Pierinomics è di sinistra o di destra?

di Antonio
Molti e diversi commenti critici si sono levati sull'ultimo saggio degli emeriti economisti Alesina e Giavazzi, tra i più noti economisti italiani nell'arena internazionale. Ho perciò chiesto delle reazioni in giro che inizierò a pubblicare qui di seguito. Inizio con Francesco Silva e Lorenzo Sacconi. Poi inserirò la mia e così via. Segnalo anche, con diverso approccio ma uguali conclusioni in merito al libello, Michele Boldrin. Proprio in ragione del livello scientifico e della statura degli autori, molti economisti sono rimasti perplessi. Il fatto é che il volume è per metà composto da affermazioni certamente condivisibili e tuttavia davvero banali e poco motivate, del tipo i mercati funzionano quando funzionano, la concorrenza quando funziona migliora il benessere sociale. L'altra metà è un misto di politica ed economia ridotti a slogan, paradossi, a volte demagogici. E' vero che Coase con una tautologia (Cooter, 1987) ci ha vinto il Nobel, e vero è che il libro si trova presso gli scaffali 'politica' e non tra quelli di economia. Ma......
chi - essendo molto molto più modesto dei mostri sacri che insegnano ad Harvard e al MIT - ha tuttavia l'onere di insegnare politica economica agli studenti, bombardandoli di letteratura sofisticata, avverte un certo imbarazzo. Almeno per la confusione tra liberismo e liberalismo e poi per la pretesa di dare un'etichetta politica riferita per di più all'attuale confusione politica italiana. Qui, cui prodest? Il filone che possiamo chiamare economia industriale e quello definibile come economia delle istituzioni da decenni affrontano questi temi con assai minore disinvoltura. Devo dire che anche il lavoro applicato che ho svolto per tre anni presso l'autorità garante della concorrenza e del mercato in Italia mi ha insegnato ad avere prudenza nell'applicazione fanatica della concorrenza e del libero mercato a tutti i settori.

FRANCESCO SILVA (Università Milano Bicocca)
Il messaggio mediatico e politico del volume di Alesina/Giavazzi sta e rimane nel titolo/slogan posto sulla copertina. Purtroppo la sua lettura del volume non aiuta a chiarire il significato dello slogan. Infatti non offre
una definizione minimamente rigorosa e critica di "liberismo", preferendo identificarlo con un elenco personale di ricette di politica economica - che cosa ha a che vedere con il liberismo il problema delle pensioni o della gerontocrazia? -, e soprattutto presenta un'idea del tutto originale e per nulla approfondita di cosa significhi "sinistra". Pertanto il verbo "è" non ha alcun senso. Pur trattandosi di un pamphlet, questa approssimazione non fa onore né all'economia né ai due illustri autori.
Il libro sembra poi dimenticare che il cittadino italiano è razionalmente, e per antica esperienza, convinto che il modo migliore per difendere il suo reddito sia quello di essere parte di una corporazione - tra le quali
naturalmente sta anche il sindacato -,sapendo che le corporazioni trovano ascolto nel mercato politico, e/o quello di aggirare le regole, giacché l'illegalità è accettata. Questa posizione certamente penalizza gli outsider e la crescita del PIL. E' però cattiva analisi dimenticarsene e ancor più errata politica pretendere che con la bacchetta magica i cittadini si trasformino in consumatori etici e sicuri che i loro interessi siano meglio difesi dal mercato concorrenziale dei beni. In effetti per molti non sarebbe proprio così. D'altra parte gli autori stessi sanno bene che spesso e volontieri il mercato "fallisce" e le liberalizzazioni non funzionano.
I problemi dell'Italia sono quelli della debolezza dell'etica sociale e dell'immobilità ( economica, politica e sociale ) e l'allentamento di questi due nodi dovrebbe essere l'obiettivo di tutta la politica. Un liberismo, più
critico, preciso e attento di quello proposta da Alesina/Giavazzi, è solo uno degli strumenti per affrontare i due problemi indicati. Imposto dall'alto, come gli autori suggerirebbero si tradurrebbe in un boomerang
economico e politico.


LORENZO SACCONI (Università di Trento)

Tale è lo stile apodittico dei nostri liberisti nelle loro affermazioni circa il fatto che se noi potessimo licenziare più facilmente i lavoratori del settore privato (qui non c’entrano i fannulloni- che infatti si citano solo per la PA) l’equità ne guadagnerebbe, che ho pensato fosse difficile rintracciare dati che potessero falsificare le loro affermazioni, per altro argomentate solo portando esempi ad hoc  (ad usum dephini).
Così ho fatto la più semplice ricerca di dati su Internet (40’ in tutto) , trovando  per altro cose note ma da fonti affidabili.
In Danimarca la tassazione globale è al 49% sul PIL in Italia è al 43%. La Danimarca è il secondo paese in assoluto per livello di tassazione nel mondo con un livello di PIL procapite superioire agli USA
È probabile che il sistema di “salario sociale” garantito per 3 anni, che si accompagna con la facilità del licenziamento,  incida su questo ammontare della tassazione, assieme a tutti gli altri elementi di Welfare State. In Italia ce lo potremmo permettere? Potremmo proporre un aumento della tassazione anche solo  di un paio di punti percentuali sul PIL?
Se no,  allora forse lo scenario da guardare sarebbe quello di un sistema con libertà di licenziamento senza forte Welfare State (il Welfare da noi è molto legato alla condizione di lavoratore) , e debolezza contrattuale dei lavoratori (specie quelli “deboli” ).
Il paese altamente sviluppato (quindi senza deficienze istituzionali, economiche, tecnologiche ecc)  che realizza al meglio i principi dell’ “employment at will”, licenzialbilità e libertà di organizzazione del lavoro, scarsa forza del sindacato, sono gli Usa
Questi sono i dati rilevanti per ciò che riguarda la giustizia sociale
-          il 12.3% è sotto la soglia della povertà (in Italia l’11%)
-          il 17,4% dei giovani sotto i 18 anni  è povero (a proposito della “promozione” dei giovani)
-          il quintile più elevato per reddito ottiene il 50% del reddito totale, il quintile più basso il 3.5% del reddito     totale
-          siccome ci sono paesi con meno poveri, è evidente che questa disuguaglianza non è giustificabile con          l’argomento degli incentivi, specie nel paese con PIL assoluto più elevato al mondo e tra i più elevati per     PIL procapite, quindi essa è in sé odiosa e per di più ingiustificabile in termini di incentivi efficienti.
 
Perché uno di sinistra dovrebbe dire che quella è una società "migliore"?
Ovviamente questo non significa affatto che non ci siano paesi più efficienti ed equi dell’Italia (tutti con sistemi senza il livello di employment at will degli Usa)  . Anzi. Ma il punto è che essi non lo sono per la libertà di licenziamento, altrimenti gli Usa dovrebbero esserlo più dell’Italia (dal momento che gli Usa sono il paese più ricco del mondo).
Altra considerazione di pura logica. La  disoccupazione giovanile è concentrata nel Sud Italia, al Nord è da anni “fisiologica”.  Il diritto del lavoro è uguale al Sud e al Nord. Quindi non può essere vero che la disoccupazione giovanile dipenda dalla illicenziabilità dei lavoratori del settore privato (che sono “quasi tutti” al Nord).  Se non ci sono imprese al Sud dipenderà da altri fattori (il che è ovvio per  chiunque ci pensi tre nanosecondi).
La questione potrebbe  essere che  in generale le imprese restano troppo piccole per colpa del diritto del lavoro , il che non tocca la disoccupazione, ma la qualità dell’occupazione (tema che ai liberisti ovviamente non interessa affatto: per loro un lavoro pagato al minimo del mercato, facilmente licenziabile, senza prerogative di influire sull’organizzazione  del lavoro ecc. va benissimo, lo dicono esplicitamente: il problema è evitare che i lavoratori si approprino di rendite, che il profitto sia massimizzato e così, per opera  dello spirito santo, e buona pace di ogni nozione di teoria dei contratti,  tutta la rendita sarà appropriata dai consumatori , amen).
E se fosse invece per il fatto che gli imprenditori desiderano in Italia restare piccoli per mantenere il controllo della loro impresa (anche se piccola), piuttosto che lavorare alle dipendenze di qualcun altro dopo l’acquisizione della loro azienda, e questo accadesse per effetto congiunto del “premio” del controllo e della possibilità di evasione/ elusione  fiscale ? Entrambe queste cose hanno a che fare con aspetti per così dire  etici e strategici dell’economia ; cioè la possibilità di fidarsi l’uno degli altri, il fare il free rider ecc.
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