Certa Scontentezza
16/06/06 02:44

Lo abbiamo scritto proprio
qui qualche giorno fa. C'è una certa scontentezza su come si sta muovendo il nuovo governo. Non è certo nostalgia di cosa c'era, ma frustrazione per cosa potrebbe esserci e ancora non si vede. Ci vogliono
tre grandi iniziative omnibus sui 100 giorni: una economica-macro sui conti; una economica-industriale per la competitività, l'innovazione gli investimenti in reti e infrastrutture; una sui temi sociali (compresi i pacs). In questo pacchettone, avremmo il primo chiaro segnale del governo e ci risparmieremmo - visto che NON siamo più in campagna elettorale - i continui distinguo sulle pagine dei giornali dei moderati verso i 'sinistri' e viceversa. Fino a quando non ci sarà questo 'pacchettone', resterà un certa scontentezza, illustrata molto bene da Padellaro e qui riportata per i 4 lettori di questo blog.
Scontenti di sinistra
di Antonio Padellaro
Lo scontento di sinistra vive giornate intense. Deluso dalle prime mosse del governo dell’Unione, solidarizza con la crescente tribù degli altri scontenti come lui che individua e riconosce attraverso il linguaggio universale dei convenevoli. «Come va?», è la mezza domanda in codice, e se l’altro risponde: «potrebbe andare meglio», con l’aria afflitta di chi ha puntato l’intero patrimonio di famiglia sul fantino sbagliato vuol dire che la conversazione procederà con andamento variabile sulla scala Richter della insoddisfazione. Uno: certo mi aspettavo di più. Due: il fatto è che manca una guida politica. Tre: questi non mangeranno il panettone. Quattro: dia retta a me ci faranno rimpiangere Berlusconi. Per ora, nessuno si spinge oltre.
Può darsi che nell’ottica di alcuni grandi elettori del centrosinistra (opinionisti, sindacalisti, imprenditori) i primi trenta giorni del governo Prodi non siano stati all’altezza delle speranze cullate durante i cinque anni di sofferta attesa. È possibile che una certa confusione di lingue nella composita coalizione di maggioranza (unita allo stimolo per l’esternazione inconsulta e continuata) abbia indispettito chi si aspettava un esordio più sobrio. Eppure non ricordiamo altri governi (perfino quelli a conduzione balneare, stile prima repubblica) sottoposti a valutazioni così affrettate, sommarie e insofferenti. Non parliamo, ovviamente, dei naturali oppositori, della destra berlusconiana e non che se sparano sul quartier generale fanno il loro mestiere. Parliamo dei fischi che, inclementi, piovono sulla squadra del premier dalle tribune dell’Unione ad ogni giocata. Colpisce soprattutto la diversità delle critiche, spesso discordanti e contraddittorie tra loro con le voci che si sovrappongono sovraeccitate. Ne faremo qui una breve rassegna, solo a scopo di esempio.
C’è troppa sinistra (tendenza Corriere della sera). Si rimprovera al governo l’eccessivo attivismo della sinistra cosiddetta radicale. Intenta a sfornare proposte fatte apposta per scandalizzare i bravi moderati: dall’apertura delle stanze del buco alla chiusura delle Frecce tricolori. Nei giorni di pausa si provvede a intervistare su qualsiasi argomento i più estroversi (non diremo folcloristici) esponenti del comunismo rifondato e riformato che provvederanno, con impegno creativo, ad attizzare nuove, scoppiettanti polemiche.
Occorre più sinistra (tendenza Liberazione). Si parte dal fatto che Rifondazione comunista, con i Comunisti italiani, i Verdi e i movimenti che a questi partiti fanno riferimento rappresentano una fetta determinante della coalizione che ha vinto le elezioni. E che, dunque, tali forze anche se non con lo stesso peso elettorale dell’area ulivista hanno la stessa dignità politica e la stessa capacità di produrre idee. Ne consegue il più fermo contrasto ad ogni tipo di “pensiero unico” e la più orgogliosa rivendicazione delle differenze, del diritto all’identità e anche dell’utilità del conflitto, poiché dentro un’alleanza ognuno cerca di ottenere il più possibile e nessuno è mai ridotto al silenzio.
Meno chiacchiere e più economia (tendenza Repubblica-L’Espresso). Si usano le espressioni più severe per deplorare l’immagine che starebbe dando di sé il governo Prodi, definita di volta in volta scomposta, sciancata, mediocre. Si accusa la compagine di scarsa capacità nell’azione di governo oltre che di una certa fumosità nel definire le misure più importanti nei settori fondamentali dell’economia (manovra bis) e della politica estera (ritiro dall’Iraq). Cosi andando le cose si ipotizzano bruschi cali di consenso e i più foschi scenari.
Più Pacs e meno sottosegretari (tendenza l’Unità

. Si manifesta con il (pio?) desiderio di vedere all’opera il governo dell’Unione così come lo abbiamo sempre sognato. Autorevole. Snello. Efficiente. Dedito al bene del Paese. Insomma, tutto l’opposto di chi lo ha preceduto. Perciò ci è dispiaciuto constatare il record delle poltrone, la non adeguata presenza femminile e l’iniziale babele delle proposte. Ma ci è piaciuto il ministro Mussi che si batte per la ricerca europea sugli embrioni. Ci piace la ministra Pollastrini che aderisce al Gay Pride affermando il diritto al riconoscimento delle unioni civili, comprese quelle omosessuali. E appoggiamo il suo collega Ferrero che non indietreggia davanti a soluzioni di riduzione del danno adottate in Europa con risultati tangibili nella lotta alla tossicodipendenza.
Sì, siamo scontenti e siamo contenti come è giusto che sia davanti a un governo di persone per bene, che abbiamo sostenuto con tutte le nostre energie e che ora si trova di fronte ai problemi giganteschi, lascito di un quinquennio sciagurato. Pensiamo certamente che la libera informazione abbia il sacrosanto dovere di criticare qualunque governo, se lo merita. E a maggior ragione se si tratta di un governo “amico”, se l’amicizia più autentica consiste, come riteniamo, nel dirsi in faccia la verità. Nello stesso tempo, però, non riusciamo a comprendere dove vogliano arrivare gli ipercritici di professione, quelli scocciati comunque, e a cui Prodi non va mai bene. Se parla e quando parla e quanto parla
e come parla. Sicuramente mossi dalle migliori intenzioni forse si sono troppo presto scordati nelle mani di chi era l’Italia un paio di mesi fa soltanto.