Law & Economics
Pentiti&Antitrust: vera concorrenza o finta deterrenza?
Pasted Graphic di Antonio
Nella stessa settimana, due applicazioni della recente riforma della Legge antitrust che attribuisce all'Autorità il potere di 'perdonare': riducendo le sanzioni o accettando impegni che diventano vincolanti per le imprese. Il primo è un caso di cartello e il secondo è un caso di abuso. In entrambi i casi, l'Autorità guidata da Catricalà esibisce con soddisfazione la 'certezza' del risultato. Una soddisfazione forse condivisible per il cartello, ma problematica per l'abuso. E in ogni caso si pone un problema di incentivi se l'Autorità perdonasse troppo: non è che troppo pentitismo ex-post elimina ogni deterrenza ex-ante?

IL CARTELLO
L’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato ha infatti deciso di non applicare la sanzione nei confronti del gruppo Trombini, attivo nella produzione dei pannelli truciolari, per il decisivo apporto fornito nella scoperta dell’intesa fra le aziende del settore. L’Autorità ha invece condannato altre 8 imprese al pagamento di multe per un totale di oltre 31 milioni di euro. L’Autorità ha contestato alle quattro imprese del gruppo Saviola (Sacic Legno S.r.l., Sia – Società Industria Agglomerati S.r.l., Sit – Società Industria Truciolari S.r.l., Sama S.r.l.) al Gruppo Frati S.p.A., alla SAIB - Società Agglomerati Industriali Bosi S.p.A., alla Fantoni S.p.A. e a Xilopan S.p.A. un’intesa finalizzata al contingentamento della produzione, alla ripartizione della clientela, al coordinamento dei prezzi e delle altre condizioni commerciali. Le parti, che rappresentano oltre l’80% delle vendite nel mercato, hanno inoltre concertato le politiche di approvvigionamento della materia prima nel mercato dei pannelli truciolari grezzi e nobilitati. Si tratta di comportamenti, durati dal gennaio 2004 al novembre 2005, che hanno prodotto effetti sul mercato interessato, caratterizzato, prima della costituzione del cartello, da un elevato grado di variabilità dei prezzi al pubblico. Dall’istruttoria è emerso che le parti si incontravano a scadenze ravvicinate, settimanali o bisettimanali, per concordare la variazione dei listini, il trattamento da riservare alla clientela, differenziandolo in base alle dimensioni delle forniture, alla localizzazione geografica dei clienti ed alle condizioni di pagamento da questi prescelte, ma anche per congelare posizioni di mercato detenute da ciascuna impresa e convenzionalmente fissate, ricorrendo al contingentamento della produzione e alla ripartizione della clientela. Per l’Autorità le imprese hanno concordato il mantenimento di un artificiale equilibrio di mercato, cristallizzando le quote di mercato e massimizzando i profitti attraverso la fissazione concertata dei prezzi e delle altre condizioni di vendita dei pannelli truciolari grezzi e nobilitati. La stabilità dell’intesa è stata assicurata anche dalla previsione esplicita di forme di ritorsione consistenti nella minaccia costante e credibile di una guerra dei prezzi.

L'ABUSO
Il caso di abuso di posizione dominante collettiva si riferisce invece - tra le altre cose - all'illegittimo rifiuto da parte di TIM, VODAFONE, WIND di concedere l'accesso alla propria rete ai cd. operatori mobili virtuali, reseller che farebbero sulla rete mobile ciò che per esempio TELE2 fa oggi con la rete fissa di Telecom. Sulla base di alcuni contratti sottoscritti prima della conclusione dell'istruttoria, l'Autorità ha concluso senza sanzione il procedimento contro Vodafone, nella convinzione che quei contratti fossero sufficienti ad eliminare l'abuso e quindi - data la natura della fattispecie relativa ad un abuso di posizione dominante collettiva, molto complessa per la verità - a garantire un assetto concorrenziale del mercato. La decisione AGCM in realtà non ha convinto l'AGCOM. Ad occhio, resta qualche perplessità. Vodafone ha presentato degli impegni asseritamente volti a porre fine ad uno dei due effetti di cui ai rispettivi profili abusivi contestati. In particolare, Vodafone ha presentato evidenza di un contratto di fornitura all’ingrosso per un ESP (Enhanced Service Provider). Ci si chiede qui quali condizioni minime dovrebbe soddisfare un tale impegno per produrre effetti economici sul mercato tali da modificare credibilmente, tempestivamente, efficacemente e in via duratura il contesto strategico determinato, ad oggi, sul mercato dall’abusivo rifiuto a contrarre.
Molto schematicamente, queste condizioni minime sono due: (1) la fornitura deve garantire, quanto alle condizioni commerciali pattuite e agli effetti attesi sul mercato, l’accesso ad un operatore efficiente tale da generare una concorrenza credibile e commercialmente autonoma sul mercato retail; (2) la fornitura deve essere sufficiente a generare, di per sé, sul mercato uno scostamento strutturale dall’equilibrio esistente e, in particolare, uno spostamento dall’equilibrio in cui nessuno fornisce a quello in cui tutte le imprese hanno incentivo a fornire.
Partiamo da quest’ultima condizione per poi analizzare la prima. Se l’impegno proposto da Vodafone non fosse infatti tale da generare un mutamento strutturale del mercato, e dunque uno spostamento permanente da un equilibrio all’altro nel gioco di coordinamento, è evidente che permarremo nella situazione precedente, con l’aggravante di legittimarla, paradossalmente, come esito pro-concorrenziale della stessa azione antitrust che intendeva rimuoverla. L’impegno di Vodafone deve dunque deve essere necessariamente tale da modificare strutturalmente gli incentivi delle imprese concorrenti in merito alla fornitura dell’accesso. A quel punto, in effetti, non sarebbe nemmeno necessario ‘imporre’ alle imprese concorrenti, in quanto sarebbe nel proprio interesse ‘replicare’ le strategie di Vodafone. Fornendo a loro volta l’accesso a operatori virtuali efficienti, i concorrenti di Vodafone risparmierebbero i costi evitabili e cercherebbero di respingere l’assalto di Vodafone, e del ‘suo’ MVNO, sulle proprie quote di mercato. In tal modo perderebbero certamente una parte delle rendite, rispetto all’equilibrio ex-ante di non fornitura, ma internalizzerebbero una parte delle perdite associate alla sola fornitura operata da Vodafone ad un operatore efficiente. Si tratterebbe cioè di un equilibrio di ‘second best’ necessitato e indotto proprio dalla decisione di Vodafone di fornire l’accesso. Ma ciò ci riporta alla prima condizione: l’operatore cui Vodafone concede l’accesso deve essere un operatore efficiente, autonomo nelle proprie decisioni commerciali e fortemente incentivato a promuovere un’azione pro-concorrenziale (di tipo ‘maverick’ ) sul mercato.Occorre allora semplicemente domandarsi se tali condizioni siano oggi soddisfatte dall’accordo siglato da Vodafone. La risposta appare decisamente negativa per diverse ragioni: (a) Non si tratta di una offerta universale all’accesso volta a selezionare, per successiva adesione, l’operatore più efficiente sulla base di criteri oggettivi, equi, non discriminatori, bensì di un accordo verticale unico, non ripetibile, nei confronti di un concorrente potenziale selezionato arbitrariamente e discrezionalmente dall’operatore dominante di riferimento; (b) Non si tratta di un contratto MVNO ma di un ben più limitato contratto ESP, ovvero di una tipologia di fornitura che in nessun caso può definirsi come equiparabile, in termini concorrenziali, all’attività retail attualmente svolta dalle imprese oligopolistiche e dunque incapace, per definizione, di svolgere alcuna credibile azione disciplinante, sul mercato retail, delle attuali posizioni dominanti; (c) La natura del contratto appare più come una intesa esclusiva di dealership verticale, con evidenti effetti verticali di coordinamento (resale price maintenance) che come un tipico rimedio antitrust, il quale dovrebbe attribuire a terze parti una call option, obbligatoriamente rivolta a tutti i soggetti interessati che soddisfino determinati requisiti, sulla quale il titolare della risorsa non può né deve esercitare alcuna forma di pressione o di discrezionalità; (d) Gli effetti verticali di coordinamento tra Vodafone e il suo ESP non modificano ma anzi favoriscono gli effetti orizzontali di coordinamento tra le imprese oligopolistiche.
Vedremo come si comporterà l'AGCM nei confronti di TIM e WIND che non hanno ad oggi presentato impegni.

Come si vede, a mio modesto avviso, il caso di abuso presenta profili più complessi del caso del cartello, e peraltro in un mercato molto più rilevante per l'economia italiana. Si ha il sospetto che nel 'gioco' di deterrenza/sanzione/clemenza l'Autorità possa dimenticare che la carota è efficace quando l'aspettativa del bastone è credibile. Perdonare sempre può indurre incentivi perversi: violare la legge antitrust sempre, essendo disposti a cedere semmai rendite ex-post, in fase di negoziazione degli impegni, se e quando si viene 'beccati'...


PER SAPERNE DI PIU'

Bloom M. (2006), “Despite its great success, the EC Leniency Program faces great
challenge”. EUI-RSCAS/EU Competition 2006 – Proceedings.
Brenner S. (2005), “An Empirical Study of the European Corporate Leniency Program”.
Mimeo.
Chamberlin E. (1933), The Theory of Monopolistic Competition. Cambridge: Harvard University
Press.
Gambetta D. e P. Reuter (1995), “Conspiracy among the Many: The Mafia in Legitimate
Industries”. In Fiorentini G. e S. Pelzman (eds.), pp. 116-36.
Harrington J.E.Jr. (2006), “Corporate Leniency Programs and the Role of Antitrust
Authority in detecting Collusion”. Mimeo.
Harsanyi J.C. e R. Selten (1988), A General Theory of Equilibrium Selection in Games. Cambridge
(Ma):The MIT Press.
Motta M. e M. Polo (2003), “Leniency Programs and Cartel Prosecution”. International Journal
of Industrial Organization, 21(3):347-79.
Spagnolo G. (2000), “Optimal Leniency Programs”. Mimeo.
Spagnolo G. (2001), “Leniency Programs, Mergers and Collusion”. Mimeo.
Spratling G.B. (1998), “The Corporale Leniency Policy: Answers to Recurring Questions.
Mimeo.
Zhou Jun (2004), “Leniency as a Principal Agent Problem”. Mimeo.

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Nasce la legge annuale per la concorrenza
Pasted Graphicdi Antonio
Si tratta di una vecchia proposta, lanciata a più riprese da Pier Luigi Parcu, da ultimo qui, e rilanciata anche attraverso i-com e qui, su questo blog. La proposta è stata finalmente accolta in un emendamento inserito dal relatore sul decreto Bersani sulle liberalizzazioni, il parlamentare Andrea Lulli, recentemente intervenuto a i-com, che ringraziamo e con il quale ci complimentiamo.
Notizie più dettagliate su Il Sole 24Ore di ieri. L'idea è che nel calendario parlamentare dovrebbe quindi essere prevista, una volta l’anno, o anche solo una volta ogni due anni, una "Legge per la concorrenza" il cui scopo "ordinario" potrebbe essere proprio quello di esaminare, e eventualmente recepire, le segnalazioni delle Autorità indipendenti in materia di concorrenza e funzionamento dei mercati. In un circolo virtuoso, consapevoli dell’appuntamento, le stesse Autorità di regolazione potrebbero focalizzare meglio la propria opera di advocate, magari concentrandola su temi più urgenti o rilevanti per la stato dell’economia. Inoltre, una volta deciso l’appuntamento annuale o biennale, esso potrebbe attrarre molte altre questioni rilevanti, sempre in materia di concorrenza. Così, da semplice occasione di abrogazione di norme negative, "la legge per la concorrenza" potrebbe anche diventare l’appuntamento per l’avanzamento di riforme positive, già previste o comunque necessarie. In sostanza, si potrebbe creare un’occasione unificante per concentrare gli sforzi delle Autorità, delle associazioni dei consumatori, della società civile, al fine di riesaminare dal punto di vista della promozione della concorrenza e degli interessi collettivi, la normativa esistente e sviluppare i nuovi interventi di liberalizzazione necessari. La legge sulla concorrenza potrebbe essere esaminata lontano dalla sessione di bilancio, magari all’epoca dell’esame del documento di programmazione economica e finanziaria, perché naturalmente dovrebbe essere pensata come una legge di riforme sostanzialmente senza costo per l’erario.
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Doing (really) Business?
Home di Antonio
Sono stati diffusi in questi giorni i nuovi dati del rapporto "Doing Business-benchmarking business regulations" della Banca Mondiale. Si tratta di un ranking internazionale che ha - dichiaratamente - come unica finalità quella di stabilire la facilità di fare business in 175 paesi, tra cui l'Italia. Gli indicatori prescelti sono Starting a Business, Dealing with Licenses, Employing Workers, Registering Property, Getting Credit, Protecting Investors, Paying Taxes,Trading Across Borders, Enforcing Contracts,Closing a Business. Inutile dire che l'Italia è messa molto male nel complesso, superata abbondantemente da paesi improbabili. Ma non mancano debolezze metodologiche.
Nell’indicatore denominato “starting a business”, ad esempio, l’Italia registra una delle migliori performance ma si classifica al 52° posto tra i 175 paesi analizzati. In particolare appaiono eccessivi non tanto i tempi (in giorni) ma il numero di procedure (9) e il costo per intraprendere un’attività imprenditoriale (15.2 % del reddito pro-capite). Sempre dal report “Doing Business” è interessante l’indicatore “paying taxes”, in particolare il parametro che riflette il tempo (in ore) per preparare, archiviare e pagare le tasse sul reddito d’impresa, sul valore aggiunto e i contributi sociali e previdenziali. A dispetto un numero relativamente basso di tasse (number of payments) il tempo è tra i più alti dei paesi OECD. In media sono necessari 24 ore (1 giorno) per ogni pagamento.Lo stesso vale per il parametro “dealing with licences”; malgrado le procedure siano relativamente poche il tempo ‘speso’ è tra i più alti.
L’introduzione nei dibattiti di politica economica di tali indicatori ha il merito di aver posto l’attenzione sul ruolo del contesto istituzionale che circonda la ‘transazione economica’, sebbene essa mostri tre debolezze metodologiche che è bene richiamare. La prima riguarda, più in generale, la circostanza che il frammentare e il ridurre la comparazione di sistemi del tutto diversi, sotto il profilo giuridico ed istituzionale, a semplici indicatori omogenei e confrontabili può indurre a sotto-stimare specificità locali e in particolare il ruolo svolto da talune forme di regolazione nel minimizzare costi di transazione altrimenti rilevanti. La seconda debolezza metodologica è relativa al fatto che alcune indagini, quale quella della Banca Mondiale, si basano su rilevazioni di natura soggettiva, come la redazione di questionari da parte di esperti nazionali, rispetto alle quali il soggetto intervistato può, consapevolmente o meno, orientare la propria risposta sulla base di convincimenti o obiettivi particolari, data la crescente rilevanza politica e mediatica assunta dalla diffusione dei risultati di queste indagini. Infine, si deve rilevare che in molte circostanze l’effettivo funzionamento della specifica norma o regola oggetto di indagine talvolta assume costi, modalità di applicazione e grado di perentorietà diversi da quanto apparentemente rinvenibile sulla base di un’analisi superficiale della stessa.
I redattori del rapporto insistono nel dire che si tratta di un indicatore di benchmarking relativo tra i paesi considerati in merito alla facilità di fare business e NON di un indicatore dell'effettiva competitività dei diversi sistemi. Resta tuttavia il fatto che cosi viene interpretato e che alla fine i media si riferiscano al benchmarking proprio come ad un ranking della competitività del sistema paese.
Da una parte queste analisi sono utili per stimolare riforme pro-concorrenziali e abbattere costi amministrativi 'evitabili'. Dall'altra, tuttavia, non considerano altri elementi 'non spiegati' che evidentemente sono centrali, visto che l'Italia registra comunque uno die più elevati tassi di nascita delle imprese, sicuramente più elevato di altri paesi che secondo la Banca Mondiale dovrebbero starci sopra nel ranking Doing Business.
Ci sono cioè due grandi punti interrogativi: come mai paesi che hanno un ranking migliore dell'Italia nel doing business report stanno molto dietro quanto a tassi di nascita delle imprese? Come mai l'Italia registra alti costi per fare business ma registra alti tassi di nascita? Evidentemente c'è molto di 'non spiegato' in queste analisi. Sarebbe utile allora un'analisi ecometrica che prenda un campione di paesi e si chieda se esista una correlazione tra il miglioramento della performance economica delle imprese e il tasso di crescita di posizione nel ranking Doing Business degli ultimi anni. Se, come mi aspetto, questa correlazione non è particolarmente significativa, dovremmo guardare al Doing Business con un certo disincanto e proporne l'integrazione con nuovi indicatori.
PIù utile, come ho avuto occasione si suggerire in un recente contributo, farci da noi in Italia un Doing Business in Italia, comparando le regolamentazioni delle diverse regioni.
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La soluzione regolatoria per Telecom? Open Network
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In questi giorni di confusione su Telecom, vanno senz'altro apprezzate le mosse tempestive del Ministro Gentiloni: (i) ribadire che la separazione della rete (proprietaria o gestionale) è possible ma come intervento della competente autorità sull'esempio inglese (al netto dunque di accuse di intromissione dirigista sul mercato); (ii) annunciare un intervento del governo volto a potenziare i potere dell'autorità di settore; (iii) assicurarsi una sponda comunitaria in diretto contatto con il Commissario europeo alla concorrenza. Il modello che si intende seguire è quello dell'Open Reach inglese. Che però forse in Italia andrebbe esteso in un nuovo modello denominabile come Open Network.
Di che si tratta? Mentre l'Open reach fa riferimento all'idea di una rete terza che assicuri parità di accesso (meglio 'equivalenza') ai concorrenti, nel caso italiano si tratta di fare un passo in più. Il problema attuale della rete Telecom non è infatti solo quello di assicurare terzietà all'accesso alla rete che per larga parte costituisce una risorsa essenziale e quindi non duplicabile. Il problema è oggi anche quello di assicurare - sotto qualunque proprietà privata dell'incumbent - opportuni incentivi alla realizzazione di investimenti che ne consentano l'upgrade nella prospettiva delle next generation networks. Di per sé la separazione della rete, secondo il modello inglese open reach, non garantisce questo. Anzi, si potrebbe argomentare come sotto il profilo degli incentivi, la terzietà della rete potrebbe diminuire gli incentivi all'upgrade della risorsa essenziale. Peraltro i concorrenti sono disincentivati dalla circostanza che Telecom ha sempre inseguito e spiazzato gli investimenti innovativi dei concorrenti (ad es. xDSL ha seguito e spiazzato gli inv in fibra ottica dei concorrenti). Occorre allora pensare ad un meccanismo che assicuri insieme terzietà e incentivi all'pgrade della rete. Come si può fare? Un modello di riferimento è quello - opportunamente aggiustato - dell'open source ma applicato alla rete. Lo definirei OPEN NETWORK. SI tratta di immaginare un sistema regolatorio in base al quale si apre un mercato per l'accesso agli investimenti sulla rete di Telecom. Si tratterebbe di investimenti complementari e di natura cooperativa per chi li effettua: telecom e i concorrenti avrebbero il diritto ad effettuare investimenti complementari innovativi sulla rete esistente ricevendone due benefici: (i) in termini di reddito residuale su ogni abbonato collegato alla rete; (ii) in termini di crescita dei propri abbonati. Con questo sistema la concorrenza si sposta anche al livello upstream della rete. I concorrenti investirebbero sapendo che il proprio investimento non sarebbe spiazzato da un tardivo upgrade di Telecom, come avverrebbe su reti separate concorrenti e ricevendo una percentuale della revenue per abbonato (proprio o dei concorrenti). Il titolare della rete sarebbe incentivato a investire perché sa che in sua vece lo faranno i concorrenti i quali manterrebbero i diritti di proprietà sulla porzione di rete innovativa (e complementare) a quella esistente. Il risultato è una rete nella quale sia garantito sia l'accesso ai concorrenti, sia l'incentivo all'innovazione. Nell'ipotesi di OPEN NETWORK si affiancherebbero due regimi di diritti di proprietà: quello tradizionale sulla rete esistente e quello addizionale e complementare sulle porzioni di rete innovativa. Si può anche immaginare un sistema di call e/o di put che permetta la ricongiunzione della proprietà dopo un certo periodo di tempo. Mi pare un meccanismo, certo complicato, ma virtuoso rispetto alle alternative della (1) proprietà verticalmente integrata in capo all'incumbent, (2) open reach con accesso dei concorrenti ma senza garanzia di investimenti innovativi. Peraltro l'OPEN NETWORK permette di ottenere i risultati sperati senza preoccuparsi tanto della identità nazionale del proprietario della rete.


E lo Spettro? Qui un mio recente intervento.
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Ma i fannulloni son sempre almeno due
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C'è un pezzo che manca nel dibattito italiano sui fannulloni, di cui ci siamo occupati anche qui, specie nella PA. Conosciamo tutti nei luoghi in cui lavoriamo almeno un fannullone. Quelli che lasciano i computer accesi e la giacca sulla sedia per segnalare che sono li, da qualche parte, al lavoro. Quelli che sono ormai degli artisti, dei virtuosi del tesserino. Quelli che - sulla carta - sono bravissimi a dimostrare la loro presenza e attività. Molti ritengono che questi fannulloni sono tali perché manca un sistema di premi/sanzioni, soprattutto sanzioni. La minaccia di indurre all'exit non vale più, con lo strano paradosso di non realizzare gli incentivi che la teoria degli efficiency wages ci suggerisce. Eppure: mi sono convinto che dove c'è un fannullone, ce ne sono almeno due.
E' la vecchia storia del controllato e del controllore, ma un po' rivista. L'altro fannullone, quello che non si vede, è colui che dovrebbe motivare, incalzare, incentivare, formare il primo fannullone. Nel solitario ritirarsi dei fannulloni c'è una tristezza di fondo: il mancato interesse alla partecipazione, alla inclusione, al sentirsi parte di una mission e di un progetto. E non è sempre e solo colpa loro. C'è qualcun altro che fa il fannullone ed è quello che non si occupa dei fannulloni. Non li motiva, non li coinvolge, non li forma, non sa valorizzarli. Se il controllore è un fannullone, diventa persino difficile capire dove sta la causa e dove l'effetto.
E' vero. Come direbbe il poeta, ci sono casi per i quali "non si può cavare il sangue dalle pietre". Ma l'impegno o l'effort è molto spesso un fatto di team e non un caratteristica individuale del talento.
Ne consegue che non basta licenziare per risolvere il problema del fannullonismo. Occorrono incentivi e soprattutto un design organizzativo volto a valorizzare esperienze di team e i formazione reciproca e continua. Se i fannulloni sono due, anche i rimedi devono tenerne conto.
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Italianity
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Dunque, ricapitoliamo. Nelle ultime settimane accadono tre cose: (1) Enel entra in Spagna su Endesa; (2) Swisscom lancia un'offerta su Fastweb; (3) Tronchetti Provera riesce a piazzare 2/3 di Olympia, controllante di Telecom Italia, a una cordata composta da giganti tlc Usa e Messicani. Il risultato? Tutti contenti per Enel che diversifica, ma tutti preoccupati sulla perdita di Italianità per la rete telefonica, sia quella piccola ma innovativa di Fastweb, sia quella capillare e nazionale di Telecom. Italianità ha molti significati. Il primo è: provincialismo.
Ci piace pensare di andare in altri mercati a comprarci le reti nazionali, ma temiamo l'ingresso di stranieri in Italia. Ci sono due preoccupazioni: quella di rompere l'equilibrio 'sistemico' tra un certo capitalismo e un certo sindacato; quello - più motivato - che è preoccupato non tanto dell'ingresso di stranieri per il controllo delle imprese, quanto per l'incapacità del capitalismo italiano di essere competitivo. Insomma se gli stranieri comprano le imprese italiane è perché vi vedono investimenti produttivi, mercati potenziali in crescita e così via. E' possibile che non esista in Italia una classe dirigente capace di imitare gli stranieri in casa? Forse si. Gli stranieri vedono prospettive rosee, ma soprattutto sanno assumersi i rischi. Evidentemente c'è un capitalismo italiano che quella parole - rischio - proprio non la ama e non la vuole sentire.
Con Pier Luigi Parcu presentiamo alla conferenza ISNIE 2007 un paper che prova a indagare su questo tema della concorrenza 'transazionale', che già mandò a casa il Governatore Fazio. Quello che pensiamo più o meno è questo: se il business di cui parliamo è specifico al paese (come quando ci si compra asset infrastrutturali o reti), la proprietà rileva meno, il business è inevitabilmente 'italiano' comunque. Se invece il business non è specifico (come nel caso della distribuzione alimentare) allora l'ingresso in Italia di stranieri potrebbe avere le caratteristiche hit-and-run e prevenire investimenti da parte di stranieri, pronti a chiudere e ad uscire al minimo rischio. Ebbene i quei casi dovremmo preoccuparci dell'Italianità. Ma come? Non certo chiudendo le barriere al commercio infracomunitario, cosa peraltro proibita dal Trattato UE. Piuttosto assicurandoci reciprocità. Se i francesi possono entrare con Auchan, Carrefour e cosi via - con il rischio peraltro di far cadere la domanda per prodotti italiani - allora dobbiamo essere certi che sia possibile anche il reciproco: imprese italiane possono entrare senza subire barriere ingiustificate all'entrata in Francia e cosi via. Insomma la concorrenza si combatte con la reciprocità.
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Semplificate, semplificate! Qualcosa resterà
imagesdi Antonio
Ci siamo. Dopo diversi mesi, l'Unità per la semplificazione e la qualità della regolazione, presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, ha redatto il Piano annuale per la semplificazione, approvato dal Comitato Interministeriale. Per quello che vale, sono contento di aver potuto dare il mio piccolo contributo. Un passo importante è stato anche l'accordo stato-regioni raggiunto sul tema. Si tratta di un percorso tanto difficile, quanto necessario. Appena sarà reso pubblico, linkerò qui il piano e accoglierò volentieri ogni suggerimento per il lavoro futuro. L'Unità infatti si è articolata in gruppi e ha intenzione di procedere fattivamente e rapidamente a colmare il forte ritardo dell'Italia sull'adozione di queste politiche. Gli economisti siamo pochi, ma battaglieri!
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L'Antitrust al tempo della politica
Pasted Graphic di Antonio
Sono stati nominati, dai presidenti di Senato e Camera, i due commissari vacanti al vertice dell'Antitrust. Come saprete, si tratta di due persone che rientrano senz'altro nelle due caratteristiche individuate in via esclusiva dalla legge: entrambi vengono dal mondo universitario ed entrambi hanno ricoperto ruoli di rilievo. Sotto questo profilo, c'è una certa distanza, nel merito, rispetto alle precedenti nomine operate dai passati presidenti di camera e senato. Eppure, diverse voci si sono levate contro queste nomine, in particolare Perotti e poi De benedetti su Il Sole. E non ci sembra abbiano torto.
Nessuno mette in dubbio le capacità general-purpose e l'indipendenza dei nuovi commissari (specie e soprattutto se li confrontiamo con i precedenti nominati durante il governo Berlusconi), ma non si può non notare il prevalere di un approccio di normalizzazione dell'attività Antitrust. I commissari non sono esperti di antitrust. Due di loro vengono da altre autorità 'settoriali' e ciò avanza il rischio della creazione di 'commissari di professione' che andrebbe evitata perché induce gli stessi commissari a 'segnalarsi' al mondo politico e dunque ad essere 'influenzati' nelle loro scelte. Intendiamoci: c'é chi sostiene che proprio la mancata specializzazione sia un bene: in questo modo i commissari sarebbero capaci di visioni più ampie rispetto all'unica visione antitrust promossa dai funzionari. Tesi affascinante ma non condivisibile. Oggi l'antitrust è un campo privilegiato di confronto tra giuristi ed economisti e un serio approccio antitrust richiede una elevata conoscenza tecnica e rapidità di intervento. Nomine 'generaliste' sviliscono innanzitutto quanti - e sono tanti - hanno fatto di questo tema il loro oggetto di studio e di ricerca applicata. A parte i funzionari, non vi é dubbio che i maggiori esperti di antitrust oggi si trovino fuori e non dentro l'Autorità, il che contrasta con gli esempi internazionali che osserviamo. Minore capacità tecnica significa maggiore discrezionalità e maggiore interdipendenza con il mondo economico e politico. Il precedente presidente amava agire con i casi, parlare con le sentenze. L'attuale ha assunto l'advocacy come principale linea di azione, aiutato in questo dai nuovi poteri conferiti dal Decreto Bersani. Siamo obiettivamente di fronte ad un antitrust indebolito nello spirito, nell'azione e nelle finalità. Non è un caso che questo avvenga dopo che l'antitrust è stato arricchito di competenze aggiuntive sul credito e sul conflitto di interessi. L'unica cosa che ci rassicura è la competenza dei funzionari e dei direttori che vi lavorano, ostinatamente, nonostante tutto. Ma non possiamo non dire che - anche in questo campo - ci aspettavamo qualcosa di diverso, quel mitico segnale di discontinuità che non riusciamo ancora a scorgere.
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Bersani2: competition on demand side
Pasted Graphic di Antonio Nicita
Sono stati fatti molti commenti sul secondo pacchetto di liberalizzazioni Bersani-Rutelli, ma poche analisi si sono concentrate sul significato di una 'lenzuolata' che certo non esaurisce - per stessa ammissione dei proponenti - una politica che coinvolgerà presto non solo i servizi pubblici locali, ma anche le reti energetiche e le infrastrutture di trasporto. Queste liberalizzazioni possono essere sintetizzate come 'competition on demand side'. Vediamo perché e quali obiettivi perseguono.
Gran parte degli strumenti mirano a ridurre, per legem, costi di accesso (caso delle ricariche) e costi di uscita e di switch dei consumatori in settori che sono caratterizzati da oligopolio o da concorrenza monopolistica. Secondo alcuni, che riprendono i celebri argomenti di Bork (1978) e di Posner (1980), le forme di vincolo ai consumatori finali nascondono ragioni di efficienza, quali la remunerazione di investimenti innovativi specifici,in presenza di incertezza e di incompletezza contrattuale (Williamson, 1985; Klein, 1990). Peraltro, anche nei casi in cui i costi di uscita agiscono da esclusiva di fatto, le limitazioni poste ex-post sulla concorrenza non sarebbero ignote ai consumatori al momento della stipula dei contratti e dunque sarebbero da questi calcolati, internalizzati e accettati. In realtà, come dimostrarono già Aghion e Bolton (1988), vincoli all'uscita dei consumatori implicano erezione di barriere strategiche all'entrata. Anche consumatori sofisticati che scambiano benefici ex-ante versus costi di uscita ex-post, finiscono per essere esposti pertanto al potere monopolistico del contraente. A ciò si aggiunge la circostanza (Ennis e Heimler, 2004) che in mercati caratterizzati da switching costs, la concorrenza effettiva avviene solo alla scadenza dei contratti e solo i consumatori sofisticati sono in grado di affrontare i costi di search necessari ad incoraggiare entrata o attivismo dei concorrenti. Ciò comporta che l'assenza di mobilità dei consumatori sia compatibile anche con mercati 'apparentemente' concorrenziali quanto a numero di consumatori e di imprese concorrenti. Tali situazioni sono difficilmente scardinabili con azioni antitrust e o di regolamentazione settoriale. La 'lenzuolata' funziona in questo senso: liberalizza dal lato della domanda e rivela come a volte sia necessaria una legge per liberare il mercato e le scelte dei consumatori. Altra cosa che ci piace del bersani 1 e del bersani 2 è la trasversalità: essa permette di far apprezzare le esternalità positive multisettoriali e pone imbarazzi alla difesa corporativa. I limiti: su alcune questioni, come le professioni legali, occorre maggiore attenzione e complessità 'sistemica': non sempre copiare gli altri migliora le cose....
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Pensioni, Staffette & Tabù
Pasted Graphic di Antonio
In questi giorni si anima il dibattito sulla riforma delle pensioni. Ci sono due problemi, interdipendenti: il primo è l'annoso problema di sostenibilità del debito; il secondo è dovuto alla circostanza che l'aumento delle aspettative media di vita comporta che i pensionati ricevano più di quanto a suo tempo detratto per pagarne le pensioni, ed è insieme un problema di sostenibilità del debito e di equità intra e intergenerazionale. Che fare? E perché?
Nei dibattiti attuali si contrastano due soluzioni: la prima è la riduzione delle pensioni a seguito di revisione dei parametri collegati all'aspettativa media di vita; la seconda è una riforma che con incentivi forti (forma debole) o con sanzioni/disincentivi (forma forte) riduca il periodo medio di pensione allungando i tempi di lavoro. Ci sono però anche quelli che sostengono che la riforma Dini basti più o meno. Forse un problema c'è e a mio parere più che un problema di sostenibilità si tratta di un problema di equità. E soprattutto di un problema di accesso al lavoro da parte dei giovani. Molti dei giovani di oggi non si preoccupano di quanto e di quando prenderanno la pensione (visto il passaggio al sistema contributivo) ma del lavoro che ancora non hanno o del quale non sono certi.
Mi chiedo sommessamente: se il problema dei giovani di oggi è l'accesso al lavoro e la mancata mobilità intergernerazionale, che senso ha allungare i tempi lavorativi degli insider se questo significa a sua volta dilazionare i tempi di accesso al mondo del lavoro? Piuttosto che allungare l'età pensionabile io vedo un mercato del lavoro ingessato e il cui accesso è impedito in parte anche da 'pensionabili' che non mollano. Perché non anticipare la staffetta tra nuovi occupati e pensionati? Conosco le obiezioni macroeconomiche, ma non è un po' assurdo preoccuparsi della pensione delle giovani generazioni, quando ciò che oggi preme a molti di loro è ottenere, innanzitutto, una occupazione...Ma forse anche questo è un tabù...
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Chi ha paura della patente a punti?
Pasted Graphic di Marcello Basili & Antonio Nicita
Qualche tempo fa abbiamo sostenuto in questa sede, anche sulla scorta dei risultati di un modello teorico da noi elaborato, che il particolare meccanismo incentivo-compatibile messo in atto in Italia con il sistema della patente a punti avrebbe potuto rivelarsi inefficace e inefficiente, anche nel breve periodo. Purtroppo, gli ultimi dati ci danno ragione.
L’idea di introdurre con la patente a punti un meccanismo di penalizzazione di tipo monetario e non monetario (‘incapacitation’ ), nasceva dall’idea di correggere alcune storture e limiti che i soli meccanismi sanzionatori monetari hanno più volte rivelato. Al fine quindi di ridurre il numero di comportamenti socialmente pericolosi e costosi, il legislatore prevedeva il superamento della prescrizione Beckeriana di una semplice pena monetaria per la violazione delle norme del codice della strada e introduceva una misura di ‘incapacitation’ (la perdita della patente) attraverso un meccanismo di progressiva decurtazione di uno stock di punti in corrispondenza di determinate violazioni. Anche in questo caso contravvenendo a semplici regole di ottimalità e coerenza, il legislatore prevedeva delle sanzioni differenziate e crescenti all’aggravarsi dell’infrazione. Per ultimo, al fine di correggere eventuali sovra-sanzionamenti (errori nel comminare le pene o violazioni accidentali delle norme) il legislatore prevedeva un meccanismo “costoso” di recupero dei punti persi.

Era ed è nostra convinzione che il meccanismo di incapacitazione prescelto in Italia sia viziato da errori metodologici che favoriscono comportamenti strategici. In particolare, abbiamo evidenziato come il sistema di ‘demerit points’ avrebbe funzionato solo per quei soggetti che avrebbero violato accidentalmente il codice della strada, mentre sarebbe stato inefficace (non stringente) e inefficiente (costoso e iniquo) verso i violatori sistematici, una volta che questi avessero familiarizzato – dopo un primo periodo di deterrenza - con il design operativo del meccanismo di incentivo, specie in ragione della facilità con la quale si prevede in Italia il recupero dei punti (considerati come una ‘risorsa rinnovabile’ da parte dei trasgressori).
Cosa è accaduto nel frattempo?

Nei giorni scorsi sono stati resi noti i dati riferiti alla RETE STRADALE E AUTOSTRADALE dell’attività DELLA POLIZIA STRADALE che riassumiamo brevemente:
• 2006 incidenti 91.408, di cui mortali 1.650 e 41.662 con feriti. I decessi sono stati 1.889, mentre i feriti 66.057, nello stesso anno sono state rilevate ca 1.080.000 infrazioni per eccesso di velocità e velocità pericolosa.
• 2005 incidenti 92.021, di cui mortali 1.663 e 41.228 con feriti. I decessi sono stati 1.860, mentre i feriti 64.997, nello stesso anno sono state rilevate ca 974.000 infrazioni per eccesso di velocità e velocità pericolosa
• 2004, anno di introduzione della patente a punti, incidenti 93.917, di cui mortali 1.673 e 42.263 con feriti. I decessi sono stati 1.891, mentre i feriti 66.777, nello stesso anno sono state rilevate ca 1.016.000 infrazioni per eccesso di velocità e velocità pericolosa.


Emerge chiaramente che, dopo appena un anno (2005) in cui si osservava una coerente riduzione dei sinistri e delle sanzioni comminate, il numero degli incidenti e delle infrazioni gravi è tornato a crescere e ha raggiunto i livelli da cui si era partiti. La conclusione è impietosa ma chiara: la patente a punti così come congeniata non serve, è inutile e costosa.
Esaminando i dati della sola rete autostradale – che permette un’analisi comparata più affidabile quanto a tipologia di utenti e di controlli - per il triennio 2004-2006 si nota che:
• Il numero di pattuglie è passato da 78.576 (2004) a 231.572 (2005) a 226.359 (2006);
• Il numero di incidenti è passato da 41.992 (2004) a 41.369 (2005) a 40.099 (2006);
• Il numero di decessi da 558 (2004) a 518 (2005) a 534 (2006);
• Il numero di feriti da 20.047 (2004) a 20.226 (2005) a 20.033 (2006);
• Infine il numero di contravvenzioni per eccesso di velocità e velocità pericolosa è passato da ca 490.000 (2004) a 470.000 (2005) a 557.000 (2006), nonostante nell’ultimo anno siano state rese note la localizzazione delle postazioni autovelox mobili, oltre che resa manifesta quella delle postazioni fisse.

L’analisi dei dati riferiti alla sola rete autostradale non fa che confermare le sensazioni che ciascuno di noi che percorre come automobilista la rete autostradale ricava guardandosi attorno.
A questo punto crediamo che vada introdotta una seria revisione del meccanismo sanzionatorio, magari prevedendo: (i) raddoppio dei punti sottraibili in periodi particolarmente caldi di congestione stradale; (ii) meccanismi non automatici e “gratuiti” di ricostituzione dello stock dei punti (stock fisso di punti); (iii) tempi progressivamente estesi di interdizione prima del recupero dei punti; (iv) nei casi più gravi di reiterata violazione la presenza di meccanismi discrezionali di giudizio-valutazione, non facilmente scontabili da parte dei violatori abituali (es. comparire davanti a un giudice che decide la durata dell’incapacitation fino alla revoca totale della licenza di guida). Un altro tema da approfondire è quello relativo all’introduzione di un sistema di punti esteso anche alle autovetture (al libretto) e non solo ai guidatori.



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Quando ad abusare è la teoria...
Pasted Graphic di Antonio Nicita

Il Sole 24 ore di oggi pubblica un interessante editoriale del Prof. John Vickers, già Direttore Office of Fair Trade nel Regno Unito e oggi docente a Oxford. Si tratta di uno dei maggiori esperti di economia industriale e della concorrenza. Nel 2004 ha partecipato alla conferenza dell'Association of Competition Economics tenuta a Siena. L'editoriale è una sintesi della Telecom Italia Lecture che terrà tra qualche giorno a Milano sul tema "Anti-Competitive Economics". A tradurlo bene, sembrerebbe "Teoria Economica anticoncorrenziale". Ma come, sono le teorie ad abusare e non le imprese?
Il punto da cui parte Vickers è quello recentemente avviato dal position paper della Commissione sulla modernizzazione dell'art.82 del trattato UE (quello che disciplina gli abusi di posizione dominante), dopo i precedenti processi che hanno riguardato l'art. 81 (intese anticoncorrenziali) e l'analisi economica e antitrust delle concentrazioni tra imprese. L'idea di fondo è che applicando un approccio formale all'art.82 (che ha un equivalente nell'art.3 della legge 287 in Italia) si rischia di confondere una concorrenza aggressiva da parte di una impresa in posizione dominante con un abuso. Il risultato perverso di ciò potrebbe essere ad esempio quello di vietare all'impresa dominante di fare sconti di cui beneficierebbero i consumatori. Al contrario vietando quegli sconti si farebbe un regalo a concorrenti, magari più inefficienti del soggetto dominante, e un danno ai consumatori. Analogo rischio di trattare come anti-concorrenziale i ribassi di prezzo da parte del dominante, si potrebbero avere nel caso di sconti-fedeltà, di pratiche di discriminazioni di prezzo, di affermazioni di starndard tecnologici, di bundling di prodotti e cosi via. La domanda di Vickers è: come trovare il limite tra 'competition on the merit' da parte del dominante ed esclusione dei concorrenti efficienti? Che poi è il limite tra divieti di comportamenti che danneggiano i concorrenti rispetto a comportamenti che danneggiano i consumatori. La risposta sembra semplice: ad esempio se i concorrenti non possono replicare gli sconti del dominante vuol dire che sono inefficienti e quindi gli sconti permettono da un lato un beneficio diretto ai consumatori e dall'altro uno schumepeteriano survival fo the fittest. Tuttavia, se l'entrante è più efficiente - e se il dominante ha ragionevoli informazioni su ciò - proprio la teoria economica ci spiega che sarebbe irrazionale per il dominante fare la guerra: tanto vale fare entrare (accomodation) il concorrente e indurlo ad un equilibrio oligopolistico. Ma se ciò è vero, non dovremmo mai aspettarci una guerra di prezzo nei confronti di concorrenti piu efficienti. In buona sostanza i ribassi o sarebbero irrazionali o non sarebbero mai un abuso. In realtà come Vickers e Armstrong dimostrano in un loro articolo (ripreso da Gelner e Salop e recentemente da Edlin), in contesti nei quali vi sono elevati costi fissi (economie di scala o economie di rete) l'entrante potrebbe raggiungere la propria efficienza solo dopo aver conseguito un certo numero di clienti. In questo caso, le strategie aggressive sono razionali perché volte a difendere (defensive leveraging) la dominanza esistente, prevenendo al concorrente il conseguimento del numero minimo efficiente di clienti. Concordiamo con Vickers che l'analisi degli abusi deve essere fatta caso per caso, ma la teoria economica deve concentrarsi sulle condizioni specifiche del mercato (quali i costi di entrata, gli effetti di rete). In molti casi la guerra di prezzi, anche quando non è predatoria (Edlin la definisce come 'stopping above predatory pricing'), può impedire l'entrata efficiente e, per tale via, anche il benessere prospettico dei consumatori. Certo, quest'ultima affermazione (che è una tesi a me cara e che ho applicato all'analisi delle condizioni sotto le quali le strategie di winback sono eslcudenti) forse non troverebbe grande accoglienza in una Telecom Italia Lecture...
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A spasso per la 'Cattedrale'. Con Guido.
Pasted Graphicdi Antonio Nicita
C’eravamo lasciati mesi fa a New York, ci siamo ritrovati nelle sue chambers di New Haven. Abbiamo intervistato – con un gruppetto di scholars italiani qui a Yale – Guido Calabresi. Per parafrasare il suo più citato contributo, siamo entrati nella ‘cattedrale’ dei pensieri di Guido, attraversando l’Italia (anti)fascista, la formazione di Guido a Yale, l’America degli anni ’50, i dibattiti di law and economics, il confronto tra Coase, Calabresi e Posner, i dubbi del Calabresi giudice d'appello, la relazione tra diritti e politica, 'l'unico vero rimprovero' che Guido muove al suo amico (ed ex-allievo) Clinton, il significato dell’analisi economica del diritto oggi, specie per l’Italia. Il risultato è una intervista audio di un’ora e mezza, dal titolo "Tra Diritto ed Economia: Intervista a Guido Calabresi". Presto la metteremo a disposizione nella sezione podcast del sito della Società Italiana di Diritto ed Economia che domani si riunisce a Roma per la seconda conferenza annuale. Anticipo qui alcune delle risposte e delle riflessioni di Guido ( non sarebbe un ottimo senatore a vita?).
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Dov'è l'Osservatorio permanente sui taxi?
Pasted Graphic di Antonio
Questi se ne fregano. Oggi, ho aspettato 5 minuti al telefono e poi mi è stato annunciato un taxi dopo 8 minuti. Il taxi è arrivato con...8,90 euro già in tassametro. Insomma per fare 5 km ho speso 18 euro. Ho chiesto la ricevuta + una spiegazione del raddoppio da un giorno all'altro della tariffa. Non ho avuto risposta se non il fatto che l'attesa di 8 minuti implicava 8 euro! E' possibile che non sappiamo disegnare un sistema migliore? Io lo trovo davvero scandaloso. Avevamo proposto a Bersani di istituire un Osservatorio permanente sulla qualità del servizio. Lo chiediamo a Veltroni. Forse occorre scrivere un position paper.
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Noi lo avevamo detto...
Pasted Graphic 1di Marcello Basili e Antonio Nicita
Il Sole 24 Ore di ieri riportava un dato interessante sulle multe agli automobilisti italiani nell'ultimo anno. In particolare dal 1° gennaio al 31 agosto sarebbero state comminate dalla sola Polizia Stradale 641.504 multe per eccesso di velocità (tra queste ce ne sono un paio di Antonio intorno a Rapolano). Si tratta di una inversione di tendenza rispetto al calo osservato nel 2005. Era dal 2001 che le multe per eccesso di velocità non superavano le 600.000 unità. Dunque si è ritornati al livello precedente la introduzione della patente a punti. Come interpretare questo dato?

Ovviamente una ragione può essere data dal fatto che aumentano i controlli (e le tecnologie) e ciò farebbe aumentare le multe complessive. Ma pare che non si siano registrati incrementi di rilevo nelle politiche di detection tra il 2005 e il 2006. E allora una spiegazione alternativa risiede nella inefficacia del design del sistema sanzionatorio, come abbiamo avuto modo di illustrare su lavoce.info e su un articolo presentato a Berkeley all'ALEA. Non è affatto facile interpretare i dati in via univoca. Nonostante la patente a punti sia oggi adottata in moltissimi paesi, manca del tutto una teoria che spieghi perché con essa i soggetti dovrebbero modificare i propri incentivi a violare il codice stradale. Le indagini empiriche non sono conclusive e non vi è consenso sui risultati ottenuti, specie sulla relazione esistente tra patente a punti e riduzione degli incidenti stradali. C’è tuttavia un dato sul quale molte indagini convergono: la patente a punti avrebbe l’effetto di rendere più virtuosi i guidatori man mano che i punti perduti raggiungono una determinata soglia, al di là della quale è molto probabile incorrere nel ritiro. 
Uno studio sull’Australia ha mostrato come, a parità di monitoraggio da parte delle forze dell’ordine, passi molto più tempo tra la seconda e la terza infrazione di quanto non ne passi tra la prima e la seconda. E in Germania e in Italia solo un quota trascurabile della popolazione che ha perso dei punti, ne ha poi consumato l’intero ammontare, incorrendo nel ritiro della patente: meno dello 0,4 per cento. Ciò significherebbe che per una ampia fascia di guidatori, il ritiro della patente costituisce una perdita economica significativa, da evitare senz’altro. Di conseguenza, per almeno una parte della popolazione, i punti valgono poco quando sono tanti (e si tende a consumarli), ma valgono molto quando sono scarsi (e si tende a preservarli).  Se ciò è vero, se ne deve concludere che la patente a punti genera un paradosso: perché sia davvero efficace come meccanismo deterrente, è necessario che gli automobilisti (o almeno una parte di loro) consumino al più presto la propria dotazione dei punti fino a raggiungere la soglia critica che ne modifica in senso virtuoso il comportamento. Ovvero, la velocità con la quale si ottengono in media guidatori prudenti dipende dalla velocità con la quale essi risultano aver violato le regole in passato. Non deve quindi sorprendere se il successo della patente a punti si accompagna nel breve periodo a un incremento e non a una riduzione delle violazioni del codice stradale.
Il bonus porta danno.
D’altra parte, se la propensione a "consumare punti" dipende dall’ammontare di quelli di volta in volta disponibili, il paradosso comporta che l’assegnazione di bonus a coloro che non sono incorsi in sanzioni (compreso chi le ha violate sistematicamente senza essere scoperto) "rilasci" il vincolo dei punti e riduca il valore medio di quelli posseduti (rendendo la soglia critica più lontana). Ciò significa che per una parte della popolazione, l’assegnazione del bonus genererà perversi incentivi a violare le regole piuttosto che a mantenere integra la propria dotazione. E ciò vale anche per tutte le misure di reintegro dei punti poco costose (in termini di multe e di tempo di acquisizione). Diverso sarebbe il caso in cui i punti fossero rappresentati da crediti monetari o fossero "negoziabili" (come nel caso dei tradeable permits ambientali) e quindi monetizzabili dai titolari.
In altre parole, i punti funzionano come deterrente quando diventano una risorsa economica scarsa (o rinnovabile ad alto costo). Tutte le volte che se ne incrementa la rinnovabilità si finisce per indurre maggior consumo di punti e dunque un tasso più elevato di violazione del codice della strada. Non dovremmo dunque meravigliarci se in futuro, quando saranno disponibili i dati sul prossimo biennio, osserveremo un incremento nella violazione del codice stradale da parte di coloro che oggi ricevono il bonus o di quanti reintegrano i propri punti. 
Il passato ministro delle Infrastrutture e dei trasporti ha molto insistito sul premio attribuito ai guidatori virtuosi. Ma è probabile che esso si sia rivelato controproducente. Per i veri virtuosi, infatti, i punti non hanno alcun valore. Per quelli che non stati virtuosi, ma semplicemente fortunati e non scoperti, i nuovi punti rafforzeranno gli incentivi a violare il codice, perlomeno fino al raggiungimento della soglia critica dei punti perduti. Sarebbe invece auspicabile una riforma dell’attuale sistema volta a eliminare i bonus e a ridurre le occasioni di rinnovo dei punti. In altri paesi, infatti, nei quali l’orizzonte temporale di consumo dei punti è molto più ampio (in taluni casi coincide con la vita del guidatore), e dove non sono previsti strumenti di facile riacquisto dei punti, si è osservata una costante riduzione media delle violazioni stradali.
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Coase a Campo de' Fiori
122di Antonio Nicita
Leggiamo sul Corriere che un' insegnante di Matematica che abita in Via Monte della Farina a Roma dal luglio 2005 non chiude più occhio. La causa è il condizionatore che il ristorante "La Tartaruga" le ha messo proprio sotto la finestra, abitando lei al primo piano. Addirittura per colpa del continuo ronzio - ben oltre i limiti di legge - fino alle 4 di notte, si sarebbe ammalata di depressione. La Corte d'Appello ha già condannato il ristorante a "far cessare l'attività di ristorazione". Ma nulla è cambiato. Se seguissimo le lezioni di Coase (1960), Calabresi (1972) e Ayres (2005) avremmo già la soluzione in tasca. Qual è?
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Via i nullafacenti dalla P.A.! Facile (troppo) a dirsi...
Pasted Graphic di Massimo D'Antoni
Chiunque di noi abbia esperienza concreta di pubblica amministrazione, sa che vi sono impiegati che letteralmente “scaldano la sedia”. Chi come me ci lavora, credo abbia almeno una volta desiderato che qualcuno gli attribuisse una tantum la bacchetta magica per decidere con un fiat il licenziamento in tronco del nullafacente della stanza accanto. Purtroppo – pensiamo – è solo un sogno: se mai questa autorità potesse essere conferita, non sarebbe certo data proprio a me.

Eppure, c'è chi indulge in questi sogni, al punto di distillarli in una proposta che appare in prima pagina del maggior quotidiano nazionale, e viene poi ulteriormente elaborata e proposta su un noto sito di informazione.
Sto parlando del prof. Pietro Ichino, insigne e ascoltato giuslavorista. Sintetizzando molto – rimando all'originale per i dettagli – egli immagina la creazione, in seno alla Pubblica Amministrazione, per ciascun comparto o settore di questa, di una commissione ad hoc, cui verrebbe dato il compito di attribuire ad ogni dipendente pubblico un indice di produttività ed efficienza.
Coloro cui viene assegnato un indice pari, vicino o inferiore (!) a zero, verrebbero poi inclusi in una graduatoria “di demerito”, da utilizzarsi come base per una riduzione degli organici della P.A. Essi sarebbero cioè licenziati. La proposta prevede che i membri di dette commissioni siano esentati per legge da ogni rivalsa (dell'amministrazione) per risarcimenti dovuti a lavoratori erroneamente licenziati; che il lavoratore possa impugnare il licenziamento solo indicando in che modo la graduatoria sia stata compilata in modo errato (cioè chiamando in causa qualcuno tra i non licenziati che sia a suo giudizio più nullafacente di lui); che infine il licenziato riceva una speciale indennità di disoccupazione per un periodo limitato e sotto condizione di avvio di un processo di riqualificazione.
Non mi soffermo sui sottili aspetti giuridici della proposta, che Ichino affronta (immagino) con competenza. Come tuttavia non notare l'inconsistenza della proposta sul piano economico?
Molto brevemente:
1) Quale incentivo hanno le “commissioni speciali” a fare ciò che i superiori gerarchici dei nullafacenti (i dirigenti) non hanno fatto finora? E' solo una questione legata al rischio di una richiesta di risarcimento, come adombra Ichino, o il problema è legato al sistema di incentivi proprio di ogni pubblica amministrazione? In particolare, quali incentivi ha la commissione ad inserire effettivamente qualcuno nella lista di proscrizione?
2) Chi dà le informazioni necessarie alle commissioni (che sono soggetti esterni rispetto all'ufficio in cui il nullafacente lavora)? Se le procurano da soli con ispezioni? Sappiamo bene che buona parte delle informazioni rilevanti per valutare la produttività sono di natura “locale”, spesso scarsamente verificabili (sebbene a tutti note). Dunque, sarebbero ancora una volta i superiori gerarchici del nullafacente (quelli che non l'hanno licenziato finora) a determinare il risultato.
3) I nullafacenti sono stati spesso assunti perché “raccomandati”: chi potrebbe impedire l'innescarsi degli stessi fenomeni di clientelismo e “protezione” nell'ambito del lavoro delle commissioni?
4) E' logicamente possibile immaginare, da un punto di vista gestionale, l'attività delle commissione come separata e indipendente da quella di direzione e coordinamento di un ufficio propria del dirigente dello stesso? Nel caso in cui un dirigente dia una valutazione difforme da quella della commissione sulla produttività del singolo, che si fa?
Potremmo continuare. In sintesi: Ichino cade nella classica trappola di chi pensa di risolvere un problema di controllo inventando l'ennesimo organo “indipendente”. Dimenticando che il problema è proprio quello di controllare i controllori. Possiamo girarla come vogliamo: la questione di fondo è quella di un sistema di incentivi in un contesto, quello della P.A., in cui non è possibile ricorrere al mercato e a chiari indici di performance.
Ci siamo più volte soffermati, in questo blog, sui limiti di un'analisi economica in assenza di una conoscenza del dato giuridico. L'intervento di Ichino ci mostra dove ci potrebbe portare un approccio giuridico privo di una comprensione economica dei problemi.
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Tre scenari per Telecom Italia
Pasted Graphic di Antonio Nicita
Qualunque cosa accadrà, sarà una svolta per i mercati rilevanti collegati. Di certo c'è l'enorme debito di Telecom e delle controllanti, ma questo si sapeva dal primo giorno. Il rapporto profitti debiti, anche per un colosso come il gruppo Telecom, era troppo basso fin dall'inizio. Oggi si aprono diversi scenari, ma non se ne sa molto. Forse nemmeno dalle parti di Telecom.
1° scenario:
Dopo un anno dalla incorporazione di TIM, si torna indietro e si sorpassa: Telecom vende TIM in blocco, recuperando almeno 25-30 mld e dando un taglio quasi definitivo all'indebitamento (in qualche anno). Sotto il profilo della concorrenza la separazione verticale con il mobile può essere positiva sotto diversi profili: (i) si evitano i sussidi incrociati che erano all'origine della convergenza fisso-mobile, (ii) si apre lo spazio a potenziali fusioni tra concorrenti di TI nella telefonia fissa e TIM.

2° scenario
Telecom scopora le due reti, fisse e mobili, fa due società distinte e ne vende pezzi di minoranza. In tal modo accontenta un po', ma non troppo, le authorities (che vorrebbero separazione strutturale proprietaria e non solo societaria) e recupera un po' di ossigeno per abbattere, ma al massimo di 1/4, il debito

3° scenario
Telecom vende il mobile e scorpora societariamente la rete fissa. In tal modo realizza il primo scenario e un pezzo del secondo. Il corollario è dedicarsi alla broadband TV, perlomeno come 'scusa ufficiale' al governo e alla politica preoccupata di un abbandono del settore da parte di un imprenditore italiano. Per fare TV non basta un qualunque sharing agreement con Murdoch (anche perché le autorità antitrust, come nel caso australiano, richiederebbero in ogni caso impegni di non discriminazione prima di dare l'ok a tali accordi).

Quale che sia lo scenario, resta il fatto che la nuova proprietà compie in meno di un anno due svolte su TIM in aperta contraddizione. Non è un esempio di lungimiranza o di strategia imprenditoriale creativa, il che è un paradosso da parte di un gruppo che annuncia di voler fare broadband tv, ovvero la cosa che necessita in assoluto più creatività e lungimiranza. Vedremo.
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Ancora sulle farmacie
page1-1076-full di Antonio Nicita
La foto che vedete sopra l'ho scattata in un supermercato di NY, qualche settimana fa. Inutile ridire quanto costino poco i flaconi delle aspirine e come funzioni bene l'angolo 'farmacia' per le prescriptions. Oggi, giornata di serrate delle farmacie (dopo l'esempio dei tassisti...), ripropongo un pezzo che ho scritto tempo fa per lavoce.info. Rinvio ai commenti per una precisazione su una specifica questione sollevata da Massimo D'Antoni.
page1-1077-full Il settore farmaceutico italiano appare come un sistema ingessato, nel quale tutte le variabili decisive sono predeterminate e non vi è alcun incentivo al confronto concorrenziale né a livello orizzontale (tra imprese farmaceutiche attive nell’offerta di prodotti sostituibili ai fini della loro efficacia terapeutica; tra intermediari all’ingrosso; tra farmacie), né a livello verticale tra gli tutti operatori nella produzione, nella commercializzazione, nella distribuzione e e nella vendita finale.

I numerosi interventi dell’Autorità antitrust nel settore farmaceutico hanno avuto il merito di sottolineare che una volta definiti i vincoli di tutela della salute dei cittadini e di bilancio pubblico della spesa, l’introduzione di opportune forme di incentivazione al confronto concorrenziale contribuisce a rendere più efficiente l’offerta sanitaria e a contenere la spesa pubblica e privata in farmaci.

Le diverse forme di regolazione che caratterizzano i paesi industriali avanzati si distinguono in relazione al tipo e al numero di variabili su cui si esercita un controllo di ‘governance’ diretto. Tutti questi sistemi tuttavia, presentano uno spazio istituzionale ‘endogeno’, di dimensione variabile, nel quale la libera iniziativa economica degli operatori può pienamente manifestarsi. Così, accanto a forme di regolazione stringente dal lato della determinazione del prezzo dei farmaci e/o dei profitti delle imprese farmaceutiche si assiste a forme leggere di regolazione nell’ambito distributivo e viceversa: dove le imprese mantengono una certa libertà nella determinazione dei prezzi dei farmaci, vi sono regolazioni stringenti verso il basso.

In Italia, l’impianto regolatorio agisce, con la stessa intensità, sia a livello di determinazione dei prezzi al pubblico dei farmaci che a livello della distribuzione all’ingrosso e al dettaglio. Ciò delinea, come ha osservato l’AGCM, un sistema bloccato, nel quale ciascun operatore adegua le proprie strategie alla prassi regolamentare vigente. La circostanza che i margini di sconto ai farmacisti e grossisti siano determinati per legge per i farmaci rimborsabili, che vi sia l’obbligo di fornitura entro le 12 ore da parte dei grossisti, nonché quello di detenere almeno il 90% delle specialità medicinali in commercio limita fortemente gli spazi per l’adozione di politiche commerciali concorrenziali.

Infatti con il sistema vigente i grossisti sono obbligati ad acquistare pressoché tutte le specialità esistenti sul mercato, senza poter innescare alcun meccanismo di confronto tra produttori di farmaci con caratteristiche analoghe sotto il profilo terapeutico. Non vi è dunque alcun incentivo per le imprese farmaceutiche a praticare politiche differenziali basate sul prezzo.

Analogamente il monopolio sulla vendita dei farmaci da banco da parte dei farmacisti, comporta una concorrenza del tutto ipotetica, dato il forte incentivo delle farmacie ad allinearsi al prezzo consigliato dla produttore. Significativo appare al riguardo il procedimento concluso dall’AGCM in relazione alla distribuzione di latte artificiale per neonati . L’indagine condotta dall’AGCM ha accertato come la distribuzione di latte artificiale esclusivamente attraverso il canale delle farmacie abbia determinato prezzi sistematicamente più elevati rispetto ai paesi europei in cui il prodotto viene commercializzato anche attraverso la Grande Distribuzione.

La liberalizzazione del comparto dei farmaci non etici permetterebbe quindi non solo di ottenere condizioni più vantaggiose per il consumatore in termini di minori prezzi, ma anche di orientare la professione di farmacista verso un modello di offerta di combinazioni prodotto-servizio più vicine alle esigenze della clientela.

Naturalmente ogni stimolo alla concorrenza deve evitare fenomeni di ‘accaparramento’ o di ‘cattura’ dei clienti che avrebbero come ultimo effetto quello di indurne il consumo di farmaci non necessari. L’introduzione di meccanismi concorrenziali deve qui essere riferita a due ambiti distinti: l’ambito dei farmaci da banco e dei prodotti parafarmaceutici e quello dei prodotti etici. Con riferimento al primo caso, appare opportuno quanto prospettato dalla stessa AGCM, ovvero la possibilità che sia ammessa la vendita di questi prodotti anche in contesti distributivi alternativi a quelli delle farmacie, come peraltro avviene, con ottimi risultati, all’estero, dove il fenomeno ha interessato anche la costituzione di catene di farmacie, con importanti risparmi sotto il profilo dei costi di transazione, anche con riferimento all’incremento del potere contrattuale delle farmacie nei confronti delle imprese farmaceutiche.

Con riferimento infine al secondo ambito, appare essenziale prevedere che i vincoli strutturali e comportamentali vigenti siano opportunamente rilasciati al fine di consentire un certo grado di confronto concorrenziale che si può manifestare soprattutto con riferimento agli standard qualitativi del servizio offerto dal farmacista che può ‘confezionare’ per proprio conto anche il famrco. Ciò significa anche rimuovere tutti i vincoli amministrativi che possono impedire un’entrata efficiente sul mercato.

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Agenda Volgen!
Pasted Graphicdi Bart Der Gaalbaijtz
Riceviamo e volentieri pubblichiamo questo intervento che abbiamo ricevuto dal prof. Bart Der Gaalbaijtz dell'Università di Rotterdam at Sea. Come da richiesta dell'autore, abbiamo effettuato alcune correzioni dell'italiano (che era comunque ottimo, complimenti!). Ci sembra che in particolare il riferimento al sistema di norme sociali meriti qualche riflessione in questo blog. (M.D'Ant.)

Cari amici, permettetemi alcune considerazioni sul vostro paese, che considero come una seconda patria, visto che ormai da molti anni vi trascorro le vacanze estive. Gli italiani sono veramente un popolo simpatico, creativo, divertente. Tuttavia, ammettiamolo, qualche problema c'è.
Ho avuto recentemente occasione di trascorrere un periodo di studio presso una vostra università, e mi sono reso conto che – lo dico con affetto e spirito costruttivo – l'organizzazione del lavoro da voi è veramente impossibile!
Dipartimenti vuoti buona parte della settimana; seminari organizzati all'ultimo momento e poi spostati o annullati il giorno prima; lunghe file di studenti in attesa negli orari di ricevimento e i professori che non si presentano. Ma avete idea di quale dispendio di tempo ed energie ciò comporti?
In Olanda, ma direi nel resto dell'Europa, ciò non sarebbe possibile. E il motivo è che altrove vige un sistema di norme “sociali” condivise rispetto all'uso del tempo proprio e altrui (nella mia lingua si dice agenda volgen o anche aanhouden). Chi arriva in ritardo, chi manca un appuntamento, viene considerato persona inaffidabile e in questo modo sanzionato dai pari. In Italia, invece, sembra che arrivare tardi sia motivo di vanto, è un modo per mostrare la propria importanza. Che questo accada anche nei rapporti accademici, tra co-autori, o tra dottorandi e i loro supervisori, dovrebbe essere motivo di preoccupazione per chi ha a cuore il buon funzionamento dell'istituzione universitaria. Non c'è da stupirsi se molti dei vostri giovani migliori scelgono la via dell'estero ed emigrano verso l'America, l'Inghilterra o anche il mio paese. Ne ho conosciuti di recente di veramente brillanti che ormai lavorano nelle università olandesi, non avendo trovato lo spazio e l'attenzione che meritavano nelle università italiane, e forse delusi dall'ambiente dispersivo.
Certo, non voglio generalizzare. Vi sono anche isole felici di efficienza e dedizione al lavoro. Ricordo con soddisfazione a questo proposito la recente esperienza di un breve soggiorno a Bergamo. Però, non si può negare che nella maggior parte dei casi la realtà sia quella sopra descritta.
E allora, cari amici italiani, fate qualcosa, per voi stessi e per noi ammiratori del Bel Paese!
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Umano troppo umano: il capitale che non c'è
image1di Antonio Nicita
La globalizzazione dei mercati e la crescente interdipendenza tra modelli di produzione e di consumo, in continuo mutamento, richiedono all’Europa una elevata capacità di adattamento e di innovazione. Adeguare il proprio sistema produttivo, organizzativo e istituzionale alle spinte innovative interne ed esterne alla nuova Europa allargata rappresenta insieme una sfida e un’opportunità .

Il vertice europeo di Lisbona ha definitivamente stabilito che il motore centrale della competitività europea passa attraverso la valorizzazione del capitale umano, l’incremento della spesa pubblica e privata in ricerca e sviluppo, il disegno di regole e di istituzioni capaci di incentivare la creazione e la diffusione di innovazioni a grande valore aggiunto con ricadute positive sullo sviluppo economico, tecnologico, sociale e ambientale. Gli investimenti in ricerca hanno fondamentalmente due ruoli, uno di aumentare le conoscenze in tutti i campi del sapere e l’altro di trasformare queste conoscenze in innovazione per creare avanzamenti nei campi dell’informazione dell’ambiente della salute dell’alimentazione e dell’energia. Ciò si accompagna naturalmente ad un processo di avanzamento culturale generalizzato e garantisce il continuo sviluppo dei sistemi di insegnamento e formazione dei giovani .

L’impegno, assunto a Lisbona, di incrementare la spesa comunitaria in ricerca e sviluppo dall’attuale 1,9% al 3% del PIL entro il 2010, costituisce una scommessa difficile e insieme entusiasmante, perché da essa dipende non solo il posizionamento competitivo dell’Europa rispetto agli USA e al Giappone, ma anche il profilo economico e sociale delle prossime generazioni europee, la loro capacità di creare nuova conoscenza, di moltiplicare i saperi, di guidare le proprie scelte.

Dopo diversi anni dall’impegno assunto a Lisbona, l’Europa si presenta oggi, anche a seguito del rallentamento della crescita economica, con una forte eterogeneità interna e con un crescente divario rispetto a Stati Uniti e Giappone. Il tasso medio di crescita degli investimenti in ricerca ha subito un rallentamento in questi ultimi anni: mentre alcuni paesi (Danimarca, Svezia e Finlandia) sopravanzano in termini di capacità innovativa e imprenditoriale, altri paesi, e tra questi l’Italia, registrano una battuta d’arresto nei soli ultimi tre anni. Se le grandi imprese europee sembrano avere tassi di investimento in ricerca comparabili con quelli delle multinazionali di origine statunitense, le piccole e medie imprese registrano invece livelli spesso trascurabili.

Gli investimenti privati in ricerca in Francia, Germania e Italia sono inferiori alla media UE, e nel nostro paese vi è ancora una preponderanza di investimenti pubblici, segno di una penalizzante difficoltà di collegamento tra ricerca di base e ricerca applicata o, se si vuole, tra conoscenza e sviluppo economico, tra università e imprese. In Italia, la rete di ricerca privata non ha un ruolo significativo come lo ha in altri paesi europei. La rete privata utilizza infatti prevalentemente fondi pubblici, senza elevare il livello del sistema produttivo in modo da renderlo competitivo con gli altri sistemi. Tale circostanza si spiega anche con il fatto che il sistema Industriale italiano è prevalentemente costituito da piccole imprese che si sono sviluppate sfruttando favorevoli condizioni di mercato, piuttosto che conoscenza ed innovazione di prodotto e di processo.

Nonostante gli sforzi profusi e i passi in avanti fatti in questi anni in due settori strategici, quali le biotecnologie e le tecnologie dell’informazione, i quindici Stati UE perdono posizioni rispetto agli USA nella quota dei nuovi brevetti registrati. Nella bilancia delle tecnologie e dell’innovazione l’Europa è un importatore netto di idee brevettate e un esportatore netto di capitale umano. Nonostante ciò la qualità della produzione scientifica europea appare in linea, se non superiore, a quella registrata negli USA. Le cause del divario non sono dunque da ricercare nell’assenza di capitale umano, anzi. Le difficoltà nascono dalla bassa mobilità europea dei ricercatori, dalla scarsa diffusione della conoscenza, dalla carenza di regole e istituzioni volte a coordinare ricercatori e imprenditori, idee e mercati.

L’obiettivo della integrazione del Sistema di Ricerca in Europa è ancora lontano dall’essere raggiunto, non solo per motivi finanziari ma anche per inadeguatezza organizzativa e strategica. La scarsa crescita è la ragione fondamentale delle difficoltà in cui si dibatte la società europea: per effetto della scarsa crescita, siamo chiamati troppo spesso ad effettuare scelte al ribasso, improntate al taglio dei posti di lavoro e al taglio della spesa sociale, e spesso tragicamente proprio al taglio della spesa per istruzione e ricerca. Così stiamo entrando in un terribile circolo vizioso: tagliamo la spesa per istruzione e ricerca, così riduciamo la crescita dell’economia negli anni successivi, e ciò ci costringe a ulteriori tagli, alcuni dei quali vanno ulteriormente a colpire la ricerca e l’istruzione.

E’ stato calcolato che per ridurre il divario con gli USA occorrerebbe raddoppiare l’attuale tasso di crescita medio degli investimenti in ricerca e disporre di circa 700 mila nuovi ricercatori nei prossimi sei anni. La capacità di trasformare nuove conoscenze nella produzione di nuovi beni e servizi che possano trovare sbocchi su mercati mondiali richiede alcuni passaggi cruciali:

(a) il rilancio del ruolo delle università nella produzione di una conoscenza capace di generare centri di eccellenza, anche attraverso la creazione di ‘cattedre di ricerca europee’, finalizzati alla creazione di innovazioni ad elevato valore socio-economico, grazie ad un collegamento diretto e autonomo nella contrattazione con le imprese;
(b) la creazione di facilitazioni all’erogazione di borse di studio e di finanziamenti a tasso agevolato per giovani che intendono investire nella formazione post-laurea;
(c) l’armonizzazione e il coordinamento delle legislazioni esistenti in tema di proprietà intellettuale, anticipando l’avvio del brevetto comunitario di recente istituzione, previsto per il 2010, e contemperando le esigenze di tutela della proprietà intellettuale con gli incentivi ad innovare e ad accedere alla conoscenza esistente per ulteriori innovazioni incrementali;
(d) la valorizzazione delle informazioni fornite dai brevetti, anche attraverso la costruzione di opportune banche dati, nonché il sostegno alle attività di formazione e di sensibilizzazione in merito ai contenuti e alla produzione della conoscenza e dell’innovazione realizzata nell’ambito della comunità europea della ricerca, promuovendo un effettivo coordinamento tra le varie reti di ricerca (Università, Enti Pubblici, Sistema Privato);
(e) la promozione, a livello comunitario, di una decisa azione per rendere completamente deducibili dalle imposte tutti i contributi privati dati a titolo gratuito alla ricerca e all’istruzione
(f) una politica industriale che garantisca strategie di crescita alle piccole imprese, la prosecuzione dei successi ottenuti nei settori degli autoveicoli, degli aeromobili, degli apparecchi di telecomunicazione e la creazione di profili occupazionali adeguati alle specializzazioni disponibili sul mercato del lavoro.

La politica industriale che va emergendo a livello europeo si inscrive pienamente lungo il cammino delle riforme tracciato a Lisbona; anzi, ne sta diventando uno dei pezzi più importanti. Basti pensare all’adozione del “Pacchetto legislativo competitività”, contenente misure che riguardano il brevetto comunitario, il riconoscimento delle qualifiche professionali, le ultime direttive sui servizi finanziari, e la direttiva quadro sui servizi.

Sulla proprietà intellettuale, l’Europa è chiamata a svolgere, un ruolo di primo piano nel contesto globale. Se è vero che la tutela giuridica delle innovazioni alimenta gli incentivi alla ricerca, è anche vero che in molti casi gli eccessi di tutela si traducono in una riduzione della diffusione di conoscenza e nel consolidamento di posizioni monopolistiche o oligopolistiche. L’Europa deve difendersi energicamente da quanti vivono di pirateria e di contraffazione. Occorre difendere la qualità dei nostri marchi e tutelare i produttori e i consumatori. Ma occorre anche riconoscere che non tutte le innovazioni necessitano della medesima durata di protezione né della medesima modalità di tutela. Non tutto può essere brevettabile. Vi sono innovazioni di processo o metodi di commercializzazione (business patent) rispetto ai quali accordare una rigida tutela giuridica, come avviene oggi comunemente negli Stati Uniti, può risolversi soltanto nella costituzione di monopoli duraturi con grave perdita di benessere per i consumatori e i cittadini.

In tale quadro l’Europa può proporre, nello scenario mondiale, una prospettiva di tutela flessibile della proprietà intellettuale che, caso per caso, permetta l’impiego di uno strumento specifico e adeguato a risolvere le opposte esigenze della tutela di chi innova e degli incentivi di nuovi soggetti interessati a sfruttare la conoscenza esistente per produrre nuova conoscenza e nuove applicazioni. Un modello flessibile di governo della conoscenza e dell’innovazione capace di generare un vantaggio istituzionale comparato dell’Europa e nuove occasioni di sviluppo.

Dalle scelte che l’Europa saprà intraprendere dipenderà non soltanto il futuro sviluppo della conoscenza comunitaria, ma anche la diffusione globale della conoscenza e lo sviluppo dei paesi più poveri. Una rigida applicazione, a livello mondiale, della tutela della proprietà intellettuale può condannare molti paesi in via di sviluppo a restare tali. I processi di imitazione competitiva di tali paesi possono positivamente svilupparsi solo a condizione che ad essi sia consentito l’accesso a tutte quelle risorse strategiche, ivi compresa la conoscenza e le innovazioni prodotte dai paesi avanzati, necessarie ad affrancarsi dalla condizione di povertà nella quale si trovano. L’accesso ai farmaci essenziali, ad esempio, non deve essere visto solo come ‘donazione’ motivata da emergenze umanitarie, quali il flagello dell’AIDS, ma anche come l’occasione per generare forze locali imprenditoriali capaci di ulteriori fenomeni di imitazione e di innovazione. Per far questo occorre tuttavia anche rispettare il patrimonio di conoscenza di cui tali paesi dispongono ed ostacolare forme di appropriazione indebita della conoscenza locale da parte di grandi imprese che non esitano a brevettare ciò che fino a ieri costituiva per tali paesi una conoscenza comune tramandata da culture di tradizione secolare (un fenomeno noto anche come ‘bio-pirateria&rsquoWinking.

Solo se l’Europa saprà affrontare le sfide della conoscenza, della ricerca e dell’innovazione potrà migliorare la propria competitività, la propria politica industriale e il proprio vantaggio istituzionale comparato, proponendo al contempo un modello di sviluppo e di sfruttamento della conoscenza che sia insieme dinamico, efficace, aperto e solidale.
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Un senso al calcio (ovvero un calcio al senso)
imagesdi Leo
Venerdì scorso, 14 luglio 2006, è stato quello che molti giornalisti sportivi hanno definito il “giorno del giudizio” per il calcio italiano. La C.A.F., presieduta da Cesare Ruperto, ha pronunciato il suo verdetto circa la c.d. “Calciopoli”, ovvero la serie di scandali che ha recentemente coinvolto il calcio italiano (da Luciano Moggi in avanti… ) . Il verdetto è stato duro...
COMMENTIAMO ANCHE LA SENTENZA FIFA...MATERAZZI COME ZIDANE???
LA NUOVA LEGGE DELEGA SUI DIRITTI TELEVISIVI SPORTIVI
QUATTRO REGOLE PER RIFORMARE IL CALCIO
Juventus retrocessa in serie B con 30 punti di penalizzazione e revoca dei due scudetti scorsi (quello della stagione 2004/2005 e quello della stagione 2005/2006); Fiorentina retrocessa in serie B con 12 punti di penalizzazione; Lazio retrocessa in serie B con 7 punti di penalizzazione; Milan resta in A con 15 punti di penalizzazione.
Anche le reazioni al verdetto sono state dure. Venerdì stesso, mentre Giovanni Cobolli Gigli (neo presidente della Juventus) rompeva il lungo silenzio stampa della società bianconera attaccando veementemente la sentenza e dichiarando che avrebbe proposto appello, i tifosi della Fiorentina provocavano disordini intorno allo stadio. E gli stessi tifosi hanno continuato, nei giorni successivi, occupando Coverciano e la Stazione di Campo di Marte (bloccando ben 40 treni sulla tratta Milano-Roma), mentre Franco Zeffirelli proponeva (intervistato dal TG1 della sera) di chiudere tutti i musei fiorentini in segno di protesta, dichiarandosi disposto ad essere tra i primi a sedersi sui gradini degli Uffizi per impedire l’accesso ai turisti.
Ironia della sorte, tutto questo capita in un momento particolarmente felice per tutto lo sport italiano (dalla vittoria ai Mondiali di calcio, alla vittoria della Ferrari al GP di Francia, fino all’incredibile vittoria di Valentino Rossi al GP di Germania domenica scorsa). In questi giorni, in queste ore, i legali delle parti condannate e il procuratore F.I.G.C. Stefano Palazzi stanno preparando, da fronti opposti, i ricorsi contro la sentenza di primo grado che daranno il via, venerdì prossimo, al giudizio d’appello. Ed è proprio in questi giorni e in queste ore che, più che mai, viene da interrogarsi circa quanto sia rimasto del “senso” dello sport nel calcio italiano.
La parola sport può rimandare a molti concetti: competizione, lealtà, fatica, attività, energia, benessere, salute. Ma soprattutto, per moltissimi tifosi o semplici spettatori, lo sport rappresenta semplicemente - o dovrebbe rappresentare… - divertimento ed evasione. Oggi non è così. In questa torrida estate, il tifoso che torna a casa dopo una lunga giornata di lavoro vorrebbe poter accendere il televisore e dopo aver sentito le notizie (quelle sì gravi) circa la situazione di guerra in Libano, lo tsunami in Indonesia e il caro petrolio, potersi almeno concedere un momento di leggerezza nel sentire del passaggio di un giocatore da una squadra all’altra o di come procede il ritiro della sua squadra del cuore. Oggi, invece, il tifoso che torna a casa la sera e accende il televisore è costretto sentire le notizie sui processi del calcio tra quelle relative alla crisi mediorientale e quelle sui morti a Giava.
Il problema, ovviamente, non è il tifoso che perde il suo momento quotidiano di leggerezza; la tragedia è che il calcio sia diventato un problema.
E’ mai possibile che da settimane sia dato altrettanto spazio e risalto al processo a calciopoli di quanto ne viene dato alle notizie provenienti da Haifa o Beirut? E’ mai possibile che alcuni tra i migliori cervelli d’Italia (da Guido Rossi a Saverio Borrelli, da Cesare Ruperto a Giuseppe Morbidelli) debbano essere impegnati per mesi a risolvere le beghe del calcio, piuttosto che i seri problemi del nostro Paese? E’ mai possibile che una delle prime notizie del TG1-Economia del lunedì sia che alla riapertura della Borsa il titolo Juventus ha segnato un deciso rialzo perché ci si aspetta un aumento di liquidità dalla cessione di giocatori, ora che la squadra è in serie B ? La sensazione è che, per ora, il “senso” dello sport abbia completamente e definitivamente abbandonato il calcio italiano e che sopravviva ormai solo nei campetti di periferia. Speriamo almeno che questi processi servano a far tornare il “senso” dello sport nel calcio italiano.
DI LEO

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The Indian Way
Pasted Graphicdi Alessandro S.
Torno dall’India e porto con me alcuni pensieri. Li ho messi da parte insieme agli olii profumati e all’incenso, perché brucino anche’essi e si disperdano nell’aria. I pensieri devono diventare voci. Non parlerò di tutte quelle cose che da qualche tempo vanno molto di moda :le nuove, grandi possibilità di ricchezza e di crescita che un paese più esteso dell’ Europa e con un miliardo e duecento milioni di persone può rappresentare “per noi” ma anche e soprattutto per se stesso. Di settimana in settimana, non manca un editoriale del Financial Times o un reportage dell’Economist a spiegarci quel che il mercato indiano possa diventare sia in termini di produzione che di consumo di beni e servizi. Rimando dunque a quelle opinioni, peraltro molto più qualificate della mia.
Posso testimoniare di aver visto centri di ricerca super tecnologici, e poli industriali che vengono su come funghi, i quartieri dei servizi con migliaia di call centers delle multinazionali, e campi coltivati e manodopera tanta, e molto qualificata, che parla inglese e usa internet: poi aggiungo che il ristorante trendy di New Delhi si chiama “Olive Tree” e la zona più esclusiva della città sarà una zona residenziale mediterranea, dove i lussuosissimi appartamenti saranno provvisti di piante di limoni e fichi e i cui proprietari vogliono bere i vini pregiati e vestirsi “alla moda italiana”, e lo dico con soddisfazione ( perché viviamo di una bella rendita) e rammarico ( perché davvero non riusciamo a metterla a frutto). E, quando leggerò di altri divieti, e di altre prese di posizione e di schiamazzi contro la ricerca sulle cellule staminali, mi immaginerò gli scienziati biomedici di Bangalore, la Silicon Valley indiana rinomata per la quantità e qualità di start up biotech, che brindano e fanno i salti di gioia perché i capitali americani, europei e canadesi saranno pronti ad arrivare a valanga.
Penso però che guardare all’India -o a qualsiasi altra lontana civiltà che promette o minaccia nuovi scenari per l’economia mondiale- sia un errore. Non lo definirei un nuovo colonialismo, ma mi sembra che molto, dei possibili benefici che si possono estrarre dagli scambi e dalle nuove relazioni anche economiche, si perda. Dovremmo avvicinarci di più all’India e, con un senso di curiosità e voglia di conoscere, interrogarci sulla possibilità di concepire il tempo in maniera dilatata, perché la velocità dei traffici delle relazioni racchiude la nevrosi occidentale di non essere mai sazi, di non essere mai “felici” e di accumulare piuttosto che contemplare. Di interrogarci se le scelte efficienti dei singoli ( ad esempio spostarsi dal villaggio alla città per un lavoro meglio retribuito) siano davvero scelte anche efficienti per altri corpi sociali, (quali la famiglia o il villaggio) e se la struttura giuridica del codice napoleonico sia da accettare così come e’, anche se le relazioni affettive tra gli uomini siano contemplate solo quando ci si sposa: di questo diritto senza passione, che non contempla mai ad esempio la parola amico/a/amicizia. Mi interrogo se forse potremmo fare un bel salto mentale e imparare noi che la “governance partecipativa” di cui si legge in abbondanza nei testi più innovativi di regolazione, si fa da tempo nei villaggi intorno all’albero di mango, quando si decide di cosa fare del pozzo o di un’eredità e si da ascolto ad ogni singola voce dei presenti. perché come insegna Amartya Sen nel suo The argumentative Indian sarebbe l’ora di finirla con la pretesa che la democrazia e il razionalismo siano un prodotto esclusivo dell’occidente, magari da incartare ed esportare come paccottiglia.
E forse , mentre il filo di fumo dei pensieri si assottiglia e si avvolge a spirale, sarebbe anche da interrogarsi sul lessico e sui problemi della L&E, porsi una questione specifica sul valore del sacrificio, e della rinuncia, sulla importanza della contemplazione di stati d’animo oltre che della produzione e del consumo di beni, sugli entitlements immateriali rappresentati dall’affetto della famiglia, dal rispetto e dalla dignità garantita a chi è al servizio di un householder, una relazione non riducibile allo scambio tra denaro e prestazioni d’opera. Se insomma vogliamo evitare di guardare solo e unicamente all’ “american way of life” come apoteosi del creato e ci ricorderemo, come nella poesia di Pier Paolo Pasolini, dei mille “Alì dagli occhi azzurri” che aspettano di vivere la loro opportunità.

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Sanzioni Micro(e)Soft
Pasted Graphic di Antonio Nicita
Qualche giorno fa la Commissione Europea ha nuovamente imposto una sanzione monetaria nei confronti della Microsoft per inottemperanza ai precedenti impegni/obblighi assunti in sede di decisione di un caso per abuso di posizione dominante. La nuova sanzione monetaria ammonta a 280 milioni di euro e si aggiunge alla precedente, con il rinnovato invito/imposizione a "disclose complete and accurate interface documentation which would allow non-Microsoft work group servers to achieve full interoperability with Windows PCs and servers".
Al di là del caso antitrust e dal dibattito che esso ha suscitato che si riferisce al tema dell'exclusionary bundling di una impresa dominante che possiede uno standard divenuto essential facility (un tema da qualcuno riferito anche all'emergente mercato I-tunes/I-Pod, come nel post precedente), si pone il tema più generale dell'efficacia delle sanzioni monetarie in Anti-trust. Per i soggetti dominanti pluriennali esse non sembrano agire da deterrente. E poiché gli abusi commessi da tali soggetti sono quasi sempre di natura escludente, ne consegue che un fallimento delle politiche antitrust e regolatorie nell'incrementare la concorrenza nel medio-lungo periodo. Il tema che si pone al dibattito è quello di forme composite di sanzioni - monetarie e non monetarie - senza arrivare necessariamente a imporre sanzioni di tipo penale in capo ai managers.
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I-Pod & Anti-trust: che succede?
Pasted Graphic di Antonio Nicita
Questa settimana l'Economist propone, tra i suoi economic focus, "The economics of I-tunes" traendo spunto dalla definitiva approvazione nelle scorse settimane della legge francese che impone alla Apple degli obblighi di 'compulsory access' al proprio I-tunes, in ragione della dominanza nel prodotto collegato I-Pod: la musica scaricabile on-line dal negozio virtuale di I-tunes deve essere compatibile tecnicamente con lettori musicali portatili digitali alternativi all'I-Pod. L'ultima versione di questa discussa legge è molto meno drastica del precedente schema, in quanto vincola questo obbligo all'effettiva disponibilità dei copyrighters, quindi di fatto, rende l'obbligo meramente potenziale. L'Economist giustamente sembra scettico nei confronti della legge francese, ma nel farlo, a mio giudizio, non coglie le argomentazioni più appropriate, che si riferiscono all'analisi antitrust del bundling, del metering, dei network effects e dell'essential facility doctrine.
to be continued.....in my week-end!
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Aspettando Gentiloni
imagesdi Antonio Nicita
Come avevamo detto un paio di volte su questo blog e su Il riformista, la legge Gasparri è contraria alla normativa antitrust italiana ed europea. A quanto pare - da anticipazioni di stampa - anche la Commissione Europea avrebbe, finalmente, concluso in tal senso. Ora aspettiamo Gentiloni. Il nostro suggerimento resta quello già avanzato qui: non tanto e non solo promuovere una 'singola' riforma della rai, tenendo separate tv e tlc, ma impegnare i prossimi sei mesi nella promozione di un libro bianco sulla convergenza multimediale che - mantenendo lo sguardo 'settoriale' della Gasparri - arrivi al suo opposto sotto il profilo dei rimedi e della regolamentazione, perlomeno con riferimento alla liberalizzazione dell'accesso alla reti, alle frequenze (analogiche e digitali) e ai contenuti premium. Resta aperto un tema. Se la Gasparri vieni ritenuta anticoncorrenziale che né é dei danni prodotti nel periodo in vigore alla concorrenza e ai clienti?
IL TESTO DELL'AUTHORITY SULLA DOMINANZA NELLE TV
LA NUOVA LEGGE DELEGA SUI DIRITTI TELEVISIVI SPORTIVI
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Global Warming & Supreme Court

imagesdi Viviane Meunier (LL.M, Yale)
The US Supreme Court recently plunged into the debate over global warming. A ruling is expected this Autumn. Spurred by states in a pollution battle with the Bush administration, the court said it would decide whether the Environmental Protection Agency is required under the federal Clean Air Act (enacted in the early 70’s) to treat carbon dioxide from automobiles as a pollutant harmful to health. The decision could determine how the US address global warming.
President Bush has rejected calls by environmentalists and some lawmakers in Congress to regulate carbon dioxide, the leading heat-trapping "greenhouse" gas going into the atmosphere. Bush still argues about the causes of global warming, being one of the few who denies what science establishes. He then only favors voluntary actions and development of new technologies to curtail such emissions (while there are none commercially viable known so far). He lastly resorted to say that anyway federal government has no power to rule on this. But a dozen states argued that carbon dioxide and other heat-trapping chemicals from automobile tailpipes should be treated as unhealthy pollutants under the Clean Air Act. They filed a lawsuit in an effort to force the EPA to curtail such emissions.
A Supreme Court decision declaring carbon dioxide a harmful pollutant would make it hard for the agency to avoid action involving power plants which account for 40 percent or the carbon dioxide released into the air. Cars and trucks account for about half that amount.
The states involved together account for more than a third of the car market. The administration maintains that unlike other chemicals that must be controlled to ensure healthy air, carbon dioxide from burning fossil fuels is not a dangerous pollutant under the federal law. And, officials argue, even if it is, the EPA has discretion over whether to regulate it, considering the economic costs involved. Actually, a basic fact must be kept in mind: controls stringent enough to stop global climate change would cost more – in the short term - than the damage expected from climate change. Public support for emission controls, that could sway politicians, is still quite tepid. Moreover, national security and fiscal policy challenges may well out-compete the climate issue for both public attention and economic resources. Reducing greenhouse gases emissions also conflicts with the goal of decreasing America’s dependence on foreign energy. The latter is expected to be reached with the emerging globalisation of the natural gas market. And, this being a global issue, the absence of any Chinese commitment to emission controls prevents any prospect of a US commitment.
While a federal appeals court (the 4th Circuit – Virginia, West Virginia, Maryland, North Carolina, and South Carolina) sided with the administration, its ruling was mixed. One judge said the states and other plaintiffs had no standing because they had not proven harm. A second judge said even if the law gave the EPA authority to regulate carbon dioxide, the agency was not obligated to do so. A third judge, in the minority, said the EPA was violating the law by not regulating the chemical.
The bunch of plaintiffs in the lawsuit is impressive: California, Connecticut, Illinois, Maine, Massachusetts, New Jersey, New Mexico, New York, Oregon, Rhode Island, Vermont and Washington. They were joined by a number of cities including Baltimore, New York City and Washington D.C., and by the Pacific island of America Samoa, the Union of Concerned Scientists, Greenpeace, Friends of the Earth, and the Sierra Club.
The Supreme Court takes on this issue when one wonders if climate change could become a hot topic for the primaries. Al Gore has released a movie - An Inconvenient Truth -, challenged by the petroleum companies lobby which broadcasts ads glamourising carbon dioxide “carbon dioxide: they call it pollution; we call it life”. Hillary Clinton urged action recently. Whether American voters care remains to be seen though. While as the atmosphere shifts, it influences the earth’s rotation, a few more bad hurricanes or some disasters of the like may influence voters’ indifference, along with some more Hollywood support, like “The Day After Tomorrow” movie, the scenario of which was based on real science and on what actually already happened thousands years ago when the Gulf Stream switched off after the drop of huge chunks of glaciers in the ocean in a previous global warming era.
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Balzelli & Globalizzazione (e Antitrust?)
Ho cambiato il nome al sito. Adesso si chiama Antonio&CO. ed è offerto agli amici - 'senesi' e non - per interventi. Ricevo da ZAP e volentieri pongo alla vs attenzione (riservandomi di intervenire nella parte commenti).
primiallaprima_bisdi ZAP
Ieri sera sono stato a vedere il concerto di Roger Waters a Lucca. Arrivo poco prima dell'inizio e acquisto il biglietto, alle 20.12, come stampato sul biglietto stesso.Mi vengono addebitati i diritti di prevendita. Protesto senza ottenere risposta. Cerco la polizia municipale, ma i locali mi dicono che non c'è speranza. Mi avvicino ad un maresciallo dei carabinieri che si dice incompetente sulla materia e mi suggerisce di chiamate il 117.Al 117 mi dicono che c'è sicuramente una loro pattuglia sul posto cui chiedere.Trovo un maresciallo della finanza in borghese che non è in grado di darmi alcuna spiegazione....
Ci rivolgiamo a un dipendente della SIAE che dice che non esiste una regola che definisce quando si chiude la prevendita, dipende dagli organizzatori, ma che a loro è stato comunicato che finisce alle 20.00. Mostro il biglietto al maresciallo, ma si dimostra incapace anche solo di comprendere il significato della parola pre-vendita (probabilmente l'ateneo per il quale lavoro avrà "laureato la sua esperienza" e quindi mi trattengo dal dire quello che provo, imbarazzo e vergogna per l'assoluta mancanza di capacità professionali esibite dal dipendente dello stato che mi sta di fronte). Nel frattempo il dipendente SIAE, che capisce che la questione non è priva di risvolti, mi dice che la prevendita è stata prorogata alle 21.00 a causa del notevole afflusso di pubblico (SIC). Sostengo che nella sostanza si tratta di una truffa ai miei danni e del "consumatore" in generale, ma poi mi allontano quando il maresciallo mi invita a sporgere denuncia presso un ufficio della finanza il giorno dopo a Firenze (dove abito) prima di beccarmi io una denuncia per offese. Forse c'è spazio per riprendere la questione ticketone in questo e in altri blog e verificare se davvero i diritti di prevendita stanno per diventare l'ennesimo balzello della nostra florida società.
Zap (C.Z.)

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Actions without Class?
imagesdi Antonio Nicita
Proprio nei giorni in cui in Italia si inizia a dibattere - anche su questo blog - sul progetto di Bersani di introdurre anche da noi la class action come uno strumento aggiuntivo di tutela dei consumatori, negli Usa i giudici fanno macchina indietro. Qualche giorno fa la Corte Suprema della Florida ha respinto una delle cause di class action tra le più importanti, attivate contemporaneamente in diversi stati, quelle avanzate nei confronti delle big tobaccos da una serie di consumatori. Motivazione: i danni sono soggettivi dal momento che ciascun consumatore ha un tipo di danno diverso. Sarebbe questa la condizione che farebbe venir meno il presupposto stesso di una class action. Un colpo mortale per i consumatori e per i fautori della class action.
La class action mossa davanti la Corte Suprema della Florida, che proponeva un risarcimento di 145 miliardi di dollari, è stata respinta sulla base della considerazione che "smokers' cases are highly individualized and do not lend themselves to class-action treatment". Questa decisione indebolisce, come già una precedente della Corte Suprema dell'Illinois favorevole alle Big Tobaccos (relativa ad una richiesta di risarcimento di 10 miliardi di dollari contro la Philippe Morris per aver posto la scritta ingannevole 'light' sui pacchetti), l'insieme di class actions promosse nei diversi stati. Tuttavia, nel rigettare la class action, la Corte Suprema della Florida ha invece discrezionalmente e selettivamente riconosciuto alcune cause individuali tra quelle presentate: due denuncianti malati di tumore hanno ricevuto complessivamente quasi 7 milioni di dollari (rispettivamente 2,9 e 4) per la specifica relazione di causalità tra fumo e tumore, in quanto le compagnie avrebbero omesso nelle etichette informative i pieni rischi connessi al fumo. Questa sentenza è interessante anche per progetti italiani. Se fosse accolta questa interpretazione, occorrerebbe che i consumatori collegati in class action abbiamo una identica posizione rispetto alla compagnia accusata (ad esempio i piccoli risparmiatori). Ma ciò escluderebbe paradossalmente la class action proprio dai casi in cui essa può manifestare più efficacemente il suo effetto deterrente, ovvero nei casi legati al danno all'ambiente e alla salute. Allo stesso tempo il costo legale individuale di affrontare una grande compagnia rispetto a singole situazioni soggettive, derivanti dalla medesima condizione oggettiva (come nel caso del fumo), è senz'altro tale in alcuni casi da inibire azioni individuali...
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Bersani/3: serve la class action in Italia?
imagesIl decreto Bersani si inserisce in una iniziativa più complessa che prevede l'elaborazione di un disegno di legge che istituisca l’azione collettiva a tutela dei consumatori e degli utenti in conformità con la normativa comunitaria, nota anche come 'class action'.
In sostanza alcune associazioni riconosciute potranno chiedere il risarcimento dei danni restituendo poi le somme dovute direttamente ai singoli consumatori o utenti interessati, a seguito di atti illeciti commessi nell’ambito di rapporti giuridici relativi a contratti di atti illeciti extracontrattuali, di pratiche commerciali illecite o di comportamenti anticoncorrenziali, sempre che ledano i diritti di una pluralità di consumatori o di utenti. Sotto il mero profilo economico, si tratta di introdurre una tutela aggiuntiva e quindi uno strumento di deterrenza in più. La motivazione economica risiede nel ruolo di coordinamento dell'azione collettiva permesso dalla class action, concentrando, in un unico contesto processuale, l'accertamento di illeciti, idonei a provocare un danno diffuso nella collettività. Il decreto Bersani oltre ad annunciare il disegno di legge introduce il meccanismo del patto quota lite che di fatto favorisce - dal lato degli incentivi dell'avvocato - la class action. Noi la conosciamo in Italia, soprattutto attraverso i film...il piccolo consumatore o l'avvocato di primopelo che mettono in ginocchio le grandi compagnie.
Molti giuristi italiani non la vogliono. Perché?

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Bersani/2: professioni liber(at)e?
images Sulle professioni, il decreto Bersani recepisce notevoli sollecitazioni dell'AGCM sul rischio che gli ordini professionali si trasformino in 'cartelli'. Resta aperto il tema della liberalizzazione all'accesso alla professione, specie quelle legali. Come si fa?
Una delle novità introdotte dal decreto Bersani riguarda il tentativo di favorire una effettiva ‘negoziabiità’ delle parcelle tra le parti, legate al risultato della prestazione. Con una norma del decreto legge si abrogano le disposizioni normative e regolamentari che prevedono la fissazione di tariffe obbligatorie fisse o minime e il divieto di pattuire compensi parametrati al raggiungimento degli obiettivi perseguiti. Per i giuristi può essere una norma controproducente, per gli economisti è un mero contratto incentivante in presenza di asimmetria informativa. I liberi professionisti possono far conoscere agli utenti i servizi offerti attraverso la pubblicità. Si abroga il divieto, anche parziale, di pubblicizzare i titoli e le specializzazioni professionali, le caratteristiche del servizio offerto e il prezzo delle prestazioni. Ancora, l’utente potrà rivolgersi a societa’ multidisciplinari (formate da architetti, avvocati, notai, commercialisti ecc...) grazie all'abrogazione del divieto di fornire all’utenza servizi professionali di tipo interdisciplinare da parte di società di persone o associazioni tra professionisti, fermo restando che il medesimo professionista non può partecipare a più di una società e che la specifica prestazione deve essere resa da uno o più professionisti previamente indicati, sotto la propria personale responsabilità. E poi, per i passaggi di proprietà, si passano alcune competenze al municipio (trasferimento automobili).
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Bersani/1: i 'drivers' del taxi
imagesChe il decreto Bersani segnasse un momento di vita del governo si era capito. Ha svegliato pure questo blog che ha raggiunto, nel precedente post, il record di 60 commenti ( Winkingpur sempre tra i soliti 4 amici, ma sono un segnale della ns voglia di dibattito). I diversi temi si sovrappongono e allora è meglio spezzettarli. Iniziamo con i taxi che, come prevedibile, pur essendo un numero esiguo stanno bloccando le città. Cosa dice Bersani al riguardo?
UNA NOTA DELLA FONDAZIONE CERM
Si elimina il divieto di cumulo delle licenze. Fatta salva la possibilità di conferire nuove licenze secondo la vigente programmazione numerica, i Comuni possono bandire pubblici concorsi e concorsi riservati a chi è già titolare di licenza taxi (in deroga alle attuali disposizioni) per l’assegnazione a titolo oneroso di licenze eccedenti la vigente programmazione numerica. Nei casi in cui i comuni esercitino tale facoltà, i soggetti assegnatari delle nuove licenze non le possono cedere separatamente dalla licenza originaria e devono avvalersi, sotto la propria responsabilità, di conducenti il cui contratto di lavoro subordinato deve essere trasmesso all’amministrazione vigilante entro le ore 24 del giorno precedente il servizio.
I proventi derivanti dall’assegnazione a titolo oneroso delle nuove licenze sono ripartiti tra i titolari di licenza taxi del medesimo comune che mantengono una sola licenza. Inoltre i comuni possono altresì rilasciare titoli autorizzatori temporanei, non cedibili, per fronteggiare eventi straordinari.
In sostanza i passaggi sono tre: (1) programmazione numerica (oggi in Italia c'è un bassissimo rapporto taxi/abitanti cui fa da contrappeso una tariffa/km tra le più alte d'Europa), (2) per i nuovi taxi possono essere rilasciate nuove licenze anche cumulandole con quelle già esistenti; (3) parte dei proventi delle nuove licenze va ai tassisti esistenti. Si tratta di un meccanismo che risponde al problema oggettivo di carenza dell'offerta, prospettando una soluzione che permette nel breve periodo un recupero degli investi sunk sostenuti dai tassisti in modo da evitare il fenomeno dell'hold-up regolatorio (ovvero del deprezzamento della licenza da parte di chi fino a ieri la ha pagata profumatamente).
Il decreto conferisce una scelta ai comuni e alle regioni non un obbligo. Come hanno osservato alcuni economisti su la voce.info, un governo locale non avrà mai la forza di fronteggiare scioperi locali dei tassisti (come avvenne con Rutelli sindaco) e per questo è necessario in questi casi di trasporto locale demandare al governo. Purtroppo le attuali promesse dell'assessore milanese e di quello della regione Lombarda di non attuare il decreto vanno proprio nella opposta direzione di far vincere le lobbies locali. Rinvio ai commenti per suggerimenti bibliografici e per numeri.


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No Smoking at the Beach: é iperpaternalismo?
Pasted Graphic "Sto qua, con le quattro capriole di fumo", scriveva Ungaretti. Ma il sigaro Toscano non è come gli altri sigari. Meno dolce. Pesante. Se, per sbaglio, lo respiri ti senti morire. Però è un compagno di pensiero. Si accende e si spegne. Si riaccende. Ti sta accanto, a segnare l'intermittenza dei tuoi pensieri. Tutti i fumatori di toscano sanno che è un meccanismo per pensare. Impossibile fumarlo (e spegnerlo e riaccenderlo) senza che ci sia un pensiero ad alimentarlo. E' il contrario della sigaretta. Quella è una pausa. Il toscano no. C'è una continua fumosa corrispondenza tra i pensieri e il fumarsi un toscano. I pensieri sono tortuosi, spezzati. Si accendono e si spengono. In questo il toscano è diverso dal cubano, ottimo anche lui, ma che non può essere spento e riacceso senza distruggerne l'aroma. Il toscano è divenuto da diversi anni il mio fedele compagno (con rassegnata solidarietà di mia moglie), e me lo porto in giro, a spasso per il mondo. A Parigi, che se ne intendono, puoi fumarlo nei ristoranti più chic. A S. Francisco, un poliziotto mi ha fermato, seduto in un bar all'aperto in una giornata di sole, dicendomi: "ehi this is a no smoking area". Non era una battuta.
Diverse Contee negli Stati Uniti hanno imposto la 'no smoking area' in tutte le spiaggie. Moltissime sono in California, alcune in Texas. Dopo diversi anni di pressione culturale, a livello statale e federale, l'idea si trasforma in legge: è vietato fumare nelle spiagge. Due sono le motivazioni generalmente addotte. La prima si riferisce alle cicche. Costituirebbero la principale fonte di rifiuti delle spiagge, una media di 300.000 al giorno, secondo alcune stime. Ciò costituirebbe una fonte di inquinamento delle spiagge e una spesa pubblica elevata. La seconda ragione è quella nota del fumo passivo, anche in spiaggia, con la brezza marina che in California fa alzare le onde per la gioa dei surfisti.
Sinceramente, le due motivazioni appaiono deboli.
La prima è debole perché la spesa pubblica o privata per pulire le spiagge è indipendente dal tipo di rifiuto. Si spenderebbe comunque la stessa cifra impegnata per la raccolta delle biodegradabili cicche per raccogliere più inquinanti lattine, bottiglie di plastica, sacchetti vari. Il divieto colpisce i fumatori ecologici che usano i portaceneri e non punirebbe gli inquinatori non fumatori. Ma anche la seconda ragione non è convincente. Il fumo passivo produce i suoi effetti - a volte controversi - in ambienti chiusi dove è difficile o insufficiente il ricambio d'aria e dove non è possible per i non fumatori sottrarsi all'inquinamento passivo. Avete presenti le spiagge americane? C'è qualcosa di più largo e lungo? Avete presente il vento che soffia sull'oceano? E allora da dove nasce il nuovo divieto? Forse nasce dal divieto stesso. Non più lo Stato paternalista che vuole proteggere la tua salute con informazioni, disincentivi, ma lo Stato iperpaternalista che decide per tutti. Non ti dice come proteggerti, ma decide quanto proteggerti.
Forse presto non dovremmo più nemmeno vedere all'ingresso dei grattacieli gli impiegati fumarsi sigarette e ossido di carbonio delle auto se si afferma l'idea che l'aria in quanto tale diventa un bene pubblico da tutelare per sé, indipendetemente dalle effettive esternalità prodotte. E se questo è vero, l'aria è pubblica non solo sulle spiagge ma anche sopra ogni proprietà, compreso quella privata. Al riguardo, la penso come Robert A. Levy su questo: " Ordinarily, in a democracy, we let the political process set restrictions on the use of public property. But there are limits on the exercise of political power. Under our constitutional system, a nonsmoking majority cannot arbitrarily stamp out the rights of a smoking minority. For a regulation to be legitimate, there must be a good fit between the regulation and the goal it seeks to accomplish. Government, not secondhand smoke, is polluting the beaches. Surely we can protect the legitimate rights of non-smokers without prohibiting smokers from relishing an occasional cigarette by the sea".
Ehi, nel frattempo mi si è spento il toscano. Lo riaccendo.

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Ma la Law&Economics é (davvero) di destra?
newmain Durante una cena del seminario STILE (Siena-Toronto Initiative in Law and Economics), ci siamo trovati a discutere con i colleghi Canadesi del fatto che, perlomeno presso quanti non si occupano generalmente di analisi economica del diritto, l'approccio law and economics tende ad essere classificato, anche in Italia, come un movimento 'di destra'. La cosa imbarazzava alcuni di noi che si descriverebbero più o meno come democratici liberal in senso Usa. Certamente, alcune implicazioni pro-market dell'analisi Posneriana possono essere classificate come liberiste. Tuttavia l'analisi Coasiana sui trade-off instituzionali tra mercato e centralizzazione gerarchica delle transazioni è certamente neutra politicamente, permettendo a taluni di parlare di un Coase liberista e ad altri di un Coase socialista.
Per non parlare delle implicazioni del lavoro di Commons (1924), delle riflessioni sulla giustizia distributiva e sulla responsabilità civile di Guido Calabresi (1970) o dei contributi della post-Chicago L&E che forniscono un quadro variegato dell'analisi economica del diritto. L'approccio della New Institutional Economics ha in parte contribuito ad alimentare questo equivoco. I contributi di Williamson (1985, 1996) ad esempio rischiano di 'giustificare' ogni istituzione che esiste come il risultato di un ottimo processo di minimizzazione di costi di transazione. E tuttavia North (1990), uno dei massimi esponenti del neo-istituzionalismo, chiaramente suggerisce che possono sempre emergere e persistere istituzioni inefficienti se il potere di 'influence' di chi le controlla ostacola il cambiamento istituzionale efficiente. Il mercato quindi può essere tanto il luogo in cui si manifestano assetti efficienti di scambio, quanto il luogo in cui si manifesta un potere distorsivo e inefficiente. Se guardiamo ad un campo privilegiato dell'applicazione dell'approccio law and economics, quello dell'antitrust law, emerge con chiarezza quanto scritto da Giuliano Amato (1997) e cioè che il disegno di regole efficienti serve a limitare sia il potere discrezionale di uno Stato invasivo sia il potere incontrollato dei monopolisti privati. L'approccio L&E, per quanto mi riguarda, ci aiuta a discutere dell'impatto delle regole attuali sugli incentivi e del disegno efficiente (di second best) delle regole future. Il disegno 'efficiente' non è di per sé indipendente dal fatto che si possano delineare altri obiettivi (anche distributivi). Efficienza può bene essere interpretata come minimizzazione dei costi di transazione nel perseguimento di un dato obiettivo dichiarato. Mentre queste considerazioni sono generalmente condivise dagli economisti, permane presso molti giuristi italiani la convinzione - a volte un vero pregiudizio - che l'analisi economica del diritto coincida non con un metodo ma con una politica di impronta liberista che tenda a semplificare la complessità del diritto e a innalzare l'efficienza del mercato come unico vessillo per il governo delle transazioni. Basta guardare alle evoluzioni della disciplina per capire che non è ( più ) così. Molti contributi possono essere ben etichettati 'di sinistra', ammesso che questa politicizzazione di un approccio metodologico abbia davvero un qualche senso. E' semmai un approccio complesso agli ordini istituzionali incompleti che ci aiuta a capire l'emersione e la distorsione del potere, sia esso proveniente dal pubblico, dal privato, dai governi, dallo stato, dalle norme sociali. Se proprio dovessi dire quale è l'ambizione più grande oggi di questo approccio direi che è quella di misurarsi con la complessità delle interazioni che avvengono tra sfera giuridica e sfera economica. In prossimità della seconda conferenza della Società Italiana di Diritto ed Economia occorre forse - come mi suggerisce Massimo D'Antoni - un dibattito più ampio e una più diffusa divulgazione dei progressi dell'approccio di analisi economica del diritto. Anche perché questo approccio può contribuire - e non poco - al dibattito italiano sulla politica economica e sulle riforme da compiere in vari ambiti.
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'Rubarsi i clienti' é illegale o é concorrenza? Dipende...
Pasted Graphic Nel film di E.Scola 'Concorrenza Sleale' (2001), due commercianti (D. Abatantuono e S. Castellitto nella foto) fanno di tutto per rubarsi l'uno l'altro la clientela, prima che le leggi razziali impediscano al commerciante ebreo di continuare la sua vita. Il film sviluppa, in due registri paralleli, il tema delle regole del gioco concorrenziale: cosa si può fare e cosa no. In questi giorni, specie dopo la recente sentenza della Corte d'appello di Milano, Telecom Italia viene accusata da più parti di aver posto in essere strategie abusive, e dunque illegali, di 'winback'.
Con il termine ‘winback’ ci si riferisce comunemente ad azioni commerciali, tipicamente promozioni personalizzate e formulazioni di sconti-quantità e/o varietà, rivolte a clienti passati al concorrente al fine di ottenerne il ‘rientro’. Mentre appare pacifico che strategie di winback operate tra soggetti aventi analogo potere di mercato sono il risultato del buon funzionamento di meccanismi concorrenziali (cd. competition on the merits), si pone la questione teorica della eventuale natura anti-competitiva di strategie di winback operate dal soggetto in posizione dominante nei confronti dei nuovi entranti. Il dibattito cresce anche sui blog (Beppe Grillo scrive a Paolo Gentiloni che gli risponde). Si tratta in particolare di stabilire se il principio della 'speciale responsabilità' imponga al soggetto dominante anche l’obbligo di astenersi dall’intraprendere tali pratiche commerciali di winback, in quanto escludenti nei confronti dei concorrenti.
Questo tema è diventato di estrema attualità oggi in Italia a seguito di una sentenza della Corte di Appello di Milano che ha accolto l'inibitoria richiesta da un concorrente di telefonia fissa contro l'operatore incumbent nei confronti delle attività di winback poste in essere anche attraverso l'uso di informazioni riservate sui clienti. Proprio ieri, il Sole24ore ha pubblicato la notizia che anche sul mercato della telefonia mobile il secondo operator risulta aver inoltrato una denuncia analoga alle autorità competenti. Dal punto di vista teorico di antitrust law and economics va risolto un dilemma: 'rubarsi' i clienti é un abuso di posizione dominante (ai sensi dell'art. 3 L.287/90 e/o dell'art. 82 del Trattato UE) o é invece l'effetto della concorrenza (a beneficio dei consumatori finali)?Nei casi che oggi sono in discussione in Italia, a questo tema si aggiunge la questione della legittimità dell'uso di informazioni private sui profili degli utenti a fini promozionali. A mio avviso, il tema del winback ha una sua rilevanza antitrust anche indipendentemente dalla circostanza che esso venga effettuato per il tramite di informazioni private. Vediamo perché.L’attuazione di strategie di winback è stata talvolta considerata (ad esempio dalla Federal Communications Commission in USA) come il felice risultato del meccanismo concorrenziale, anche quando essa è posta in essere da un operatore dominante. Questa valutazione tuttavia non è valida in ogni contesto di mercato (come stabilito dalla Canadian Radio-television and Telecommunications Commission), ma solo in mercati concorrenziali, ovvero in contesti incompatibili con una posizione dominante. In un recente lavoro proviamo a motivare alcune delle seguenti argomentazioni (si rinvia al paper)Sadi) la natura pro-competitiva delle strategie di winback è compatibile con l’ipotesi di agenti economici razionali solo in contesti di mercato concorrenziali o contendibili, ovvero con assenza di barriere all’entrata e all’uscita e dunque con contesti nei quali non esiste una posizione dominante, per cui la mera entrata dei concorrenti agisce immediatamente da disciplina della pre-esistente posizione dominante dell’incumbent(ii) in un contesto di mercato oligopolistico caratterizzato da assenza di costi fissi, non è mai razionale per un operatore incumbent realizzare strategie di winback; infatti l’assenza di asimmetria nella capacità competitiva e la ‘trasparenza oligopolistica’ delle azioni-reazioni tra concorrenti comportano una possibilità di replica immediata da parte del concorrente dei termini commerciali proposti dall’incumbent; ciò comporterebbe di fatto un ‘contagio’ immediato all’intero mercato e dunque ad un’applicazione generalizzata a tutto il mercato delle migliori condizioni via via offerte alla clientela interessata dal winback (ribassi di prezzo, sconti di varia natura, promozioni, omaggi ecc.) riducendo rapidamente la profittabilità di tutti gli oligopolisti;(iii) la strategia di winback attuata da un operatore dominante è razionale solo in contesti caratterizzati da posizione dominante (individuale o collettiva) nei quali i nuovi entranti debbano sostenere elevati costi fissi al fine di competere alla pari contro l’incumbent, ovvero al fine di replicarne prontamente le strategie commerciali di winback; in tali casi, essa è razionale in quanto escludente, in quanto cioè la impossibilità dei concorrenti di replicare con successo alle offerte dell’incumbent comporti una progressiva diminuzione della base clienti del concorrente al punto da allontanarlo dal conseguimento del break even, e, nel caso peggiore, da indurne l’uscita;(iv) per un operatore incumbent la strategia di winback domina tutte le altre strategie escludenti pre-entrata di tipo ‘universale’ ovvero applicate all’intera clientela dell’incumbent (price matching o undercutting; esclusive o sconti fedeltà; sconti target; prezzi predatori ecc.); ciò in quanto con il winback vengono riduzioni di profitto associate alle condizioni economiche più vantaggiose promosse attraverso il winback sono applicate solo ad una parte della clientela, quella passata al concorrente, operando forme di sussidi incrociati e di discriminazione di prezzo tra i due gruppi di clienti; (v) le condizioni in base alle quali le strategie di winback producono effetti abusivi da impedimento sono le seguenti:a. elevati costi fissib. mancato raggiungimento della scala minima efficiente di consumatori da parte del concorrente al momento dell’attuazione delle strategie di winbackc. la dimensione dei clienti ottenuti in winback deve essere significativo ovvero tale da allontanare sosanzialmente il perseguimento del break even da parte dell’entrante (cd. effetto del ‘secchio bucato&rsquoWinking.Nei prossimi mesi sapremo se anche le Autorità competenti condividono questa impostazione.
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A che ora ci vediamo?
imagesC'è un blog in USA di enorme successo, promosso da un gruppo della George Mason University, che si chiama www.marginalrevolution.com. Di solito contiene provocazioni molto interessanti su come gli economisti possono interpretare à la Becker varie vicende umane con l'ausilio del metodo di analisi economica. Ebbene oggi Matteo Rizzolli mi ha segnalato che su quel sito vi era un blog sul tema:When should you show up to a party early?, perché conviene presentarsi presto ad un party. Ho subito 'postato' un commento provocatorio 'da economista' burlone, fornendo ben 7 ragioni per le quali ritenevo razionale (per un selfish self-interested homo economicus) arrivare invece in ritardo ad un party. In realtà la mia era un bonaria presa in giro. Ma, naturalmente, chi si prende sul serio su un tale argomento prende anche sul serio i commenti! Si è scatenato il dibattito. Qualcuno ha pure teorizzato che in fondo bisogna andare al party quando si vuole, senza fare troppi calcoli sull'orario....davvero rivoluzionario ... Andate a leggerli! Ecco la tragedia della scienza economica: né allegra, né triste. Ma tende a prendersi troppo sul serio, se anche l'ora a cui andare ad un party diventa una scelta razionale da calcolare...'Too much blog for nothing' verrebbe da dire...E comunque, giacché ci siamo, si accettano commenti (economicamente fondati) sull'orario giusto a cui presentarsi al party!!!
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Quattro (semplici) idee per rilanciare il calcio
imagesimagesimagesimages Lo scandalo del calcio italiano sta assumendo i contorni di una gigantesca storia di conflitto di interessi. La più grande attività sportiva e di intrattenimento nazionale soffre cioè del più grave e diffuso problema culturale, politico ed economico degli italiani: il conflitto di interessi. Non solo l'ex presidente del consiglio è stato insieme il proprietario del soggetto dominante nel mercato della tv in chiaro (pur in un contesto duopolistico) e il presidente dei una delle prime tre squadre di serie A; non solo il presidente della lega calcio è anche il manager della squadra di proprietà dell'ex presidente del consiglio. Si scopre adesso che il manager della Juventus avrebbe gestito per il tramite della società 'gea' un impressionante numero di 'procure' di calciatori, arbitri e persino allenatori. Le 'procure' - per intendersi - sono deleghe a rappresentare gli interessi dei deleganti sul mercato: migliori ingaggi, sponsorship, scambi tra squadre. La società in questione pur essendo collegata con la squadra leader del campionato manteneva tutto il potenziale per influenzare gli assetti di mercato e dunque del campionato. Il quadro che sembra finora emergere dalle intercettazioni è fosco e preoccupante.
Lo scandalo del calcio italiano sta assumendo i contorni di una gigantesca storia di conflitto di interessi. La più grande attività sportiva e di intrattenimento nazionale soffre cioè del più grave e diffuso problema culturale, politico ed economico degli italiani: il conflitto di interessi. Non solo l'ex presidente del consiglio è stato insieme il proprietario del soggetto dominante nel mercato della tv in chiaro (pur in un contesto duopolistico) e il presidente dei una delle prime tre squadre di serie A; non solo il presidente della lega calcio è anche il manager della squadra di proprietà dell'ex presidente del consiglio. Si scopre adesso che il manager della Juventus avrebbe gestito per il tramite della società 'gea' un impressionante numero di 'procure' di calciatori, arbitri e persino allenatori. Le 'procure' - per intendersi - sono deleghe a rappresentare gli interessi dei deleganti sul mercato: migliori ingaggi, sponsorship, scambi tra squadre. La società in questione pur essendo collegata con la squadra leader del campionato manteneva tutto il potenziale per influenzare gli assetti di mercato e dunque del campionato. Il quadro che sembra finora emergere dalle intercettazioni è fosco e preoccupante. Non si tratta solo di influenzare il campionato, si tratta di turbare un mercato con pesanti ripercussioni anche sui risparmiatori che investono nelle azioni delle squadre e sulla vitalità e sul pluralismo del mercato dei media. Vediamo perché.
Il campionato di calcio muove ormai in Italia, in termini di diritti televisivi, una cifra complessiva compresa tra i 600 e gli 800 milioni di euro, al netto dell'inserzionismo pubblicitario. Solo 20 anni fa si trattava di poche decine di milioni. Il salto decisivo è stato generato da tre cause concomitanti: (i) l'avvento nel '96 della seconda piattaforma satellitare, Stream; (ii) il passaggio dalla contrattazione collettiva a quella individuale nella cessione dei diritti televisivi sul campionato; (iii) l'impatto della sentenza comunitaria Bosman sugli incentivi delle squadre alla formazione del 'vivaio' e sulla necessità dei giocatori di trovare buoni intermediari-procuratori.
L'avvento della seconda pay-tv in Italia ha generato un'asta al rialzo per l'acquisizione in esclusiva dei diritti tv sul campionato. E' impressionante il passaggio dal '95 al '97: da poche decine di miliardi di lire di passa a 500 miliardi di lire. Si moltiplicano gli abbonamenti alle pay tv. I costi dei diritti in esclusiva lievitano al punto che le pay-tv sono costrette a racimolare solo perdite fino alla decisione di fondere in un unico soggetto Sky le due piattaforme esistenti. Se il monopsonio di Sky in parte ha mitigato il potere contrattuale delle squadre, esso ha comportato una evidente discriminazione tra squadre forti - Juve, Milan e Inter - e squadre deboli: le prime vedono crescere i propri introiti mentre le altre li vedono diminuire. Questa tendenza, rafforzata dall'assenza di un processo di centralizzazione della vendita dei diritti, crea un circolo vizioso: le squadre più forti diventano sempre pù forti e ottengono risorse aggiuntive e quelle deboli sempre meno competitive. In tale quadro, si fanno sentire gli effetti della sentenza Bosman: il venire meno dei diritti di proprietà delle squadre sul 'cartellino' ne diminuisce gli incentivi a investimenti in formazione di 'capitale umano' ovvero in formazione di 'campioni'.
L'insieme di questi fenomeni comporta che la vitalità del campionato sia compressa e compromessa dall'andamento distorto di due mercati: quello dei diritti televisivi e quello della compravendita dei giocatori. Entrambi i mercati sono poco concorrenziali. Quello dei diritti televisivi è influenzato dal potere oligopolistico di Sky da un lato e di Mediaset e dalla persistenza della vendita esclusiva dei diritti dall'altro, nonché dall'oligopolio delle prime 3-5 squadre del campionato; quello della compravendita dei giocatori è 'controllato' dal soggetto dominante - per stessa ammissione dell'AGCM - ovvero dalla società GEA che ha la procura di un numero elevatissimo di giocatori, controllandone la valutazione di mercato, l'allocazione e - come pare - anche la performance in singole partite. Deve a ciò aggiungersi che lo scambio di giocatori tra squadre agisce sempre di più al fine di rivalutare i bilanci piuttosto che allo scopo di reclutare giocatori effettivi.
Vi è una 'complementarità istituzionale' perversa tra questi diversi contesti economici tale da perpetuare e rafforzare il grado di oligopolio dei mercati interessati a danno della concorrenza, dei consumatori, dei tifosi e della stessa competitività del campionato.
Che fare? Propongo quattro semplici idee dalle quali ripartire.
1. Contrattazione collettiva: i diritti televisivi tornano ad essere proprietà di un organismo centrale rappresentativo il cui controllo deve essere indipendente e non collegato ad alcuna squadra di calcio o soggetto televisivo; essi vengono ceduti - al limite - in esclusiva per piattaforma tecnologica (satellite; cavo; ADSL; DTT; DVBH) fatto salvo l'obbligo di chi acquista di di cederli a pagamento ai concorrenti con un meccanismo di retail minus basato sui costi evitabili (secondo i principi comunitari stabiliti nella sentenza relativa alla concentrazione Sky). Si stabilisce un meccanismo a più parti dinamico di distribuzione degli introiti che tenga conto della posizione assoluta in classifica (rispetto all'anno precedente), di quella relativa (anno corrente), della performance (reti e punteggio) e cosi via.
2. Si forma un albo professionistico degli arbitri e una 'lega' rappresentativa degli stessi arbitri, la cui remunerazione è assicurata da una quota fissa dei proventi derivanti dalla vendita dei diritti televisivi trasferita dalla lega. Gli arbitri vengono sorteggiati il giorno precedente alla partita;
3. Le squadre che formano 'vivaio' ricevono una quota aggiuntiva di proventi parametrata al numero di talenti 'venduti' ogni anno sul mercato;
4. Le società che rappresentano le procure dei giocatori non possono superare un certo tetto massimo sia in termini di numero di giocatori afferenti al medesimo campionato sia in termini di durata contrattuale e rinnovabilità della procura; in ogni caso non possono esservi procuratori collegati a specifiche squadre di calcio.
Bastano per ricominciare, da subito.
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Convergenza multimediale e apertura dei mercati
images L’avvento della convergenza multimediale è alimentato dalle recenti innovazioni tecnologiche che permettono, grazie al moltiplicarsi dello spazio trasmissivo (come nel caso della ‘larga banda’ e della trasmissione digitale) la fruizione congiunta di un numero elevato di servizi, anche diversificati tra loro. Cosi, l’avvento della tecnologia x-DSL permette di veicolare sulle linee telefoniche tradizionali anche contenuti televisivi e interattivi; la rete cavo in fibra ottica permette di realizzare l’integrazione tra telefono, tv e internet con una qualità tale da permettere anche servizi innovativi (quali la tv a pagamento on demand e la video registrazione virtuale); il DTT estende la capacità trasmissiva analogica delle TV via etere e permette ai soggetti televisivi tradizionali di trasmettere contenuti a pagamento; le frequenze UMTS permettono l’integrazione dei servizi di telefonia mobile con nuove forme di fruizione televisiva di contenuti pregiati (film, eventi sportivi, news).......
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La concorrenza fa bene alla salute
Nei giorni scorsi l’Autorità garante della concorrenza e del mercato ha inviato a Parlamento e Governo una segnalazione relativa al decreto legge per il contenimento del prezzo dei farmaci non rimborsabili, proposto dal ministero della Salute. L’Agcm ha ribadito le posizioni già assunte nella sua indagine conoscitiva del 1998, in favore di una deregulation nel comparto distributivo del settore farmaceutico. L’intervento merita apprezzamento per una serie di ragioni e qualche caveat.
Un sistema ingessato.
Innanzitutto, il settore farmaceutico italiano appare come un sistema ingessato, nel quale tutte le variabili decisive sono predeterminate. Non vi è alcun incentivo al confronto concorrenziale né a livello orizzontale (tra imprese farmaceutiche attive nell’offerta di prodotti sostituibili ai fini della loro efficacia terapeutica; tra intermediari all’ingrosso; tra farmacie), né a livello verticale tra tutti operatori nella produzione, nella commercializzazione, nella distribuzione e nella vendita finale.
I numerosi interventi dell’Autorità antitrust nel settore farmaceutico hanno avuto il merito di sottolineare che una volta definiti i vincoli di tutela della salute dei cittadini e di bilancio pubblico della spesa, l’introduzione di opportune forme di incentivazione al confronto concorrenziale contribuisce a rendere più efficiente l’offerta sanitaria e a contenere la spesa pubblica e privata in farmaci...

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Più punti, più infrazioni
Antonio Nicita & Marcello Basili

Il primo luglio la patente a punti italiana ha compiuto due anni. In questo biennio il numero dei decessi e dei feriti connessi a incidenti stradali si è ridotto e il Governo ne ha attribuito il merito a questo strumento e al mutamento dei comportamenti di guida dovuto alla sua introduzione.
La teoria che manca e il paradosso dei punti
In realtà non è affatto facile interpretare i dati in via univoca. Nonostante la patente a punti sia oggi adottata in moltissimi paesi, manca del tutto una teoria che spieghi perché con essa i soggetti dovrebbero modificare i propri incentivi a violare il codice stradale. Le indagini empiriche non sono conclusive e non vi è consenso sui risultati ottenuti, specie sulla relazione esistente tra patente a punti e riduzione degli incidenti stradali. C’è tuttavia un dato sul quale molte indagini convergono: la patente a punti avrebbe l’effetto di rendere più virtuosi i guidatori man mano che i punti perduti raggiungono una determinata soglia, al di là della quale è molto probabile incorrere nel ritiro.
Uno studio sull’Australia ha mostrato come, a parità di monitoraggio da parte delle forze dell’ordine, passi molto più tempo tra la seconda e la terza infrazione di quanto non ne passi tra la prima e la seconda. E in Germania e in Italia solo un quota trascurabile della popolazione che ha perso dei punti, ne ha poi consumato l’intero ammontare, incorrendo nel ritiro della patente: meno dello 0,4 per cento. Ciò significherebbe che per una ampia fascia di guidatori, il ritiro della patente costituisce una perdita economica significativa, da evitare senz’altro. Di conseguenza, per almeno una parte della popolazione, i punti valgono poco quando sono tanti (e si tende a consumarli), ma valgono molto quando sono scarsi (e si tende a preservarli). Se ciò è vero, se ne deve concludere che la patente a punti genera un paradosso: perché sia davvero efficace come meccanismo deterrente, è necessario che gli automobilisti (o almeno una parte di loro) consumino al più presto la propria dotazione dei punti fino a raggiungere la soglia critica che ne modifica in senso virtuoso il comportamento. Ovvero, la velocità con la quale si ottengono in media guidatori prudenti dipende dalla velocità con la quale essi risultano aver violato le regole in passato. Non deve quindi sorprendere se il successo della patente a punti si accompagna nel breve periodo a un incremento e non a una riduzione delle violazioni del codice stradale....
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