; padding: 0;} #haloscan-recent li { text-align: justify; list-style: none; margin: 1px;} #haloscan-recent li span.hsrname { color: #06c; font-weight: bold; } #haloscan-recent li span.hsrmsg { font-weight: normal; } </style> <title>Un T&eacute; con Guido e NY</title> </head> <body class="blog-archive-background"> <script type="text/javascript" src="http://www.haloscan.com/load/majister"></script> <!-- <div class="blog-archive-headings-wrapper"> <div class="blog-archive-month">%blog_permalink_name%</div> <div class="blog-archive-link">%blog_permalink_links%</div> </div> --> <div class="blog-archive-entries-wrapper"> <div id="unique-entry-id-13" class="blog-entry"><div class="blog-entry-title">Un T&eacute; con Guido e NY</div><div class="blog-entry-date">01/06/06 02:03 </div><div class="blog-entry-summary"> <img class="imageStyle" alt="images" width="63" height="93" src="page0_blog_entry13_summary_1.jpg"/> [refreshed post] Ci sono giorni in cui si mischiano varie vicende, lontane ed estranee. La cosa sorprendente &egrave; il senso che sanno restituirci. Quasi per caso. L'altro giorno, proprio quando l'ex ministro della Repubblica Calderoli insisteva a dire di essere orgoglioso di essere nemico di una parte del mondo arabo, con una sorprendente e stupida leggerezza, mi sono trovato ad incontrare, per motivi di ricerca e di amicizia, un honorable judge nelle sue chambers al 2nd Circuit di Foley Square a New York (nella foto). <br />Si tratta di un angolo incantato della vecchia New York dove i grattacieli del primo novecento si intrecciano con palazzetti di mattoni rossi e di legno del porto di una volta, dietro il Brooklyn bridge e circondati dai giganti moderni della City. Nella strada che il taxi percorre dal lato Sud, per Foley Square, ripercorro visivamente a ritroso le tappe di chi approcciava, da immigrato, New York, agli inizi del secolo scorso. <br />Vedo, d'improvviso, la statua della libert&agrave;. Sull'isoletta accanto c'&egrave; Ellis Island, il posto che ha rappresentato la prima tappa, per le procedure di accoglienza e smistamento, per oltre quindici milioni di immigrati che in nave giungevano dopo settimane,a New York, dove tutto appariva insieme estraneo e possibile. Rifletto sull'America e sull'Italia di allora, sull'orgoglio degli Italiani che hanno saputo crescere e lavorare qui e sulla politica attuale sull'immigrazione che il governo incombente di centro destra, anche in nome dell'amicizia con l'amministrazione Bush, sta realizzando nel nostro paese. Il tassista che mi accompagna &egrave; indiano, il portiere del tribunale &egrave; asiatico e il giudice che vado a trovare &egrave; italiano: si chiama <strong><a href="http://www.law.yale.edu/faculty/GCalabresi.htm" rel="self">Guido Calabresi. </a></strong></div><div class="blog-entry-body">Per chi studia diritto o law and economics, Guido Calabresi &egrave; ben noto. I suoi scritti sull'analisi economica delle regole giuridiche, sulla teoria della responsabilit&agrave; civile e sulla giustizia sono tra i pi&ugrave; citati. Il suo nome, con quello di Coase, &egrave; iscritto tra i padri fondatori dell'analisi economica del diritto. Lo vado a trovare per consegnarli alcuni scritti e per programmare altri incontri a Yale con i dottorandi senesi. Guido - cosi si fa chiamare da tutti - "I always go with first names" dice, mi offre un t&eacute; nelle sue chambers, circondato dai codici, dalla vista del Brooklin Bridge, del fiume Hudson. Dietro la sua grande scrivania, campeggia un altrettanto grande bandiera americana. Parliamo per pi&ugrave; di un'ora di property e liability rules, dei diritti di propriet&agrave; incompleti, del diverso approccio metodologico tra economisti e giuristi. Guido ha 74 anni, &egrave; in splendida forma. Non solo ama il mestiere di giudice, ma anche quello di insegnante. Per anni &egrave; stato Dean a Yale e ci tiene ancora a parlare con i giovani e si sorprende, dice, della capacit&agrave; che i giovani hanno di insegnare le cose attraverso il loro domandare. Guido &egrave; un italiano che non ha scelto di andare negli Usa. La sua famiglia ripar&ograve; a Yale (New Haven, CT) nel '39, quando l'umiliazione fascista impediva ai cittadini di essere uguali e liberi nel luogo in cui erano nati. A New Haven Guido &egrave; cresciuto ed ha studiato fino a diventare un punto di riferimento mondiale nella sua disciplina. Sporgendosi dalla finestra delle sue chambers si possono scorgere Ellis Island e la statua della libert&agrave;. E si prova un certo orgoglio patriottico a vedere un italiano come Guido davanti alla bandiera americana l&igrave;, a pochi chilometri da dove gli italiani aspettavano in fila un destino qualunque tra le valigie di cartone. Mentre nei media si consumava la guerra delle vignette e il nostro paese scimmiottava un'amicizia di facciata con il Presidente Bush, l&igrave;, in quell' angolo di New York, al 22 piano del 2nd circuit capivo la grandezza degli Stati Uniti e dell'Italia. Capivo, finalmente, che i governi passano, ma restano le istituzioni che fanno grandi i paesi. Restano gli esempi. I piccoli aneddoti in cui si nascondono storie pi&ugrave; grandi. E cos&igrave; il mio t&eacute; con Guido mi ha riconciliato con la storia delle sofferenze e delle libert&agrave;. Con i racconti sui viaggi americani del nonno paterno che non ho mai conosciuto. Con il fatto che New York &egrave; pi&ugrave; di una citt&agrave;. E' un esempio. Una metafora. E' il mondo come &egrave; stato e come lo vorremmo nei colori, nella diversit&agrave;, nelle opportunit&agrave;. We all love New York sta scritto in tutte le magliette offerte dai venditori ambulanti. Ed &egrave; vero: perch&egrave; puoi trovarci un angolo o un minuto che racconta di una storia, dedicata anche a te.üÿ<div class="blog-entry-comments"><a href="javascript:HaloScan('rw-unique-entry-id-13-page0');"><script type="text/javascript">postCount('rw-unique-entry-id-13-page0');</script></a> | <a href="javascript:HaloScanTB('rw-unique-entry-id-13=page0');"><script type="text/javascript">postCountTB('rw-unique-entry-id-13-page0'); </script></a></div></div></div> </div> </body> </html>