Quando ad abusare è la teoria...
26/11/06 17:13 Filed in: Law &
Economics
di
Antonio Nicita
Il Sole 24 ore di oggi pubblica un interessante editoriale del Prof. John Vickers, già Direttore Office of Fair Trade nel Regno Unito e oggi docente a Oxford. Si tratta di uno dei maggiori esperti di economia industriale e della concorrenza. Nel 2004 ha partecipato alla conferenza dell'Association of Competition Economics tenuta a Siena. L'editoriale è una sintesi della Telecom Italia Lecture che terrà tra qualche giorno a Milano sul tema "Anti-Competitive Economics". A tradurlo bene, sembrerebbe "Teoria Economica anticoncorrenziale". Ma come, sono le teorie ad abusare e non le imprese?
Il punto da cui parte Vickers è quello recentemente
avviato dal position paper della Commissione sulla
modernizzazione dell'art.82 del trattato UE (quello
che disciplina gli abusi di posizione dominante),
dopo i precedenti processi che hanno riguardato
l'art. 81 (intese anticoncorrenziali) e l'analisi
economica e antitrust delle concentrazioni tra
imprese. L'idea di fondo è che applicando un
approccio formale all'art.82 (che ha un equivalente
nell'art.3 della legge 287 in Italia) si rischia di
confondere una concorrenza aggressiva da parte di una
impresa in posizione dominante con un abuso. Il
risultato perverso di ciò potrebbe essere ad esempio
quello di vietare all'impresa dominante di fare
sconti di cui beneficierebbero i consumatori. Al
contrario vietando quegli sconti si farebbe un regalo
a concorrenti, magari più inefficienti del soggetto
dominante, e un danno ai consumatori. Analogo rischio
di trattare come anti-concorrenziale i ribassi di
prezzo da parte del dominante, si potrebbero avere
nel caso di sconti-fedeltà, di pratiche di
discriminazioni di prezzo, di affermazioni di
starndard tecnologici, di bundling di prodotti e cosi
via. La domanda di Vickers è: come trovare il limite
tra 'competition on the merit' da parte del dominante
ed esclusione dei concorrenti efficienti? Che poi è
il limite tra divieti di comportamenti che
danneggiano i concorrenti rispetto a comportamenti
che danneggiano i consumatori. La risposta sembra
semplice: ad esempio se i concorrenti non possono
replicare gli sconti del dominante vuol dire che sono
inefficienti e quindi gli sconti permettono da un
lato un beneficio diretto ai consumatori e dall'altro
uno schumepeteriano survival fo the fittest.
Tuttavia, se l'entrante è più efficiente - e se il
dominante ha ragionevoli informazioni su ciò -
proprio la teoria economica ci spiega che sarebbe
irrazionale per il dominante fare la guerra: tanto
vale fare entrare (accomodation) il concorrente e
indurlo ad un equilibrio oligopolistico. Ma se ciò è
vero, non dovremmo mai aspettarci una guerra di
prezzo nei confronti di concorrenti piu efficienti.
In buona sostanza i ribassi o sarebbero irrazionali o
non sarebbero mai un abuso. In realtà come Vickers e
Armstrong dimostrano in un loro articolo (ripreso da
Gelner e Salop e recentemente da Edlin), in contesti
nei quali vi sono elevati costi fissi (economie di
scala o economie di rete) l'entrante potrebbe
raggiungere la propria efficienza solo dopo aver
conseguito un certo numero di clienti. In questo
caso, le strategie aggressive sono razionali perché
volte a difendere (defensive leveraging) la dominanza
esistente, prevenendo al concorrente il conseguimento
del numero minimo efficiente di clienti. Concordiamo
con Vickers che l'analisi degli abusi deve essere
fatta caso per caso, ma la teoria economica deve
concentrarsi sulle condizioni specifiche del mercato
(quali i costi di entrata, gli effetti di rete). In
molti casi la guerra di prezzi, anche quando non è
predatoria (Edlin la definisce come 'stopping above
predatory pricing'), può impedire l'entrata
efficiente e, per tale via, anche il benessere
prospettico dei consumatori. Certo, quest'ultima
affermazione (che è una tesi a me cara e che ho
applicato all'analisi delle condizioni sotto le quali
le strategie di winback sono eslcudenti) forse non
troverebbe grande accoglienza in una Telecom Italia
Lecture...
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