Quando ad abusare è la teoria...

Pasted Graphic di Antonio Nicita

Il Sole 24 ore di oggi pubblica un interessante editoriale del Prof. John Vickers, già Direttore Office of Fair Trade nel Regno Unito e oggi docente a Oxford. Si tratta di uno dei maggiori esperti di economia industriale e della concorrenza. Nel 2004 ha partecipato alla conferenza dell'Association of Competition Economics tenuta a Siena. L'editoriale è una sintesi della Telecom Italia Lecture che terrà tra qualche giorno a Milano sul tema "Anti-Competitive Economics". A tradurlo bene, sembrerebbe "Teoria Economica anticoncorrenziale". Ma come, sono le teorie ad abusare e non le imprese?
Il punto da cui parte Vickers è quello recentemente avviato dal position paper della Commissione sulla modernizzazione dell'art.82 del trattato UE (quello che disciplina gli abusi di posizione dominante), dopo i precedenti processi che hanno riguardato l'art. 81 (intese anticoncorrenziali) e l'analisi economica e antitrust delle concentrazioni tra imprese. L'idea di fondo è che applicando un approccio formale all'art.82 (che ha un equivalente nell'art.3 della legge 287 in Italia) si rischia di confondere una concorrenza aggressiva da parte di una impresa in posizione dominante con un abuso. Il risultato perverso di ciò potrebbe essere ad esempio quello di vietare all'impresa dominante di fare sconti di cui beneficierebbero i consumatori. Al contrario vietando quegli sconti si farebbe un regalo a concorrenti, magari più inefficienti del soggetto dominante, e un danno ai consumatori. Analogo rischio di trattare come anti-concorrenziale i ribassi di prezzo da parte del dominante, si potrebbero avere nel caso di sconti-fedeltà, di pratiche di discriminazioni di prezzo, di affermazioni di starndard tecnologici, di bundling di prodotti e cosi via. La domanda di Vickers è: come trovare il limite tra 'competition on the merit' da parte del dominante ed esclusione dei concorrenti efficienti? Che poi è il limite tra divieti di comportamenti che danneggiano i concorrenti rispetto a comportamenti che danneggiano i consumatori. La risposta sembra semplice: ad esempio se i concorrenti non possono replicare gli sconti del dominante vuol dire che sono inefficienti e quindi gli sconti permettono da un lato un beneficio diretto ai consumatori e dall'altro uno schumepeteriano survival fo the fittest. Tuttavia, se l'entrante è più efficiente - e se il dominante ha ragionevoli informazioni su ciò - proprio la teoria economica ci spiega che sarebbe irrazionale per il dominante fare la guerra: tanto vale fare entrare (accomodation) il concorrente e indurlo ad un equilibrio oligopolistico. Ma se ciò è vero, non dovremmo mai aspettarci una guerra di prezzo nei confronti di concorrenti piu efficienti. In buona sostanza i ribassi o sarebbero irrazionali o non sarebbero mai un abuso. In realtà come Vickers e Armstrong dimostrano in un loro articolo (ripreso da Gelner e Salop e recentemente da Edlin), in contesti nei quali vi sono elevati costi fissi (economie di scala o economie di rete) l'entrante potrebbe raggiungere la propria efficienza solo dopo aver conseguito un certo numero di clienti. In questo caso, le strategie aggressive sono razionali perché volte a difendere (defensive leveraging) la dominanza esistente, prevenendo al concorrente il conseguimento del numero minimo efficiente di clienti. Concordiamo con Vickers che l'analisi degli abusi deve essere fatta caso per caso, ma la teoria economica deve concentrarsi sulle condizioni specifiche del mercato (quali i costi di entrata, gli effetti di rete). In molti casi la guerra di prezzi, anche quando non è predatoria (Edlin la definisce come 'stopping above predatory pricing'), può impedire l'entrata efficiente e, per tale via, anche il benessere prospettico dei consumatori. Certo, quest'ultima affermazione (che è una tesi a me cara e che ho applicato all'analisi delle condizioni sotto le quali le strategie di winback sono eslcudenti) forse non troverebbe grande accoglienza in una Telecom Italia Lecture...
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