Via i nullafacenti dalla P.A.! Facile (troppo) a dirsi...

di Massimo D'Antoni
Chiunque di noi abbia esperienza concreta di pubblica amministrazione, sa che vi sono impiegati che letteralmente “scaldano la sedia”. Chi come me ci lavora, credo abbia almeno una volta desiderato che qualcuno gli attribuisse una tantum la bacchetta magica per decidere con un fiat il licenziamento in tronco del nullafacente della stanza accanto. Purtroppo – pensiamo – è solo un sogno: se mai questa autorità potesse essere conferita, non sarebbe certo data proprio a me.

Eppure, c'è chi indulge in questi sogni, al punto di distillarli in una proposta che appare in prima pagina del maggior quotidiano nazionale, e viene poi ulteriormente elaborata e proposta su un noto sito di informazione.
Sto parlando del prof. Pietro Ichino, insigne e ascoltato giuslavorista. Sintetizzando molto – rimando all'originale per i dettagli – egli immagina la creazione, in seno alla Pubblica Amministrazione, per ciascun comparto o settore di questa, di una commissione ad hoc, cui verrebbe dato il compito di attribuire ad ogni dipendente pubblico un indice di produttività ed efficienza.
Coloro cui viene assegnato un indice pari, vicino o inferiore (!) a zero, verrebbero poi inclusi in una graduatoria “di demerito”, da utilizzarsi come base per una riduzione degli organici della P.A. Essi sarebbero cioè licenziati. La proposta prevede che i membri di dette commissioni siano esentati per legge da ogni rivalsa (dell'amministrazione) per risarcimenti dovuti a lavoratori erroneamente licenziati; che il lavoratore possa impugnare il licenziamento solo indicando in che modo la graduatoria sia stata compilata in modo errato (cioè chiamando in causa qualcuno tra i non licenziati che sia a suo giudizio più nullafacente di lui); che infine il licenziato riceva una speciale indennità di disoccupazione per un periodo limitato e sotto condizione di avvio di un processo di riqualificazione.
Non mi soffermo sui sottili aspetti giuridici della proposta, che Ichino affronta (immagino) con competenza. Come tuttavia non notare l'inconsistenza della proposta sul piano economico?
Molto brevemente:
1) Quale incentivo hanno le “commissioni speciali” a fare ciò che i superiori gerarchici dei nullafacenti (i dirigenti) non hanno fatto finora? E' solo una questione legata al rischio di una richiesta di risarcimento, come adombra Ichino, o il problema è legato al sistema di incentivi proprio di ogni pubblica amministrazione? In particolare, quali incentivi ha la commissione ad inserire effettivamente qualcuno nella lista di proscrizione?
2) Chi dà le informazioni necessarie alle commissioni (che sono soggetti esterni rispetto all'ufficio in cui il nullafacente lavora)? Se le procurano da soli con ispezioni? Sappiamo bene che buona parte delle informazioni rilevanti per valutare la produttività sono di natura “locale”, spesso scarsamente verificabili (sebbene a tutti note). Dunque, sarebbero ancora una volta i superiori gerarchici del nullafacente (quelli che non l'hanno licenziato finora) a determinare il risultato.
3) I nullafacenti sono stati spesso assunti perché “raccomandati”: chi potrebbe impedire l'innescarsi degli stessi fenomeni di clientelismo e “protezione” nell'ambito del lavoro delle commissioni?
4) E' logicamente possibile immaginare, da un punto di vista gestionale, l'attività delle commissione come separata e indipendente da quella di direzione e coordinamento di un ufficio propria del dirigente dello stesso? Nel caso in cui un dirigente dia una valutazione difforme da quella della commissione sulla produttività del singolo, che si fa?
Potremmo continuare. In sintesi: Ichino cade nella classica trappola di chi pensa di risolvere un problema di controllo inventando l'ennesimo organo “indipendente”. Dimenticando che il problema è proprio quello di controllare i controllori. Possiamo girarla come vogliamo: la questione di fondo è quella di un sistema di incentivi in un contesto, quello della P.A., in cui non è possibile ricorrere al mercato e a chiari indici di performance.
Ci siamo più volte soffermati, in questo blog, sui limiti di un'analisi economica in assenza di una conoscenza del dato giuridico. L'intervento di Ichino ci mostra dove ci potrebbe portare un approccio giuridico privo di una comprensione economica dei problemi.
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