Il Merito della Democrazia
26/02/07 16:56 Filed in: Politics
di Lorenzo Sacconi
Il manifesto del Partito Democratico dedica effettivamente pagine ben scritte a esprimere che è un valore prioritario per i democratici promuovere il merito e il talento ed eliminare tutte le incrostazioni corporative, monopolistiche e nepotistiche della società italiana, che impediscono ai giovani di talento di emergere e di conquistarsi la posizione nella società che si meritano. Vi sono anche paragrafi in cui si ricorre alla complementare e correttiva idea "personalista" (cattolico-liberale) di una persona “aperta agli altri” (progetti di vita non grettamente egoistici ma “relazionali” piacciono di più ai democratici di quelli meramente egoistici), ma non c’è analoga enfasi sull’uguaglianza liberale e su qualcosa come il "principio di differenza" inteso quale principio di regolazione delle diseguaglianze accettabili dal punto di vista di un accordo imparziale sulle istituzioni base della società (scuola, università, sanità, mercato del lavoro , impresa, professioni ecc ecc). Il collega Giavazzi sul "Corriere della Sera" coglie la palla al balzo e cita diffusamente i toni meritocratici e "talentisti" del documento , per assolutizzarli come se fosse l’unico messaggio.....
Ma lasciatemi citare qualche pagina per cominciare:
“… il principio di differenza (cioè che le disuguaglianze sociali ammissibili siano solo quelle che tornano a maggior vantaggio dello svantaggiato, N. d. T. ) rappresenta, in effetti, un accordo a considerare la distribuzione dei talenti naturali come una risorsa comune e a condividere i benefici di tale distribuzione naturale, qualunque essa sia. Coloro che sono stati favoriti dalla natura, chiunque essi siano, possono avvantaggiarsi dalla loro buona sorte solo nei termini in cui ciò migliora la posizione di coloro che risultano perdenti . I naturalmente avvantaggiati non devono guadagnare ( di più ) meramente perché essi sono coloro che hanno ricevuto un dono maggiore, ma solo allo scopo di poter pagare il costo del loro addestramento e della loro istruzione e per poter usare la loro dotazione naturale in modi che aiutano nondimeno i meno fortunati . Nessuno merita la sua capacità naturale, né merita un punto di partenza più favorevole nella società. Ma non ne segue che si dovrebbero eliminare queste distinzioni. C’è un altro modo di fare conti con esse. La struttura fondamentale (delle istituzioni) può essere organizzata cosicché tali fatti contingenti lavorino a favore del bene dei meno fortunati. Così siamo condotti al principio di differenza. Se intendiamo stabilire un sistema sociale nel quale nessuno vinca o perda a causa della sua posizione arbitraria nella distribuzione dei talenti o la sua posizione iniziale nella società senza dare o ricevere alcun vantaggio risarcitorio in cambio” …
“Forse alcuni penseranno che la persona con maggiore dotazione naturale meriti quelle risorse e il carattere superiore che ha reso possibile il loro sviluppo. Siccome è più valida, allora meriterebbe i maggiori vantaggi che potrebbe ottenere con esse. Questa visione tuttavia è certamente sbagliata. Si direbbe un "punto fisso" della nostra valutazione ponderata che nessuno merita il suo posto nella distribuzione delle dotazioni naturali , non più di quanto uno meriti la sua posizione di partenza nella società. L’asserzione che un uomo merita il suo carattere superiore, che lo mette in condizione di fare lo sforzo di coltivare le sue abilità, è ugualmente problematica: poiché il suo carattere dipende il larga misura dalle circostanze famigliari e sociali fortunate per le quali egli non può avanzare credito alcuno. La nozione di merito sembra non applicarsi a questi casi. Su questa base l’individuo rappresentativo più avvantaggiato non può dire di meritare e perciò di avere un diritto a uno schema di cooperazione nel quale gli è consentito di acquisire benefici in modi che non contribuiscono al benefico degli altri. …Dal punto di vista del senso comune, allora, il principio di differenza sembra sia accettabile sia dall’individuo più avvantaggiato che dal meno avvantaggiato” .
Chi dice queste cose ? Un comunista? Come sapete (spero), no, non è un comunista, è il massimo filosofo politico liberale del ‘900 , John Rawls (A theory of Justice, 1971, pp. 101-102, pp.103-104, trad. mia)
Purtroppo chi ha scritto il manifesto del nascituro Partito Democratico sembra essere poco attento proprio alla parte più valoriale e meno tecnica dell’opera di Rawls , del cui nome però tutti si riempiono la bocca nei convegni.
Il manifesto dedica effettivamente pagine ben scritte a esprimere che è un valore prioritario per i democratici promuovere il merito e il talento ed eliminare tutte le incrostazioni corporative, monopolistiche e nepotistiche della società italiana, che impediscono ai giovani di talento di emergere e di conquistarsi la posizione nella società che si meritano. Vi sono anche paragrafi in cui si ricorre alla complementare e correttiva idea "personalista" (cattolico-liberale) di una persona “aperta agli altri” (progetti di vita non grettamente egoistici ma “relazionali” piacciono di più ai democratici di quelli meramente egoistici), ma non c’è analoga enfasi sull’uguaglianza liberale e su qualcosa come il "principio di differenza" inteso quale principio di regolazione delle diseguaglianze accettabili dal punto di vista di un accordo imparziale sulle istituzioni base della società (scuola, università, sanità, mercato del lavoro , impresa, professioni ecc ecc).
Il collega Giavazzi sul "Corriere della Sera" coglie la palla al balzo e cita diffusamente i toni meritocratici e "talentisti" del documento , per assolutizzarli come se fosse l’unico messaggio, e chiede se siamo disposti a portarli alle loro estreme conseguenze , il che significherebbe inserire mercato e competizione in ogni campo, eliminando tutte le pretese avanzate in nome dell’uguaglianza (che ovviamente è solo roba corporativa!). Giavazzi si erge a giudice liberale del partito democratico, non come voce estranea ma giudice della sua coerenza interna, e tuttavia ignora, a quanto pare, il più importante pensiero liberale contemporaneo, che tanto impatto ha avuto anche sul pensiero economico a partire dall’america (da Harvard) per irradiarsi ovunque nel mondo (nomi come Arrow e Sen dicono qualcosa?) . Mi rendo conto che rispetto alla cultura standard dei nostri macroeconomisti si tratti ancora di tendenze minoritarie, sebbene riconosciutamente importanti. Ma qui parliamo di etica pubblica e la discussione pubblica su tale materia dovrebbe essere razionale e informata non meno che sulle materie più tecniche (basta cercare sotto la voce “desert” – posso assicurare che anche il quotation index offre risposte inoppugnabili a proposito di Rawls).
Nessuno si sofferma a dubitare che il mercato, che - a certe condizioni – è una protezione della sovranità dei consumatori (quando è realistico pensare che i contratti non siano tanto incompleti da rendere vacua questa espressione), sia anche una misura del merito e del talento, il che è molto meno ovvio. Chi ha successo nel vincere una concessione pubblica in Italia misura il suo merito e talento? Hanno merito Tronchetti e Benetton? Ex post come giudichiamo la loro condotta? Forse il mercato in questi casi non ha selezionato quelli meritevoli, per il semplice motivo che non è un meccanismo ben funzionante nel caso in oggetto...
Per cambiare esempio, quale misura del merito e del talento c’è nell’incontrare il gusto dei consumatori? Se Maradona ha talento, merita il frutto del suo talento indipendentemente dal suo contributo alla cooperazione sociale? Oppure il valore del suo talento dipende dalla convenzione sociale e dall’istituzione sociale del calcio , cui contribuiscono credenze e preferenze sociali?
In realtà, anche dal punto di vista teorico in economia noi abbiamo indici del merito che sono solo una misura del contributo marginale a una coalizione , cioè a una forma di cooperazione, non una competizione (l’ambito è quello dei giochi cooperativi), ove la cooperazione implica la partecipazione di ciascuno dei membri della coalizione.
Ma la cosa importante, che ricorda Rawls, è che le considerazioni sul merito e il talento sono secondarie, nel senso che letteralmente “vengono dopo” aver istituito un assetto di istituzioni fondamentali che distribuiscono i beni principali NON in base al merito, ma in base ad altri criteri di equità - cioè un precedente contratto costituzionale, nel quale sono rilevanti nozioni precedenti al merito, quelle che intuitivamente chiameremmo “bisogno” oppure uguale necessità di beni principali per ogni piano di vita, oppure vantaggio reciproco tra membri della società che, indipendentemente dal talento, sono comunque necessari a uno schema di cooperazione sociale (non è qui la sede per una discussione approfondita). Solo una volta che le risorse siano assegnate in base questi criteri costituzionali - cosicché ciascuno possa “meritare” la sua “equa” quota di frutti della cooperazione sociale - "equa" rispetto al criterio del bisogno o del reciproco vantaggio o dell'uguale massimizzazione dei beni principali a disposizione di tutti - allora la remunerazione in base al talento e al merito, pur con le disuguaglianze che ne seguono, diviene anche funzionale al contratto base che tiene assieme la società.
A questo punto la domanda operativa è: LibertàEguale, che annovera tra i suoi principali esponenti Michele Salvati , parte della commissione dei saggi che ha redatto il MAnifesto , non dovrebbe promuovere una discussione franca su questi punti veramente essenziali della carta dei valori del partito democratico?
Non stiamo per caso finendo in una drammatica subalternità culturale nei riguardi di una cultura liberista (o meglio, tecnicamente, diremmo libertarian ) che nessun liberal americano riconoscerebbe come sua? Non essendo mai stato un critico , nè un fanatico, di sinistra di Rawls, ma sempre attento alle ragioni genuinamente liberali dell'idea di "contratto sociale" , ho molto chiaro che tra queste posizioni esiste una distinzione, che altrove è esattamente ciò in base a cui il liberalismo dei "democratici" si distingue da altre rispettabilissime posizioni, pur sempre liberali ma "conservatrici" (Hayek dice qualcosa?).
Grazie delle vostre risposte , e soprattutto se, dalle vostre posizioni, favorirete tale discussione.
Lorenzo Sacconi
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