ÿþ<!DOCTYPE html PUBLIC "-//W3C//DTD XHTML 1.0 Strict//EN" "http://www.w3.org/TR/xhtml1/DTD/xhtml1-strict.dtd"> <html xmlns="http://www.w3.org/1999/xhtml"> <head> <meta http-equiv="content-type" content="text/html;charset=iso-8859-1" /> <meta name="generator" content="RapidWeaver" /> <link rel="stylesheet" type="text/css" href="../../rw_common/themes/benchdesignfree/styles.css" /><link rel="stylesheet" type="text/css" href="../../rw_common/themes/benchdesignfree/css/sidebar/sidebar_right.css" /><link rel="stylesheet" type="text/css" href="../../rw_common/themes/benchdesignfree/css/colors/blue.css" /><link rel="stylesheet" type="text/css" href="../../rw_common/themes/benchdesignfree/css/width/width_default.css" /><script type="text/javascript" src="../../rw_common/themes/benchdesignfree/javascript.js"></script><script type="text/javascript" src="http://www.haloscan.com/members/recent/majister/"> </script> <style type="text/css"> #haloscan-recent { padding: 2px; margin: 2px; } #haloscan-recent a { text-decoration: none; color: #333333;} #haloscan-recent ul { list-style: none; width: 100%; overflow: hidden; margin: 0; padding: 0;} #haloscan-recent li { text-align: justify; list-style: none; margin: 1px;} #haloscan-recent li span.hsrname { color: #06c; font-weight: bold; } #haloscan-recent li span.hsrmsg { font-weight: normal; } </style> <title>Law & Economics</title> </head> <body class="blog-archive-background"> <script type="text/javascript" src="http://www.haloscan.com/load/majister"></script> <div class="blog-archive-headings-wrapper"> <div class="blog-archive-month">Law & Economics</div> <div class="blog-archive-link"><a href="../index.html">B L O G L&E </a></div> </div> <div class="blog-archive-entries-wrapper"> <div id="unique-entry-id-183" class="blog-entry"><div class="blog-entry-title">Don't cry for me T&eacute;lefonica</div><div class="blog-entry-date">08/01/10 00:19 </div><div class="blog-entry-summary"><img class="imageStyle" alt="imgres" width="99" height="73" src="page0_blog_entry183_summary_1.jpg"/> <span style="color:#2785ff;"><em>pubblicato anche su </em></span><span style="color:#2785ff;"><em><a href="http://www.crusoe.it" rel="self">www.crusoe.it</a></em></span><br />Il fronte che si &egrave; aperto in Argentina e che vede Telecom Italia e T&eacute;lefonica contro l&rsquo;Antitrust argentino &egrave; interessante sotto diversi profili. Il primo riguarda proprio l&rsquo;Antitrust argentino, dormiente per molti anni nel periodo dei dissesti finanziari e oggi attivo, nel bene e nel male, nel ridisegnare la struttura dei mercati in quel paese. <br /></div><div class="blog-entry-body">Sotto un profilo generale, che un paese di &lsquo;seconda fascia&rsquo; come l&rsquo;Argentina si doti di un antitrust funzionante &egrave; un fatto positivo: segna il passaggio dalle tentazioni di nazionalizzazione, sempre presenti in America latina, a politiche di decentralizzazione pro-concorrenziali che possono migliorarne la competitivit&agrave;, anche attraendo investimenti esteri.<br />Tuttavia se &egrave; vero che, sulla carta, il diritto antitrust argentino emula i principi fondamentali comuni tanto agli Stati Uniti, quanto all&rsquo;Europa, nei fatti esso appare ancora pi&ugrave; simile ad una agenzia governativa che ad un&rsquo;autorit&agrave; indipendente, in stretto collegamento dunque con gli obiettivi di politica economica e industriale del paese che possono ben divergere dall&rsquo;esigenze di buon funzionamento dei mercati nazionali. L&rsquo;indipendenza delle autorit&agrave; antitrust &egrave; dunque un requisito fondamentale per assicurare efficacia alle politiche della concorrenza e per produrre gli effetti benefici che da queste si attendono. In Argentina come da noi.<br />In Italia, ad esempio, la nascita dell&rsquo;antitrust ha contribuito negli anni novanta a eliminare molti monopoli di diritto e di fatto detenuti dai campioni nazionali, ad attrarre nuovi entranti, anche esteri, ad avviare le liberalizzazioni e a diffondere una cultura della concorrenza presso le imprese. Si pone quindi il tema di capire se i paesi in via di sviluppo riescono ad utilizzare le regole della libera concorrenza come un&rsquo;opportunit&agrave; per aprirsi e crescere o come uno strumento filo-governativo volto a difendere i campioni nazionali da dinamiche competitive. Per questa ragione molti guardano con interesse anche alla nuova legge cinese sulla concorrenza, che ha mosso i primi passi &ndash; non senza suscitare qualche perplessit&agrave; &ndash; da qualche anno.<br />Nel mondo globalizzato, l&rsquo;auspicata crescita dei paesi new comer richieder&agrave; sempre pi&ugrave; forme di coordinamento, in assenza di un&rsquo;autorit&agrave; antitrust sovranazionale, dell&rsquo;applicazione del diritto antitrust. Non sono mancati in passato contrasti tra paesi, specie per la valutazione concorrenziale delle operazioni di concentrazioni tra imprese, come nel celebre caso GE/HoneyWell, approvato negli Usa ma vietato in Europa. Se &egrave; vero che ciascun paese valuta gli impatti sull&rsquo;area concorrenziale di propria competenza, &egrave; anche vero che decisioni difformi finiscono per generare effetti distinti, a volte opposti, in diverse aree geografiche del mondo, in funzione del diverso grado di concorrenza vigente. Cos&igrave; un divieto in Europa pu&ograve; generare effetti anti-concorrenziali in altre aree geografiche e viceversa. Da pi&ugrave; parti, nel corso degli anni, &egrave; emersa la volont&agrave; di individuare meccanismi consultivi di coordinamento sovranazionale leggero, al fine di far convergere tanto l&rsquo;interpretazione delle norme antitrust, quanto la loro concreta applicazione.<br />Nel caso argentino, l&rsquo;antitrust di quel paese ha valutato la mera sommatoria delle partecipazioni finanziarie di minoranza indirettamente detenute, rispettivamente, da Telefonica e da Telecom Italia come un vero e proprio controllo congiunto su Telefonica Argentina. Si tratta di una interpretazione lontana dalla tradizione statunitense ed europea che definisce il controllo come la capacit&agrave; di esercitare una influenza sostanziale sulla gestione dell&rsquo;impresa e che non pu&ograve; essere attribuit&agrave; di per s&eacute; a partecipazioni, anche incrociate, di minoranza, n&eacute; a joint-venture che mantengono il controllo distinto delle societ&agrave; madri. La valutazione dell&rsquo;antitrust argentino differisce peraltro da quella gi&agrave; espressa a suo tempo dalla Commissione europea in merito agli effetti sul controllo di Telecom Italia della partecipazione azionaria di T&eacute;lefonica. <br />La circostanza che in tale vicenda sia intervenuto pubblicamente il Ministro argentino a sostegno della decisione dell&rsquo;antitrust pu&ograve; essere un brutto indizio di una commistione non salutare tra politica e antitrust e ci&ograve; alimenta il sospetto che si vogliano isolare i campioni nazionali dalla contendibilit&agrave; straniera, seppure nella forma di una mera partecipazione finanziaria.<br />Dal canto suo, Telecom Italia ha paventato un possibile ricorso ad un arbitrato internazionale in merito ai rimedi di dismissione imposti dall&rsquo;autorit&agrave; argentina, con una precisa tempistica. Sar&agrave; interessante studiare gli sviluppi della vicenda proprio in questa prospettiva. Forme di arbitrato internazionale in merito a decisioni antitrust nazionali sono molto rare, ma possono costituire uno strumento indiretto di coordinamento e di convergenza tra le diverse politiche concorrenziali perseguite dagli stati. Anche per difendere &ndash; come scriveva Robert Bork &ndash; l&rsquo;antitrust da se stesso.<br /><br /><br /><br /><br /><br /><br /><div class="blog-entry-comments"><a href="javascript:HaloScan('rw-unique-entry-id-183-page0');"><script type="text/javascript">postCount('rw-unique-entry-id-183-page0');</script></a> | <a href="javascript:HaloScanTB('rw-unique-entry-id-183=page0');"><script type="text/javascript">postCountTB('rw-unique-entry-id-183-page0'); </script></a></div></div></div><div id="unique-entry-id-182" class="blog-entry"><div class="blog-entry-title">Premi al merito e merito dei premi: quando gli economisti esagerano</div><div class="blog-entry-date">08/01/10 00:14 </div><div class="blog-entry-summary"><img class="imageStyle" alt="imgres" width="65" height="90" src="page0_blog_entry182_summary_1.jpg"/> <span style="color:#2785ff;"><em>pubblicato anche su </em></span><span style="color:#2785ff;"><em><a href="http://www.crusoe.it" rel="self">www.crusoe.it</a></em></span><br />Il Sole 24 Ore ha stilato la propria classifica delle dieci &lsquo;persone dell&rsquo;anno&rsquo; affidando il difficile compito &lsquo;alle proprie firme&rsquo;. La redazione de La Voce ha bacchettato il direttore Gianni Riotta, attribuendogli, ironicamente, il &ldquo;Premio Indipendenza 2009&rdquo;. Motivo? La scelta dei primi tre premiati (Giulio Tremonti, Sergio Marchionne, Emma Marcegaglia) sarebbe quantomeno ossequiosa nei confronti del ministro e in conflitto di interesse per Marchionne (definito come &ldquo;l'amministratore delegato del pi&ugrave; grande gruppo privato socio di Confindustria, proprietaria del Sole 24 Ore&rdquo; e per Marcegaglia (&ldquo;presidente di Confindustria, proprietaria del Sole 24 Ore&rdquo; ).</div><div class="blog-entry-body"><br />In effetti, premiare Tremonti per aver &ldquo;tenuto fermo il timone italiano nella tempesta della crisi&rdquo; appare una debole motivazione travestita da descrizione epica. In realt&agrave; simile pi&ugrave; all&rsquo;ostinazione del malinconico capitano del Titanic che alla eroica navigazione di Ulisse tra i flutti e le sirene. Ma dagli economisti ci aspetteremmo pi&ugrave; &lsquo;merito&rsquo; nel criticare il merito. Anche perch&eacute; le critiche alla politica economica del Governo, spesso mosse da La Voce, non mancano di certo: dallo spreco dell&rsquo;eliminazione totale dell&rsquo;ICI, da parte dell&rsquo;uomo che aveva previsto la crisi, alla contraddittoria politica verso le banche e i risparmiatori; dalla voragine della nuova Alitalia sui conti pubblici &ndash; stimata da alcuni economisti in 4 miliardi &ndash; allo scudo fiscale, ai bassi introiti che ne derivano e alle scelte di come impiegarli, e cos&igrave; via. Ma nulla di tutto ci&ograve; viene ribadito, se non il fatto che l&rsquo;Italia &egrave; messa male.<br />Gli amici de La Voce si concentrano poi contro il premio a Marchionne in quanto finanziatore, indiretto, de Il Sole. Ma appare davvero eroico criticare &lsquo;nel merito&rsquo; un premio a Marchionne: l&rsquo;uomo che ha conquistato la Chrysler quando gli aiuti di stato europei nel settore automobilistico pullulavano contro ogni norma o coordinamento antitrust, quando Detroit si fermava e persino Toyota arrancava e quando gli aiuti italiani al settore erano di gran lunga inferiori ai corrispettivi francesi e tedeschi; l&rsquo;uomo che, in piena crisi, ha tirato fuori dal cilindro l&rsquo;innovazione decisiva frutto del know-how italiano che ha convinto Obama &ndash; il MultiAir, una diavoleria che innestata su un qualsiasi carburatore genera un livello di emissioni comparabile a quello delle vetture ibride, ma capace di incrementare le prestazioni dell&rsquo;automobile; insomma l&rsquo;uomo definito qualche mese fa dal Financial Times &ldquo;&ldquo;supereroe dell&rsquo;industria automobilistica, dopo il risanamento del gruppo&rdquo;.<br />Pi&ugrave; facile, certo, la scherzosa accusa di &lsquo;dipendenza&rsquo; di Gianni Riotta da Emma Marcegaglia. Ma anche qui, il premio ci pu&ograve; stare e forse sarebbe stato un conflitto d&rsquo;interessi al contrario negare il riconoscimento per paura di non apparire imparziale. La presidente di Confindustria viene premiata &ldquo;per aver risposto all'impegno di guidare Confindustria durante la crisi con disciplina e innovazione e aver chiesto con determinazione impegni &laquo;veri&raquo; al governo&rdquo;. Ce la ricordiamo la fiera Emma esortare il Premier - che l&rsquo;aveva appena dipinta come spumeggiante velina &ndash; a usare il consenso per fare e non per annunciare; cercare il recupero con i sindacati chiedendo interventi anche per i disoccupati, le piccole imprese, il Mezzogiorno. Un intervento netto. E poi la prima donna a guidare Confindustria si merita il premio per &ldquo;l&rsquo;uomo dell&rsquo;anno&rdquo;, proprio cos&igrave;, come la vera parit&agrave; di genere richiede.<br />Insomma per Marcegaglia come per Marchionne, la Voce non entra &lsquo;nel merito&rsquo; della motivazione, n&eacute; fornisce argomenti economici contro, limitandosi a bacchettare. E ci dispiace.<br />Ma la cosa che lascia pi&ugrave; perplessi &egrave; la diabolica prova citata dal redazionale contro il metodo di assegnazione del premio: si legge che sarebbero state interpellate alcune delle firme de Il Sole, scelte a caso &ldquo;tra gli economisti maggiormente citati nelle publicazioni scientifiche e riconosciuti a livello internazionale&rdquo; e pare che nessuno degli interpellati avesse mai &ldquo;sentito parlare del concorso e del premio&rdquo;. La nostra perplessit&agrave; nasce dal fatto che il pubblicare su riviste scientifiche riconosciute a livello internazionale possa essere proposto come un requisito essenziale per esprimere una qualsivoglia opinione, compresa quella di premiare politici, imprenditori, scrittori e cos&igrave; via. Negli anni in cui sugli economisti, specie su quelli con pedegree internazionale, cadono &ndash; spesso ingiustamente &ndash; gli strali di politici, cittadini e ora pure del Papa, si vorrebbe che persino le valutazioni sui premi al merito della capacit&agrave; politica, imprenditoriale, culturale seguissero presunti criteri scientifici? Suvvia, ci pare un po&rsquo; troppo, anche per un paese che ha seri problemi con il premio al merito. Che certi premi sfuggano al presunto rigore dell&rsquo;analisi economica &egrave; forse un bene, se ci&ograve; serve a premiare quello che gli economisti difficilmente comprendono. E poi, che ognuno faccia il suo lavoro. Ve lo vedete un economista mainstream alla guida della Fiat? L&rsquo;imprenditore &egrave; un altro mestiere che forse altri possono giudicare meglio degli economisti. Come dice un vecchio adagio, ripetuto da generazioni di giovani economisti: &ldquo;if we are so smart, why aren&rsquo;t we rich?&rdquo;. <br /><span style="font:12px Times, Georgia, Courier, serif; "><br /><br /></span><div class="blog-entry-comments"><a href="javascript:HaloScan('rw-unique-entry-id-182-page0');"><script type="text/javascript">postCount('rw-unique-entry-id-182-page0');</script></a> | <a href="javascript:HaloScanTB('rw-unique-entry-id-182=page0');"><script type="text/javascript">postCountTB('rw-unique-entry-id-182-page0'); </script></a></div></div></div><div id="unique-entry-id-181" class="blog-entry"><div class="blog-entry-title">Il Nobel e l'arte della Buona Governance tra Economia e Diritto</div><div class="blog-entry-date">12/10/09 22:32 </div><div class="blog-entry-summary"><img class="imageStyle" alt="2009" width="78" height="110" src="page0_blog_entry181_summary_1.jpg"/><img class="imageStyle" alt="2009" width="78" height="110" src="page0_blog_entry181_summary_2.jpg"/> <span style="color:#2268ff;">di Giulio Napolitano e Antonio Nicita </span> - <em>Il Sole24Ore 13/10/09<br /></em>Nell&rsquo;anno dell&rsquo;esplosione della crisi finanziaria globale, arrivano due chiari messaggi dall&rsquo;assegnazione del <a href="http://nobelprize.org/nobel_prizes/economics/laureates/2009/" rel="self">Nobel per l&rsquo;economia</a> a <strong>Oliver Williamson</strong> e <strong>Elinor Ostrom</strong>: uno per i policy makers e l&rsquo;altro per la ricerca sociale. Ai primi viene ricordato che l&rsquo;uso del mercato ha un costo; che l&rsquo;efficiente scambio dei diritti e delle promesse contrattuali sul mercato dipende dalla qualit&agrave; del <a href="http://www.isnie.org" rel="self">disegno istituzionale</a> e delle regole che lo governano; che vi sono valori collettivi che non possono essere soddisfatti tramite il mercato. Agli scienziati sociali &egrave; ribadita la centralit&agrave; dell&rsquo;approccio interdisciplinare ai confini tra economia, diritto e scienza politica. </div><div class="blog-entry-body">La teoria economica deve abbandonare ogni pretesa di egemonia culturale. Ma la ricerca di buone regole e istituzioni non pu&ograve; fare a meno di una valutazione preventiva dei loro effetti sui comportamenti dei diversi attori. Da entrambi i punti di vista, dunque, &egrave; particolarmente importante che il premio Nobel sia stato assegnato a due studiosi che, pur lavorando con gli stessi strumenti concettuali dei teorici pi&ugrave; liberisti della New Political Economy, pi&ugrave; e meglio di altri hanno saputo evidenziare, invece, i limiti del mercato e l&rsquo;importanza di buone istituzioni pubbliche.<br />Oliver Williamson, ideatore del filone della New Institutional Economics, ha mostrato come uno dei pi&ugrave; pervasivi fallimenti del mercato derivi dall&rsquo;esistenza di rilevanti costi di transazione. Questi sono dovuti alla incompletezza dei contratti e alla scarsa verificabilit&agrave; di molte promesse. Il mercato reale non &egrave; un meccanismo perfetto nel quale avvengono istantaneamente scambi efficienti, ma un contesto istituzionale complesso, fatto di razionalit&agrave; limitata e di aspettative, di promesse e opportunismo, di regole e di salvaguardie, di rinegoziazione e adattamento, di preferenze in continuo mutamento. Per affrontare transazioni di mercato complesse, allora, i soggetti economici devono sostenere rilevanti costi transattivi, la cui dimensione dipende anche dalla qualit&agrave; della regolazione del mercato, ivi inclusi i tempi della giustizia civile, le regole di corporate governance, le dinamiche sindacali, la disciplina antitrust. Quando l&rsquo;incertezza sottostante una data transazione &egrave; molto elevata, il mero ricorso al mercato pu&ograve; generare assetti inefficienti e deprimere forme di investimento innovativo ad elevato valore aggiunto. Per questa ragione, accanto agli scambi di mercato emergono soluzioni istituzionali e organizzative basate sulla relazione di autorit&agrave;. La moderna impresa nasce proprio come risposta ai limiti del mercato, ovvero come un&rsquo;organizzazione gerarchica volta a ridurre i costi transattivi e a stimolare forme di adattamento efficiente in un mondo caratterizzato da un&rsquo;incertezza sistemica. Ai fini dell&rsquo;efficienza e della crescita economica, le relazioni di autorit&agrave; contano quanto il mercato, anzi il mercato &ndash; per funzionare bene &ndash; ha bisogno di autorit&agrave; e di buona governance. Una teoria applicata non solo alle imprese e ai modelli di governo delle stesse, ma anche all&rsquo;organizzazione dello Stato, alle forme di federalismo, al decentramento efficiente, con conclusioni eterodosse, ad esempio, rispetto al favore fino a poco tempo fa imperante per misure di radicale privatizzazione di funzioni e servizi pubblici. <br />Letta con le lenti della crisi finanziaria, la teoria di Williamson ci stimola a guardare al mercato e alla sua governance con il dovuto disincanto: non vi sono soluzioni ottimali in assoluto e valide in ogni contesto, quanto piuttosto risposte specifiche e funzionali alla cornice istituzionale di riferimento. Le regole efficaci ed efficienti sono quelle che minimizzano le possibili forme di opportunismo, riducendo la potenzialit&agrave; distruttiva dei conflitti di interesse e attribuendo ai soggetti pi&ugrave; produttivi adeguati incentivi alla realizzazione degli investimenti innovativi. In questa prospettiva, economisti e giuristi devono confrontarsi e parlare lo stesso linguaggio: i primi devono comprendere gli effetti delle regole e l&rsquo;interazione esistente tra regole decentrate (private orderings) e tutele giuridiche; i secondi devono aprirsi all&rsquo;analisi sostanziale delle regole e agli effetti da queste indotti sugli incentivi dei soggetti economici, senza riporre ingenua fiducia nelle naturali virt&ugrave; dell&rsquo;autoregolamentazione. <br />Il contributo di Elinor Ostrom affronta analoghi problemi di incompletezza e opportunismo, sebbene da una prospettiva diversa, derivante anche dalla sua formazione di political scientist. Se Williamson si concentra sui fallimenti di mercato associati all&rsquo;incompletezza dei contratti, la Ostrom analizza gli effetti dell&rsquo;incompletezza dei diritti proprietari sull&rsquo;allocazione delle risorse sul mercato. Anche quando i diritti di propriet&agrave; sono debolmente definiti &ndash; come nel caso dei beni pubblici o dei beni a propriet&agrave; comune (commons) &ndash; possono emergere forme di opportunismo, in presenza di un divario tra benefici privati e costi sociali. L&rsquo;esempio pi&ugrave; evidente &egrave; quello dei beni comuni come l&rsquo;aria, l&rsquo;acqua, il suolo, l&rsquo;uso delle risorse ambientali in generale. Per questi beni, il mercato lasciato a se stesso finisce per generare allocazioni inefficienti o, peggio, la dissipazione delle risorse. Soggetti razionali tenderanno ad appropriarsi dei benefici derivanti dall&rsquo;uso non cooperativo delle risorse ambientali, scaricandone i costi sociali sugli altri soggetti. Un tema diventato di drammatica attualit&agrave; nel caso dei beni comuni globali, quali l&rsquo;atmosfera minacciata dai gas climalteranti. La Ostrom ha in particolare studiato le forme alternative di governance dei beni comuni, dalla gestione pubblica diretta alla privatizzazione, dalla regolazione amministrativa alle politiche di tassazione, evidenziando meriti e rischi delle diverse soluzioni istituzionali. Cosi, ad esempio, misure di privatizzazione di risorse comuni non sono necessariamente migliori. Esse possono ripristinare incentivi all&rsquo;uso efficiente delle risorse, purch&eacute; non finiscano per generare a loro volta elevati costi transattivi di coordinamento (denominati tragedia degli anti-commons) tra proprietari distinti di risorse con usi complementari. Bisogna allora essere consapevoli che i luoghi e i beni dove le persone vivranno, lavoreranno e passeranno il tempo libero nel prossimo futuro saranno inevitabilmente governati e amministrati da sistemi misti di propriet&agrave; collettive e individuali.<br />Il comun denominatore degli studi di Williamson e Ostrom, in conclusione, risiede nel sottolineare la complementariet&agrave; tra mercato e governo o, se si vuole, tra incentivi e regole, per quelle transazioni e per quei beni che i meccanismi di scambio non riescano ad allocare e a tutelare in modo efficiente. Il sapere degli economisti, dunque, ha ancora molto da insegnare agli attori politici e agli altri scienziati sociali. Soprattutto quando rifugge da facili semplificazioni e quando aiuta a disegnare istituzioni e regole consapevoli dei fallimenti del mercato.<span style="font:12px Times, Georgia, Courier, serif; "><br /></span><span style="font:12px Times, Georgia, Courier, serif; "><br /></span><span style="font:12px Times, Georgia, Courier, serif; "><a href="http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/dossier/Italia/2009/commenti-sole-24-ore/13-ottobre-2009/nobel-economia-limiti-mercato.shtml" rel="self">LINK ALL'ARTICOLO SU IL SOLE</a></span><div class="blog-entry-comments"><a href="javascript:HaloScan('rw-unique-entry-id-181-page0');"><script type="text/javascript">postCount('rw-unique-entry-id-181-page0');</script></a> | <a href="javascript:HaloScanTB('rw-unique-entry-id-181=page0');"><script type="text/javascript">postCountTB('rw-unique-entry-id-181-page0'); </script></a></div></div></div><div id="unique-entry-id-179" class="blog-entry"><div class="blog-entry-title">deterrenza attesa & incentivi: il caso della patente a punti</div><div class="blog-entry-date">28/03/09 14:58 </div><div class="blog-entry-summary"><img class="imageStyle" alt="imgres" width="82" height="104" src="page0_blog_entry179_summary_1.jpg"/><span style="color:#204fff;"> di S. Benedettini e A. Nicita<br /><br /></span><span style="color:#204fff;"><em>Il post &eacute; stato </em></span><span style="color:#204fff;"><em><a href="http://www.repubblica.it/2009/03/motori/motori-marzo3-09/patente-a-punti-auto/patente-a-punti-auto.html?ref=mothpstr1" rel="self">pubblicato anche qui: laRepubblica.it</a></em></span><br />E&rsquo; di qualche giorno la notizia di un giro di vite sulle sanzioni in materia di sicurezza stradale. Si tratta di un pacchetto di misure che tendono a inasprire le sanzioni dopo pi&ugrave; di 5 anni dall&rsquo;introduzione della patente a punti. Nei paesi nei quali &egrave; stato introdotto, il meccanismo della patente a punti ha generalmente prodotto esiti positivi, in termini di una riduzione tendenziale sia delle infrazioni che degli incidenti.Lo abbiamo detto e scritto in diverse occasioni (<a href="http://www.lavoce.info/articoli/pagina1686.html" rel="self">M. Basili e A. Nicita</a>): il meccanismo con cui &egrave; stata declinata in Italia la patente a punti non funziona. Oggi abbiamo i dati che ci confermano il trend e ci suggeriscono alcune spiegazioni.</div><div class="blog-entry-body"><br />In Italia vi &egrave; stato un forte &lsquo;effetto annuncio&rsquo; della patente a punti dal marzo 2001 (periodo dell&rsquo;annuncio) al luglio 2003 (entrata in vigore della patente a punti): le infrazioni sono drasticamente diminuite con un crollo verticale che raggiunge un minimo storico intorno al febbraio 2002 per poi risalire. Piccole flessioni a questo trend di risalita si osservano dopo il luglio 2003 e dopo l&rsquo;agosto 2007, con la stretta imposta alle sanzioni dal Ministro Bianchi. Ma il trend di risalita &egrave; chiaro e recentemente il numero di infrazioni complessive si &egrave; riportato ai livelli del 2001 a parit&agrave; di numero pattuglie e di autovelox.<br /><img class="imageStyle" alt="Pasted Graphic 1" width="655" height="635" src="page0_blog_entry179_1.jpg"/><br />Si osserva in questi dati un paradosso: per un certo periodo di tempo gli italiani hanno fortemente temuto il nuovo meccanismo (dalla data dell&rsquo;annuncio fino alla data di entrata in vigore); poi hanno &lsquo;imparato&rsquo; il livello dell'enforcement effettivo e si sono adattati 'beckerianamente' alle nuove informazioni. Hanno cio&egrave; imparato che la probabilit&agrave; di essere sanzionati &egrave; rimasta a livelli molto bassi, per cui anche il valore atteso della sanzione &egrave; rimasto molto basso, inibendo modifiche virtuose dei comportamenti dei guidatori. Inoltre, il meccanismo di facile recupero dei punti perduti ha evidentemente reso meno penalizzante la sanzione non monetaria. Infine, dopo la sentenza del 2005 della Corte Costituzionale - che stabiliva che nel caso di mancata identificazione del guidatore, a carico del proprietario dell'auto doveva scattare soltanto la sanzione pecuniaria e non anche quella accessoria della decurtazione dei punti &ndash; si &egrave; registrato un ulteriore incremento delle infrazioni associato alla circostanza che quella sentenza ha ulteriormente ridotto la probabilit&agrave; attesa di perdere i punti, specie per l&rsquo;eccesso di velocit&agrave; e la guida pericolosa che totalizzano circa la met&agrave; del totale delle infrazioni.<br />Ci sono solo due casi di comportamento virtuoso: la cintura di sicurezza e la guida con casco. In media, per questi due tipi di illeciti si assiste ad una riduzione costante delle infrazioni registrate. Invece, per la guida in stato di ebbrezza e sotto l&rsquo;effetto di stupefacenti non si osserva alcun effetto della patente a punti, nemmeno il richiamato effetto annuncio.<br />Guardando poi agli incidenti, si conferma una correlazione positiva tra eccesso di velocit&agrave; e incidenti. Da molti anni il trend &egrave; decrescente a tassi costanti. Tuttavia dopo l'entrata in vigore del decreto l'effetto &egrave; stato pervasivo e gli incidenti sono diminuiti di pi&ugrave;, per poi tornare al trend costante di decrescita.<br />In conclusione, l&rsquo;&rsquo;esperimento naturale&rsquo; della patente punti mostra una lezione importante: i controlli sono minori rispetto a quelli ritenuti &lsquo;credibili&rsquo; dai guidatori; il divieto di decurtazione dei punti in caso di mancata identificazione del conducente stimola le infrazioni alle quali &egrave; associata una minore probabilit&agrave; di controllo; la sostituzione di punti con sanzioni monetarie pi&ugrave; aspre non inibisce comportamenti illeciti.<br />Di qui alcune possibili misure correttive sembrano idonee, oltre quelle gi&agrave; decise dal Governo:<br />(a) aumentare per ogni tipo di infrazione il periodo di sospensione della patente o rendere pi&ugrave; lungo il periodo di acquisizione di nuovi punti;<br />(b) raddoppiare i punti che si perdono in determinati periodi (all&rsquo;estero viene fatto nei week end)<br />(c) incrementare il numero di controlli mobili e di pattuglie;<br />(d) introdurre una nuovo sistema di punti-sanzione che sottrae i punti a coloro che in un certo arco temporale hanno ricevuto sistematicamente un numero ripetuto di sanzioni monetarie pur non essendo stati fermati direttamente dalle pattuglie; superando una soglia massima pre-determinata di sanzioni monetarie complessive, scatta la perdita di punti per il titolare della autovettura sia esso un privato o un&rsquo;impresa;<br />(e) introdurre l&rsquo;opzione di estendere &lsquo;i punti&rsquo; alla vettura, disponendone il fermo temporaneo nel caso di esaurimento dei punti.<br /><br />Il dibattito continua anche <a href="http://www.econ-pol.unisi.it/blog/?p=678" rel="self">qui</a><span style="font:12px Times, Georgia, Courier, serif; "><br /></span><div class="blog-entry-comments"><a href="javascript:HaloScan('rw-unique-entry-id-179-page0');"><script type="text/javascript">postCount('rw-unique-entry-id-179-page0');</script></a> | <a href="javascript:HaloScanTB('rw-unique-entry-id-179=page0');"><script type="text/javascript">postCountTB('rw-unique-entry-id-179-page0'); </script></a></div></div></div><div id="unique-entry-id-178" class="blog-entry"><div class="blog-entry-title">scioperanti & scioperati</div><div class="blog-entry-date">01/03/09 08:14 </div><div class="blog-entry-summary"><img class="imageStyle" alt="imgres" width="129" height="90" src="page0_blog_entry178_summary_1.jpg"/> <span style="color:#4166ff;">di Antonio Nicita<br /></span><br />Proprio nei giorni in cui il presidente della Commissione di garanzia dell&rsquo;attuazione della legge sullo sciopero nei servizi pubblici essenziali <a href="http://www.corriere.it/economia/09_febbraio_26/martone_numeri_scioperi_stagione_2008_c0db3b82-03f4-11de-8e80-00144f02aabc.shtml" rel="self">denunciava l&rsquo;incremento degli scioperi in Italia nel settore dei trasporti</a><a href="http://www.corriere.it/economia/09_febbraio_26/martone_numeri_scioperi_stagione_2008_c0db3b82-03f4-11de-8e80-00144f02aabc.shtml" rel="self"> </a>nell&rsquo;ultimo anno, il Consiglio dei Ministri dell&rsquo;attuale governo italiano ha approvato un<a href="http://www.cittadinolex.kataweb.it/article_view.jsp?idArt=87648&idCat=112" rel="self"> Disegno di legge per la regolamentazione e prevenzione dei conflitti collettivi di lavoro con riferimento alla libera circolazione delle persone</a>. La legge delega in particolare a disciplinare lo sciopero virtuale. Essa tuttavia presenta, alla luce dell&rsquo;analisi economica degli incentivi, due problemi: il primo problema &eacute; che lo sciopero virtuale potrebbe essere reso obbligatorio per legge per talune prestazioni lavorative; il secondo problema &egrave; che, perlomeno nell&rsquo;attuale formulazione, ci si limita a definire gli oneri dei lavoratori durante uno sciopero virtuale ma non anche gli oneri dei datori di lavoro. </div><div class="blog-entry-body"><strong><br />Lo sciopero virtuale<br /></strong>L&rsquo;idea di sciopero virtuale (nonstoppage o virtual strike) &eacute; stata formulata da alcuni law&economics scholars <a href="http://www.jstor.org/pss/1339742" rel="self">(Bernstein, 1971)</a> per limitare i costi sociali degli scioperi nei servizi pubblici. In una battuta lo sciopero virtuale pu&ograve; essere definito come una procedura di bargaining in cui <em>&ldquo;the workers keep working as usual and the ûrm keeps producing as usual, but neither side gets paid. Workers lose their wages and an employer loses its proûts during a strike. So during a virtual strike the workers would work for nothing and the employer would give up its revenues. That money could go to Uncle Sam or a charity</em>&rdquo; (<a href="http://www.forbes.com/forbes/2002/1125/128.html" rel="self">Ayres and Nalebuff, 2002</a>). <br />Diversi scioperi virtuali sono stati sperimentati con successo come forma di autoregolamentazione in passato: nel 1989 dai piloti aerei dell&rsquo;Anpac; nel 1995 dai poliziotti della Sap; nel 1999 dai medici dell&rsquo;Anmi; nel 1999 dai piloti e gli assistenti della Meridiana; nel 2000 dagli autoferrotramvieri ATM; nel 2002 dagli elicotteristi. Ad oggi sono stati firmati quattro accordi generali per la disciplina dello sciopero virtuale: i direttori sanitari del SSN; il personale amministrativo dell&rsquo;Universit&agrave; Bocconi; medici di famiglia e del pronto soccorso del SSN; elicotteristi impegnati in servizi di soccorso. <br />I casi di sciopero virtuale restano molto rari e forse questa &egrave; la ragione per la quale gli economisti non ne hanno analizzato le caratteristiche o gli incentivi alla sua adozione.<br />In un recente articolo (cfr. <a href="http://www.econ-pol.unisi.it/dipartimento/it/node/1015" rel="self">Nicita e Rizzolli Quaderni del Dip.to Economia Politica n.557, Univ. Siena, 2009</a>) si dimostra che lo sciopero reale &egrave; non solo razionale ma, soprattutto, esso costituisce un meccanismo che stimola gli incentivi all'impegno ottimale da parte dei lavoratori (c.d. enforcement endogeno). In questo quadro, lo sciopero virtuale generalmente non sembra assicurare risultati di ottimalit&agrave;, quanto a impegno dei lavoratori e qualit&agrave; del servizio prestato, a meno che non vi sia una forte spinta motivazionale dei lavoratori o a meno che lo sciopero reale non generi pesanti ricadute negative anche per coloro che scioperano (ad esempio perch&eacute; i consumatori cambiano fornitore in futuro). Cos&igrave;, se lo sciopero virtuale viene imposto a parti che non avrebbero incentivo a realizzarlo altrimenti, esso induce le parti a selezionare un livello subottimale di sforzo. Ne consegue che se i costi sociali evitati con lo sciopero virtuale sono inferiori ai guadagni derivanti dalla cooperazione ottimale, l&rsquo;imposizione di uno sciopero virtuale configura un esito inefficiente in quanto pu&ograve; forzare l&rsquo;erogazione di un servizio ad un livello di qualit&agrave; subottimale. Inoltre in molti casi, i costi sociali generati dallo sciopero &lsquo;reale&rsquo; non sono mere conseguenze indesiderate, ma, al contrario, essi costituiscono semmai proprio lo strumento attraverso il quale coloro che scioperano intendono esercitare una pressione nei confronti dei datori di lavoro. E&rsquo; dunque probabile che un divieto di sciopero reale unitamente all&rsquo;obbligo di ricorrere allo sciopero virtuale inducano i lavoratori a selezionare lo sforzo minimo per un periodo di tempo tale da equiparare i costi sociali dello sciopero virtuale a quelli che si otterrebbero con lo sciopero reale. <br />Queste conclusioni sembrano peraltro essere confermate da un recente esperimento (cfr. <a href="../assets/STRIKEEXP.pdf" rel="self">Nicita e Innocenti, 2009</a>) che dimostra come lo sciopero virtuale &lsquo;domini&rsquo; lo sciopero reale in assenza di effetti negativi su terze parti (utenti del servizio): sia i datori di lavoro che i lavoratori ottengono risultati migliori. Tuttavia lo sciopero reale con elevati costi privati e sociali domina lo sciopero virtuale, nel senso che gli scioperi si riducono, aumenta l'impegno dei lavoratori e tutte le parti considerate ottengono in media risultati migliori, rispetto al caso dello sciopero virtuale. <br /><br /><strong>Lo sciopero virtuale nella legge delega</strong><br />Proprio nei giorni in cui il presidente della Commissione di garanzia dell&rsquo;attuazione della legge sullo sciopero nei servizi pubblici essenziali denunciava l&rsquo;incremento degli scioperi in Italia nel settore dei trasporti nell&rsquo;ultimo anno, il Consiglio dei Ministri dell&rsquo;attuale governo italiano ha approvato un Disegno di legge per la regolamentazione e prevenzione dei conflitti collettivi di lavoro con riferimento alla libera circolazione delle persone. Una delle novit&agrave; della delega &egrave; <br />quella di trattare la materia del diritto di sciopero in relazione al diritto alla mobilit&agrave; e alla libera circolazione delle persone. Questa novit&agrave; rivela due presupposti: da un lato l&rsquo;emersione dei due diritti allo stesso rango di tutela individuale e sociale e dall&rsquo;altro il possibile trade-off tra gli stessi. Tra le altre cose, il Governo viene delegato a introdurre la previsione, per via contrattuale, dell&rsquo;istituto dello sciopero virtuale, gi&agrave; oggetto di alcuni disegni di legge, tra i quali quello che ha come primo firmatario Pietro Ichino. Nella delega al governo lo sciopero virtuale viene definito come: <br /><em>"&hellip;manifestazione di protesta con garanzia dello svolgimento della prestazione lavorativa, che pu&ograve; essere reso obbligatorio per determinate categorie professionali le quali, per le peculiarit&agrave; della prestazione lavorativa e delle specifiche mansioni, determinino o possano determinare, in caso di astensione <br /></em><em>dal lavoro, la concreta impossibilit&agrave; di erogare il servizio principale ed essenziale"</em>. <br />Sebbene la definizione di sciopero virtuale mantenga un necessario carattere di generalit&agrave;, tipico di una legge delega, essa presenta, alla luce dell&rsquo;analisi economica degli incentivi, due problemi: il primo problema &eacute; che lo sciopero virtuale potrebbe essere reso obbligatorio per legge per talune prestazioni lavorative; il secondo problema &egrave; che , perlomeno nell&rsquo;attuale formulazione, ci si limita a definire gli oneri dei lavoratori durante uno sciopero virtuale ma non anche gli oneri dei datori di lavoro. <br />Obbligare allo sciopero virtuale pu&ograve; produrre due effetti negativi: <br /><strong>(i)</strong> azzerare l&rsquo;effetto segnalazione di quanti lo sceglierebbero autonomamente in via volontaria per spinta motivazionale (se lo sciopero virtuale &egrave; imposto, pu&ograve; venir meno l&rsquo;impulso solidale da parte di terze parti a uno sciopero virtuale spontaneo); <br /><strong>(ii) </strong>indurre i lavoratori a ridurre l&rsquo;impegno profuso e, conseguentemente, la qualit&agrave; del servizio, mentre la legge delega sembra assumere che in assenza di sciopero i lavoratori produrranno in ogni caso lo sforzo ottimale<br /><br /><strong>Possibili opzioni di policy per regolare lo sciopero virtuale<br /></strong>Da queste analisi consegue che l&rsquo;imposizione dello sciopero virtuale, specie nella forma debole nella quale solo i lavoratori ne subiscano la perdita pi&ugrave; rilevante, finisce per generare esiti, in termini di benessere aggregato, inferiori a quelli associati agli scioperi reali. <br />Sotto un profilo di policy occorrerebbe pertanto: <br />(i) rendere lo sciopero virtuale una scelta, anzich&eacute; una imposizione, in modo da valorizzarne gli aspetti motivazionali; <br />(ii) associare allo sciopero virtuale costi privati (sia per i lavoratori che per i datori di lavoro) comparabili a quelli attesi nel caso di sciopero reale (in tal senso va il ddl di Ichino); <br />(iii) affiancare lo sciopero virtuale con forti incentivi per i lavoratori all&rsquo;adozione di questa forma di protesta. <br /><br />Altrimenti, l&rsquo;esito probabile della riforma prospettata sar&agrave; solo quello di trasformare gli scioperanti di ieri negli scioperati di domani. <br /><br /><span style="color:#ff0c76;"><em>Il dibattito continua anche qui: </em></span><span style="color:#ff0c76;"><a href="http://www.econ-pol.unisi.it/blog/?p=532" rel="self">goodwinbox</a></span><span style="color:#ff0c76;"><em> e qui </em></span><span style="color:#ff0c76;"><a href="http://www.nelmerito.com/index.php?option=com_content&task=view&id=657&Itemid=1" rel="self">nelmerito</a></span><span style="color:#ff0c76;"> </span><span style="color:#ff0c76;"><em>e qui</em></span><span style="color:#ff0c76;"> </span><span style="color:#ff0c76;"><a href="http://www.pietroichino.it/?p=2071" rel="self">pietroichino</a></span><br /><br /><a href="http://www.antonionicita.it/blog/" rel="self">TORNA ALLA PAGINA PRINCIPALE<br /></a><div class="blog-entry-comments"><a href="javascript:HaloScan('rw-unique-entry-id-178-page0');"><script type="text/javascript">postCount('rw-unique-entry-id-178-page0');</script></a> | <a href="javascript:HaloScanTB('rw-unique-entry-id-178=page0');"><script type="text/javascript">postCountTB('rw-unique-entry-id-178-page0'); </script></a></div></div></div><div id="unique-entry-id-177" class="blog-entry"><div class="blog-entry-title">concorrenza o abuso?</div><div class="blog-entry-date">28/02/09 20:04 </div><div class="blog-entry-summary"><img class="imageStyle" alt="imgres" width="107" height="87" src="page0_blog_entry177_summary_1.jpg"/> <span style="color:#4166ff;">di Antonio Nicita</span><br />Arrivano i primi dati. Sembra che dal 12 gennaio (debutto di Cai) ad oggi sui voli Fiumicino-Linate si sono imbarcati in media 2mila passeggeri in meno al giorno (-30% circa) mentre sui treni veloci ne sono saliti 2.300 in pi&ugrave; (+32% con un significativo +64% per la prima classe, quella del traffico d'affari). Un trend che sarebbe destinato ad accelerare quando i tempi di percorrenza su questa tratta della Tav (oggi 3 ore e 30 minuti) si ridurranno di altri 40 minuti a fine anno e verranno lanciati servizi low-cost in seconda classe e negli orari meno appetibili. Il fenomeno pu&ograve; essere spiegato in due modi alternativi: come trionfo della concorrenza o come effetto di un abuso di posizione dominante.</div><div class="blog-entry-body">La prima spiegazione &egrave; quella pi&ugrave; intuitiva. I nuovi treni hanno ridotto i tempi di percorrenza e ci&ograve; avrebbe trasformato il mercato rilevante della tratta roma-milano, di fatto individuando un mercato intermodale del trasporto passeggeri: il mezzo di trasporto tende a non influenzare pi&ugrave; le scelte di mobilit&agrave; e quindi, a parit&agrave; pi&ugrave; o meno di tempo complessivo di trasporto in treno o in aereo, entrambi i mezzi vanno inclusi nello stesso mercato rilevante, con la 'simpatica' conseguenza che n&eacute; CAI n&eacute; TRENITALIA sono in posizione dominante nelle rispettive tratte, essendo anzi concorrenti diretti. Inutile quindi continuare a parlare dei rispettivi monopoli o di nuovi entranti sui cieli o sulla strada ferrata.<br />La seconda spiegazione &egrave; meno intuitiva e ha bisogno, per essere, suffragata di un'attenta analisi dei prezzi prima e dopo l'operazione CAI. Se infatti dovessimo scoprire che i prezzi sono incrementati significativamente nella tratta aerea roma-milano, oggi in sostanziale monopolio, la fuoriuscita di clientela dal trasporto aereo a quello ferroviario sarebbe l'effetto di un abuso piuttosto che la conseguenza di una estensione del mercato rilevante. Se ci&ograve; fosse vero, non avremmo maggiore concorrenza con estensione del mercato, ma - al contrario - un abuso di CAI che potrebbe permettere a Trenitalia di incrementare i prezzi. In questo caso parlare di maggiore concorrenza prospetterebbe un errore interpretativo noto come <a href="http://www.usdoj.gov/atr/public/hearings/single_firm/docs/222008.pdf" rel="self">'Cellophane Fallacy'</a>, dal nome del caso in cui &egrave; stato individuato: un prezzo superiore a quello di monopolio comporterebbe si l'uscita della clientela o di una sua parte verso prodotti alternativi, ma ci&ograve; sarebbe la prova non della sostituibilit&agrave; dei prodotti, ma dell'esercizio abusivo di un potere di mercato.<br />Ho notizia che diversi studiosi stanno facendo quest'analisi. Sapremo perci&ograve; presto quale delle due ipotesi &egrave; suffragata.<br /><br /><a href="http://www.antonionicita.it/blog/" rel="self">TORNA ALLA PAGINA PRINCIPALE</a><br /><br /><br /><div class="blog-entry-comments"><a href="javascript:HaloScan('rw-unique-entry-id-177-page0');"><script type="text/javascript">postCount('rw-unique-entry-id-177-page0');</script></a> | <a href="javascript:HaloScanTB('rw-unique-entry-id-177=page0');"><script type="text/javascript">postCountTB('rw-unique-entry-id-177-page0'); </script></a></div></div></div><div id="unique-entry-id-176" class="blog-entry"><div class="blog-entry-title">virtual strike and real conflicts</div><div class="blog-entry-date">24/02/09 09:09 </div><div class="blog-entry-summary"><br /><img class="imageStyle" alt="imgres" width="123" height="132" src="page0_blog_entry176_summary_1.jpg"/><span style="color:#3484ff;"> by Antonio Nicita</span><br />In a nice article, Ian Ayres and Barry Nalebu<span style="font:12px 'Lucida Grande', LucidaGrande, Verdana, sans-serif; ">û outlined </span><a href="http://www.forbes.com/forbes/2002/1125/128.html" rel="self">&ldquo;The Virtues of a Virtual Strike&rdquo;</a>. In the last two years Italy has registered a huge increase in striking activity, and some house representatives of both majority and opposition parties have recently presented a bipartisan bill on virtual strikes. On Feb 27th the Italian Government has approved a<a href="http://www.governo.it/GovernoInforma/Dossier/scioperi_delega/schema_ddl_sciopero.pdf" rel="self"> legislation framework</a> introducing the virtual strike option (forcing towards virtual strike in some public services). Two recent companion papers by Nicita and Rizzolli (2009) and Innocenti and Nicita (2009), discuss pros ad cons of virtual strikes and parties' incentives to voluntarily adopt them. </div><div class="blog-entry-body"><strong><a href="http://www.econ-pol.unisi.it/quaderni/557.pdf" rel="self">The first paper (Nicita and Rizzolli 2009) </a></strong>shows that, from a welfare perspective, the virtual strike dominates the standard strike. It is then asked why virtual strikes are so infrequent. The explanation provided is based on the extent of social costs produced by the standard strike and on the unilateral or reciprocal nature of these externalities. Authors have argued that parties lose incentive to conduct a virtual strike precisely when it would be needed the most, i.e. when externalities are signiûcant but unilateral or asymmetrically reciprocal. A regulation forcing parties towards virtual strike would thus seem necessary. Such a regulation should somehow introduce side payments for the virtual strike and/or high penalties for the standard strike, in order to properly align workers&rsquo; incentives. However, high penalties would be unenforceable in democratic systems where the right to strike is guaranteed by the Constitution. The paper then comments on the Italian bill on virtual strikes.<br /><strong><a href="../assets/STRIKEEXP.pdf" rel="self">In the second paper (Innocenti and Nicita, 2009)</a></strong><a href="../assets/STRIKEEXP.pdf" rel="self"> </a>authors compare - in the laboratory - stoppage and virtual strike. The experiment confirms that higher wages offered by an employer lead to considerably more costly effort provision. The number of strikes, the level of efforts and average total payoffs are higher under virtual strike than under standard strike. However, when standard strike is associated with reciprocal externalities, it induces higher effort levels, higher payoffs and an extremely reduced number of strikes than virtual strike. It is unclear whether this behavior reûects reciprocity or other forms of social preferences. This might explain why standard strikes rather than virtual ones are generally adopted by workers.<br /><br /><a href="http://www.antonionicita.it/blog/" rel="self">BACK TO MAIN PAGE</a><br /><a href="http://www.antonionicita.it/blog/" rel="self">TORNA ALLA PAGINA PRINCIPALE</a><br /><div class="blog-entry-comments"><a href="javascript:HaloScan('rw-unique-entry-id-176-page0');"><script type="text/javascript">postCount('rw-unique-entry-id-176-page0');</script></a> | <a href="javascript:HaloScanTB('rw-unique-entry-id-176=page0');"><script type="text/javascript">postCountTB('rw-unique-entry-id-176-page0'); </script></a></div></div></div><div id="unique-entry-id-174" class="blog-entry"><div class="blog-entry-title">Nostradamus e l'efficienza delle regole</div><div class="blog-entry-date">05/12/08 17:13 </div><div class="blog-entry-summary"><img class="imageStyle" alt="imgres" width="104" height="103" src="page0_blog_entry174_summary_1.jpg"/> <span style="color:#386cff;">di Antonio Nicita, </span>tratto da<span style="color:#898399;"><em><a href="http://www.antonionicita.it/editoriali/assets/scan_812816311112.pdf" rel="self"> Il Sole 24 Ore </a></em></span>dell'8 dicembre 2008<br />&ldquo;Non c&rsquo;era bisogno di Nostradamus per prevedere questa crisi&rdquo;. E&rsquo; l&rsquo;opinione del premio Nobel Stiglitz in un articolo appena uscito su <a href="http://www.bepress.com/ev/vol5/iss8/" rel="self">The Economists&rsquo; Voice</a>. Sebbene gli economisti siano molto pi&ugrave; bravi a &lsquo;prevedere&rsquo; il passato che il futuro &ndash; prosegue Stiglitz - questa crisi era facilmente prevedibile da quanti avessero manifestato un sano scetticismo verso forme violente di deregulation quale quelle promosse dal Washington Consensus negli anni passati, specie per i mercati finanziari. <br /></div><div class="blog-entry-body">E in effetti Stiglitz cita un suo vecchio saggio del 1992 nel quale avvertiva contro i rischi della cartolarizzazione dei mutui in assenza di una chiara regolamentazione a tutti i livelli: dal trasferimento della propriet&agrave;, alla valutazione della stessa; dalla erogazione del mutuo alla sua cartolarizzazione e cos&igrave; via. Per il futuro, conclude Stiglitz, non ci vuole Nostradamus, ma una regolamentazione pi&ugrave; attenta dei mercati, degli incentivi e delle sanzioni.<br />Com&rsquo;&egrave; noto, tra i bersagli dei passati attacchi di Stiglitz vi sono state molte istituzioni internazionali tra le quali la Banca Mondiale. Eppure sono diversi anni che la Banca Mondiale ha rimodulato le proprie analisi sulle performance macroeconomiche dei diversi paesi, con fondamenti micro che vedono, appunto, nell&rsquo;efficienza delle regole che governano i mercati e le istituzioni economiche uno dei fattori cruciali della competitivit&agrave; internazionale. In particolare, questo nuovo approccio derivante dalla consapevolezza del ruolo svolto dal contesto istituzionale in cui si manifesta l&rsquo;economia di mercato ha enfatizzato il ruolo rivestito dalla qualit&agrave; della regolazione nella definizione dei diritti di propriet&agrave; e nei meccanismi che attengono al loro scambio e alla loro protezione; nella promozione della concorrenza e nella riduzione di ingiustificate barriere all&rsquo;entrata; nell&rsquo;assicurare una soluzione efficace, tempestiva ed efficiente delle controversie giudiziarie e cosi via; nell&rsquo;incrementare la trasparenza, i requisiti informativi e le tutele per i consumatori; nel governare i rapporti tra propriet&agrave; e controllo nelle imprese; nel facilitare il mercato per il controllo delle imprese e cos&igrave; via. <br />Sono due i principali rapporti annuali della Banca Mondiale si concentrano, da diversi anni, sul ruolo della &lsquo;governance&rsquo; sulla competitivit&agrave;. <br />Il primo rapporto ha un titolo evocativo <a href="http://papers.ssrn.com/sol3/papers.cfm?abstract_id=999979" rel="self">(&ldquo;Governance Matters&rdquo; )</a> e analizza l&rsquo;impatto della &lsquo;rule of law&rsquo; in 212 paesi. Con il termine &lsquo;rule of law&rsquo; ci si riferisce al complesso di regole che governano il grado democratico delle istituzioni politiche e giuridiche da un lato e la &lsquo;democrazia&rsquo; del mercato dall&rsquo;altro. Le dimensioni studiate misurano in ciascun paese, in un intervallo temporale di dieci anni, i mutamenti nella percezione della partecipazione civile e dell&rsquo;&lsquo;accountability&rsquo;, della stabilit&agrave; politica e dell&rsquo;assenza di violenza/terrorismo, dell&rsquo;efficacia dell&rsquo;azione di governo, della qualit&agrave; della regolazione, della definizione e protezione dei diritti proprietari e del controllo della corruzione.<br />Il secondo rapporto ha anch&rsquo;esso un titolo altrettanto evocativo <a href="http://www.doingbusiness.org/" rel="self">(&ldquo;Doing Business&rdquo; )</a> e si focalizza sulla misurazione del livello di competitivit&agrave; indotto dal contesto istituzionale per ciascuno dei 178 paesi considerati. In particolare il rapporto analizza gli oneri complessivamente connessi all&rsquo;avvio di un&rsquo;attivit&agrave; imprenditoriale, all&rsquo;acquisizione di licenze e autorizzazioni, alle regole che sottendono all&rsquo;impiego di lavoratori, alle procedure di trasferimento e registro della propriet&agrave;, alla facilit&agrave; con cui si ottiene credito e si proteggono gli investitori, all&rsquo;incidenza fiscale, alle barriere al commercio internazionale, al sistema di esecuzione e di tutele contrattuali, alle procedure fallimentari.<br />Sembra dunque emergere dall&rsquo;approccio seguito nei due rapporti una profonda consapevolezza del ruolo che hanno le regole nel determinare la performance economica e ci&ograve; apparentemente stride con le critiche avanzate da Stiglitz. Eppure, ad una lettura pi&ugrave; approfondita sembra emergere una visione &lsquo;metodologica&rsquo; di fondo che finisce per &lsquo;premiare&rsquo; sistematicamente ogni forma di deregulation in ogni ambito, cos&igrave; che i paesi meno regolamentati nei diversi contesti studiati sono anche quelli che ottengono una posizione pi&ugrave; alta in graduatoria. Dal confronto congiunto dei due rapporti appare evidente che i paesi che appartengono al sistema di common law registrano livelli di &lsquo;governance&rsquo; e di competitivit&agrave; pi&ugrave; efficienti dei paesi di civil law, spesso dipinti come vecchie e pesanti carrozze di un treno che deve velocemente cambiare locomotiva, vagoni e persino conducenti. Occorre chiedersi quanto ci&ograve; sia vero e quanto sia invece frutto di quella impostazione metodologica avversata da Stiglitz, per la quale less regulation is better.<br />Certo, guardando all&rsquo;Italia c&rsquo;&egrave; da scoraggiarsi e non servono inutili alibi. Siamo indietro in entrambi i rapporti della Banca Mondiale, sopravanzati da paesi che hanno un PIL ben inferiore al nostro e un sistema democratico e giuridico pi&ugrave; giovane e meno solido. Ed &egrave; vero che al di l&agrave; dei limiti metodologici che si possono muovere a questo tipo di analisi, il nostro paese presenta vasti ambiti in cui sono urgenti riforme drastiche: la stabilit&agrave; politica, la giustizia civile, i tempi di avvio di impresa, la riduzione degli oneri amministrativi e cos&igrave; via. Ma il punto che la recente crisi solleva &egrave; un altro: i paesi pi&ugrave; virtuosi in queste classifiche sono proprio quelli in cui &egrave; nata e si alimentata quella forma di deregulation che ha poi portato al fallimento dell&rsquo;autogoverno di taluni mercati, con i tragici effetti domino osservati. Anzi, alcuni osservatori iniziano timidamente a chiedersi se proprio taluni apparenti arretratezze del contesto istituzionale dei paesi civil law non permetta oggi a questi ultimi di arginare la crisi in atto, attivando i necessari anticorpi. Il tema della futura riflessione sembra dunque destinato a spostarsi dalla misurazione tout court dell&rsquo;incidenza sistematica della regolazione, all&rsquo;analisi economica e giuridica, caso per caso, della qualit&agrave; della regolazione. Prestando maggiore attenzione non solo ai costi &lsquo;vivi&rsquo; della regolazione ma anche ai benefici, spesso invisibili perch&eacute; non misurabili, che essa produce e che andrebbero altrimenti perduti.<br /><br /><a href="http://www.antonionicita.it/blog/" rel="self">TORNA ALLA PAGINA PRINCIPALE</a><br /><br /><div class="blog-entry-comments"><a href="javascript:HaloScan('rw-unique-entry-id-174-page0');"><script type="text/javascript">postCount('rw-unique-entry-id-174-page0');</script></a> | <a href="javascript:HaloScanTB('rw-unique-entry-id-174=page0');"><script type="text/javascript">postCountTB('rw-unique-entry-id-174-page0'); </script></a></div></div></div><div id="unique-entry-id-173" class="blog-entry"><div class="blog-entry-title">Aiutare l'auto? Perch&eacute;, come, quando.</div><div class="blog-entry-date">20/11/08 18:34 </div><div class="blog-entry-summary"><img class="imageStyle" alt="imgres" width="148" height="76" src="page0_blog_entry173_summary_1.jpg"/> <span style="color:#348fff;">di Antonio</span><br /><strong><em>L'altro giorno ho partecipato a un dibattito televisivo per laRepubblica.it TV sugli aiuti all'auto (scaricabile </em></strong><strong><em><a href="http://tv.repubblica.it/palinsesto/2008-11-21/7147" rel="self">qui</a></em></strong><strong><em>). E mi sono convinto di alcune cose che ho poi pubblicato nel sito </em></strong><strong><em><a href="http://www.nelmerito.com/index.php?option=com_content&task=view&id=527&Itemid=1" rel="self">nelmerito.com</a></em></strong><strong><em> e che qui ricopio.</em></strong><br />Nei giorni scorsi i Ceo delle Big Three (General Motors, Chrysler, Ford) sono andati in Senato e alla Camera dei deputati USA per richiedere un prestito ponte immediato di 25 miliardi di dollari, per scongiurare &ndash; a detta loro &ndash; una delle pi&ugrave; gravi crisi finanziarie e reali che si registrerebbe dal dopoguerra ad oggi. Questa richiesta ha lasciato piuttosto tiepidi tanto i deputati e senatori &ndash; di entrambi gli schieramenti &ndash; quanto l&rsquo;attuale amministrazione in scadenza. Una delle ragioni che spingono verso un approccio prudenziale di &lsquo;wait and see&rsquo; deriva dalla circostanza che gi&agrave; alla fine di settembre il congresso aveva approvato per le Big Three un finanziamento di 25 miliardi di dollari, da destinare ad un pacchetto di misure che ricomprendono ricerca e sviluppo e sostegno all&rsquo;auto ecologica, ancora tuttavia rimasto sulla carta.<span style="font:11px Verdana, Arial, Helvetica, sans-serif; "><br /></span></div><div class="blog-entry-body"><br />Per continuare la lettura <a href="http://www.nelmerito.com/index.php?option=com_content&task=view&id=527&Itemid=1" rel="self">clicca qui.</a><br /><br />In English <a href="../assets/Nicita_Crisis_en_rev-4.pdf" rel="self">here</a><br /><br /><a href="http://www.antonionicita.it/blog/" rel="self">TORNA ALLA PAGINA PRINCIPALE</a><div class="blog-entry-comments"><a href="javascript:HaloScan('rw-unique-entry-id-173-page0');"><script type="text/javascript">postCount('rw-unique-entry-id-173-page0');</script></a> | <a href="javascript:HaloScanTB('rw-unique-entry-id-173=page0');"><script type="text/javascript">postCountTB('rw-unique-entry-id-173-page0'); </script></a></div></div></div><div id="unique-entry-id-170" class="blog-entry"><div class="blog-entry-title">Il monopolio 'naturalizzato'</div><div class="blog-entry-date">19/09/08 11:11 </div><div class="blog-entry-summary"><img class="imageStyle" alt="imgres" width="148" height="111" src="page0_blog_entry170_summary_1.jpg"/> di Antonio<br />C'era una volta il monopolio naturale. Si trattava del caso in cui la relazione di subadditivit&agrave; dei costi comportava che una sola impresa poteva profittevolmente stare sul mercato. Spesso il monopolio naturale &egrave; stato pubblico, non tanto per motivi tecnico-economici, quanto per le finalit&agrave; dei servizi o dei beni venduti da quel monopolista. Un tipico esempio &egrave; dato dai monopoli pubblici nelle industrie a rete, e specie, nella fase di costruzione di quelle industrie. Tipicamente, le reti, una volta completate, hanno poi permesso una decomposizione a valle dei mercati. La rete identificata come una <em>essential facility </em>diventa strumento condiviso di accesso per i mercati a valle: nella parte bassa il monopolio naturale si trasforma in mercato concorrenziale, con prezzi pi&ugrave; bassi e cos&igrave; via. Molte delle liberalizzazioni che abbiamo conosciuto hanno seguito questo percorso, spesso osservando campioni nazionali pubblici restare monopolisti privati.<br />Ebbene oggi un altro approccio, abbastanza singolare, si va facendo strada: il monopolio naturalizzato.</div><div class="blog-entry-body">DI che si tratta?<br />Si tratta del caso in cui sono le regole - non la tecnologia - a modificare gli incentivi degli operatori ad entrare su un dato mercato. Le regole e il business environment vengono adattate in mondo da rendere efficiente solo ad un operatore - in genere l'incumbent che si trovi in brutte acque. Quali sono le 'condizioni' di un monopolio naturalizzato? 1. crisi finanziaria dell'incumbent; 2. italianit&agrave; della propriet&agrave; privatizzata; 3. sostegno pubblico alla ristrutturazione economico dell'impresa; 4 regulatory holidays; 5. antitrust leggero; 6. incentivi molto deboli all'innovazione; 7. cattura delle rendite monopolistiche; 8. tentativo di accordo 'autorizzato' con i concorrenti.<br />Difficile trovare una spiegazione economica basata sull'efficienza a tutto ci&ograve;.<br /><br /><a href="http://www.antonionicita.it/blog/" rel="self">TORNA ALLA PAGINA PRINCIPALE</a><div class="blog-entry-comments"><a href="javascript:HaloScan('rw-unique-entry-id-170-page0');"><script type="text/javascript">postCount('rw-unique-entry-id-170-page0');</script></a> | <a href="javascript:HaloScanTB('rw-unique-entry-id-170=page0');"><script type="text/javascript">postCountTB('rw-unique-entry-id-170-page0'); </script></a></div></div></div><div id="unique-entry-id-168" class="blog-entry"><div class="blog-entry-title">...feNice di stare lass&ugrave;...?</div><div class="blog-entry-date">09/09/08 12:59 </div><div class="blog-entry-summary"></div><div class="blog-entry-body"><img class="imageStyle" alt="fenice.gif" width="106" height="117" src="page0_blog_entry168_1.jpg"/> <span style="color:#2264ff;">di Antonio</span><br />Emergono alcune cose abbastanza chiare sull'operazione fenice.<br />1. Nasce un monopolio tra due compagnie indebitate che per&ograve; non avranno pi&ugrave; debiti. Grandi guadagni dunque, ma nulla si sa sui nuovi investimenti. Se non si faranno (dopo 5 anni gli attuali contributors potrebbero uscire e lasciare ad altri (AirFrance?)) la nuova compagnia sar&agrave; tendenzialmente regionale e in ogni caso si porr&agrave; il problema di future alleanze-acquisizioni internazionali;<br />2. L'esenzione antitrust prevista vale in Italia e non a Bruxelles. Ci&ograve; significa che la Commissione Europea chieder&agrave; forti impegni concorrenziali in cambio dell'autorizzazione e che ad esempio gli slot - al contrario di quanto previsto nel decreto governativo - dovranno essere di molto sfoltiti specie nelle tratte pi&ugrave; appetibili. Altri obblighi pro-concorrenziali potranno essere imposti (rinvio ad<a href="http://www.antonionicita.it/editoriali/index.html" rel="self"> una mia intervista qui sul tema</a>) e ci&ograve; potrebbe diminuire le prospettive di rendita monopolistica che oggi attraggono i nuovi proprietari;<br />3. Come ha scritto su Repubblica il Prof. De Cecco e come precisa sul sito <a href="http://www.i-com.it" rel="self">I-com</a> il Prof. LIbertini, il precedente Alitalia rischia di modificare pesantemente il modo in cui tratteremo in futuro casi analoghi di salvataggio 'a carico dello stato' e in violazione dei principi comunitari degli aiuti di Stato;<br />4. Come ha sostenuto il Prof. Alesina, la disciplina del fallimento, seguita ad esempio da Air Suisse in passato, sarebbe stata pi&ugrave; chiara anche per il mercato e avrebbe lasciato al mercato la selezione di veri investitori;<br />5. Sotto il profilo sociale gli esuberi attesi sembrano in linea con quelli richiesti a suo tempo da Air France<br />6. C'&egrave; chi suggerisce che l'interesse di alcune banche derivi dal fatto che esse sono creditori di Air One e che quindi questa operazione serva pi&ugrave; a salvare Air One (e le banche) che non Alitalia, lasciando mal presagire sull'effettivo interesse ad investire nel settore;<br />7. Il governo di centro sinistra proponeva una soluzione di mercato, quello di centro destra propone un pesante e inedito intervento pubblico. Col tempo sapremo chi aveva ragione, ma oggi registriamo quest'altra stranezza italiana dei ruoli invertiti tra i due poli.<br />8. Non &egrave; chiara la politica nazionale sugli hub, ma c'&egrave; chi sostiene, forse non a torto, che la soluzione zero hub &egrave; quella geograficamente idonea per l'Italia.<br />9. I punti millemiglia restano (e questo &egrave; quello che mi interessa di pi&ugrave<img src="../../rw_common/plugins/blog/smiley_wink.png" width="21" height="21" alt="Winking" border="0" />.<br />10. I tedeschi stanno gi&agrave; accusando l'Italia di fare una bancarotta fraudolenta 'di Stato'. Ma Tajani &egrave; sereno, dice il portavoce.<div class="blog-entry-comments"><a href="javascript:HaloScan('rw-unique-entry-id-168-page0');"><script type="text/javascript">postCount('rw-unique-entry-id-168-page0');</script></a> | <a href="javascript:HaloScanTB('rw-unique-entry-id-168=page0');"><script type="text/javascript">postCountTB('rw-unique-entry-id-168-page0'); </script></a></div></div></div><div id="unique-entry-id-164" class="blog-entry"><div class="blog-entry-title">L'Italia a rischio</div><div class="blog-entry-date">11/07/08 14:12 </div><div class="blog-entry-summary"></div><div class="blog-entry-body"><img class="imageStyle" alt="imgres" width="89" height="118" src="page0_blog_entry164_1.jpg"/><br />Tra intercettazioni, girotondi, scissioni consumate e annunciate, immunit&agrave;, stiamo perdendo dal dibattito politico la cosa pi&ugrave; importante. Aumenta il debito pubblico, aumenta l'inflazione, calano i consumi, aumentano i tassi d'interesse, aumenta il petrolio, cala il dollaro, cala la produzione nazionale. La stagflazione da inflazione importata &egrave; una delle bestie peggiori. Siamo davvero - come mai negli ultimi 15 anni - alla vigilia di una crisi gravissima, a meno di shocks positivi (una improvvisa impennata del dollaro) che possano invertire una tendenza nel breve periodo. Forse &egrave; un tempo in cui parlare d'alberi &egrave; un delitto. Ma non vedo all'orizzonte grandi piani di sviluppo e di discontinuit&agrave;...<div class="blog-entry-comments"><a href="javascript:HaloScan('rw-unique-entry-id-164-page0');"><script type="text/javascript">postCount('rw-unique-entry-id-164-page0');</script></a> | <a href="javascript:HaloScanTB('rw-unique-entry-id-164=page0');"><script type="text/javascript">postCountTB('rw-unique-entry-id-164-page0'); </script></a></div></div></div><div id="unique-entry-id-163" class="blog-entry"><div class="blog-entry-title">7 domande su Google-Yahoo</div><div class="blog-entry-date">17/06/08 06:28 </div><div class="blog-entry-summary"><img class="imageStyle" alt="googmsftyhoo" width="95" height="90" src="page0_blog_entry163_summary_1.jpg"/>di Antonio<br />Dopo mesi in cui Yahoo ha provato a spuntare un prezzo pi&ugrave; alto per la 'scalata' di Microsoft, un prezzo pi&ugrave; alto del gi&agrave; incredibile alto prezzo della offerta di Gates, arriva la notizia di un accordo orizzontale con Google. Dal punto di vista della logica economica e industriale, la cosa sorprende perch&eacute; si sostituisce una concentrazione verticale con un accordo, apparentemente tecnico, di natura orizzontale tra due concorrenti.Dal punto di vista antitrust, possono emergere alcuni problemi: a meno che non sia un 'commitment' apparente da parte diYahoo per alzare il prezzo di vendita futura. Sia come sia, l'American Antitrust Institute ha formulato al Dipartimento di Giustizia americano, 7 domande in merito all'accordo</div><div class="blog-entry-body">Eccole:<br />1. How will the agreement affect competition among the Google, Microsoft, and Yahoo! platforms? &nbsp;Would the deal be reasonably likely to lead to the reduction of the number of independent search advertising competitors from three to two, a circumstance that almost always violates the antitrust laws? Google, Microsoft, and Yahoo! are not just advertising distributors, however. All three provide competing platforms for information collection, processing and distribution, e.g., email, chat and calendaring services, and they have the potential for competing with one another well into the future as new uses of the Internet are developed. From this broader perspective, advertising may be less a separate market than the revenue-producing lifeblood of these systems.<br />&nbsp;<br />2. If someone invented a better method of searching the Internet, how long would it likely take to implement the invention and be able to compete effectively with Google, Yahoo! and Microsoft for advertisers? Regardless of whether the relevant market consists of competing systems or competing search advertising algorithms, will Google not only strengthen its dominant position on this critical component for business on the Internet but also be protected from new entry?<br />&nbsp;<br />3. Will the agreement enable creation of new barriers to entry? Will Google's enhanced share of Internet advertising entail the power to create new barriers to entry such as long- term exclusive contracts with advertisers or content providers which could harm either the search advertising market or competition among systems?<br />&nbsp;<br />4. To what extent does search advertising compete with display advertising? The decision to allow Google's acquisition of Double-Click would suggest these are separate markets, but what does post-merger experience have to teach us?<br />&nbsp;<br />5. What percentage of search and display advertising is now placed through intermediaries, such as advertising agencies? If intermediaries purchase a significant quantity of Internet advertising, then special attention needs to be focused on their particular purchasing decisions and needs in addition to that of their clients.<br />&nbsp;<br />6. How much of a transaction cost savings would arise if advertisers or their intermediaries were to deal with two search companies? In other words, what are the costs associated with having advertising placed through more than one company? By the same token, what are the costs to content providers for carrying ads placed by more than one provider? Do many or most of these intermediaries currently deal with only one search company? Is there a strong preference for "one stop shopping" for their varied clients? And how will the proposed auction system affect this dynamic?<br />&nbsp;<br />7. Would a combined Google-Yahoo! produce a strong monopoly position in search advertising that would enable them to leverage themselves into a domin<span style="font:12px Verdana, Arial, Helvetica, sans-serif; font-weight:bold; ">ant position in display advertising?</span><span style="font:12px Verdana, Arial, Helvetica, sans-serif; "> Dominance in both forms of Internet advertising could be expected to result in even higher prices to advertisers and lower shares of revenue to content providers since neither would have access to substitute products.</span><div class="blog-entry-comments"><a href="javascript:HaloScan('rw-unique-entry-id-163-page0');"><script type="text/javascript">postCount('rw-unique-entry-id-163-page0');</script></a> | <a href="javascript:HaloScanTB('rw-unique-entry-id-163=page0');"><script type="text/javascript">postCountTB('rw-unique-entry-id-163-page0'); </script></a></div></div></div><div id="unique-entry-id-159" class="blog-entry"><div class="blog-entry-title">Sea/Alitalia: un caso di hold-up?</div><div class="blog-entry-date">20/03/08 19:15 </div><div class="blog-entry-summary"><img class="imageStyle" alt="aereo" width="71" height="54" src="page0_blog_entry159_summary_1.gif"/><img class="imageStyle" alt="aereo" width="71" height="54" src="page0_blog_entry159_summary_2.gif"/><img class="imageStyle" alt="aereo" width="71" height="54" src="page0_blog_entry159_summary_3.gif"/><span style="color:#4b7cee;"> di Antonio</span><br />Quando i contratti sono incompleti, la parte che realizza investimenti specifici o irreversibili nella transazione di riferimento si espone al rischio di interruzione o di rinegoziazione unilaterale del contratto. Molte teorie economiche ci spiegano che, in questi casi, per evitare il rischio di opportunismo ex-post, conviene trasformare una relazione contrattuale in una relazione integrata d'impresa. Tanto tempo fa le compagnie aeree possedevano o controllavano pezzi strategici degli aereoporti. Ragioni antitrust e di politica della concorrenza hanno portato alla separazione verticale e a contratti incompleti, proprio come quello tra SEA e Alitalia.</div><div class="blog-entry-body">Ma si tratta davvero di un contratto incompleto? E le decisioni di Alitalia sono davvero hold-up (rinegoziazione opportunistica del contratto)?<br />Secondo il presidente SEA si, al punto che di fronte alla prospettiva di 'uscita' dalla relazione contrattuale, per via delle mutate strategie di controllo, la SEA &egrave; pronta a chiedere oltre un miliardo di danni. Nella visione del presidente SEA, vi &egrave; un contratto implicito e incompleto si partnership tra SEA e Alitalia, in base al quale SEA avrebbe realizzato investimenti specifici ad Alitalia e quindi non recuperabili in usi alternativi. Secondo SEA la decisione di procedere con un'azione legale contro Alitalia &egrave; diretta conseguenza della violazione, da parte della compagnia di bandiera, "dell'accordo generale di partnership e di una pluralit&agrave; di accordi sottoscritti con Sea e per aver agito in spregio a doveri di buona fede". Il presidente di Sea, Bonomi, il giorno dopo "l'irritazione" espressa da Palazzo Chigi per l'iniziativa legale, ha spiegato che "l'azione rappresenta un atto dovuto che rientra negli obblighi di responsabilit&agrave; nei confronti dell'azienda e degli azionisti". L'azione legale si basa sul fatto che "Malpensa &egrave; stata sviluppata come un aeroporto hub a seguito della volont&agrave; di Alitalia di divenirne l'hub carrier. Di conseguenza - ha spiegato il presidente SEA Bonomi - l'aeroporto &egrave; stato progettato e sviluppato in costante contatto con la compagnia aerea al fine di recepire le concrete esigenze in termini di infrastrutture, impiantistica e organizzazione, con ingenti investimenti da parte di Sea. Investimenti che vengono vanificati dall'attuazione del piano di sopravvivenza di Alitalia". Cio&eacute; investimenti che 'sarebbero' specifici.<br />&nbsp;Ancora: "Il progetto di fare di Malpensa un hub &egrave; nato nei primi anni Novanta - ha raccontato - per soddisfare una precisa esigenza di Alitalia, che non disponeva di un vero e proprio hub. In questo contesto Sea e Alitalia hanno lavorato insieme per anni per trasformare Malpensa in hub: in particolare Sea ha realizzato tutte le strutture necessarie per costruire l'hub, tra cui il sistema di Bhs per lo smistamento dei bagagli, un hangar per la movimentazione degli aeromobili e una modifica della organizzazione del lavoro". &nbsp;Inoltre il presidente di Sea ha fatto notare che accanto agli ingenti investimenti realizzati sono stati sottoscritti specifici contratti in virt&ugrave; dei quali Alitalia ha acquisito in esclusiva la disponibilit&agrave; dell'hangar e ha assunto specifici impegni di sviluppo del traffico finalizzati a far decollare l'hub. Cio&eacute; investimenti che sarebbero 'co-specifici'.&nbsp;La convinzione da parte di Sea che Alitalia abbia violato accordi di tipo contrattuale ed extracontrattuale si basa anche su un documento congiunto risalente al 2002, in base al quale, come ha ricordato Bonomi, lo sviluppo di Malpensa in quanto hub era subordinato a due condizioni: "La presenza di un hub carrier che facesse di Malpensa il nodo focale della propria architettura di rete - ha detto citando testualmente il documento - e una infrastruttura aeroportuale adeguata e coerente con le esigenze di un hub e del suo hub carrier". "Ci sono - ha concluso Bonomi - atti, fatti e contratti che testimoniano l'impegno preso da Alitalia con Sea. La compagnia ha deciso improvvisamente di cambiare la propria strategia e, beninteso, chiunque pu&ograve; farlo, ma non nel nostro caso, dove accordi precisi impedivano un cambio inopinato della strategia. Oltretutto non credo che con l'abbandono di Malpensa si possa rimediare al fallimento di Alitalia che ha ben altre cause".<br />Da un punto di vista di analisi economica del diritto, potrebbe a prima vista trattarsi di hold-up, cio&eacute; di una rinegoziazione opportunistica del contratto implicito basato sulle aspettative che derivavano sia da contratti sottoscritti che da comuni intenti cooperativi e incompleti tra i due soggetti. Se tecnicamente possiamo definire la rottura della relazione incompleta un hold-up, da un punto di vista pi&ugrave; prettamente economico la cosa &egrave; problematica. E' vero SEA ha fatto investimenti specifici sulla base dell''affidamento' delle future strategie di Alitalia. ma &egrave; vero che non si tratta di hold-up in quanto Alitalia non sta rinegoziando ai fini dell'appropriazione di una quasi rendita. Semplicemente sta cambiando propriet&agrave;. Ed &egrave; un cambio necessitato dalla cattiva gestione dell'azienda e dall'approssimarsi di un rischio fallimento (del quale il sindaco Moratti ha detto di non preoccuparsi, essendo molto pi&ugrave; interessata a difendere Malpensa anche se poi non ci voler&agrave; pi&ugrave; nessuno...). Inoltre ho anche dei dubbi sulla natura 'specifica' degli investimenti di SEA verso Alitalia. In realt&agrave; si tratta di investimenti specifici ad una specifica situazione di mercato e non ad una relazione, ovvero specifici a una compagnia dominante che svolge un certo numero di voi quotidiani, ma se oggi ce ne fosse un altra pronta a sostituire Alitalia, non sarebbe certo un investimento specifico, posto che avere un hub a Malpensa sia economicamente conveniente. Infine gi&agrave; nel 2002 i problemi finanziari di Alitalia erano ben noti e potevano essere ragionevolmente attesi d SEA. Ci&ograve; avrebbe dovuto spingere SEA a diversificare piuttosto che ad 'affidarsi' d Alitalia. E poi l'affidamento era su Alitalia o sulla politica?<br /> <div class="blog-entry-comments"><a href="javascript:HaloScan('rw-unique-entry-id-159-page0');"><script type="text/javascript">postCount('rw-unique-entry-id-159-page0');</script></a> | <a href="javascript:HaloScanTB('rw-unique-entry-id-159=page0');"><script type="text/javascript">postCountTB('rw-unique-entry-id-159-page0'); </script></a></div></div></div><div id="unique-entry-id-150" class="blog-entry"><div class="blog-entry-title">Google, Yahoo e gli altri</div><div class="blog-entry-date">15/02/08 13:38 </div><div class="blog-entry-summary"></div><div class="blog-entry-body"><img class="imageStyle" alt="imgres" width="126" height="81" src="page0_blog_entry150_1.jpg"/><span style="color:#428aff;"> di Antonio</span><br />Microsoft vuole acquistare Yahoo offrendo una cifra giudicata da taluni spropositata. Yahoo si permette di rifiutare. E avvia contatti con Disney e con NewsCorp. Microsoft rilancia e aspetta. Intanto Google annuncia uno smartphone che dovrebbe concorrere con I-phone e acquista YouTube. Che sta succedendo? <a href="../assets/articolo 14 febbraio 2008.pdf" rel="self">Qui alcune riflessioni</a> in una mia intervista a LiberoMercato a cura di Federico Unnia.<div class="blog-entry-comments"><a href="javascript:HaloScan('rw-unique-entry-id-150-page0');"><script type="text/javascript">postCount('rw-unique-entry-id-150-page0');</script></a> | <a href="javascript:HaloScanTB('rw-unique-entry-id-150=page0');"><script type="text/javascript">postCountTB('rw-unique-entry-id-150-page0'); </script></a></div></div></div><div id="unique-entry-id-148" class="blog-entry"><div class="blog-entry-title">Riforme istituzionali liberali</div><div class="blog-entry-date">28/01/08 10:56 </div><div class="blog-entry-summary"></div><div class="blog-entry-body"><img class="imageStyle" alt="altan" width="151" height="196" src="page0_blog_entry148_1.jpg"/><img class="imageStyle" alt="Pasted Graphic 2" width="158" height="210" src="page0_blog_entry148_2.jpg"/><br />Non c'entra l'essere di destra o di sinistra. C'entra l'essere liberali. Credere in una societ&agrave; dove i diritti e le regole evitano l'abuso del potere pubblico o privato. Sono gi&agrave; 14 anni di conflitto di interesse, di uso distorto della televisione e della informazione (sia pubblica che privata), di dominanza nella raccolta pubblicitaria televisiva. Le intercettazioni di Deborah Bergamini da un lato, quelle di Agostino Sacc&agrave; dall'altro confermano questo quadro. Non si pu&ograve; pensare di arrivare al 2013 con un ventennio di conflittto di interessi e di dominanza televisiva irrisolti. Per questo tra le riforme istituzionali &egrave; fondamentale inserire conflitto di interessi e riforma del sistema radiotelevisivo e della rai. Una riforma europea e non penalizzante n&eacute; per Mediaset, n&eacute; per l'attuale opposizione. Una commissione di saggi internazionali, con ex- commissari europei della concorrenza di destra e di sinistra. <strong>Si dia un mandato a Marini. Con l'assenso 'istituzionale' dei senatori Andreotti, Scalera, Dini, Fisichella, Pallaro e con il voto 'liberato' di Marini, il nuovo governo raggiungerebbe 162 voti al senato pi&ugrave; eventuali appoggi esterni. Si proceda. E tra un anno al voto congiunto con le europee.</strong><div class="blog-entry-comments"><a href="javascript:HaloScan('rw-unique-entry-id-148-page0');"><script type="text/javascript">postCount('rw-unique-entry-id-148-page0');</script></a> | <a href="javascript:HaloScanTB('rw-unique-entry-id-148=page0');"><script type="text/javascript">postCountTB('rw-unique-entry-id-148-page0'); </script></a></div></div></div><div id="unique-entry-id-147" class="blog-entry"><div class="blog-entry-title">Patente a punti: qualche dato. E una teoria.</div><div class="blog-entry-date">25/01/08 09:49 </div><div class="blog-entry-summary"><img class="imageStyle" alt="scoop" width="150" height="118" src="page0_blog_entry147_summary_1.png"/><span style="color:#2264ff;"> di Antonio & Marcello</span><br />A distanza di quattro anni dall&rsquo;introduzione (1 luglio 2003) del meccanismo della patente a punti (art. 126-bis CdS), in base al quale a ogni conducente viene attribuito uno stock di 20 punti da decurtare nel caso di infrazioni, il decreto agostano del Ministro Bianchi, convertito nella legge 160 nel mese di ottobre, ha modificato alcune norme del CdS, inasprendo le sanzioni, anche accessorie, che colpiscono chi guida in stato di ebbrezza o sotto l&rsquo;effetto di droghe, chi supera di oltre 60 kmh i limiti di velocit&agrave; o chi utilizza il cellulare o cuffie alla guida. Le modifiche introdotte dalla legge 160 del 2007 nascono dalla constatazione della progressiva inefficacia del meccanismo incentivo-compatibile messo in atto in Italia con il sistema della patente a punti. Sulla base dei dati riferiti alla RETE STRADALE E AUTOSTRADALE dell&rsquo;attivit&agrave; DELLA POLIZIA STRADALE emerge il seguente quadro ricco di luci e ombre.<br /></div><div class="blog-entry-body"><br />&bull; 2007 incidenti 86.701, di cui 1.473 mortali e 39.983 con feriti. I morti sono stati 1.682, mentre i feriti sono stati 63.763, le infrazioni rilevate per eccesso di velocit&agrave; e velocit&agrave; pericolosa sono state ca 1.120.000.<br />&bull; 2006 incidenti 91.408, di cui mortali 1.650 e 41.662 con feriti. I decessi sono stati 1.889, mentre i feriti 66.057, nello stesso anno sono state rilevate ca 1.080.000 infrazioni per eccesso di velocit&agrave; e velocit&agrave; pericolosa.<br />&bull; 2005 incidenti 92.021, di cui mortali 1.663 e 41.228 con feriti. I decessi sono stati 1.860, mentre i feriti 64.997, nello stesso anno sono state rilevate ca 974.000 infrazioni per eccesso di velocit&agrave; e velocit&agrave; pericolosa<br />&bull; 2004 incidenti 93.917, di cui mortali 1.673 e 42.263 con feriti. I decessi sono stati 1.891, mentre i feriti 66.777, nello stesso anno sono state rilevate ca 1.016.000 infrazioni per eccesso di velocit&agrave; e velocit&agrave; pericolosa.<br /><br />I dati indicano una coerente riduzione dei sinistri passati da 93.917 (2004) a 86.701 (2007), tuttavia l&rsquo;aspetto positivo &egrave; messo in ombra dall&rsquo;aumento delle infrazioni gravi rilevate e soprattutto dall&rsquo;elevato numero di incidenti con morti e feriti. Infatti a fronte, per la prima volta, di una riduzione significativa del numero di morti da 1.891 nel 2004 a 1.682 nel 2007) e feriti (66.777 nel 2004 contro 63.763 nel 2007), la semplice analisi percentuale drammaticamente rivela che: il numero degli incidenti mortali sul totale degli incidenti &egrave; passato da 1,78% nel 2004 a 1,69% nel 2007, mentre gli incidenti con feriti sono passati dal 45% nel 2004 al 46% del 2007.<br />La conclusione &egrave; che alla gravit&agrave; delle infrazioni rilevate sembra continuare a corrispondere una gravit&agrave; dei sinistri osservati, in breve che il meccanismo della patente a punti, nonostante gli inasprimenti previsti dal decreto Bianchi sia poco efficiente, ancora meno efficace e sicuramente molto costoso. I dati riportati appaiono ancora pi&ugrave; preoccupanti se si considera il notevole svecchiamento del parco auto circolante, con conseguente aumento degli standard di sicurezza passiva, prodotto dalle campagne di rottamazione degli ultimi.<br /><br />L&rsquo;idea di introdurre con la patente a punti un meccanismo di penalizzazione di tipo monetario e non monetario (incapacitation), nasceva dalla volont&agrave; di correggere alcune storture e limiti che i soli meccanismi sanzionatori monetari hanno pi&ugrave; volte rivelato. Al fine quindi di ridurre il numero di comportamenti socialmente pericolosi e costosi, il legislatore ha previsto il superamento della prescrizione Beckeriana di una semplice pena monetaria per la violazione delle norme del CdS e introduceva una misura di incapacitation (perdita temporanea della patente) attraverso la decurtazione di uno stock di punti in corrispondenza di determinate violazioni. Contravvenendo a semplici regole di ottimalit&agrave; e coerenza, il legislatore prevedeva delle sanzioni differenziate e crescenti all&rsquo;aggravarsi dell&rsquo;infrazione e al fine di correggere eventuali sovra-sanzionamenti (errori nel comminare le pene o violazioni accidentali delle norme) prevedeva un meccanismo &ldquo;costoso&rdquo; di recupero dei punti persi.<br />Il meccanismo di incapacitazione che scaturiva da queste premesse appariva, quindi, sin dall&rsquo;inizio viziato da errori metodologici favorenti i comportamenti strategici. In particolare, il sistema di &lsquo;demerit points&rsquo; sembra funzionare correttamente per quei soggetti che violano accidentalmente il CdS, mentre appare scarsamente efficace (non stringente) e inefficiente (costoso e iniquo) verso i violatori sistematici, una volta che questi hanno familiarizzato (scontato), dopo un primo periodo di deterrenza, con il design operativo del meccanismo di incentivo, specie in ragione della facilit&agrave; con la quale si prevede il recupero dei punti (considerati come una &lsquo;risorsa rinnovabile&rsquo; da parte dei trasgressori).<br /><br />Queste considerazioni sono corroborate dall&rsquo;esame dei dati della sola rete autostradale &ndash; che permette un&rsquo;analisi comparata pi&ugrave; affidabile quanto a tipologia di utenti e di controlli - per il quadriennio 2004-2007 dai quali emerge che:<br /><br />il numero di incidenti &egrave; passato da 41.992 a 38.229; i decessi da 558 (1,33% del totale incidenti) a 446 (1,16% totale incidenti); i feriti da 20.047 (47,7% del totale incidenti) a 19.835 (51,9% del totale incidenti). Se il confronto viene effettuato con il 2006, anno sulla cui base sono state introdotte le modifiche si osserva che: il numero di incidenti &egrave; passato da 40.099 a 38.229, i decessi da 534 (1,33%) a 446 (1,16%), mentre i feriti sono passati da 20.033 (50%) a 19.835 (51,9%).<br /><br />Quindi complessivamente pur a fronte di una riduzione del numero assoluto di incidenti, dei decessi e dei feriti, si rileva una mancata riduzione della gravit&agrave; relativa dei sinistri. Se si unisce a questo dato quello relativo al numero di contravvenzioni per eccesso di velocit&agrave; e velocit&agrave; pericolosa passato da ca 490.000 a 589.000, nonostante nell&rsquo;ultimo anno siano state rese note la localizzazione delle postazioni autovelox mobili oltre che resa manifesta quella delle postazioni fisse, e quello riferito al numero di pattuglie della polizia stradale passato da 78.576 a 228.732, sembra essere confermata la sensazione di aver creato un meccanismo sanzionatorio incapace di disincentivare i violatori abituali delle norme.<br />Questa conclusione si rafforza se si analizzano i dati sulla sinistrosit&agrave; della rete autostradale disaggregandoli in modo da definire tre periodi: il primo dal 1 gennaio-2agosto, il secondo dal 3 agosto (emissione del decreto) al 31 dicembre: <br />&bull; tra il 1 gennaio e il 2 agosto gli incidenti passano da 23.683 a 22.814, i decessi da 323 (1,36%) a 290 (1,27%) e i feriti 11.544 (38,9%) a 12.062 (52,9%);<br />&bull; tra il 3 agosto e il 31 dicembre gli incidenti passano da 16.416 a 15.415, i morti da 211 (1,28%) a 156 (1,01%) e i feriti da 8.489 (51,7%) a 7.773 (50,4%); <br /><br />Si evidenzia quindi una scarsa efficacia delle nuove norme introdotte, una volta che sono state scontate dai conducenti, e il riproporsi di andamenti stagionali.<br /><br />A questo punto, anche sulla base dell&rsquo;esperienza nel Regno Unito in cui sono previste pene detentive anche per la guida con cellulare, &egrave; forse opportuno avviare una drastica revisione del meccanismo sanzionatorio, prevedendo meccanismi di incapacitation pi&ugrave; stringenti accanto all&rsquo;inasprimento delle pene detentive per le violazioni particolarmente gravi: <br />(i) raddoppio dei punti sottratti in periodi di particolare congestione stradale; <br />(ii) meccanismi non automatici e &ldquo;gratuiti&rdquo; di ricostituzione dello stock dei punti (stock fisso di punti); <br />(iii) tempi progressivamente estesi di interdizione prima del recupero dei punti e/o periodi di prova; (iv) introduzione di meccanismi discrezionali di giudizio-valutazione, non facilmente scontabili da parte dei violatori abituali (es. comparire davanti a un giudice che decide la durata dell&rsquo;incapacitation fino alla revoca totale della licenza di guida) nei casi pi&ugrave; gravi di reiterata violazione;<br />(v) introduzione di un sistema di punti anche sulle autovetture (sul libretto di circolazione) che sia decurtato in caso di mancata attribuzione delle infrazioni, e che determini il blocco amministrativo (per un tempo variabile) del veicolo stesso, per superare i chiari vincoli posti al sistema sanzionatorio dal cosiddetto Decreto Salva Punti (d.l 262 - del 3 ottobre 2006 convertito nella legge n. 286 2006, che prevede la sola sanzione monetaria da 250 a 1.000 euro nel caso di mancata identificazione del conducente).<span style="font:12px Times, Georgia, Courier, serif; color:#404040;"><br /></span><p style="text-align:justify;"><span style="font:12px Times, Georgia, Courier, serif; "><br /></span></p><div class="blog-entry-comments"><a href="javascript:HaloScan('rw-unique-entry-id-147-page0');"><script type="text/javascript">postCount('rw-unique-entry-id-147-page0');</script></a> | <a href="javascript:HaloScanTB('rw-unique-entry-id-147=page0');"><script type="text/javascript">postCountTB('rw-unique-entry-id-147-page0'); </script></a></div></div></div><div id="unique-entry-id-145" class="blog-entry"><div class="blog-entry-title">Quando le esternalit&agrave; si 'abbattono' sul serio...</div><div class="blog-entry-date">16/01/08 18:36 </div><div class="blog-entry-summary"><img class="imageStyle" alt="lumberjack" width="89" height="117" src="page0_blog_entry145_summary_1.jpg"/> <span style="color:#75abff;">di Antonio</span><br />Coase suggerisce che le esternalit&agrave; sono sempre reciproche. Ci sono scambi di utilit&agrave; che non passano dal mercato e che provocano effetti positivi per alcuni e negativi per altri. Il bene 'panorama' &egrave; uno di questi. Che fare se, anno dopo anno, i vicini costruiscono intorno o piantano alberi che impediscono al first comer di godere del panorama? La risposta dipende dal grado di 'completezza' originaria dei diritti. Un tizio in Arizona &egrave; stato condannato penalmente perch&eacute; ha abbattuto di notte pi&ugrave; di 500 alberi che gli coprivano il panorama, per il quale anni prima aveva comprato una casa in una certa zona. <a href="http://www.repubblica.it/2008/01/sezioni/ambiente/albericidio/albericidio/albericidio.html" rel="self">Pare che</a> "quando il giudice Donald Mosley lo ha spedito in prigione, stupefatto, ha cominciato a gridare: "Ma io non sono una persona cattiva, sono una persona perbene, volevo solo un panorama"...</div><div class="blog-entry-body">La condanna &egrave; di 5 anni di carcere. E certamente si tratta di un atto di vandalismo. L'approccio law and economics ci insegna per&ograve; che altre strade potevano essere seguite dal ns vandalo di alberi, forse con qualche successo. <br />1. La contrattazione coasiana di mercato. Invece di abbattere gli alberi avrebbe potuto 'comprarne' l'uso da ciascun proprietario (lo stesso 'taglialegna' avrebbe poi proposto di restituire a titolo di risarcimento 250000 dollari al pool di proprietari).<br />2. Avrebbe potuto denunciare i late comers sulla base della dottrina legale del 'coming to the nuisance'<br />3. avrebbe potuto chiamare i vicini a pagargli i danni per l'esternalit&agrave; negativa generata<br />4. avrebbe potuto chiedere al giudice di individuare il least cost avoider<br />5. avrebbe potuto chiedere a ciascun proprietario di alberi di pagare una parte dei costi per il proprio trasferimento <br />Emerge per&ograve; il tema della incompletezza dei diritti proprietari su cui rinvio<a href="http://lsolum.typepad.com/legaltheory/2007/12/nicita-rizzol-1.html" rel="self"> qui</a>. Di chi era il diritto al panorama?<div class="blog-entry-comments"><a href="javascript:HaloScan('rw-unique-entry-id-145-page0');"><script type="text/javascript">postCount('rw-unique-entry-id-145-page0');</script></a> | <a href="javascript:HaloScanTB('rw-unique-entry-id-145=page0');"><script type="text/javascript">postCountTB('rw-unique-entry-id-145-page0'); </script></a></div></div></div><div id="unique-entry-id-141" class="blog-entry"><div class="blog-entry-title">Wi-Max & Max Why</div><div class="blog-entry-date">13/11/07 19:09 </div><div class="blog-entry-summary"></div><div class="blog-entry-body"><img class="imageStyle" alt="images" width="119" height="102" src="page0_blog_entry141_1.jpg"/> <span style="color:#468eff;">di Antonio</span><br />Ci risiamo. Beppe Grillo ha lanciato un vago appello sulla prossima gara wi-max. Come &egrave; gi&agrave; avvenuto in passato su questo blog, anche qui &egrave; necessario ribadire che molte informazioni, impostazioni e conclusioni che - confusamente - Beppe Grillo riporta sul pur complesso settore delle comunicazioni sono malposte ed errate sia sotto un profilo giuridico che dal punto di vista economico. Se non altro perch&eacute; confondono competenze di Governo, Autorit&agrave; e Commissione Europea. Stay tuned su questo sito, tra pochi giorni spiegher&ograve; umilmente dove e perch&eacute; Grillo secondo me sbaglia, ahim&eacute;, ancora una volta, quantomeno il bersaglio.<strong> </strong><span style="font-size:16px; font-weight:bold; "><a href="http://www.corrierecomunicazioni.it/documenti/CorCom_10%2855%29.pdf" rel="self">Re-invio ad una mia intervista sul nuovo numero del Corriere delle Comunicazioni</a></span><div class="blog-entry-comments"><a href="javascript:HaloScan('rw-unique-entry-id-141-page0');"><script type="text/javascript">postCount('rw-unique-entry-id-141-page0');</script></a> | <a href="javascript:HaloScanTB('rw-unique-entry-id-141=page0');"><script type="text/javascript">postCountTB('rw-unique-entry-id-141-page0'); </script></a></div></div></div><div id="unique-entry-id-140" class="blog-entry"><div class="blog-entry-title">Romeni in Italia</div><div class="blog-entry-date">06/11/07 08:49 </div><div class="blog-entry-summary"><img class="imageStyle" alt="Pasted Graphic" width="121" height="100" src="page0_blog_entry140_summary_1.jpg"/><span style="color:#4273b1;"> di A. S (dottoranda romena senese in Italia)</span><br />Chiariamo intanto una cosa: la chiusura delle frontiere con la Romania, auspicata negli ultimi giorni da alcuni politici italiani, &egrave; una misura che, semmai, avrebbe potuto avere un senso (in determinate condizioni) prima dell&rsquo;adesione di detto paese all&rsquo;Unione europea. Sembra che la politica italiana abbia scoperto con stupore negli ultimi giorni che in Italia ci sono tanti romeni. Ma saranno qui da ieri, o saranno arrivati continuativamente dall&rsquo;ultima met&agrave; degli anni Novanta in poi? </div><div class="blog-entry-body">Sicuramente, l&rsquo;adesione della Romania all&rsquo;UE ha avuto come conseguenza anche l&rsquo;incremento dei cittadini romeni all&rsquo;estero. Ma come mai hanno prevalentemente scelto l&rsquo;Italia e la Spagna? Sar&agrave; forse perch&eacute; in questi due paesi il numero dei connazionali immigrati era gi&agrave; altissimo? Sar&agrave; perch&eacute; potevano contare sull&rsquo;aiuto di un qualche lontano parente, di qualche conoscente? Sar&agrave; perch&eacute; l&rsquo;aspettativa sul livello dei controlli era piuttosto bassa? Una cosa &egrave; certa: in paesi come la Romania, l&rsquo;Albania, l&rsquo;Ukraina, la Moldavia, etc. l&rsquo;Italia &egrave; vista, insieme alla Spagna, come uno dei paesi europei pi&ugrave; accoglienti e meno rigidi sull&rsquo;immigrazione.<br />E ci&ograve; ha dato luogo ad un continuo accumularsi di persone immigrate dai paesi dell&rsquo;est e non soltanto; le prime ondate hanno creato un&rsquo;immagine di benessere agli occhi dei connazionali rimasti a casa e, di conseguenza, &egrave; aumentato gradualmente il numero degli immigrati. Detto incremento ha determinato per&ograve; anche il lievitare dei livelli di criminalit&agrave;. Problema peraltro ovvio agli occhi di tutti, ma non dei politici che hanno preferito ignorare la questione e chiudere gli occhi. Cos&igrave; come &egrave; successo con gli albanesi 7-8 anni fa, come &egrave; successo con i marocchini prima ancora. Fino a quando le cose non diventano insostenibili, la reazione &egrave; quasi freudiana: il problema si rimuove. E quando invece la strategia si rivela &ndash; inevitabilmente &ndash; poco efficace, ancora una volta, come &egrave; ormai tradizione nella politica italiana, tutto si riduce ad un mero colpevolizzarsi a vicenda (da destra a sinistra e vice-versa).<br /><br />In Romania invece, il governo ha scoperto con lo stesso stupore &ndash; nell&rsquo;arco di qualche giorno, sembrerebbe &ndash; che in Italia ci sono tanti romeni. Se n&rsquo;erano dimenticati quando ci facevano aspettare 5 mesi per rinnovare il passaporto; se n&rsquo;erano dimenticati quando sottolineavano che la disoccupazione diminuiva in Romania (strano, visto che su 22,5 milioni di romeni, circa 8 milioni vivono fuori dai confini: due milioni in Spagna, circa 1,5 milioni in Italia, etc.). Cifre alla portata di tutti, ma stranamente non molto presenti allo spirito della classe politica romena che, prima di parlare di ondate di xenofobia, forse dovrebbe fare di pi&ugrave; per darci una mano quando abbiamo bisogno di documenti, per trattarci meglio quando andiamo ai consolati, per non farci aspettare un&rsquo;intera giornata prima di poter parlare con un funzionario&hellip; E&rsquo; il momento che il governo romeno cominci ad attuare vere politiche di integrazione dei cittadini romeni di etnia rom e vere politiche sociali per tutti. <br /><br />I mass media, sia italiani che romeni, hanno subito montato un caso. E, mentre da parte italiana, alla luce degli ultimi avvenimenti, posso capire le sacrosante ragioni, non &egrave; lo stesso per i media romeni. Mi dispiace dirlo, ma se a Bucarest il livello di criminalit&agrave; &egrave; basso, come evidenziava la polizia della capitale romena intervistata da &ldquo;Tempi moderni&rdquo;, forse possiamo collegare il fatto all&rsquo;ondata di rom partiti dalla Romania per invadere il resto dell&rsquo;Europa. Gi&agrave; nei primi anni Novanta, se la memoria non mi inganna, i rom romeni avevano fatto vergognare tutti i romeni dell&rsquo;Austria. Era prevedibile lo stesso con l&rsquo;Italia; mi meraviglierei se la stessa cosa non succedesse anche in Spagna. Inutile parlare ora di xenofobia da parte dell&rsquo;Italia e di ondate di romeni che tornano. (E, a tal proposito, non capisco perch&eacute; i romeni in regola dovrebbero tornare.)<br /><br />E&rsquo; ora che i cittadini romeni che stanno qui non si sa bene perch&eacute;, dove e con quali mezzi, siano rimandati a casa. Ed &egrave; ora che le autorit&agrave; romene affrontino il problema con seriet&agrave;. Francamente, non vedo perch&eacute; il cittadino italiano debba sostenere (con le proprie tasse) i romeni in carcere che hanno commesso reati in Italia ma che qui le tasse non le hanno mai pagate, e tanto meno si sono sognati di farlo. <br /><br />Per finire, aggiungo una cosa lapalissiana per qualunque persona con un minimo di buon senso: non tutti i romeni infrangono la legge, non tutti i romeni rifiutano l&rsquo;integrazione, non tutti i rom sono dei fuorilegge&hellip; Cos&igrave; come non tutti gli italiani sono mafiosi ... Basterebbe un po&rsquo; pi&ugrave; comunicazione, un po&rsquo; pi&ugrave; rispetto e un rapporto diverso che vada al di l&agrave; del &ldquo;noi&rdquo; (italiani) e &ldquo;loro&rdquo; (venuti da fuori). Basterebbe un &ldquo;noi&rdquo; inclusivo: noi, che paghiamo le tasse in Italia, noi che rispettiamo la legge italiana, noi che siamo contro il crimine, noi che lavoriamo ogni giorno, noi che vogliamo costruirci una vita, noi che vogliamo imparare a sperare insieme, noi, italiani e romeni perbene. <br /><div class="blog-entry-comments"><a href="javascript:HaloScan('rw-unique-entry-id-140-page0');"><script type="text/javascript">postCount('rw-unique-entry-id-140-page0');</script></a> | <a href="javascript:HaloScanTB('rw-unique-entry-id-140=page0');"><script type="text/javascript">postCountTB('rw-unique-entry-id-140-page0'); </script></a></div></div></div><div id="unique-entry-id-139" class="blog-entry"><div class="blog-entry-title">L'alto prezzo del petrolio</div><div class="blog-entry-date">04/11/07 07:58 </div><div class="blog-entry-summary"></div><div class="blog-entry-body"><img class="imageStyle" alt="images" width="127" height="117" src="page0_blog_entry139_1.jpg"/><span style="color:#638eff;"> </span><span style="color:#4383ff;">di Antonio</span><br />C'&egrave; un piccolo paradosso italiano. Mentre l'euro si rafforza con il dollaro, cresce il prezzo retail del carburante. Soprattutto in Italia. E come sempre accade in questo mercato, i concorrenti allineano prezzi e rincari. Bersani non ha mancato di far notare l'episodio 'segnalandolo' in via ufficiale al Presidente antitrust. Dal canto suo, in diverse occasioni nel passato, l'antitrust &egrave; intervenuta contro la pratica concordata delle compagnie petrolifere di allineare i prezzi, in particolare intervenendo sul meccanismo 'verticale' di coordinamento orizzontale dato dai contratti con i distributori. La liberalizzazione Bersani avrebbe dovuto incoraggiare la nascita di nuovi distributori specie presso supermercati, come strumento di disciplina dei prezzi. Anche le misure che prevedono obblighi di trasparenza sui prezzi praticati non sembrano aver indotto il consumatore a 'elasticizzare' la propria domanda rispetto al prezzo.<strong> E allora, che fare?</strong> Dobbiamo rassegnarci alla dominanza oligopolistica?<div class="blog-entry-comments"><a href="javascript:HaloScan('rw-unique-entry-id-139-page0');"><script type="text/javascript">postCount('rw-unique-entry-id-139-page0');</script></a> | <a href="javascript:HaloScanTB('rw-unique-entry-id-139=page0');"><script type="text/javascript">postCountTB('rw-unique-entry-id-139-page0'); </script></a></div></div></div><div id="unique-entry-id-137" class="blog-entry"><div class="blog-entry-title">Il premio Nobel per l'Economia a Alchian, Demsetz e Williamson</div><div class="blog-entry-date">12/10/07 15:08 </div><div class="blog-entry-summary"><img class="imageStyle" alt="ceremonies_ceremony_intro" width="131" height="131" src="page0_blog_entry137_summary_1.jpg"/><span style="color:#2d62ff;"> di Antonio</span><br />Che ne dite? fate i vostri pronostici. Lunedi, sapremo tutto. Altre previsioni in <a href="http://www.marginalrevolution.com/marginalrevolution/2007/10/who-will-win-th.html" rel="self">questo'altro sito</a> che dicono Tullock e altri.<br />Recuperando la tradizione di pensiero di Coase e di Simon, Williamson e l'approccio della Transaction Costs Economics (TCE) si concentrano sui costi di enforcement come elemento distintivo e determinate della teoria dell&rsquo;impresa. Secondo Williamson, l&rsquo;organizzazione d&rsquo;impresa avrebbe lo scopo di creare un sistema di governance delle transazioni capace di minimizzare tanto i costi di transazione ex-ante (ovvero i costi di agenzia), quanto i costi di transazione ex-post (ovvero i costi di enforcement), con la finalit&agrave; di &ldquo;gestire linee di prodotti diversificati e secondariamente [&hellip;] di agevolare il trasferimento della tecnologia&rdquo;. </div><div class="blog-entry-body">Come abbiamo evidenziato nei precedenti capitoli, i costi di enforcement ex-post sarebbero molto pi&ugrave; intensi in relazioni contrattuali incomplete sostenute da investimenti specifici e caratterizzate da scambi ricorrenti. Questo tipo di transazioni possono essere realizzate dalle parti attraverso forme di governo unificato che ne diminuiscono i costi di transazione. Questa impostazione non soltanto spiega l'emergere della forma organizzativa di impresa, ma ne individua anche i confini istituzionali rispetto al mercato: soltanto le transazioni caratterizzate da un alto grado di specificit&agrave; e di incertezza dovrebbero essere organizzate all'interno dell'impresa, mentre transazioni maggiormente standardizzate e generiche devono essere governate dal mercato. <br />Per Williamson sono tre la caratteristiche che determinano il particolare tipo di transazioni che richiedono una relazione di autorit&agrave; e di ordinamento privato all&rsquo;interno della struttura di impresa: la razionalit&agrave; limitata, l&rsquo;opportunismo e la specificit&agrave; delle risorse. Il concetto di razionalit&agrave; limitata, mutuato da Simon, implica che l&rsquo;agente economico &ldquo;non &egrave; generalmente in grado di controllare tutte le conseguenze delle sue decisioni n&eacute; tutti gli effetti che le decisioni altrui hanno sulle proprie&rdquo; (Turvani, 1994). L&rsquo;ipotesi di opportunismo implica invece che i soggetti economici perseguano il proprio interesse personale anche con l&rsquo;inganno (self-interest with guile), nel senso che essi sono pronti, in ogni momento, a rompere gli accordi e le promesse pattuiti se tale comportamento permette di conseguire una maggiore utilit&agrave;.<br />A seconda di come si combinino razionalit&agrave; limitata, opportunismo e investimenti specifici possono delinearsi, secondo Williamson, le forme di governo pi&ugrave; efficienti per una data transazione.<br />Ad esempio, nel caso in cui vi sia piena razionalit&agrave; degli agenti economici, la presenza di opportunismo e di risorse specifiche richiede una forma gerarchica di controllo che pu&ograve; essere rappresentata dall&rsquo;organizzazione pianificata delle risorse. In questo caso, infatti, il pianificatore, disponendo di razionalit&agrave; perfetta, potr&agrave; assegnare un determinato impiego ad ogni risorsa senza sostenere costi di transazione dovuti ad asimmetria informativa o ad incompletezza dei contratti. Quando invece la razionalit&agrave; limitata si accompagni alla specificit&agrave; delle risorse ma non anche all&rsquo;opportunismo degli agenti economici, questi ultimi possono sottoscrivere contratti di lungo periodo basati su promesse credibili (in questa categoria possiamo includere le relazioni basate sulla reputazione e sulla fiducia degli agenti economici). Quando invece razionalit&agrave; limitata e opportunismo si manifestano in relazioni che non coinvolgono risorse specifiche, la contrattazione di mercato rappresenta una soluzione istituzionale efficiente per il governo della transazione, in quanto ciascuna parte pu&ograve; sempre sanzionare l&rsquo;altra interrompendo la relazione contrattuale e rivolgendosi, senza costo, a nuove controparti sul mercato. La presenza congiunta di razionalit&agrave; limitata, opportunismo e specificit&agrave; degli investimenti richiede invece che la transazione venga internalizzata nell&rsquo;ambito di una struttura di governo d&rsquo;impresa nella quale la relazione di autorit&agrave; si sostituisca alla contrattazione di mercato. Di qui, l'impresa pu&ograve; essere vista come un insieme di contratti "interni" di lungo periodo caratterizzati da asset molto specifici e contratti "esterni" caratterizzati da scambi che avvengono sul mercato. In questo quadro, l&rsquo;imprenditore svolge il compito di un &lsquo;giudice interno&rsquo; che pu&ograve; osservare e verificare gli scambi interni sostituendo all&rsquo;ordinamento giuridico pubblico dei tribunali l&rsquo;ordinamento privato dell&rsquo;impresa. L&rsquo;impresa diventa una istituzione, con le sue regole e le sue dinamiche, alternativa, ancorch&eacute; complementare, al mercato. Il particolare ordinamento privato instaurato all'interno dell'impresa previene cos&igrave; forme di opportunismo post-contrattuale tutelando i possessori di asset specifici, attraverso meccanismi che assegnano ad essi i diritti al residuo generato e/o i diritti residuali di controllo. <br />Dunque l'impresa, come struttura di governo delle transazioni alternativa al mercato, consente di minimizzare i costi di transazione attraverso un opportuno trasferimento dei diritti di propriet&agrave; ed un opportuno ordinamento privato di enforcement. In particolare, forme organizzative alternative troverebbero la loro giustificazione teorica nella diversa capacit&agrave; di minimizzare i costi complessivi di transazione rispetto alla particolare combinazione di risorse impiegate. Uno stesso paradigma teorico, quello dei costi di transazione, serve dunque a spiegare l&rsquo;esistenza dell&rsquo;impresa, il suo funzionamento e le diverse modalit&agrave; organizzative con le quali &egrave; governata. <br />Abbiamo osservato come nell&rsquo;approccio neo-istituzionalista, soprattutto nelle versioni di Williamson e nell&rsquo;approccio GHM, si enfatizzi la capacit&agrave; della istituzione impresa nella minimizzazione dei costi di transazione ex-post, ovvero dei costi che i soggetti economici devono sostenere per garantire l&rsquo;esecuzione di contratti incompleti, caratterizzati da investimenti specifici, razionalit&agrave; limitata e opportunismo. L&rsquo;approccio basato sui costi di agenzia pone invece l&rsquo;enfasi sul ruolo svolto dall&rsquo;impresa nel minimizzare i costi di transazione ex-ante, imputabili alla presenza di asimmetria informativa tra principale e agente.<br /><br />Alchian e Demsetz (1972) descrivono in questo quadro l&rsquo;impresa come una rete o un "nexus" di contratti che non avrebbero nulla di diverso dai contratti regolati attraverso il mercato se non per il fatto che, nell&rsquo;ambito della rete contrattuale, esiste un unico soggetto che coordina tutti i contratti e svolge il ruolo di controllore nel monitoraggio dell&rsquo;effort profuso dagli agenti impegnati nella produzione di squadra (team). L'organizzazione d&rsquo;impresa si caratterizzerebbe dunque per la funzione di coordinamento e controllo esercitata dal manager in tutte quelle forme di organizzazione che vengono svolte attraverso "produzioni di squadra"o di team. In esse, dal momento che il singolo "sforzo" profuso da ciascun partecipante &egrave; non osservabile dalle controparti (e in particolare dal principale), fenomeni di opportunismo contrattuale nella forma del free-riding o dello shirking possono disincentivare le parti dall'impegnarsi ex-ante in una relazione che non preveda una remunerazione adeguata. <br />L'adozione della funzione del controllo altro non &egrave; che l'organizzazione di impresa, dove la funzione dell'imprenditore &egrave; appunto quella di controllare (e sanzionare) le azioni degli agenti e allo stesso tempo prevenire il loro atteggiamento di free-riding. <br />Al di l&agrave; di questa funzione, non vi sarebbe nulla, per Alchian e Demsetz di specifico nella caratterizzazione dei contratti all'interno dell'impresa rispetto agli stessi contratti che avvenissero sul mercato. La stessa relazione che si instaura tra datore di lavoro e lavoratore dipendente all'interno dell'impresa non avrebbe caratteristiche diverse da quelle di un qualunque altro contratto di mercato. L&rsquo;imprenditore pu&ograve; licenziare o ricorrere in giudizio proprio come, metaforizzano Alchian e Demsetz:&ldquo;io posso licenziare il mio droghiere non comprando pi&ugrave; da lui o fargli causa per avermi consegnato prodotti difettosi&rdquo;. <br />I contratti tra datore di lavoro e dipendente non sarebbero dunque l&rsquo;essenza dell&rsquo;organizzazione impresa, rinvenibile piuttosto nell&rsquo;uso di squadra di input e nella posizione centralizzata che assume una qualche parte contrattuale rispetto ai contratti sottoscritti con tutti gli altri input: l&rsquo;imprenditore &egrave; l&rsquo;agente contrattuale centralizzato di un processo produttivo di squadra. &ldquo;L&rsquo;impresa &egrave; quindi una finzione legale, non un soggetto con personalit&agrave; e interessi propri superiori, o comunque diversi, da quelli dei singoli soggetti che ad essa partecipano. Non esiste alcun interesse generale che possa dominare gli interessi definiti da questi contratti&rdquo; (Grillo e Silva, 1989). <br />H&ouml;lmstrom (1982) reinterpreta la teoria di Alchian e Demsetz nel particolare senso di attribuire all&rsquo;imprenditore-manager un ruolo pi&ugrave; complesso di quello esclusivamente mirato alla funzione di monitoraggio dei componenti di un team e di allineamento ottimale ex-ante degli incentivi dei partecipanti alla produzione di squadra. Per H&ouml;lmstrom l&rsquo;imprenditore deve svolgere il ruolo di &lsquo;giudice&rsquo; o enforcer del particolare contratto sottoscritto dagli agenti (in base al quale in assenza del conseguimento di un determinato target, qualunque sia il surplus prodotto dagli agenti esso non verr&agrave; distribuito). <br />Non vi &egrave; dunque soltanto un ruolo di monitoraggio ex-ante ma anche un ruolo di autorit&agrave; ex-post svolto dal controllore nell&rsquo;eseguire un contratto che ciascun componente del team avrebbe sempre incentivo a rinegoziare ex-post. Peraltro, le due funzioni sono strettamente connesse in quanto &egrave; la credibilit&agrave; dell&rsquo;azione di enforcement ex-post svolta dal controllore che determina i massimi incentivi alla cooperazione ex-ante dei componenti del team. <br />La teoria dell&rsquo;impresa di Alchian e Demsetz si riferisce ad un contesto economico di impresa padronale nel quale il manager &egrave; anche il proprietario dell&rsquo;impresa. Da questa ipotesi discende che venga individuato un unico rapporto di agenzia nella relazione tra imprenditore e lavoratori dipendenti.<br />Come per primi notarono Berle e Means gi&agrave; nel lontano 1932, questa assunzione contrasta con la realt&agrave; di molte imprese di medie e grandi dimensioni che si caratterizzano invece per la separazione della propriet&agrave; dell&rsquo;impresa, in mano agli azionisti, dal controllo della stessa, in mano ai manager. <br /><br />TRATTO DA: NICITA E SCOPPA (2005) ECONOMIA DEI CONTRATTI, CAROCCI<div class="blog-entry-comments"><a href="javascript:HaloScan('rw-unique-entry-id-137-page0');"><script type="text/javascript">postCount('rw-unique-entry-id-137-page0');</script></a> | <a href="javascript:HaloScanTB('rw-unique-entry-id-137=page0');"><script type="text/javascript">postCountTB('rw-unique-entry-id-137-page0'); </script></a></div></div></div><div id="unique-entry-id-136" class="blog-entry"><div class="blog-entry-title">Economisti e Legge 30: What's Left? </div><div class="blog-entry-date">09/10/07 22:32 </div><div class="blog-entry-summary"><img class="imageStyle" alt="Pasted Graphic 1" width="139" height="107" src="page0_blog_entry136_summary_1.jpg"/> <span style="color:#4786ff;">di Antonio</span><br />Vorrei tentare - molto timidamente - di dare un quadro variegato, micro-fondato, di ci&ograve; che gli economisti 'dovrebbero' dire della legge 30. Chiamiamola cosi. Non per non ricordare un martire della banalit&agrave; cieca del male. Ma perch&eacute; discutere una legge che porta - postuma - il nome di un martire crea disagio in chi la discute. Biagi era un autorevole docente universitario e sono sicuro che avrebbe amato che le sue idee o l'applicazione - integrale o parziale - delle stesse venissero discusse con onest&agrave; intellettuale. Tante cose sono state dette. Manca tuttavia ancora qualcosa, mi sembra.</div><div class="blog-entry-body"><span style="color:#4786ff;">1. TUTELA DEL LAVORO vs. TUTELA DEI LAVORI<br /></span>"Che ci faccio qui?". Non &eacute; un libro. E' la tipica domanda che, ad un certo punto, si fa un giovane che si affaccia sul mondo del lavoro. Che sia laureato o meno. Da sempre il giovane &eacute; esposto, all'ingresso nel mondo del lavoro, all'esercizio del potere contrattuale del datore di lavoro. La ragione l'hanno spiegata <a href="http://links.jstor.org/sici?sici=0002-8282(198406)74:3%3C433:EUAAWD%3E2.0.CO;2-G" rel="self">Shapiro e Stiglitz</a> diversi anni fa: in presenza di disoccupazione, questa agisce come meccanismo di disciplina dei lavoratori, sia degli insider (quelli gi&agrave; assunti) sia degli outsider, categorie messe in concorrenza. Lavoratori unskilled, non specializzati non possono esercitare alcun potere contrattuale, ma possono solo accettare condizioni peggiorative rispetto a quelle in vigore per gli insiders. Compreso il lavoro in nero. La minaccia di disoccupazione serve ai datori di lavoro a disciplinare le rivendicazioni degli assunti, ma la disoccupazione spinge gli outsider alla concorrenza al ribasso. L'azione collettiva degli insider serve a mitigare l'opportunismo dei datori di lavoro e il sindacato risponde a questa esigenza di creare un contropotere. Le tutele agli insider finiscono per accrescere i salari minimi e a sua volta questo alimenta la disoccupazione e a render pi&ugrave; costosa l'exit e cosi via. Questa letteratura - vastissima - ha posto l'accento sul conflitto tra insider e outsider come causa e conseguenza della disoccupazione superiore a quella 'naturale'. Le innovazioni tecnologiche e lo sviluppo del terziario hanno poi evidenziato come taluni lavori pi&ugrave; tradizionali registrassero maggiore copertura sindacale rispetto ad altri lavori. Qui si inserisce il tema: occorre tutelare il lavoro 'tradizionale' o i lavori in quanto tali, ovvero il singolo lavoratore outsider che non avendo lavoro non ha nemmeno una tessera sindacale? A questa domanda, che sta anche alla premessa culturale che anim&ograve; i sostenitori dei presupposti della legge 30, si risponde con l'idea che vanno estese le tutele anche agli outsider e che talvolta ci&ograve; richiede di discutere delle tutele degli insider. Il primo tema si chiama spesso flessibilit&agrave; in entrata, il secondo flessibilit&agrave; in uscita.<br /><span style="color:#4786ff;"><br />2. FLESSIBILITA' IN ENTRATA</span><br />C'&egrave; un paradosso nella tutela degli outsider. Tutele molto forti, insindacabili e inderogabili (inalienability rule) costituiscono un costo per il datore di lavoro, non solo economico (spesso di natura fiscale), ma un vero costo-opportunit&agrave;: in presenza di asimmetria informativa, tutele molto forti per gli outsider si traducono in un intero trasferimento del rischio al datore di lavoro (in particolare il rischio di selezione avversa) e potrebbero ridurre gli incentivi ad assumere. Di qui l'esigenza della cd. flessibilit&agrave; in entrata: riduzione di tutele per gli outsider 'al momento dell'entrata' con incremento progressivo delle tutele una volta che 'il selezionato' non risulti 'avverso'. <br /><br /><span style="color:#4786ff;">3. FLESSIBILITA' IN USCITA</span><br />Le tutele forti nei confronti degli insiders rischiano di creare rigidit&agrave; avverse ai processi di adattamento interno ed esterno nelle organizzazioni economiche e in taluni casi di impedire ad insiders skilled di fare il proprio ingresso sul mercato del lavoro. Di qui la proposta di generare, per i lavoratori anziani, strumenti incentivanti per favorire la volontaria alienabilit&agrave; delle tutele acquisite. dal confronto tra flessibilit&agrave; in entrata e in uscita emerge uno schema incentivante del contratto di lavoro a forma di U rovesciata: basse tutele all'inizio, progressivo incremento delle tutele e poi incentivi per la rinuncia volontaria a quelle tutele per favorire l'uscita degli outsiders e l'ingresso degli insiders. <br /><br /><span style="color:#4786ff;">4. ENTRY, EXIT E CAPITALE UMANO</span><br />Chi forma chi? L'investimento in capitale umano ha spesso natura specifica (Williamson, 1986): esso &eacute; cio&eacute; difficilmente riconvertibile in usi alternativi senza costo. Ne consegue che il lavoratore, insider o outsider, che effettua investimenti sul proprio capitale umano specifico ad una data impresa o mansione necessiti di opportuni incentivi e salvaguardie se quella capacit&agrave; &eacute; di difficile reimpiego in usi o lavori alternativi. Ci&ograve; significa che un datore di lavoro che voglia lavoratori skilled deve o pagare la formazione o pagare il costo-opportunit&agrave; dell'investimento specifico. Pi&ugrave; il capitale umano &eacute; specifico, maggiore deve essere la tutela o lo schema di remunerazione. Ne consegue che se la flessibilit&agrave; in entrata non si accompagna a formazione o a tutele di investimenti specifici, il lavoratore rester&agrave; unskilled, facilmente licenziabile e per tale via disincentivato a investimenti in capitale umano. Si crea cio&eacute; il rischio di una partizione dei lavoratori tra skilled e unskilled tanto maggiore quanto pi&ugrave; la flessibilit&agrave; in entrata resta una condizione permanente e diventi molto facile assumere e licenziare. La formazione pu&ograve; essere a carico del lavoratore, del datore di lavoro o dello stato, ma senza di essa non si realizza alcuna 'trasformazione fondamentale' del rapporto di lavoro.<br /><br /><span style="color:#4786ff;">5. MERITO E FLESSIBILITA'</span><br />Troppa flessibilit&agrave; riduce gli incentivi a investire in capitale umano. Senza investimenti gli outsider sono destinati a restare tali e al tempo stesso il merito non diventa uno strumento efficace per selezionare nuovi lavoratori, che rischiano di restare unskilled permanentemente<strong><br /><br /></strong><span style="color:#4786ff;">6. POLITICHE COMPLEMENTARI</span><br />Flessibilit&agrave; in entrata, flessibilit&agrave; in uscita e investimenti in capitale umano richiedono il superamento della legge 30. Non si pu&ograve; dire che una automobile &eacute; buona guardando solo al motore se non c'&eacute; la carrozzeria. Cosi non si pu&ograve; dire che la legge 30 funziona se NELLO STESSO MOMENTO non si attua l'altra gamba complementare, quella della formazione e del progressivo incremento di tutele.<br /><br /><span style="color:#4786ff;">7. I DATI CHE MANCANO</span><br />Dai dati disponibili appare un effetto positivo, in termini di numero di assunti, della legge 30. Esistono alcune obiezioni, a mio giudizio valide: 1. la qualit&agrave; del lavoro; 2. gli scarsi investimenti alla formazione. I settori che assumono a tempo indeterminato hanno modificato il trend passato? la legge 30 ha avuto un impatto strutturale in alcuni settori (ha assunto chi non ha mai assunto prima)?<br /><br /><span style="color:#4786ff;">8. CHE FARE?<br />vedi il punto 6</span><div class="blog-entry-comments"><a href="javascript:HaloScan('rw-unique-entry-id-136-page0');"><script type="text/javascript">postCount('rw-unique-entry-id-136-page0');</script></a> | <a href="javascript:HaloScanTB('rw-unique-entry-id-136=page0');"><script type="text/javascript">postCountTB('rw-unique-entry-id-136-page0'); </script></a></div></div></div><div id="unique-entry-id-129" class="blog-entry"><div class="blog-entry-title">Microsoft's abuse makes history in Antitrust</div><div class="blog-entry-date">17/09/07 11:57 </div><div class="blog-entry-summary"><img class="imageStyle" alt="images" width="100" height="100" src="page0_blog_entry129_summary_1.jpg"/><span style="color:#5a87ff;"> by Antonio</span><br />Today the ruling by the Court of First Instance has upholded the European Commission&rsquo;s 2004 decision on Microsoft's abuse of its dominant market position and confirmed the totality of the fine imposed which amounts to &euro;497 million. This decision confirmed a new antitrust approach to abuse of a dominant market position (Article 82), that of 'defensive leveraging'. From a competition policy perspective, under certain conditions, the refusal by a dominant firm to provide access to an entitlement protected by an intellectual property right, representing an essential facility necessary to enter downstream markets, may be considered an abuse of dominant position, thus sanctioned by antitrust law, in the form of a defensive leveraging.</div><div class="blog-entry-body"> Defensive leveraging is a leveraging aimed not at expanding previous monopoly but, rather, at preserving dominant firm&rsquo;s market power (Cooper Feldman, 1999). In recent years, a growing number of antitrust decisions in the U.S. and in Europe have addressed the issue of potential ex-post monopolization or abuse of dominant position in industrial sectors characterized by intellectual property right based essential facilities. These decisions show that the overlap between antitrust and intellectual property laws is far from resolved, and some boundaries need to be drawn between various provisions. In both US and EU antitrust law traditions, dominant firms are charged with a &lsquo;special responsibility&rsquo; which imposes on them a special duty to abstain from making any decision which may&ndash;directly or indirectly&ndash;adversely affect the &lsquo;normal&rsquo; competitive structure of the market in which the dominant position is held. Refusals to deal with competitors by dominant firms may constitute, <br />under special circumstances, anticompetitive practices when the effect of the refusal is undoubtedly that of seriously harming market competition. Generally, refusal to deal has been judged an infringement of section 2 of the US Sherman Act or article 82 of the EU Treaty only when it has been coupled with other anticompetitive practices, such as tying and leveraging, or when it generated a discriminatory and selective boycott towards a &lsquo;dangerous&rsquo; competitor. The Microsoft decision signs a definitive step in the policing of IPR based essential facilities by a dominant firm. By leveraging its near monopoly in the market for PC operating systems onto the markets for work group server operating systems and for media players Microsoft has abused of its dominant position, hindering entry and innovation in the markets to the detriment of consumers. <br />What is relevant is also the design of the remedy which involves the transformation f a property rule into a liability rule: "To put an end to this abusive behaviour, the Commission ordered Microsoft to disclose interoperability information which would allow non-Microsoft work group servers to achieve full interoperability with Windows PCs and servers and to offer a version of its Windows operating system without Windows Media Player". Today the Court&rsquo;s ruling has confirmed Commission's approach to prohibit Microsoft's anti-competitive conduct which harmed competition to the detriment of consumers. Defensive leveraging makes history in the application of antitrust law..<div class="blog-entry-comments"><a href="javascript:HaloScan('rw-unique-entry-id-129-page0');"><script type="text/javascript">postCount('rw-unique-entry-id-129-page0');</script></a> | <a href="javascript:HaloScanTB('rw-unique-entry-id-129=page0');"><script type="text/javascript">postCountTB('rw-unique-entry-id-129-page0'); </script></a></div></div></div><div id="unique-entry-id-128" class="blog-entry"><div class="blog-entry-title">Pierinomics &egrave; di sinistra o di destra?</div><div class="blog-entry-date">12/09/07 12:20 </div><div class="blog-entry-summary"><img class="imageStyle" alt="im005097.il.liberismo.e.di.sinistra.medium" width="78" height="120" src="page0_blog_entry128_summary_1.jpg"/><span style="color:#4d91ff;"> di Antonio</span><br />Molti e diversi commenti critici si sono levati sull'ultimo saggio degli emeriti economisti <span style="color:#3449ff;">Alesina</span><span style="color:#3449ff;"> e </span><span style="color:#3449ff;">Giavazzi</span><span style="color:#3449ff;">,</span> tra i pi&ugrave; noti economisti italiani nell'arena internazionale. Ho perci&ograve; chiesto delle reazioni in giro che inizier&ograve; a pubblicare qui di seguito. Inizio con <span style="color:#3449ff;">Francesco Silva</span><span style="color:#3449ff;"> e</span><span style="color:#3449ff;"> Lorenzo Sacconi</span><span style="color:#3449ff;">.</span> Poi inserir&ograve; la mia e cos&igrave; via. Segnalo anche, con diverso approccio ma uguali conclusioni in merito al libello, <span style="color:#3449ff;"><a href="http://www.noisefromamerika.org/index.php/articoli/Il_liberismo_non_&egrave;_di_sinistra." rel="self">Michele Boldrin.</a></span> Proprio in ragione del livello scientifico e della statura degli autori, molti economisti sono rimasti perplessi. Il fatto &eacute; che il volume &egrave; per met&agrave; composto da affermazioni certamente condivisibili e tuttavia davvero banali e poco motivate, del tipo i mercati funzionano quando funzionano, la concorrenza quando funziona migliora il benessere sociale. L'altra met&agrave; &egrave; un misto di politica ed economia ridotti a slogan, paradossi, a volte demagogici. E' vero che Coase con una tautologia (Cooter, 1987) ci ha vinto il Nobel, e vero &egrave; che il libro si trova presso gli scaffali 'politica' e non tra quelli di economia. Ma......</div><div class="blog-entry-body"> chi - essendo molto molto pi&ugrave; modesto dei mostri sacri che insegnano ad Harvard e al MIT - ha tuttavia l'onere di insegnare politica economica agli studenti, bombardandoli di letteratura sofisticata, avverte un certo imbarazzo. Almeno per la confusione tra liberismo e liberalismo e poi per la pretesa di dare un'etichetta politica riferita per di pi&ugrave; all'attuale confusione politica italiana. Qui, cui prodest? Il filone che possiamo chiamare economia industriale e quello definibile come economia delle istituzioni da decenni affrontano questi temi con assai minore disinvoltura. Devo dire che anche il lavoro applicato che ho svolto per tre anni presso l'autorit&agrave; garante della concorrenza e del mercato in Italia mi ha insegnato ad avere prudenza nell'applicazione fanatica della concorrenza e del libero mercato a tutti i settori.<span style="color:#4d91ff;"><br /><br />FRANCESCO SILVA (Universit&agrave; Milano Bicocca)<br /></span>Il messaggio mediatico e politico del volume di Alesina/Giavazzi sta e rimane nel titolo/slogan posto sulla copertina. Purtroppo la sua lettura del volume non aiuta a chiarire il significato dello slogan. Infatti non offre<br />una definizione minimamente rigorosa e critica di "liberismo", preferendo identificarlo con un elenco personale di ricette di politica economica - che cosa ha a che vedere con il liberismo il problema delle pensioni o della gerontocrazia? -, e soprattutto presenta un'idea del tutto originale e per nulla approfondita di cosa significhi "sinistra". Pertanto il verbo "&egrave;" non ha alcun senso. Pur trattandosi di un pamphlet, questa approssimazione non fa onore n&eacute; all'economia n&eacute; ai due illustri autori.<br />Il libro sembra poi dimenticare che il cittadino italiano &egrave; razionalmente, e per antica esperienza, convinto che il modo migliore per difendere il suo reddito sia quello di essere parte di una corporazione - tra le quali<br />naturalmente sta anche il sindacato -,sapendo che le corporazioni trovano ascolto nel mercato politico, e/o quello di aggirare le regole, giacch&eacute; l'illegalit&agrave; &egrave; accettata. Questa posizione certamente penalizza gli outsider e la crescita del PIL. E' per&ograve; cattiva analisi dimenticarsene e ancor pi&ugrave; errata politica pretendere che con la bacchetta magica i cittadini si trasformino in consumatori etici e sicuri che i loro interessi siano meglio difesi dal mercato concorrenziale dei beni. In effetti per molti non sarebbe proprio cos&igrave;. D'altra parte gli autori stessi sanno bene che spesso e volontieri il mercato "fallisce" e le liberalizzazioni non funzionano.<br />I problemi dell'Italia sono quelli della debolezza dell'etica sociale e dell'immobilit&agrave; ( economica, politica e sociale ) e l'allentamento di questi due nodi dovrebbe essere l'obiettivo di tutta la politica. Un liberismo, pi&ugrave;<br />critico, preciso e attento di quello proposta da Alesina/Giavazzi, &egrave; solo uno degli strumenti per affrontare i due problemi indicati. Imposto dall'alto, come gli autori suggerirebbero si tradurrebbe in un boomerang<br />economico e politico.<span style="color:#4d91ff;"><br /><br /><br />LORENZO SACCONI (Universit&agrave; di Trento)</span><strong><br /></strong>Tale &egrave; lo stile apodittico dei nostri liberisti nelle loro affermazioni circa il fatto che se noi potessimo licenziare pi&ugrave; facilmente i lavoratori del settore privato (qui non c&rsquo;entrano i fannulloni- che infatti si citano solo per la PA) l&rsquo;equit&agrave; ne guadagnerebbe, che ho pensato fosse difficile rintracciare dati che potessero falsificare le loro affermazioni, per altro argomentate solo portando esempi ad hoc&nbsp; (ad usum dephini). <br />Cos&igrave; ho fatto la pi&ugrave; semplice ricerca di dati su Internet (40&rsquo; in tutto) , trovando&nbsp; per altro cose note ma da fonti affidabili.<br />In Danimarca la tassazione globale &egrave; al 49% sul PIL in Italia &egrave; al 43%. La Danimarca &egrave; il secondo paese in assoluto per livello di tassazione nel mondo con un livello di PIL procapite superioire agli USA<br />&Egrave; probabile che il sistema di &ldquo;salario sociale&rdquo; garantito per 3 anni, che si accompagna con la facilit&agrave; del licenziamento,&nbsp; incida su questo ammontare della tassazione, assieme a tutti gli altri elementi di Welfare State. In Italia ce lo potremmo permettere? Potremmo proporre un aumento della tassazione anche solo&nbsp; di un paio di punti percentuali sul PIL? <br />Se no,&nbsp; allora forse lo scenario da guardare sarebbe quello di un sistema con libert&agrave; di licenziamento senza forte Welfare State (il Welfare da noi &egrave; molto legato alla condizione di lavoratore) , e debolezza contrattuale dei lavoratori (specie quelli &ldquo;deboli&rdquo; ).<br />Il paese altamente sviluppato (quindi senza deficienze istituzionali, economiche, tecnologiche ecc)&nbsp; che realizza al meglio i principi dell&rsquo; &ldquo;employment at will&rdquo;, licenzialbilit&agrave; e libert&agrave; di organizzazione del lavoro, scarsa forza del sindacato, sono gli Usa<br />Questi sono i dati rilevanti per ci&ograve; che riguarda la giustizia sociale<br />-&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; il 12.3% &egrave; sotto la soglia della povert&agrave; (in Italia l&rsquo;11%)<br />-&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; il 17,4% dei giovani sotto i 18 anni&nbsp; &egrave; povero (a proposito della &ldquo;promozione&rdquo; dei giovani) <br />-&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; il quintile pi&ugrave; elevato per reddito ottiene il 50% del reddito totale, il quintile pi&ugrave; basso il 3.5% del reddito &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;totale<br />-&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; siccome ci sono paesi con meno poveri, &egrave; evidente che questa disuguaglianza non &egrave; giustificabile con &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; l&rsquo;argomento degli incentivi, specie nel paese con PIL assoluto pi&ugrave; elevato al mondo e tra i pi&ugrave; elevati per &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;PIL procapite, quindi essa &egrave; in s&eacute; odiosa e per di pi&ugrave; ingiustificabile in termini di incentivi efficienti.<br />&nbsp;<br />Perch&eacute; uno di sinistra dovrebbe dire che quella &egrave; una societ&agrave; "migliore"?<br />Ovviamente questo non significa affatto che non ci siano paesi pi&ugrave; efficienti ed equi dell&rsquo;Italia (tutti con sistemi senza il livello di employment at will degli Usa)&nbsp; . Anzi. Ma il punto &egrave; che essi non lo sono per la libert&agrave; di licenziamento, altrimenti gli Usa dovrebbero esserlo pi&ugrave; dell&rsquo;Italia (dal momento che gli Usa sono il paese pi&ugrave; ricco del mondo).<br />Altra considerazione di pura logica. La&nbsp; disoccupazione giovanile &egrave; concentrata nel Sud Italia, al Nord &egrave; da anni &ldquo;fisiologica&rdquo;.&nbsp; Il diritto del lavoro &egrave; uguale al Sud e al Nord. Quindi non pu&ograve; essere vero che la disoccupazione giovanile dipenda dalla illicenziabilit&agrave; dei lavoratori del settore privato (che sono &ldquo;quasi tutti&rdquo; al Nord).&nbsp; Se non ci sono imprese al Sud dipender&agrave; da altri fattori (il che &egrave; ovvio per&nbsp; chiunque ci pensi tre nanosecondi). <br />La questione potrebbe&nbsp; essere che&nbsp; in generale le imprese restano troppo piccole per colpa del diritto del lavoro , il che non tocca la disoccupazione, ma la qualit&agrave; dell&rsquo;occupazione (tema che ai liberisti ovviamente non interessa affatto: per loro un lavoro pagato al minimo del mercato, facilmente licenziabile, senza prerogative di influire sull&rsquo;organizzazione&nbsp; del lavoro ecc. va benissimo, lo dicono esplicitamente: il problema &egrave; evitare che i lavoratori si approprino di rendite, che il profitto sia massimizzato e cos&igrave;, per opera&nbsp; dello spirito santo, e buona pace di ogni nozione di teoria dei contratti,&nbsp; tutta la rendita sar&agrave; appropriata dai consumatori , amen). <br />E se fosse invece per il fatto che gli imprenditori desiderano in Italia restare piccoli per mantenere il controllo della loro impresa (anche se piccola), piuttosto che lavorare alle dipendenze di qualcun altro dopo l&rsquo;acquisizione della loro azienda, e questo accadesse per effetto congiunto del &ldquo;premio&rdquo; del controllo e della possibilit&agrave; di evasione/ elusione&nbsp; fiscale ? Entrambe queste cose hanno a che fare con aspetti per cos&igrave; dire&nbsp; etici e strategici dell&rsquo;economia ; cio&egrave; la possibilit&agrave; di fidarsi l&rsquo;uno degli altri, il fare il free rider ecc.<div class="blog-entry-comments"><a href="javascript:HaloScan('rw-unique-entry-id-128-page0');"><script type="text/javascript">postCount('rw-unique-entry-id-128-page0');</script></a> | <a href="javascript:HaloScanTB('rw-unique-entry-id-128=page0');"><script type="text/javascript">postCountTB('rw-unique-entry-id-128-page0'); </script></a></div></div></div><div id="unique-entry-id-127" class="blog-entry"><div class="blog-entry-title">Il Blog e l'Anti-Blog</div><div class="blog-entry-date">02/09/07 12:26 </div><div class="blog-entry-summary"></div><div class="blog-entry-body"><div class="image-left"><a href="http://www.antonionicita.it/page0/files/lawandeconomics.html" rel="self"><img class="imageStyle" alt="newmain" width="298" height="53" src="page0_blog_entry127_1.jpg"/></a></div><a href="http://www.anti-becker-posner.blogspot.com/" rel="self"><img class="imageStyle" alt="Pasted Graphic 1" width="339" height="49" src="page0_blog_entry127_2.jpg"/></a><div class="blog-entry-comments"><a href="javascript:HaloScan('rw-unique-entry-id-127-page0');"><script type="text/javascript">postCount('rw-unique-entry-id-127-page0');</script></a> | <a href="javascript:HaloScanTB('rw-unique-entry-id-127=page0');"><script type="text/javascript">postCountTB('rw-unique-entry-id-127-page0'); </script></a></div></div></div><div id="unique-entry-id-126" class="blog-entry"><div class="blog-entry-title">Forze di mercato e mercato per forza</div><div class="blog-entry-date">01/09/07 20:38 </div><div class="blog-entry-summary"><img class="imageStyle" alt="images" width="116" height="116" src="page0_blog_entry126_summary_1.jpg"/><span style="color:#2277ff;"> di Antonio Nicita</span><br />Tornano, come sempre a fine estate, le cifre sui <a href="http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Speciali/2007/rincari/rincari-flash.shtml?uuid=bd52a172-57e7-11dc-8f67-00000e25108c&DocRulesView=Libero&area=box02" rel="self">rincari </a>in bolletta. Con la discussione della prossima finanziaria (a proposito chiediamo sommessamente ai responsabili di non replicare la soap dello scorso anno) si annuncia una nuova lenzuolata di liberalizzazioni. Quest'estate il bravo Carmine Fotina ha dedicato un paginone de IlSole24ORE al tema, ospitando gentilmente anche <span style="font-size:16px; font-weight:bold; color:#ff7831;"><a href="../assets/sole24ore_09_08_2007.pdf" rel="self">una mia intervista</a></span><span style="font-size:14px; font-weight:bold; ">. </span>Fotina mostrava come nel comparto delle utilities si assista ad un paradosso tutto italiano...</div><div class="blog-entry-body">: se da un punto di vista meramente normativo-regolatorio l&rsquo;Italia appare in linea con le media europea di attuazione (con alcuni superamenti nel gas, nel trasporto ferroviario merci e in taluni ambiti delle comunicazioni), dal punto di vista della persistenza della dominanza degli incumbent ex-monopolisti legali, del divario delle quote di mercato tra soggetto dominante e nuovi entranti, della esigua numerosit&agrave; di nuovi entranti e delle azioni antitrust adottate contro gli incumbent, l&rsquo;Italia &egrave; certamente al di sotto della media europea. Inoltre, mentre in alcuni settori, i prezzi sono diminuiti come risultato del processo di liberalizzazione, in altri essi registrano un trend in crescita. Sebbene tali difficolt&agrave; siano presenti ovunque nel panorama europeo, pur con notevoli eccezioni, dal momento che in Italia tali caratteristiche oltrepassano le specificit&agrave; settoriali, occorre chiedersi se esiste un qualche<span style="color:#2170ff;"> &lsquo;fattore italiano&rsquo; </span>che ostacola il pieno sviluppo della concorrenza nei diversi settori analizzati.<br /><br /><span style="color:#2170ff;">Un primo fattore</span> comune alla regolamentazione settoriali &egrave; dato dalla persistenza di integrazione verticale dell&rsquo;operatore dominante e dalla possibilit&agrave; di attuare strategie di leveraging e di price squeeze verso i concorrenti nella fase dell&rsquo;accesso wholesale alla risorsa essenziale (rete elettrica, importazione di gas, rete di telecomunicazione fissa, rete ferroviaria). In tutti questi settori la Commissione europea, pur consapevole dell&rsquo;economie rinvenibili nei processi di integrazione verticale, ha raccomandato la separazione societaria come strumento indispensabile per promuovere un efficiente allineamento degli incentivi degli operatori garantendo terziet&agrave; e neutralit&agrave; nell&rsquo;accesso alla risorsa essenziale.<br />La mancata separazione verticale strutturale (proprietaria) non soltanto impedisce un controllo efficace dei costi dell&rsquo;operatore, ma alimenta barriere all&rsquo;entrata invisibili, ma non per questo meno efficaci, quali sono le cd. barriere strategiche: molti nuovi entranti potenziali decidono di non investire affatto in un settore nel quale il soggetto dominante &egrave; anche il titolare della risorsa essenziale ai concorrenti per accedere al mercato.<br /><span style="color:#2170ff;">Un secondo fattore</span> che pu&ograve; spiegare la specificit&agrave; italiana &egrave; dato dalle elevate barriere di natura amministrativa, oggi particolarmente incisive nel comparto energetico e in quello ferroviario. Recenti studi OCSE (Nicoletti et al.) non mancano di evidenziare la correlazione esistente tra bassa concorrenza, bassa competitivit&agrave; ed elevate barriere amministrative. Ci&ograve; &egrave; ancora pi&ugrave; evidente nei casi in cui, come avviene nel settore ferroviario, il soggetto preposto al rilascio di licenze e autorizzazione &egrave; parte del medesimo gruppo societario nel quale milita l&rsquo;impresa dominante.<br /><span style="color:#2170ff;">Un terzo fattore</span> &egrave; dato dall&rsquo;assenza di strumenti efficaci di enforcement alle autorit&agrave; di settore e alla stessa antitrust (e alla totale mancanza di un&rsquo;autorit&agrave; di settore per il trasporto ferroviario). Stupisce osservare, nei primi diciassette anni della legge antitrust italiana, il tasso di istruttorie rivolte contro il soggetto dominante nelle tlc, nell&rsquo;energia e nel trasporto ferroviario. Il tasso di recidiva &egrave; senz&rsquo;altro da record.<br /><span style="color:#2170ff;">Un quarto fattore</span> &egrave; da riscontrare nella circostanza che, nei settori a rete, ci&ograve; che rileva al fine di garantire assetti concorrenziali sul mercato &egrave; dato non soltanto dalle dinamiche che agiscono dal lato dell&rsquo;offerta (e dalle misure regolatorie che insistono ad esempio sul governo delle reti), ma anche dall&rsquo;inerzia dei consumatori a cambiare operatore nel caso di contratti di durata. In molti casi questa inerzia &egrave; indotta dalla scarsa trasparenza, dai costi di recesso del contratto o da incentivi al rinnovo dello stesso, sotto forma di sconti-fedelt&agrave;, sconti-target o clausole di &lsquo;matching price&rsquo;. Questa vischiosit&agrave; rende opaca la concorrenza sui prezzi e non incoraggia innovazioni nella qualit&agrave; del servizio. Molta parte della persistenza della dominanza in mercati liberalizzati ha a che fare con persistenti rigidit&agrave; dal lato della domanda.<br /><br /><span style="color:#2170ff;">Criticit&agrave; nel comparto elettrico</span><strong> <br /></strong>Le recenti indagini AGCM-AEEG hanno mostrato come nel mercato elettrico ENEL risulti ancora in una posizione largamente dominante, sia nella capacit&agrave; di produzione che in quella distributiva. Sebbene si consolidino posizioni di nuovi entranti (ENDESA, EDISON), in tutte e quattro le macrozone territoriali individuate, ENEL resta l&rsquo;operatore dominante e &lsquo;pivotale&rsquo;. L&rsquo;AGCM ha poi rilevato, nel 2005, come ENEL abbia abusato della propria posizione dominante praticando prezzi non uniformi nelle diverse macrozone del paese, in modo da praticare prezzi pi&ugrave; aggressivi nelle sole zone nelle quali pi&ugrave; acceso &egrave; risultato il confronto concorrenziale. Come risultato di questa istruttoria, ENEL si &egrave; impegnata a praticare prezzi uniformi a livello nazionale. L&rsquo;andamento dei prezzi tuttavia non &egrave; chiaro, alla pressioni concorrenziali fa da contrappasso la crescita di domanda energetica che spinge verso l&rsquo;alto i prezzi. L&rsquo;AGCM ha raccomandato come rimedio strutturale quello della separazione strutturale ENEL e TERNA (titolare della rete trasmissiva nazionale) come strumento di riallineamento degli incentivi per favorire l&rsquo;ingresso di nuovi operatori, anche attraverso invetsimenti volti al miglioramento della interconnessione delle reti e alla realizzazione di nuovi siti produttivi.<br /><br /><span style="color:#2170ff;">Criticit&agrave; nella distribuzione gas</span><strong><br /></strong>Il mercato del gas ha conosciuto in Italia un processo di liberalizzazione tra i pi&ugrave; avanzati a livello comunitario. La liberalizzazione ha agito su due livelli: a livello upstream, fissando tetti alle importazioni e vincoli alla lunga durata contrattuale degli impegni di importazione in capo al gruppo ENI; al livello dowstream imponendo precisi obblighi alla rete di distribuzione SNAM, controllata da ENI.<br />Come ha mostrato la recente indagine AEEG, il settore presenta diverse criticit&agrave;. <br />La prima e pi&ugrave; evidente &egrave; dovuta alla integrazione verticale tra SNAM RETE GAS e il gruppo ENI, importatore nazionale gas e soggetto largamente dominante sul mercato, cosa che spiega ampiamente la scarsa dinamica concorrenziale osservata. <br />La seconda &egrave; data da un tendenziale incremento dei prezzi, collegato alla dinamica inflazionistica e alla domanda di energia nazionale e internazionale. La terza &egrave; rinvenibile nella scarsa disponibilit&agrave; di rigassificatori, la cui disponibilit&agrave; renderebbe meno vincolante l&rsquo;importazione dai gasdotti attuali.<br />Altre criticit&agrave; sono state osservate anche sotto il profilo dei contratti retail: poco trasparenti, con elevati costi di recesso, con service level agreement poco chiari.<br />Anche in questo caso l&rsquo;AGCM non ha mancato di suggerire la separazione della rete nazionale di SNAM dal gruppo ENI come uno dei meccanismi pro-concorrenziali da attuare. Nel caso del gas, deve essere tuttavia tenuto presente che la liberalizzazione agisce soprattutto dal lato della domanda, data la forte dipendenza dalle importazioni. Ci&ograve; rende di per s&eacute; limitate politiche pro-concorrenziali. <br /><br /><span style="color:#2170ff;">Criticit&agrave; nella telefonia fissa</span><strong><br /></strong>Il settore della telefonia fissa &egrave; &ndash; tra quello a reti &ndash; quello senz&rsquo;altro pi&ugrave; liberalizzato. Gli effetti prodotti dal processo di liberalizzazione &ndash; al quale si &egrave; accompagnato un processo di privatizzazione &ndash; si sono riflessi in un considerevole numero di nuovi entranti (sia facility based che reseller), in una progressiva riduzione dei prezzi e in un miglioramento della qualit&agrave; del servizio (AGCOM).<br />Restano tuttavia due fatti: (i) il perpetuarsi della dominanza di Telecom Italia, nonostante l&rsquo;ingresso di nuovi operatori; (ii) il rinnovarsi di istruttorie per abuso di posizione dominante da parte dell&rsquo;antitrust nei confronti di Telecom. Tale circostanza ha indotto AGCOM ad avviare una consultazione circa le modalit&agrave; di separazione verticale della rete Telecom, sul modello openreach inglese. Il modello inglese nasceva dalla necessit&agrave; di realizzare un sistema regolatorio che garantisse ai concorrenti non soltanto accesso equo e non discriminatorio alla rete dell&rsquo;incumbent ma soprattutto &lsquo;condizioni di equivalenza&rsquo; nella capacit&agrave; competitiva. Data la insuperabile condizione di asimmetria informativa esistente tra regolatore e regolato, la separazione funzionale viene vista dal regolatore inglese come una misura capace di garantire livelli pi&ugrave; elevati di concorrenza senza, al tempo stesso, sacrificare le economie di scala e di variet&agrave; tipiche della integrazione verticale. Ci&ograve; &egrave; particolarmente vero nel settore delle tlc, dove l&rsquo;architettura di rete si presenta molto pi&ugrave; complessa rispetto ai casi dell&rsquo;energia e dei trasporti. In Italia il tema della separazione funzionale in senso pro-concorrenziale si &egrave; arricchito di un&rsquo;altra priorit&agrave; sancita da governo e autorit&agrave;: quella di promozione di investimenti NGN a banda larga al fine di ridurre in pochi anni l&rsquo;attuale digital divide italiano. Questo obiettivo influenza il tipo di separazione verticale immaginabile per l&rsquo;incumbent.<br />Ad oggi le proposte sul tavolo agcom sono quattro:<br />1<strong>. Separazione strutturale/proprietaria con azionariato diffuso </strong>e partecipazione dei concorrenti agli investimenti attraverso investimento azionario (tale modello di fatto immagina di conferire alla NEWCO il monopolio &lsquo;naturale&rsquo; della vecchia e della nuova rete nazionale, inducendo gli operatori a fornire una concorrenza service-based). Tale modello &ndash; nella visione di Telecom &ndash; dovrebbe tuttavia liberare l&rsquo;incumbent dagli attuali obblighi e vincoli che derivano dal controllo di una essential facility.<br />2. <strong>Separazione funzionale senza deregulation</strong>, si tratta semplicemente di applicare la separazione funzionale all&rsquo;attuale sistema regolatorio come misura pro-concorrenziale, lasciando intatto il quadro esistente anche rispetto ai nuovi invetsimenti; una soluzione che &ndash; nella visione di Telecom &ndash; ridurrebbe ogni incentivo ad investire in banda larga. <br />3. <strong>Separazione funzionale con deregulation</strong>, si tratta di applicare questa misura ad un quadro regolatorio modificato in almeno una delle tre direzioni: (a) regulatory holidays sui prezzi di accesso relativi alle nuove reti (broadband premium); (b) deregulation sui vincoli di prezzo retail; (c) modifica delle attuali asimmetrie nei prezzi di terminazione praticati dai nuovi entranti.<br />4. <strong>Separazione funzionale e investimenti cooperativi</strong>: si tratta di immaginare (<a href="http://www.antonionicita.it/page0/files/telecomopennetwork.html" rel="self">come delineato qui</a>) &ndash; per un periodo di tempo limitato e previa esenzione antitrust &ndash; una concertazione territoriale di investimenti in banda larga tra concorrenti tale da ridurre il digital divide in un tempo certo e ragionevole evitando duplicazioni inefficienti della rete. Per il periodo in questione, ciascun operatore sarebbe obbligato ad utilizzare le reti a banda larga dei concorrenti.<br /><br /><span style="color:#2170ff;">Criticit&agrave; nel trasporto ferroviario</span><strong><br /></strong>Nel settore ferroviario, come nel settore del gas, l&rsquo;Italia si &egrave; contraddistinta per una trasposizione innovativa e avanzata dei pacchetti di direttive comunitarie. Un elemento di ci&ograve; &egrave; rinvenibile nella circostanza che al modello della mera separazione contabile &ndash; raccomandato nelle direttive come misura minima - &egrave; stato preferito il modello della separazione funzionale, in particolare tra RFI e TRENITALIA. Rispetto al settore ferroviario vanno distinti almeno tre ambiti: quello del trasporto (passeggeri) su rete nazionale; quello del trasporto su rete locale-regionale (passeggeri); quello del trasporto merci. Mentre il trasporto merci ha registrato la presenza di nuovi entranti ed una recente crescita del numero di km serviti, il trasporto passeggeri su rete regionale ha registrato timidissimi passi in avanti (non sono state effettuate le procedure previste per l&rsquo;assegnazione via gara delle porzioni di rete), mentre quello su scala nazionale &egrave;, di fatto, monopolistico. Sono perlomeno cinque le ragioni principali dell&rsquo;assente dinamica concorrenziale nel trasporto passeggeri: ragioni di sicurezza (che rendono onerosi gli standard minimi che un nuovo entrante dovrebbe soddisfare); congestione della rete nelle tratte pi&ugrave; redditive; scarsa remunerativit&agrave; degli investimenti per nuovi entranti rispetto ai prezzi medi retail; scarsa disponibilit&agrave; di un mercato wholesale per i mezzi di trazione (locomotive) compatibili con il sistema ferroviario italiano. Con riferimento a quest&rsquo;ultimo punto, va rilevato che la Commissione Europea nel caso FS/GVG ha ottenuto dal gruppo FS un impegno a fornire mezzi di trazione ad un concorrente attivo su una tratta internazionale che coinvolgeva un tratto italiano. La mancata disponibilit&agrave; di un mercato dell&rsquo;usato per le locomotive compatibili con il sistema ferroviario italiano (generato sia dagli alti costi di leasing per locomotive nuove e dai lunghi tempi di consegna delle stesse, sia dalla circostanza che all&rsquo;epoca della separazione funzionale tutto il materiale rotabile di FS &egrave; stato attribuito a Trenitalia) ha indotto la di fatto la Commissione a ritenere che, sul mercato italiano, oltre alla rete ferroviaria anche il parco locomotive di Trenitalia possa costituire una risorsa essenziale il cui accesso &egrave; necessario per garantire una entrata immediata dei concorrenti. Un altro elemento di criticit&agrave; &egrave; stato anche individuato nella mancata introduzione nel contratto di programma tra stato e gruppo FS che disciplina prezzi e finanziamenti di chiari meccanismi incentivanti per la riduzione dei costi, l&rsquo;adeguamento dei prezzi e il soddisfacimento di standard qualitativi minimi.<br />Il 21 marzo scorso la Commissione europea ha avviato una procedura di infrazione contro dieci Stati membri &ndash; tra cui l&rsquo;Italia - che non hanno ancora notificato le misure nazionali necessarie per recepire le due direttive fondamentali del cosiddetto "secondo pacchetto ferroviario". L'obiettivo delle direttive e garantire livelli elevati di sicurezza e interoperabilita per le operazioni di trasporto ferroviario in tutta l'Europa. La direttiva 2004/49/CE sulla sicurezza delle ferrovie, che intende rafforzare la sicurezza delle ferrovie assicurando la piena trasparenza delle procedure di sicurezza in vigore, stabilisce una procedura per il rilascio di certificati di sicurezza, che ogni impresa ferroviaria deve ottenere prima di poter operare treni sulla rete europea. L'obiettivo e portare gradualmente i sistemi nazionali di sicurezza ai massimi livelli comuni europei, stabiliti dalla Commissione dopo i necessari lavori preparatori svolti a livello tecnico insieme all'Agenzia ferroviaria europea. La direttiva impone inoltre agli Stati membri di istituire un'autorita indipendente preposta alla sicurezza e un organismo investigativo per gli incidenti nel trasporto ferroviario. Il tema della sicurezza &egrave; decisivo anche ai fini della concorrenza (per evitare che la legittima preoccupazione sulla sicurezza possa costituire un alibi per non sviluppare concorrenza). L'ultimo CdM ha posto rimedio.<br /> <br /><span style="color:#2170ff;">Verso una politica comune delle reti?</span><strong><br /></strong>Guardando ai diversi settori, pur ammettendo le specificit&agrave; che li caratterizzano, &egrave; possibile individuare una &lsquo;politica comune&rsquo; che agisce sia dal lato della domanda che dal lato dell&rsquo;offerta:<br />a. Lato offerta: <strong>separazione proprietaria</strong><br />i. Favorire Accesso Risorse essenziali<br />ii. Ripristinare incentivi volti a incoraggiare entrata<br />iii. Trasparenza sui costi<br /><br />b. Lato domanda: <strong>mobilit&agrave; consumatori</strong><br />i. Ridurre costi di switch per contratti di durata<br />ii. Eliminare costi di recesso<br />iii. Permettere confronto di prezzi e qualit&agrave; su prodotti standardizzati e confrontabili<br /><br /><div class="blog-entry-comments"><a href="javascript:HaloScan('rw-unique-entry-id-126-page0');"><script type="text/javascript">postCount('rw-unique-entry-id-126-page0');</script></a> | <a href="javascript:HaloScanTB('rw-unique-entry-id-126=page0');"><script type="text/javascript">postCountTB('rw-unique-entry-id-126-page0'); </script></a></div></div></div><div id="unique-entry-id-124" class="blog-entry"><div class="blog-entry-title">Finanziamenti senza Fondo?</div><div class="blog-entry-date">26/07/07 13:26 </div><div class="blog-entry-summary"><img class="imageStyle" alt="images" width="132" height="88" src="page0_blog_entry124_summary_1.jpg"/><span style="color:#015cff;"> di Antonio e Marcello</span><br />Nei giorni scorsi &egrave; stato presentato un disegno di legge congiunto dal deputato Colasio e dalla senatrice Franco di riordino del finanziamento pubblico e privato al cinema. Le premesse e gli obiettivi generali di semplificazione e sistematizzazione di un settore polverizzato tra mille enti ci sembra un passo avanti. Quello che ad oggi ci convince di meno &egrave; la parte 'economica', quella che per intenderci si occupa di reperire i soldi per finanziare l'industria del cinema italiano. Siamo sicuri che - senza arrivare alla proposta estrem(ist)a dell'economista Perotti (IlSole24Ore, 9/9/05) - altri meccanismi ibridi non siano pi&ugrave; efficaci ed efficienti?</div><div class="blog-entry-body">Al centro della proposta di riforma vi &egrave; l&rsquo;istituzione del Centro nazionale per il cinema e l&rsquo;audiovisivo la cui attivit&agrave; punta alla &ldquo;razionalizzazione, innovazione e semplificazione&rdquo;. Si tratta di un organismo di diritto pubblico, con sede in Roma, al quale dovrebbero confluire tutte le Istituzioni, gli Enti (es. Cinecitt&agrave; Holding Spa) e le Fondazioni (es. Centro Sperimentale di Cinematografia) oggi attive nel settore cinematografico e dell&rsquo;audiovisivo. <br />Presso il Centro verrebbe inoltre istituita la Commissione per il Cinema e l&rsquo;Audiovisivo (composta da 6-11 membri) che, sulla base di criteri definiti dal CdA del Centro, &ldquo;&hellip;valuta e classifica i progetti, le opere e i requisiti dei soggetti che richiedono l&rsquo;accesso ai contributi selettivi&rdquo;.<br /><br />In particolare, il finanziamento delle attivit&agrave; del Centro &egrave; assicurato dall&rsquo;istituzione del Fondo per il finanziamento del cinema e dell&rsquo;audiovisivo che verrebbe alimentato da risorse private (nella forma di contributi forzosi obbligatori) e dallo Stato attraverso una quota parte del Fondo Unico per lo Spettacolo spettante per le attivit&agrave; cinematografiche e/o da proventi da introiti derivanti dall&rsquo;otto per mille, lotterie ecc.<br />Per ci&ograve; che attiene al finanziamento non statale del Fondo, le risorse verrebbero ricavate attraverso l&rsquo;introduzione del prelievo di una quota percentuale del fatturato, al netto dell&rsquo;IVA:<br />&bull; da pubblicit&agrave;, canoni e abbonamenti di operatori di rete, emittenti televisive nazionali e fornitori di contenuti audiovisivi;<br />&bull; degli operatori di rete, emittenti televisive nazionali e fornitori di contenuti audiovisivi che offrono servizi e programmi a pagamento;<br />&bull; degli operatori TLC;<br />&bull; dei distributori di home-video derivante da noleggio e vendita di audiovisivi<br />&bull; da &lsquo;bigliettazione&rsquo; degli esercenti cinematografici.<br /><br />Accanto al prelievo fiscale finalizzato al finanziamento del Fondo, viene previsto un ulteriore obbligo per le emittenti televisive nazionali , gli operatori di rete e i fornitori di contenuti finalizzato alla promozione del cinema e del prodotto audiovisivo: si tratta dell&rsquo;obbligo di riservare una quota, non inferiore al 10% (15% per il servizio pubblico RTV) del fatturato annuo complessivo al netto dell&rsquo;IVA, alla produzione e acquisto di opere filmiche e audiovisive europee realizzate da produttori indipendenti (di cui almeno il 50% per italiani o comunitari e di questo almeno il 50% per i soli italiani).<br />Viene inoltre prevista la possibilit&agrave; per gli stessi soggetti di usufruire di un credito d&rsquo;imposta sull&rsquo;IRPEG secondo criteri, parametri e modalit&agrave; da definire, nel caso in cui, fermi restando gli obblighi di cui all&rsquo;art. 10, una quota parte dell&rsquo;obbligo di produzione e acquisto di opere viene tradotto in finanziamenti aggiuntivi al Fondo.<br />Infine, vengono previsti obblighi di programmazione e di trasmissione per operatori di rete, emittenti televisive nazionali e fornitori di contenuti audiovisivi. Questi soggetti devono destinare pi&ugrave; della met&agrave; del tempo mensile di trasmissione, al netto di notiziari, manifestazioni sportive, pubblicit&agrave;, servizi teletex, talk show o televendite, alle opere filmiche e audiovisive europee. Tale quota deve essere distribuita ugualmente all&rsquo;interno di ciascuna fascia oraria di programmazione e almeno il 50% in prime time.<br /><br />Con riferimento poi alla politica di erogazione dei finanziamenti del Fondo, i contributi sono distinti in:<br />&bull; automatici alle imprese di produzione cinematografica fino al 50% del costo complessivo dell&rsquo;opera o il 70% del costo massimo ammissibile;<br />&bull; complementari imprese di produzione cinematografica in forma di anticipazione finanziaria soggetta all&rsquo;obbligo di rimborso;<br />&bull; contributi per la promozione doppiaggio e sottotitolazione<br />&bull; selettivi per opere prime e seconde di cui &egrave; riconosciuta &ldquo;la particolare qualit&agrave; artistica o valore culturale fino all&rsquo;80% del costo o al massimo costo ammissibile.<br /><br /> Gli incentivi, secondo criteri, parametri e modalit&agrave; di accesso definiti dal Centro, sono previsti per:<br /><br />&bull; imprese che distribuiscono opere italiane e europee come contributo percentuale sull&rsquo;introiti del film;<br />&bull; imprese che distribuiscono opere che hanno ottenuto contributi selettivi in percentuale ai fondi ottenuti;<br />&bull; esportatori di opere a cui &egrave; stato fornito contributo, sotto forma di partecipazione ai diritti di sfruttamento e incassi realizzati;<br />&bull; esercenti cinematografici, imprese di esercizio, proprietari di sale ecc.<br />&bull; industrie tecniche cinematografiche sono concessi mutui decennali tasso agevolato o contributi sugli interessi per investimenti destinati alla realizzazione, trasformazione, ristrutturazione o adeguamento strutturale e tecnologico di teatri di posa, stabilimenti di sviluppo e stampa, sincronizzazione e di post-produzione.<br /><br />Con riferimento al Fondo, il meccanismo di finanziamento delle attivit&agrave; di pertinenza del costituendo Centro per nazionale per il cinema e l&rsquo;audiovisivo, nell&rsquo;idea del legislatore dovrebbe essere sostenuto da due pilastri: uno pubblico e l&rsquo;altro privato. La dotazione pubblica deriverebbe, in una prima fase, dalla destinazione all&rsquo;attivit&agrave; del centro della quota parte del Fondo Unico per lo Spettacolo (FUS), istituito con la legge 163 del 1985, spettante alle attivit&agrave; cinematografiche. La dotazione privata si originerebbe dall&rsquo;introduzione di una contribuzione forzosa, paragonabile a una tassa di scopo, a carico dei soggetti privati identificati dal comma 2 dell&rsquo;art. 10. <br /><br />Sotto questo profilo, la misura prevista va criticata, sotto il profilo economico, per almeno cinque distinti profili: (a) per l&rsquo;inefficacia e le distorsioni insite nella natura stessa della tassa di scopo rispetto al contesto economico e industriale di riferimento; (b) per la possibilit&agrave; di impiegare strumenti alternativi meno distorsivi; (c) per la circostanza che tale sottrazione di risorse ad usi alternativi pu&ograve; avere l&rsquo;effetto di deprimere gli investimenti privati nella produzione cinematografica; (d) perch&eacute; i meccanismi di selezione con cui opera la Commissione non appaiono garantire in ogni caso una spesa efficace ed efficiente; (e) perch&eacute; il disegno di legge impone congiuntamente tre obblighi pesantissimi che deprimono drasticamente ogni incentivo all&rsquo;innovazione, senza fornire alle imprese la possibilit&agrave; di scegliere flessibilmente il meccanismo pi&ugrave; adatto al proprio profilo di impresa.<br /><br />Con riferimento al primo punto, deve rilevarsi che la tassa di scopo nasce con un preciso obiettivo: si tratta cio&eacute; di una tassa il cui gettito &egrave; finalizzato alla realizzazione di uno specifico scopo. Questo tipo di tassa &egrave; conosciuta nel modo anglosassone come hypothecation tax, ovvero hypothetical dedication tax. Negli USA un esempio di tassa di scopo &egrave; la tassa sulla benzina il cui gettito serve a finanziare la costruzione di infrastrutture di trasporto. In Europa un esempio di tassa di scopo &egrave; rappresentato dal canone televisivo attraverso cui sono finanziate le RTV pubbliche. In Italia a tassa di scopo sono assimilabili: la tassa regionale per il diritto allo studio, il tributo regionale sul conferimento in discarica, l&rsquo;imposta regionale sulle emissioni sonore degli aeromobili ed infine la ben pi&ugrave; famosa Tarsu. In termini generali si pu&ograve; affermare che la tassa di scopo risponde al criterio del tax-benefit secondo cui l&rsquo;onere della produzione di un servizio a vantaggio prevalente o esclusivo di un certo ambito sociale &egrave; sostenuto da questo ultimo attraverso il pagamento del tributo necessario a coprirne il relativo costo. Nel caso di specie, ci&ograve; equivale ad affermare che si assume che i soggetti sui quali grava la tassa di scopo siano chiamati, con tale contributo, a &lsquo;compensare&rsquo; la societ&agrave; per le esternalit&agrave; negative prodotte dalla loro azione sulla cultura e sul cinema in genere. Si tratta, come &egrave; evidente, di una forzatura. Anche ammettendo che , in linea di pura ipotesi, ci&ograve; fosse vero, &egrave; da rilevare che la tassa di scopo in quanto tale &egrave; stata oggetto di numerose critiche da parte di diversi economisti (Buchanan &ldquo;The Economics of Earmarked Taxes&rdquo;, Journal of Political Economy 1963 71, 457-469), i quali ne hanno criticato sia l&rsquo;impatto discorsivo che l&rsquo;efficacia nel generare un reddito certo. Ci si chiede, in breve, se la tassa di scopo rappresenti il modo pi&ugrave; efficiente per accrescere la trasparenza e ridurre la gravit&agrave; dei fallimenti allocativi che si realizzano nella spesa pubblica. Inoltre occorre tracciare una chiara distinzione tra schemi di tassazione di scopo dove sussiste l&rsquo;obbligo a spendere quanto ricavato in particolari programmi ovvero l&rsquo;impegno a spendere il gettito per un particolare fine. L&rsquo;obiezione classica &egrave; che il meccanismo implicito in una tassa di scopo pu&ograve; indurre uno spreco di risorse o una spesa insufficiente, in quanto non c&rsquo;&egrave; nessuna base razionale per ritenere che l&rsquo;ammontare ottimo di gettito sar&agrave; ottenuto. In alcuni casi pu&ograve; essere inferiore alle effettive esigenze di spesa. In altri casi, pu&ograve; registrarsi il paradosso opposto per il quale si decide sempre di spendere quanto si ottiene con la tassa di scopo, anche quando questo gettito eccede le effettive necessit&agrave;. Si induce cio&egrave; un eccesso di prelievo e un eccesso di spesa.<br /><br />La seconda critica deriva dalla circostanza che, con particolare riferimento al settore del cinema, esistono diffuse esperienze internazionali che dimostrano come sia possibile finanziare l&rsquo;industria e la sua crescita attraverso strumenti alternativi pi&ugrave; incentivanti. Lo strumento pi&ugrave; impiegato &egrave; quello del tax shelter in forma pura o ibrida: si tratta di uno strumento di defiscalizzazione che favorisce il reinvestimento degli utili prodotti all'interno del settore ma anche di capitali provenienti da privati. La natura incentivante &egrave; evidente: non si agisce sugli incentivi a produrre, ma si canalizzano gli incentivi ad investire attraverso la leva dello sconto fiscale. Ci&ograve; implica un meccanismo virtuoso che ha prodotto anche un gettito rilevante nei apesi in cui &egrave; stata applicata. Ad esempio in Belgio, dalla sua entrata in vigore nei settori del cinema e della televisione, il tax shelter ha permesso lo sgravio di quasi 60 milioni di euro nel 2007. A questa misura si affiancano altre forme di defiscalizzazione/sussidi/rimborsi di natura fiscale parametrati agli investimenti realizzati e/o agli obblighi di ritrasmissione, distribuzione, programmazione delle opere gi&agrave; prodotte, o ancora alle opere prodotte in co-produzione o infine co-finanziate con soggetti privati internazionali.<br /><br />La terza critica si riferisce alla circostanza che la tassa di scopo corrisponde ad un netto trasferimento dal privato allo Stato di una parte di risorse da destinare alla produzione di beni privati, selezionati tuttavia dal pubblico, risorse che sarebbero altrimenti dedicate a forme di investimento nella (auto)produzione, paradossalmente riconosciuto dallo stesso decreto come il vero motore dell&rsquo;industria. E&rsquo; del tutto evidente che la raccolta fiscale attraverso la tassa di scopo finisce per comprimere ogni incentivo alla produzione di contenuti e a di investimenti innovativi e rischiosi, generando peraltro un appiattimento, anche culturale, sulle tipologie di film che si collocano sulla parte pi&ugrave; ampia della domanda media di consumo, con l&rsquo;effetto di schiacciare ulteriormente produzioni locali o di nicchia.<br /><br />La quarta critica si riferisce al fatto che, al di l&agrave; di quanto detto sopra, non vi &egrave; alcuna garanzia che i meccanismi con cui vengono selezionate le opere da finanziare attraverso la cd Commissione abbiano sul mercato ricadute tali da compensare le imprese in tutto o in parte dell&rsquo;incremento netto di costo derivante dalla imposizione fiscale. Al contrario, il risultato economico finale appare quello di produrre una perdita secca, in termini di benessere aggregato.<br /><br />Infine, l&rsquo;elemento pi&ugrave; dirompente, in senso negativo, del disegno di legge ci sembra quello di presentare, congiuntamente, tre obblighi alle imprese: tassa di scopo, obbligo di re-investimento, obbligo di tramissione. Queste tre misure dovrebbero opportunamente essere poste, flessibilmente, come alternative possibili di scelta alle imprese sulla base del profilo di costi e della dimensione dell&rsquo;impresa stessa, come avviene, peraltro in molte esperienze straniere. La circostanza che, invece, tali misure siano tutte imposte contemporaneamente alle imprese aggrava il quadro complessivo, mortificando gli incentivi alla innovazione e rischiando di minare alla base ogni effettiva possibilit&agrave; di aumentare la produzione cinematografica, specie quella locale cui pure il disegno di legge aspira a realizzare nelle sue premesse.<br /><div class="blog-entry-comments"><a href="javascript:HaloScan('rw-unique-entry-id-124-page0');"><script type="text/javascript">postCount('rw-unique-entry-id-124-page0');</script></a> | <a href="javascript:HaloScanTB('rw-unique-entry-id-124=page0');"><script type="text/javascript">postCountTB('rw-unique-entry-id-124-page0'); </script></a></div></div></div><div id="unique-entry-id-121" class="blog-entry"><div class="blog-entry-title">Semplificare l'Italia. Ecco il Piano.</div><div class="blog-entry-date">15/07/07 11:45 </div><div class="blog-entry-summary"><img class="imageStyle" alt="images" width="106" height="108" src="page0_blog_entry121_summary_1.jpg"/><span style="color:#125eff;"> di Antonio Nicita<br /></span>Il Piano per la Semplificazione e la Qualit&agrave; della Regolazione &egrave; adesso on-line per la consultazione di enti, imprese e cittadini <a href="http://www.governo.it/questionario/indice_piano.html" rel="self">qui</a>. Oltre all'impegno derivante dalla politica comunitaria di<a href="http://ec.europa.eu/enterprise/regulation/better_regulation/simplification.htm" rel="self"> better regulation </a>(che impone la riduzione del 25% degli <a href="http://www.antonionicita.it/page0/files/f06fd10f2aedeefd72370af06884375f-108.html" rel="self">administrative burdens</a> entro il 2012), il piano contiene alcune novit&agrave;, che non si trovano negli analoghi piani di semplificazione di altri paesi comunitari: (1) linee guida per AIR leggera; (2) un focal point nazionale per il controllo, la verifica e l'aggiornamento degli indicatori che riguardano la qualit&agrave; della regolazione (vedi <a href="http://www.antonionicita.it/page0/files/doingbusiness.html" rel="self">Doing Business</a>); (3) un tavolo governo-regioni per la semplificazione; (4) un'attivit&agrave; di delegificazione (taglialeggi). </div><div class="blog-entry-body">Cittadini e imprese sono fortemente invitati a dare i loro contributi e le loro segnalazioni. Per quello che posso (come uno dei venti membri dell'<a href="http://www.governo.it/notizie/not_notizia.asp?idno=2474" rel="self">Unit&agrave; Tecnica per la semplificazione e la qualit&agrave; della regolazione</a>), suggerimenti di varia natura (da quelli metodologici a segnalazioni di casi da semplificare) sono ben accetti anche in questo blog.<br /><br /><a href="http://www.antonionicita.it/page0/page0.html" rel="self">Torna al blog</a><div class="blog-entry-comments"><a href="javascript:HaloScan('rw-unique-entry-id-121-page0');"><script type="text/javascript">postCount('rw-unique-entry-id-121-page0');</script></a> | <a href="javascript:HaloScanTB('rw-unique-entry-id-121=page0');"><script type="text/javascript">postCountTB('rw-unique-entry-id-121-page0'); </script></a></div></div></div><div id="unique-entry-id-120" class="blog-entry"><div class="blog-entry-title">Paga sempre Pantalone?</div><div class="blog-entry-date">08/07/07 12:05 </div><div class="blog-entry-summary"><img class="imageStyle" alt="images" width="64" height="98" src="page0_blog_entry120_summary_1.jpg"/> <span style="color:#297aff;">di Marcelus</span><br />Cos&igrave; mia nonna chiosava le contenute proteste dei figli per i frequenti, forse troppo frequenti, regali agli amati nipoti. Lo stesso commento mi pare si possa estendere alla soluzione dei problemi (quali?) generati dall&rsquo;adeguamento a GERICO 2007 dei contribuenti che beneficiano dei famigerati studi di settore e degli indicatori di normalit&agrave; economica.</div><div class="blog-entry-body">Gli studi di settore introdotti nel 1993, &egrave; bene ricordarlo, sono uno strumento di accertamento e non come ha giustamente ricordato il vice ministro Visco, una minimum tax, infatti qualora si manifestino delle discrepanze tra ricavi dichiarati e ricavi presunti sulla base degli studi di settore, l&rsquo;Agenzia delle Entrate pu&ograve; provvedere a un accertamento analitico presuntivo, non all&rsquo;invio di una cartella esattoriale. <br /> A questo punto mi chiedo dov&rsquo;&egrave; il problema in un Paese in cui l&rsquo;evasione fiscale raggiunge il 27% del PIL? <br /> Nel corso degli ultimi anni l&rsquo;Agenzia delle Entrate ha sottoposto tutti i dipendenti dell&rsquo;istituzione presso cui sono occupato a due controlli, richiedendo scontrini farmaceutici, fatture mediche e notule di compensi, il pi&ugrave; delle volte per valori complessivi inferiori a 10 mila euro, con risultati ovviamente modesti, visto che la gran parte dei dipendenti ricorre all&rsquo;assistenza fiscale dell&rsquo;istituzione stessa (CAF). Tuttavia non ho visto nessuno stracciarsi le vesti per questa azione, anzi &hellip;&hellip;..<br />Cosa &egrave; accaduto invece per gli studi di settore. Partiamo dalla fine. Il governo ha introdotto una serie di modifiche (leggi pi&ugrave; correttamente sconti) che rendono il costo di adeguamento inferiore per valori compresi tra il 10 e il 50% dei risultati prodotti da Gerico, che per circa 150 mila contribuenti diventa uno sconto del 100% (stime il Sole 24 Ore). Senza entrare nei dettagli, per i quali vi rinvio ai dati Sose, vi rammento solo che per il 2005 dalle dichiarazioni emerge che (valori medi):<br />persone fisiche: redditi dichiararti congrui (39,4%) 32,7 mila euro; redditi non congrui (53,8%) 11,4 mila euro; redditi marginali (6,8%) 8,9 mila euro;<br />societ&agrave;: redditi dichiarati congrui (46,9%) 61 mila euro; redditi non congrui (53,1%) 8,9 mila euro.<br /> Infine vorrei ricordare che i contribuenti soggetti agli studi di settore, possono mettersi al riparo dai controlli scegliendo la via dell&rsquo;attestazione, cio&egrave; attraverso la preventiva dichiarazione dell&rsquo;esistenza di cause che giustifichino lo scostamento dai risultati di Gerico.<br /> Riassumendo per giorni si &egrave; assistito al linciaggio mediatico di un vice Ministro della Repubblica il cui unico torto &egrave; quello di voler promuovere una lotta all&rsquo;evasione fiscale almeno, dico almeno, credibile.<br /> Cosa ha fatto il Governo l&rsquo;ho appena ricordato, cosa avrebbe potuto fare, questa &egrave; un&rsquo;altra storia. Forse ricordare che &egrave; intollerabile socialmente che un metalmeccanico dichiari, in media, al fisco pi&ugrave; di un gommista, di un idraulico, di un parrucchiere, di un agente di commercio, di un titolare di lavanderia o tintoria, e ironia della sorte, pi&ugrave; di uno studio legale.<br /> Forse la differenza tra il governo di Gordon Brown e quello di Romano Prodi (o di Walter Veltroni) &egrave; tutta qui, ma scusate se non mi sembra poco!<br />Marcellus<div class="blog-entry-comments"><a href="javascript:HaloScan('rw-unique-entry-id-120-page0');"><script type="text/javascript">postCount('rw-unique-entry-id-120-page0');</script></a> | <a href="javascript:HaloScanTB('rw-unique-entry-id-120=page0');"><script type="text/javascript">postCountTB('rw-unique-entry-id-120-page0'); </script></a></div></div></div><div id="unique-entry-id-119" class="blog-entry"><div class="blog-entry-title">Malattie dimenticate</div><div class="blog-entry-date">02/07/07 01:15 </div><div class="blog-entry-summary"><span style="color:#1786ff;"> </span><img class="imageStyle" alt="images" width="119" height="99" src="page0_blog_entry119_summary_1.jpg"/> <span style="color:#1786ff;">di Alessandro & Antonio</span><span style="color:#1786ff;"><br /></span>Il recente insediamento della Consulta per le malattie &ldquo;rare&rdquo;, nominata dal ministro Turco, offre l&rsquo;occasione per riflettere, anche in Italia, sul contributo che le politiche pubbliche possono fornire in termini di incentivi all&rsquo;innovazione farmaceutica, non solo per le malattie rare (orphan diseases) ma anche per le malattie dimenticate (<a href="http://www.dndi.org/" rel="self">neglected diseases</a>).<br /></div><div class="blog-entry-body"><strong>Le malattie &ldquo;rare&rdquo;</strong> riguardano un&rsquo;esigua porzione di popolazione e questa &egrave; la ragione per la quale la produzione dei farmaci necessari per curarle non riesce ad attrarre gli ingenti investimenti in ricerca e sviluppo. Questi farmaci vengono definiti anche come &ldquo;farmaci orfani&rdquo;, proprio perch&eacute; la loro ricerca viene abbandonata dalle case farmaceutiche di fronte alle maggiori prospettive di redditivit&agrave; e di riduzione del rischio che offrono altri farmaci diretti a curare patologie largamente diffuse nei paesi &ldquo;industrializzati&rdquo;. Anche se nei paesi industrializzati la spesa pro-capite per questo tipo di farmaci pu&ograve; essere molto elevata, &egrave; la rarit&agrave; delle malattie ad impedire alla domanda di raggiungere una soglia minima tale da creare un mercato e incentivi privati alla produzione dei farmaci. <br /><br /><strong>Le malattie &ldquo;dimenticate&rdquo;</strong> (o tropical diseases) si riferiscono ad un caso opposto di fallimento del mercato: si tratta di malattie ben note (quali la malaria, la tubercolosi, la schisiosomasi etc.)) che interessano una popolazione enorme a livello mondiale, la cui produzione di farmaci &egrave; comparativamente meno costosa e rischiosa di quella associata ai &lsquo;farmaci orfani&rsquo;, ma la cui domanda &eacute; localizzata nei paesi poveri del mondo, nei quali la disponibilit&agrave; pro-capite a pagare &egrave; talmente bassa da inibire ogni incentivo alla produzione e distribuzione dei farmaci idonei a curarle. Basta pensare che normalmente circa il 39% di farmaci che giungono alla sperimentazione clinica vengono poi abbandonati perch&eacute; la loro redditivit&agrave; &egrave; giudicata troppo bassa. Non deve perci&ograve; stupire se di circa 1.233 medicinali approvati in tutto il mondo tra il 1975 e il 1997, solo 13 erano diretti ai cd. tropical diseases. In entrambi i casi, ci si trova di fronte ad un fallimento del mercato che richiede forme diverse di intervento pubblico, di meccanismi incentivanti e di coinvolgimento di diversi stakeholders, tra i quali le universit&agrave; e i centri di ricerca pubblici assumono un ruolo fondamentale.<br /><br />Sebbene alcune politiche siano state pensate come risposta congiunta ad entrambe le malattie &lsquo;rare&rsquo; e &lsquo;dimenticate&rsquo;, &egrave; oggi sempre pi&ugrave; evidente che i meccanismi incentivanti differiscono notevolmente per le due tipologie.<br /><br /><strong>Le politiche push and pull</strong><br />Una prima politica pubblica si basa sul cd. push mechanism ovvero sulla creazione di opportuni incentivi all&rsquo;investimento in ricerca e sviluppo che operano a livello upstream della filiera del farmaco (ad es. de-tassazione o contributo pubblico agli investimenti). Altri meccanismi, cd. pull mechanism, agiscono a valle e mirano a fornire sussidi pubblici o altre forme di sostegno per lo sviluppo e la commercializzazione di farmaci (tra questi l&rsquo;estensione della protezione brevettuale o l&rsquo;attribuzione di forme di esclusivit&agrave; nella commercializzazione). Un esempio di successo, in questo senso, &egrave; dato dall&rsquo;applicazione ibrida di queste misure nell&rsquo;US Orphan Drug Act. E&rsquo; stato tuttavia osservato che tale successo non &egrave; estendibile al caso delle malattie &lsquo;dimenticate&rsquo;, proprio perch&eacute; le politiche push and pull si muovono comunque in una logica di mercato (ad. Es. i prezzi per i farmaci orfani restano comunque elevatissimi) non applicabile ai paesi poveri del mondo. <br /><br /><strong>Gli impegni ad acquistare </strong><br />Un altro meccanismo &egrave; quello denominato Advance Market Committment, in base al quale si crea un accordo tra soggetti pubblici e privati che prevede un impegno da parte di un paese o di un pool di paesi ad acquistare ad un prezzo dato i farmaci destinati a curare le malattie &lsquo;dimenticate&rsquo;. In tal modo, se l&rsquo;impegno viene ritenuto credibile, si colmerebbe il gap tra potere di consumo pro-capite nei paesi poveri del mondo e il costo unitario di produzione dei farmaci, assicurando al contempo una dimensione minima della domanda tale da generare un valore netto attuale comparabile a quello dei farmaci generalmente commercializzati nei paesi industrializzati. L&rsquo;economista Kremer, fautore della proposta, ha recentemente stimato che, per un vaccino contro la malaria, un impegno a pagare 15$ per vaccino per una popolazione di almeno 200 milioni di persone rappresenterebbe un meccanismo incentivante sufficiente per generare in due anni un vaccino. D&rsquo;altro canto, questo meccanismo, agendo solo ex-post, non ridurrebbe il rischio ex-ante delle imprese farmaceutiche, specie laddove il &lsquo;contratto&rsquo; venga stipulato contemporaneamente con pi&ugrave; imprese, senza garanzie per gli innovatori successivi.<br /><br /><strong>Il partenariato pubblico-privato</strong><br />Con il termine Public Private Partnership (PPP) ci si riferisce agli accordi tra istituzioni pubbliche (soprattutto centri di ricerca e laboratori di universit&agrave; ) e soggetti privati (industrie farmaceutiche per un coordinamento complessivo di sforzi diretti a tutte le fase della filiera del farmaco, dalla R&S alla finalizzazione dei risultati di ricerca. Uno dei casi rappresentativi &egrave; quello del trattamento antimalaria ASAQ, commercializzato dal 1 marzo scorso e realizzato attraverso una collaborazione tra istituti di ricerca pubblici, ministeri di Paesi in via di sviluppo e infine commercializzato da una grande multinazionale farmaceutica che per&ograve; non ne possiede il brevetto. Altri successi sono stati registrati da un consorzio guidato dall&rsquo;Universit&agrave; North Carolina e coadiuvato dalla Fondazione Gates. Rispetto all&rsquo;Advance Market Committment, questo strumento consente da un lato una maggiore flessibilit&agrave; e dall&rsquo;altro una pi&ugrave; elevata capacit&agrave; di sviluppare l&rsquo;ampiezza della ricerca di progredire alla realizzazione di un portafoglio di farmaci. Inoltre esso non richiede necessariamente il coinvolgimento delle Big Pharma: molte delle imprese biotecnologiche coinvolte negli USA hanno meno di sei ricercatori e si appoggiano molto alle Universit&agrave;. Una testimonianza della flessibilit&agrave; di questo approccio &egrave; data dalla recente proposta della Medicines for Malaria Venture (MMV) di istituire un regime flessibile di protezione intellettuale sui farmaci prodotti nell&rsquo;ambito delle PPP in modo da coniugare al meglio incentivi privati e finalit&agrave; pubbliche. Una proposta analoga &egrave; stata quella avanzata da da Stephen Maurer di Berkeley di definire meccanismi di tipo open source alle biotecnologie facendo leva sui meccanismi di incentivazione dell&rsquo; open source usati ad esempio nel software (signalling di capacit&agrave;, utilizzo di capacit&agrave; in eccesso, cooperazione, altruismo), attraverso la collaborazione in rete di molti ricercatori e la definizione di un sistema flessibile di protezione della propriet&agrave; intellettuale in un modello economico e giuridico che possa accelerare lo sviluppo di medicinali per le malattie rare e per quelle dimenticate.<br /><br />Ad oggi non sono disponibili evidenze tali da far propendere per uno o l&rsquo;altro dei meccanismi delineati. Si fa strada l&rsquo;idea che i meccanismi incentivanti possano anche essere degli ibridi in funzione della specifica malattia che si intende debellare. La novit&agrave; delle forme di partenariato nello sviluppo delle biotecnologie appare per&ograve; molto promettente e incentivante anche per le positive ricadute in termini di sviluppo del capitale umano che tali forme di intervento possono apportare per i paesi che investono in queste iniziative. L'ultimo dato OMS dice che per malaria muoiono ogni giorno circa 3000 bambini nei paesi in via di sviluppo. Per un europeo che voglia andare in un safari africano &egrave; sufficiente scegliere tra due profilassi anti-malaria. E costa meno di cento euro.<br /><div class="blog-entry-comments"><a href="javascript:HaloScan('rw-unique-entry-id-119-page0');"><script type="text/javascript">postCount('rw-unique-entry-id-119-page0');</script></a> | <a href="javascript:HaloScanTB('rw-unique-entry-id-119=page0');"><script type="text/javascript">postCountTB('rw-unique-entry-id-119-page0'); </script></a></div></div></div><div id="unique-entry-id-114" class="blog-entry"><div class="blog-entry-title">Dr. House's Law&Economics</div><div class="blog-entry-date">30/06/07 09:58 </div><div class="blog-entry-summary"><img class="imageStyle" alt="Pasted Graphic" width="118" height="126" src="page0_blog_entry114_summary_1.jpg"/> <span style="color:#2078e4;">di Antonio</span><br />In una puntata mitica della serie Dr. House (a proposito a quando la nuova serie?), il medico popperiano ha di fronte tre neonati ammalati di un virus. Dalle analisi (come sempre accade per il Dr. House) non si capisce nulla e sono possibili molteplici diagnosi. Ma non c'&egrave; tempo. L'unica cosa &egrave; curare i tre per tre cose diverse, sapendo che solo uno si salver&agrave; (l'ultimo ammalatosi in ordine di tempo), per esclusione, se si far&agrave; a tempo. In molti casi, per il Dr. House, avviene cosi. Cura per cose diverse ed esclude passo dopo passo possibili concause. Le cure non sono cure, ma sono prove, confutazioni, ipotesi, falsificazioni popperiane. Che c'entra tutto questo con la Law and Economics, direte voi? </div><div class="blog-entry-body">C'entra. Perch&eacute; all'ultima conferenza dell'<a href="http://www.amlecon.org" rel="self"> American Law and Economics Association</a>, tenutasi ad Harvard, ho ascoltato la presentazione di <a href="http://papers.ssrn.com/sol3/papers.cfm?abstract_id=946764" rel="self">Ariel Porat</a> che in sostanza mostrava le implicazioni, in termini di efficienza, che la dr. House economics (mia interpretazione) produce. In altri termini, ad ogni azione possono corrispondere danni e benefici e talvolta si sceglie cercando di minimizzare le perdite o i costi, anche quando si tratta di <a href="http://www.amazon.co.uk/s/ref=nb_ss_w_h_/026-4092815-3025202?url=search-alias%3Daps&field-keywords=calabresi+tragic+choices&Go.x=0&Go.y=0&Go=Go" rel="self">scelte tragiche</a>. La conseguenza di questo ragionamento sarebbe quella di suggerire che nel valutare i danni, ad esempio di un malpractice medica, occorrerebbe anche considerare - se ci sono - gli effetti positivi indotti su soggetti terzi che hanno beneficiato di una data azione, oltre a quelli negativi. In alternativa, si finirebbe per dare un segnale distorto e un disincentivo a scegliere quella azioni che minimizzano i danni sociali...Analoghe argomentazioni sono state applicate sull'esercizio discrezionale dei medici di selezionare i pazienti da curare, quando l'allocazione del tempo &egrave; scarsa (come nei casi di emergenza). 'E' un tema molto interessante sul quale occorre rifletttere.<div class="blog-entry-comments"><a href="javascript:HaloScan('rw-unique-entry-id-114-page0');"><script type="text/javascript">postCount('rw-unique-entry-id-114-page0');</script></a> | <a href="javascript:HaloScanTB('rw-unique-entry-id-114=page0');"><script type="text/javascript">postCountTB('rw-unique-entry-id-114-page0'); </script></a></div></div></div><div id="unique-entry-id-117" class="blog-entry"><div class="blog-entry-title">Pentiti&Antitrust: vera concorrenza o finta deterrenza?</div><div class="blog-entry-date">31/05/07 15:54 </div><div class="blog-entry-summary"><img class="imageStyle" alt="Pasted Graphic" width="120" height="97" src="page0_blog_entry117_summary_1.jpg"/><span style="color:#1083ff;"> di Antonio</span><br />Nella stessa settimana, <a href="http://www.agcm.it" rel="self">due applicazioni </a>della recente riforma della Legge antitrust che attribuisce all'Autorit&agrave; il potere di 'perdonare': riducendo le sanzioni o accettando impegni che diventano vincolanti per le imprese. Il primo &egrave; un caso di cartello e il secondo &egrave; un caso di abuso. In entrambi i casi, l'Autorit&agrave; guidata da Catrical&agrave; esibisce con soddisfazione la 'certezza' del risultato. Una soddisfazione forse condivisible per il cartello, ma problematica per l'abuso. E in ogni caso si pone un problema di incentivi se l'Autorit&agrave; perdonasse troppo: non &egrave; che troppo pentitismo ex-post elimina ogni deterrenza ex-ante?<br /></div><div class="blog-entry-body"><strong><br /></strong><span style="color:#1083ff;">IL CARTELLO</span><span style="color:#1083ff;"><br /></span>L&rsquo;Autorit&agrave; Garante della Concorrenza e del Mercato ha infatti deciso di non applicare la sanzione nei confronti del gruppo Trombini, attivo nella produzione dei pannelli truciolari, per il decisivo apporto fornito nella scoperta dell&rsquo;intesa fra le aziende del settore. L&rsquo;Autorit&agrave; ha invece condannato altre 8 imprese al pagamento di multe per un totale di oltre 31 milioni di euro. L&rsquo;Autorit&agrave; ha contestato alle quattro imprese del gruppo Saviola (Sacic Legno S.r.l., Sia &ndash; Societ&agrave; Industria Agglomerati S.r.l., Sit &ndash; Societ&agrave; Industria Truciolari S.r.l., Sama S.r.l.) al Gruppo Frati S.p.A., alla SAIB - Societ&agrave; Agglomerati Industriali Bosi S.p.A., alla Fantoni S.p.A. e a Xilopan S.p.A. un&rsquo;intesa finalizzata al contingentamento della produzione, alla ripartizione della clientela, al coordinamento dei prezzi e delle altre condizioni commerciali. Le parti, che rappresentano oltre l&rsquo;80% delle vendite nel mercato, hanno inoltre concertato le politiche di approvvigionamento della materia prima nel mercato dei pannelli truciolari grezzi e nobilitati. Si tratta di comportamenti, durati dal gennaio 2004 al novembre 2005, che hanno prodotto effetti sul mercato interessato, caratterizzato, prima della costituzione del cartello, da un elevato grado di variabilit&agrave; dei prezzi al pubblico. Dall&rsquo;istruttoria &egrave; emerso che le parti si incontravano a scadenze ravvicinate, settimanali o bisettimanali, per concordare la variazione dei listini, il trattamento da riservare alla clientela, differenziandolo in base alle dimensioni delle forniture, alla localizzazione geografica dei clienti ed alle condizioni di pagamento da questi prescelte, ma anche per congelare posizioni di mercato detenute da ciascuna impresa e convenzionalmente fissate, ricorrendo al contingentamento della produzione e alla ripartizione della clientela. Per l&rsquo;Autorit&agrave; le imprese hanno concordato il mantenimento di un artificiale equilibrio di mercato, cristallizzando le quote di mercato e massimizzando i profitti attraverso la fissazione concertata dei prezzi e delle altre condizioni di vendita dei pannelli truciolari grezzi e nobilitati. La stabilit&agrave; dell&rsquo;intesa &egrave; stata assicurata anche dalla previsione esplicita di forme di ritorsione consistenti nella minaccia costante e credibile di una guerra dei prezzi.<br /><br /><span style="color:#1083ff;">L'ABUSO</span><br />Il caso di abuso di posizione dominante collettiva si riferisce invece - tra le altre cose - all'illegittimo rifiuto da parte di TIM, VODAFONE, WIND di concedere l'accesso alla propria rete ai cd. operatori mobili virtuali, reseller che farebbero sulla rete mobile ci&ograve; che per esempio TELE2 fa oggi con la rete fissa di Telecom. Sulla base di alcuni contratti sottoscritti prima della conclusione dell'istruttoria, l'Autorit&agrave; ha concluso senza sanzione il procedimento contro Vodafone, nella convinzione che quei contratti fossero sufficienti ad eliminare l'abuso e quindi - data la natura della fattispecie relativa ad un abuso di posizione dominante collettiva, molto complessa per la verit&agrave; - a garantire un assetto concorrenziale del mercato. La decisione AGCM in realt&agrave; non ha convinto l'AGCOM. Ad occhio, resta qualche perplessit&agrave;. Vodafone ha presentato degli impegni asseritamente volti a porre fine ad uno dei due effetti di cui ai rispettivi profili abusivi contestati. In particolare, Vodafone ha presentato evidenza di un contratto di fornitura all&rsquo;ingrosso per un ESP (Enhanced Service Provider). Ci si chiede qui quali condizioni minime dovrebbe soddisfare un tale impegno per produrre effetti economici sul mercato tali da modificare credibilmente, tempestivamente, efficacemente e in via duratura il contesto strategico determinato, ad oggi, sul mercato dall&rsquo;abusivo rifiuto a contrarre.<br />Molto schematicamente, queste condizioni minime sono due: (1) la fornitura deve garantire, quanto alle condizioni commerciali pattuite e agli effetti attesi sul mercato, l&rsquo;accesso ad un operatore efficiente tale da generare una concorrenza credibile e commercialmente autonoma sul mercato retail; (2) la fornitura deve essere sufficiente a generare, di per s&eacute;, sul mercato uno scostamento strutturale dall&rsquo;equilibrio esistente e, in particolare, uno spostamento dall&rsquo;equilibrio in cui nessuno fornisce a quello in cui tutte le imprese hanno incentivo a fornire. <br />Partiamo da quest&rsquo;ultima condizione per poi analizzare la prima. Se l&rsquo;impegno proposto da Vodafone non fosse infatti tale da generare un mutamento strutturale del mercato, e dunque uno spostamento permanente da un equilibrio all&rsquo;altro nel gioco di coordinamento, &egrave; evidente che permarremo nella situazione precedente, con l&rsquo;aggravante di legittimarla, paradossalmente, come esito pro-concorrenziale della stessa azione antitrust che intendeva rimuoverla. L&rsquo;impegno di Vodafone deve dunque deve essere necessariamente tale da modificare strutturalmente gli incentivi delle imprese concorrenti in merito alla fornitura dell&rsquo;accesso. A quel punto, in effetti, non sarebbe nemmeno necessario &lsquo;imporre&rsquo; alle imprese concorrenti, in quanto sarebbe nel proprio interesse &lsquo;replicare&rsquo; le strategie di Vodafone. Fornendo a loro volta l&rsquo;accesso a operatori virtuali efficienti, i concorrenti di Vodafone risparmierebbero i costi evitabili e cercherebbero di respingere l&rsquo;assalto di Vodafone, e del &lsquo;suo&rsquo; MVNO, sulle proprie quote di mercato. In tal modo perderebbero certamente una parte delle rendite, rispetto all&rsquo;equilibrio ex-ante di non fornitura, ma internalizzerebbero una parte delle perdite associate alla sola fornitura operata da Vodafone ad un operatore efficiente. Si tratterebbe cio&egrave; di un equilibrio di &lsquo;second best&rsquo; necessitato e indotto proprio dalla decisione di Vodafone di fornire l&rsquo;accesso. Ma ci&ograve; ci riporta alla prima condizione: l&rsquo;operatore cui Vodafone concede l&rsquo;accesso deve essere un operatore efficiente, autonomo nelle proprie decisioni commerciali e fortemente incentivato a promuovere un&rsquo;azione pro-concorrenziale (di tipo &lsquo;maverick&rsquo; ) sul mercato.Occorre allora semplicemente domandarsi se tali condizioni siano oggi soddisfatte dall&rsquo;accordo siglato da Vodafone. La risposta appare decisamente negativa per diverse ragioni: (a) Non si tratta di una offerta universale all&rsquo;accesso volta a selezionare, per successiva adesione, l&rsquo;operatore pi&ugrave; efficiente sulla base di criteri oggettivi, equi, non discriminatori, bens&igrave; di un accordo verticale unico, non ripetibile, nei confronti di un concorrente potenziale selezionato arbitrariamente e discrezionalmente dall&rsquo;operatore dominante di riferimento; (b) Non si tratta di un contratto MVNO ma di un ben pi&ugrave; limitato contratto ESP, ovvero di una tipologia di fornitura che in nessun caso pu&ograve; definirsi come equiparabile, in termini concorrenziali, all&rsquo;attivit&agrave; retail attualmente svolta dalle imprese oligopolistiche e dunque incapace, per definizione, di svolgere alcuna credibile azione disciplinante, sul mercato retail, delle attuali posizioni dominanti; (c) La natura del contratto appare pi&ugrave; come una intesa esclusiva di dealership verticale, con evidenti effetti verticali di coordinamento (resale price maintenance) che come un tipico rimedio antitrust, il quale dovrebbe attribuire a terze parti una call option, obbligatoriamente rivolta a tutti i soggetti interessati che soddisfino determinati requisiti, sulla quale il titolare della risorsa non pu&ograve; n&eacute; deve esercitare alcuna forma di pressione o di discrezionalit&agrave;; (d) Gli effetti verticali di coordinamento tra Vodafone e il suo ESP non modificano ma anzi favoriscono gli effetti orizzontali di coordinamento tra le imprese oligopolistiche.<br />Vedremo come si comporter&agrave; l'AGCM nei confronti di TIM e WIND che non hanno ad oggi presentato impegni.<br /><br />Come si vede, a mio modesto avviso, il caso di abuso presenta profili pi&ugrave; complessi del caso del cartello, e peraltro in un mercato molto pi&ugrave; rilevante per l'economia italiana. Si ha il sospetto che nel 'gioco' di deterrenza/sanzione/clemenza l'Autorit&agrave; possa dimenticare che la carota &egrave; efficace quando l'aspettativa del bastone &egrave; credibile. Perdonare sempre pu&ograve; indurre incentivi perversi: violare la legge antitrust sempre, essendo disposti a cedere semmai rendite ex-post, in fase di negoziazione degli impegni, se e quando si viene 'beccati'...<br /><br /><span style="color:#1198ff;"><br />PER SAPERNE DI PIU'</span><br />Bloom M. (2006), &ldquo;Despite its great success, the EC Leniency Program faces great <br />challenge&rdquo;. EUI-RSCAS/EU Competition 2006 &ndash; Proceedings. <br />Brenner S. (2005), &ldquo;An Empirical Study of the European Corporate Leniency Program&rdquo;. <br />Mimeo. <br />Chamberlin E. (1933), The Theory of Monopolistic Competition. Cambridge: Harvard University <br />Press. <br />Gambetta D. e P. Reuter (1995), &ldquo;Conspiracy among the Many: The Mafia in Legitimate <br />Industries&rdquo;. In Fiorentini G. e S. Pelzman (eds.), pp. 116-36. <br />Harrington J.E.Jr. (2006), &ldquo;Corporate Leniency Programs and the Role of Antitrust <br />Authority in detecting Collusion&rdquo;. Mimeo. <br />Harsanyi J.C. e R. Selten (1988), A General Theory of Equilibrium Selection in Games. Cambridge <br />(Ma):The MIT Press. <br />Motta M. e M. Polo (2003), &ldquo;Leniency Programs and Cartel Prosecution&rdquo;. International Journal <br />of Industrial Organization, 21(3):347-79. <br />Spagnolo G. (2000), &ldquo;Optimal Leniency Programs&rdquo;. Mimeo. <br />Spagnolo G. (2001), &ldquo;Leniency Programs, Mergers and Collusion&rdquo;. Mimeo. <br />Spratling G.B. (1998), &ldquo;The Corporale Leniency Policy: Answers to Recurring Questions. <br />Mimeo. <br />Zhou Jun (2004), &ldquo;Leniency as a Principal Agent Problem&rdquo;. Mimeo. <br /><br /><a href="http://www.antonionicita.it" rel="self">HOME</a><br /><div class="blog-entry-comments"><a href="javascript:HaloScan('rw-unique-entry-id-117-page0');"><script type="text/javascript">postCount('rw-unique-entry-id-117-page0');</script></a> | <a href="javascript:HaloScanTB('rw-unique-entry-id-117=page0');"><script type="text/javascript">postCountTB('rw-unique-entry-id-117-page0'); </script></a></div></div></div><div id="unique-entry-id-115" class="blog-entry"><div class="blog-entry-title">Nasce la legge annuale per la concorrenza</div><div class="blog-entry-date">10/05/07 13:08 </div><div class="blog-entry-summary"> <img class="imageStyle" alt="Pasted Graphic" width="165" height="141" src="page0_blog_entry115_summary_1.jpg"/><span style="color:#2078e4;">di Antonio</span><br />Si tratta di una vecchia proposta, lanciata a pi&ugrave; riprese da <a href="http://www.studioeconomico.it" rel="self">Pier Luigi Parcu</a>, da ultimo<a href="http://www.lavoce.info/news/view.php?id=&cms_pk=1584" rel="self"> qui</a>, e rilanciata anche attraverso <a href="http://www.i-com.it" rel="self">i-com</a> e <a href="http://www.antonionicita.it/files/archive-14.html" rel="self">qui</a>, su questo blog. La proposta &egrave; stata finalmente accolta in un emendamento inserito dal relatore sul decreto Bersani sulle liberalizzazioni, il parlamentare <a href="http://www.andrealulli.it/root/index.asp" rel="self">Andrea Lulli</a>, recentemente intervenuto a i-com, che ringraziamo e con il quale ci complimentiamo. </div><div class="blog-entry-body">Notizie pi&ugrave; dettagliate su Il Sole 24Ore di ieri. L'idea &egrave; che nel calendario parlamentare dovrebbe quindi essere prevista, una volta l&rsquo;anno, o anche solo una volta ogni due anni, una "Legge per la concorrenza" il cui scopo "ordinario" potrebbe essere proprio quello di esaminare, e eventualmente recepire, le segnalazioni delle Autorit&agrave; indipendenti in materia di concorrenza e funzionamento dei mercati. In un circolo virtuoso, consapevoli dell&rsquo;appuntamento, le stesse Autorit&agrave; di regolazione potrebbero focalizzare meglio la propria opera di advocate, magari concentrandola su temi pi&ugrave; urgenti o rilevanti per la stato dell&rsquo;economia. Inoltre, una volta deciso l&rsquo;appuntamento annuale o biennale, esso potrebbe attrarre molte altre questioni rilevanti, sempre in materia di concorrenza. Cos&igrave;, da semplice occasione di abrogazione di norme negative, "la legge per la concorrenza" potrebbe anche diventare l&rsquo;appuntamento per l&rsquo;avanzamento di riforme positive, gi&agrave; previste o comunque necessarie. In sostanza, si potrebbe creare un&rsquo;occasione unificante per concentrare gli sforzi delle Autorit&agrave;, delle associazioni dei consumatori, della societ&agrave; civile, al fine di riesaminare dal punto di vista della promozione della concorrenza e degli interessi collettivi, la normativa esistente e sviluppare i nuovi interventi di liberalizzazione necessari. La legge sulla concorrenza potrebbe essere esaminata lontano dalla sessione di bilancio, magari all&rsquo;epoca dell&rsquo;esame del documento di programmazione economica e finanziaria, perch&eacute; naturalmente dovrebbe essere pensata come una legge di riforme sostanzialmente senza costo per l&rsquo;erario.<br /><div class="blog-entry-comments"><a href="javascript:HaloScan('rw-unique-entry-id-115-page0');"><script type="text/javascript">postCount('rw-unique-entry-id-115-page0');</script></a> | <a href="javascript:HaloScanTB('rw-unique-entry-id-115=page0');"><script type="text/javascript">postCountTB('rw-unique-entry-id-115-page0'); </script></a></div></div></div><div id="unique-entry-id-113" class="blog-entry"><div class="blog-entry-title">Doing (really) Business?</div><div class="blog-entry-date">29/04/07 10:00 </div><div class="blog-entry-summary"><a href="http://www.doingbusiness.org/" rel="self"><img class="imageStyle" alt="Home" width="221" height="27" src="page0_blog_entry113_summary_1.gif"/></a> <span style="color:#4163e1;">di Antonio</span><br />Sono stati diffusi in questi giorni i nuovi dati del rapporto <a href="http://www.doingbusiness.org/" rel="self">"Doing Business-benchmarking business regulations"</a> della Banca Mondiale. Si tratta di un ranking internazionale che ha - dichiaratamente - come unica finalit&agrave; quella di stabilire la facilit&agrave; di fare business in 175 paesi, tra cui l'Italia. Gli indicatori prescelti sono <em>Starting a Business, Dealing with Licenses, Employing Workers, Registering Property, Getting Credit, Protecting Investors, Paying Taxes,Trading Across Borders, Enforcing Contracts,Closing a Business</em>. Inutile dire che l'Italia &egrave; messa molto male nel complesso, superata abbondantemente da paesi improbabili. Ma non mancano debolezze metodologiche.<br /></div><div class="blog-entry-body">Nell&rsquo;indicatore denominato &ldquo;starting a business&rdquo;, ad esempio, l&rsquo;Italia registra una delle migliori performance ma si classifica al 52&deg; posto tra i 175 paesi analizzati. In particolare appaiono eccessivi non tanto i tempi (in giorni) ma il numero di procedure (9) e il costo per intraprendere un&rsquo;attivit&agrave; imprenditoriale (15.2 % del reddito pro-capite). Sempre dal report &ldquo;Doing Business&rdquo; &egrave; interessante l&rsquo;indicatore &ldquo;paying taxes&rdquo;, in particolare il parametro che riflette il tempo (in ore) per preparare, archiviare e pagare le tasse sul reddito d&rsquo;impresa, sul valore aggiunto e i contributi sociali e previdenziali. A dispetto un numero relativamente basso di tasse (number of payments) il tempo &egrave; tra i pi&ugrave; alti dei paesi OECD. In media sono necessari 24 ore (1 giorno) per ogni pagamento.Lo stesso vale per il parametro &ldquo;dealing with licences&rdquo;; malgrado le procedure siano relativamente poche il tempo &lsquo;speso&rsquo; &egrave; tra i pi&ugrave; alti.<br />L&rsquo;introduzione nei dibattiti di politica economica di tali indicatori ha il merito di aver posto l&rsquo;attenzione sul ruolo del contesto istituzionale che circonda la &lsquo;transazione economica&rsquo;, sebbene essa mostri tre debolezze metodologiche che &egrave; bene richiamare. La prima riguarda, pi&ugrave; in generale, la circostanza che il frammentare e il ridurre la comparazione di sistemi del tutto diversi, sotto il profilo giuridico ed istituzionale, a semplici indicatori omogenei e confrontabili pu&ograve; indurre a sotto-stimare specificit&agrave; locali e in particolare il ruolo svolto da talune forme di regolazione nel minimizzare costi di transazione altrimenti rilevanti. La seconda debolezza metodologica &egrave; relativa al fatto che alcune indagini, quale quella della Banca Mondiale, si basano su rilevazioni di natura soggettiva, come la redazione di questionari da parte di esperti nazionali, rispetto alle quali il soggetto intervistato pu&ograve;, consapevolmente o meno, orientare la propria risposta sulla base di convincimenti o obiettivi particolari, data la crescente rilevanza politica e mediatica assunta dalla diffusione dei risultati di queste indagini. Infine, si deve rilevare che in molte circostanze l&rsquo;effettivo funzionamento della specifica norma o regola oggetto di indagine talvolta assume costi, modalit&agrave; di applicazione e grado di perentoriet&agrave; diversi da quanto apparentemente rinvenibile sulla base di un&rsquo;analisi superficiale della stessa.<br />I redattori del rapporto insistono nel dire che si tratta di un indicatore di benchmarking relativo tra i paesi considerati in merito alla facilit&agrave; di fare business e NON di un indicatore dell'effettiva competitivit&agrave; dei diversi sistemi. Resta tuttavia il fatto che cosi viene interpretato e che alla fine i media si riferiscano al benchmarking proprio come ad un ranking della competitivit&agrave; del sistema paese.<br />Da una parte queste analisi sono utili per stimolare riforme pro-concorrenziali e abbattere costi amministrativi 'evitabili'. Dall'altra, tuttavia, non considerano altri elementi 'non spiegati' che evidentemente sono centrali, visto che l'Italia registra comunque uno die pi&ugrave; elevati tassi di nascita delle imprese, sicuramente pi&ugrave; elevato di altri paesi che secondo la Banca Mondiale dovrebbero starci sopra nel ranking Doing Business.<br />Ci sono cio&egrave; due grandi punti interrogativi: come mai paesi che hanno un ranking migliore dell'Italia nel doing business report stanno molto dietro quanto a tassi di nascita delle imprese? Come mai l'Italia registra alti costi per fare business ma registra alti tassi di nascita? Evidentemente c'&egrave; molto di 'non spiegato' in queste analisi. Sarebbe utile allora un'analisi ecometrica che prenda un campione di paesi e si chieda se esista una correlazione tra il miglioramento della performance economica delle imprese e il tasso di crescita di posizione nel ranking Doing Business degli ultimi anni. Se, come mi aspetto, questa correlazione non &egrave; particolarmente significativa, dovremmo guardare al Doing Business con un certo disincanto e proporne l'integrazione con nuovi indicatori.<br />PI&ugrave; utile, come ho avuto occasione si suggerire in un recente contributo, farci da noi in Italia un Doing Business in Italia, comparando le regolamentazioni delle diverse regioni.<div class="blog-entry-comments"><a href="javascript:HaloScan('rw-unique-entry-id-113-page0');"><script type="text/javascript">postCount('rw-unique-entry-id-113-page0');</script></a> | <a href="javascript:HaloScanTB('rw-unique-entry-id-113=page0');"><script type="text/javascript">postCountTB('rw-unique-entry-id-113-page0'); </script></a></div></div></div><div id="unique-entry-id-111" class="blog-entry"><div class="blog-entry-title">La soluzione regolatoria per Telecom? Open Network</div><div class="blog-entry-date">11/04/07 19:22 </div><div class="blog-entry-summary"><img class="imageStyle" alt="images" width="98" height="82" src="page0_blog_entry111_summary_1.jpg"/><span style="color:#1950ff;"> di Antonio</span><br />In questi giorni di confusione su Telecom, vanno senz'altro apprezzate le mosse tempestive del Ministro Gentiloni: (i) ribadire che la separazione della rete (proprietaria o gestionale) &egrave; possible ma come intervento della competente autorit&agrave; sull'esempio inglese (al netto dunque di accuse di intromissione dirigista sul mercato); (ii) annunciare un intervento del governo volto a potenziare i potere dell'autorit&agrave; di settore; (iii) assicurarsi una sponda comunitaria in diretto contatto con il Commissario europeo alla concorrenza. Il modello che si intende seguire &egrave; quello dell'Open Reach inglese. Che per&ograve; forse in Italia andrebbe esteso in un nuovo modello denominabile come <strong>Open Network</strong>.</div><div class="blog-entry-body">Di che si tratta? Mentre l'Open reach fa riferimento all'idea di una rete terza che assicuri parit&agrave; di accesso (meglio 'equivalenza') ai concorrenti, nel caso italiano si tratta di fare un passo in pi&ugrave;. Il problema attuale della rete Telecom non &egrave; infatti solo quello di assicurare terziet&agrave; all'accesso alla rete che per larga parte costituisce una risorsa essenziale e quindi non duplicabile. Il problema &egrave; oggi anche quello di assicurare - sotto qualunque propriet&agrave; privata dell'incumbent - opportuni incentivi alla realizzazione di investimenti che ne consentano l'upgrade nella prospettiva delle next generation networks. Di per s&eacute; la separazione della rete, secondo il modello inglese open reach, non garantisce questo. Anzi, si potrebbe argomentare come sotto il profilo degli incentivi, la terziet&agrave; della rete potrebbe diminuire gli incentivi all'upgrade della risorsa essenziale. Peraltro i concorrenti sono disincentivati dalla circostanza che Telecom ha sempre inseguito e spiazzato gli investimenti innovativi dei concorrenti (ad es. xDSL ha seguito e spiazzato gli inv in fibra ottica dei concorrenti). Occorre allora pensare ad un meccanismo che assicuri insieme terziet&agrave; e incentivi all'pgrade della rete. Come si pu&ograve; fare? Un modello di riferimento &egrave; quello - opportunamente aggiustato - dell'open source ma applicato alla rete. Lo definirei OPEN NETWORK. SI tratta di immaginare un sistema regolatorio in base al quale si apre un mercato per l'accesso agli investimenti sulla rete di Telecom. Si tratterebbe di investimenti complementari e di natura cooperativa per chi li effettua: telecom e i concorrenti avrebbero il diritto ad effettuare investimenti complementari innovativi sulla rete esistente ricevendone due benefici: (i) in termini di reddito residuale su ogni abbonato collegato alla rete; (ii) in termini di crescita dei propri abbonati. Con questo sistema la concorrenza si sposta anche al livello upstream della rete. I concorrenti investirebbero sapendo che il proprio investimento non sarebbe spiazzato da un tardivo upgrade di Telecom, come avverrebbe su reti separate concorrenti e ricevendo una percentuale della revenue per abbonato (proprio o dei concorrenti). Il titolare della rete sarebbe incentivato a investire perch&eacute; sa che in sua vece lo faranno i concorrenti i quali manterrebbero i diritti di propriet&agrave; sulla porzione di rete innovativa (e complementare) a quella esistente. Il risultato &egrave; una rete nella quale sia garantito sia l'accesso ai concorrenti, sia l'incentivo all'innovazione. Nell'ipotesi di OPEN NETWORK si affiancherebbero due regimi di diritti di propriet&agrave;: quello tradizionale sulla rete esistente e quello addizionale e complementare sulle porzioni di rete innovativa. Si pu&ograve; anche immaginare un sistema di call e/o di put che permetta la ricongiunzione della propriet&agrave; dopo un certo periodo di tempo. Mi pare un meccanismo, certo complicato, ma virtuoso rispetto alle alternative della (1) propriet&agrave; verticalmente integrata in capo all'incumbent, (2) open reach con accesso dei concorrenti ma senza garanzia di investimenti innovativi. Peraltro l'OPEN NETWORK permette di ottenere i risultati sperati senza preoccuparsi tanto della identit&agrave; nazionale del proprietario della rete.<br /><br /><br />E lo Spettro? <a href="../assets/nicita-icom.pdf" rel="self">Qui </a>un mio recente intervento.<div class="blog-entry-comments"><a href="javascript:HaloScan('rw-unique-entry-id-111-page0');"><script type="text/javascript">postCount('rw-unique-entry-id-111-page0');</script></a> | <a href="javascript:HaloScanTB('rw-unique-entry-id-111=page0');"><script type="text/javascript">postCountTB('rw-unique-entry-id-111-page0'); </script></a></div></div></div><div id="unique-entry-id-110" class="blog-entry"><div class="blog-entry-title">Ma i fannulloni son sempre almeno due</div><div class="blog-entry-date">11/04/07 09:19 </div><div class="blog-entry-summary"><img class="imageStyle" alt="images" width="113" height="87" src="page0_blog_entry110_summary_1.jpg"/><span style="color:#219eff;"> di Antonio</span><br />C'&egrave; un pezzo che manca nel dibattito italiano sui fannulloni, di cui ci siamo occupati anche qui, specie nella PA. Conosciamo tutti nei luoghi in cui lavoriamo almeno un fannullone. Quelli che lasciano i computer accesi e la giacca sulla sedia per segnalare che sono li, da qualche parte, al lavoro. Quelli che sono ormai degli artisti, dei virtuosi del tesserino. Quelli che - sulla carta - sono bravissimi a dimostrare la loro presenza e attivit&agrave;. Molti ritengono che questi fannulloni sono tali perch&eacute; manca un sistema di premi/sanzioni, soprattutto sanzioni. La minaccia di indurre all'exit non vale pi&ugrave;, con lo strano paradosso di non realizzare gli incentivi che la teoria degli efficiency wages ci suggerisce. Eppure: mi sono convinto che dove c'&egrave; un fannullone, ce ne sono almeno due. </div><div class="blog-entry-body">E' la vecchia storia del controllato e del controllore, ma un po' rivista. L'altro fannullone, quello che non si vede, &egrave; colui che dovrebbe motivare, incalzare, incentivare, formare il primo fannullone. Nel solitario ritirarsi dei fannulloni c'&egrave; una tristezza di fondo: il mancato interesse alla partecipazione, alla inclusione, al sentirsi parte di una mission e di un progetto. E non &egrave; sempre e solo colpa loro. C'&egrave; qualcun altro che fa il fannullone ed &egrave; quello che non si occupa dei fannulloni. Non li motiva, non li coinvolge, non li forma, non sa valorizzarli. Se il controllore &egrave; un fannullone, diventa persino difficile capire dove sta la causa e dove l'effetto.<br />E' vero. Come direbbe il poeta, ci sono casi per i quali "non si pu&ograve; cavare il sangue dalle pietre". Ma l'impegno o l'effort &egrave; molto spesso un fatto di team e non un caratteristica individuale del talento.<br />Ne consegue che non basta licenziare per risolvere il problema del fannullonismo. Occorrono incentivi e soprattutto un design organizzativo volto a valorizzare esperienze di team e i formazione reciproca e continua. Se i fannulloni sono due, anche i rimedi devono tenerne conto.<div class="blog-entry-comments"><a href="javascript:HaloScan('rw-unique-entry-id-110-page0');"><script type="text/javascript">postCount('rw-unique-entry-id-110-page0');</script></a> | <a href="javascript:HaloScanTB('rw-unique-entry-id-110=page0');"><script type="text/javascript">postCountTB('rw-unique-entry-id-110-page0'); </script></a></div></div></div><div id="unique-entry-id-109" class="blog-entry"><div class="blog-entry-title">Italianity</div><div class="blog-entry-date">03/04/07 13:28 </div><div class="blog-entry-summary"><img class="imageStyle" alt="images" width="111" height="86" src="page0_blog_entry109_summary_1.jpg"/> <span style="color:#2667ff;">di Antonio</span><br />Dunque, ricapitoliamo. Nelle ultime settimane accadono tre cose: (1) Enel entra in Spagna su Endesa; (2) Swisscom lancia un'offerta su Fastweb; (3) Tronchetti Provera riesce a piazzare 2/3 di Olympia, controllante di Telecom Italia, a una cordata composta da giganti tlc Usa e Messicani. Il risultato? Tutti contenti per Enel che diversifica, ma tutti preoccupati sulla perdita di Italianit&agrave; per la rete telefonica, sia quella piccola ma innovativa di Fastweb, sia quella capillare e nazionale di Telecom. Italianit&agrave; ha molti significati. Il primo &egrave;: provincialismo. </div><div class="blog-entry-body">Ci piace pensare di andare in altri mercati a comprarci le reti nazionali, ma temiamo l'ingresso di stranieri in Italia. Ci sono due preoccupazioni: quella di rompere l'equilibrio 'sistemico' tra un certo capitalismo e un certo sindacato; quello - pi&ugrave; motivato - che &egrave; preoccupato non tanto dell'ingresso di stranieri per il controllo delle imprese, quanto per l'incapacit&agrave; del capitalismo italiano di essere competitivo. Insomma se gli stranieri comprano le imprese italiane &egrave; perch&eacute; vi vedono investimenti produttivi, mercati potenziali in crescita e cos&igrave; via. E' possibile che non esista in Italia una classe dirigente capace di imitare gli stranieri in casa? Forse si. Gli stranieri vedono prospettive rosee, ma soprattutto sanno assumersi i rischi. Evidentemente c'&egrave; un capitalismo italiano che quella parole - rischio - proprio non la ama e non la vuole sentire. <br />Con Pier Luigi Parcu presentiamo alla conferenza ISNIE 2007 un paper che prova a indagare su questo tema della concorrenza 'transazionale', che gi&agrave; mand&ograve; a casa il Governatore Fazio. Quello che pensiamo pi&ugrave; o meno &egrave; questo: se il business di cui parliamo &egrave; specifico al paese (come quando ci si compra asset infrastrutturali o reti), la propriet&agrave; rileva meno, il business &egrave; inevitabilmente 'italiano' comunque. Se invece il business non &egrave; specifico (come nel caso della distribuzione alimentare) allora l'ingresso in Italia di stranieri potrebbe avere le caratteristiche hit-and-run e prevenire investimenti da parte di stranieri, pronti a chiudere e ad uscire al minimo rischio. Ebbene i quei casi dovremmo preoccuparci dell'Italianit&agrave;. Ma come? Non certo chiudendo le barriere al commercio infracomunitario, cosa peraltro proibita dal Trattato UE. Piuttosto assicurandoci reciprocit&agrave;. Se i francesi possono entrare con Auchan, Carrefour e cosi via - con il rischio peraltro di far cadere la domanda per prodotti italiani - allora dobbiamo essere certi che sia possibile anche il reciproco: imprese italiane possono entrare senza subire barriere ingiustificate all'entrata in Francia e cosi via. Insomma la concorrenza si combatte con la reciprocit&agrave;.<div class="blog-entry-comments"><a href="javascript:HaloScan('rw-unique-entry-id-109-page0');"><script type="text/javascript">postCount('rw-unique-entry-id-109-page0');</script></a> | <a href="javascript:HaloScanTB('rw-unique-entry-id-109=page0');"><script type="text/javascript">postCountTB('rw-unique-entry-id-109-page0'); </script></a></div></div></div><div id="unique-entry-id-108" class="blog-entry"><div class="blog-entry-title">Semplificate, semplificate! Qualcosa rester&agrave;</div><div class="blog-entry-date">30/03/07 15:54 </div><div class="blog-entry-summary"></div><div class="blog-entry-body"><img class="imageStyle" alt="images" width="90" height="87" src="page0_blog_entry108_1.jpg"/><span style="color:#328cff;">di Antonio</span><br />Ci siamo. Dopo diversi mesi, <a href="http://www.governo.it/notizie/not_notizia.asp?idno=2474" rel="self">l'Unit&agrave; per la semplificazione e la qualit&agrave; della regolazione</a>, presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, ha redatto il Piano annuale per la semplificazione, approvato dal Comitato Interministeriale. Per quello che vale, sono contento di aver potuto dare il mio piccolo contributo. Un passo importante &egrave; stato anche <a href="http://www.governo.it/notizie/not_notizia.asp?idno=3085" rel="self">l'accordo stato-regioni </a>raggiunto sul tema. Si tratta di un percorso tanto difficile, quanto necessario. Appena sar&agrave; reso pubblico, linker&ograve; qui il piano e accoglier&ograve; volentieri ogni suggerimento per il lavoro futuro. L'Unit&agrave; infatti si &egrave; articolata in gruppi e ha intenzione di procedere fattivamente e rapidamente a colmare il forte ritardo dell'Italia sull'adozione di queste politiche. Gli economisti siamo pochi, ma battaglieri!<div class="blog-entry-comments"><a href="javascript:HaloScan('rw-unique-entry-id-108-page0');"><script type="text/javascript">postCount('rw-unique-entry-id-108-page0');</script></a> | <a href="javascript:HaloScanTB('rw-unique-entry-id-108=page0');"><script type="text/javascript">postCountTB('rw-unique-entry-id-108-page0'); </script></a></div></div></div><div id="unique-entry-id-105" class="blog-entry"><div class="blog-entry-title">L'Antitrust al tempo della politica</div><div class="blog-entry-date">11/03/07 19:19 </div><div class="blog-entry-summary"><img class="imageStyle" alt="Pasted Graphic" width="91" height="126" src="page0_blog_entry105_summary_1.jpg"/><span style="color:#1950ff;"> di Antonio</span><br />Sono stati nominati, dai presidenti di Senato e Camera, i due commissari vacanti al vertice dell'Antitrust. Come saprete, si tratta di due persone che rientrano senz'altro nelle due caratteristiche individuate in via esclusiva dalla legge: entrambi vengono dal mondo universitario ed entrambi hanno ricoperto ruoli di rilievo. Sotto questo profilo, c'&egrave; una certa distanza, nel merito, rispetto alle precedenti nomine operate dai passati presidenti di camera e senato. Eppure, diverse voci si sono levate contro queste nomine, in particolare Perotti e poi De benedetti su Il Sole. E non ci sembra abbiano torto. </div><div class="blog-entry-body">Nessuno mette in dubbio le capacit&agrave; general-purpose e l'indipendenza dei nuovi commissari (specie e soprattutto se li confrontiamo con i precedenti nominati durante il governo Berlusconi), ma non si pu&ograve; non notare il prevalere di un approccio di normalizzazione dell'attivit&agrave; Antitrust. I commissari non sono esperti di antitrust. Due di loro vengono da altre autorit&agrave; 'settoriali' e ci&ograve; avanza il rischio della creazione di 'commissari di professione' che andrebbe evitata perch&eacute; induce gli stessi commissari a 'segnalarsi' al mondo politico e dunque ad essere 'influenzati' nelle loro scelte. Intendiamoci: c'&eacute; chi sostiene che proprio la mancata specializzazione sia un bene: in questo modo i commissari sarebbero capaci di visioni pi&ugrave; ampie rispetto all'unica visione antitrust promossa dai funzionari. Tesi affascinante ma non condivisibile. Oggi l'antitrust &egrave; un campo privilegiato di confronto tra giuristi ed economisti e un serio approccio antitrust richiede una elevata conoscenza tecnica e rapidit&agrave; di intervento. Nomine 'generaliste' sviliscono innanzitutto quanti - e sono tanti - hanno fatto di questo tema il loro oggetto di studio e di ricerca applicata. A parte i funzionari, non vi &eacute; dubbio che i maggiori esperti di antitrust oggi si trovino fuori e non dentro l'Autorit&agrave;, il che contrasta con gli esempi internazionali che osserviamo. Minore capacit&agrave; tecnica significa maggiore discrezionalit&agrave; e maggiore interdipendenza con il mondo economico e politico. Il precedente presidente amava agire con i casi, parlare con le sentenze. L'attuale ha assunto l'advocacy come principale linea di azione, aiutato in questo dai nuovi poteri conferiti dal Decreto Bersani. Siamo obiettivamente di fronte ad un antitrust indebolito nello spirito, nell'azione e nelle finalit&agrave;. Non &egrave; un caso che questo avvenga dopo che l'antitrust &egrave; stato arricchito di competenze aggiuntive sul credito e sul conflitto di interessi. L'unica cosa che ci rassicura &egrave; la competenza dei funzionari e dei direttori che vi lavorano, ostinatamente, nonostante tutto. Ma non possiamo non dire che - anche in questo campo - ci aspettavamo qualcosa di diverso, quel mitico segnale di discontinuit&agrave; che non riusciamo ancora a scorgere.<div class="blog-entry-comments"><a href="javascript:HaloScan('rw-unique-entry-id-105-page0');"><script type="text/javascript">postCount('rw-unique-entry-id-105-page0');</script></a> | <a href="javascript:HaloScanTB('rw-unique-entry-id-105=page0');"><script type="text/javascript">postCountTB('rw-unique-entry-id-105-page0'); </script></a></div></div></div><div id="unique-entry-id-100" class="blog-entry"><div class="blog-entry-title">Bersani2: competition on demand side</div><div class="blog-entry-date">30/01/07 15:14 </div><div class="blog-entry-summary"><img class="imageStyle" alt="Pasted Graphic" width="125" height="131" src="page0_blog_entry100_summary_1.jpg"/> <span style="color:#0c75ff;">di Antonio Nicita</span><br />Sono stati fatti molti commenti sul secondo pacchetto di liberalizzazioni Bersani-Rutelli, ma poche analisi si sono concentrate sul significato di una 'lenzuolata' che certo non esaurisce - per stessa ammissione dei proponenti - una politica che coinvolger&agrave; presto non solo i servizi pubblici locali, ma anche le reti energetiche e le infrastrutture di trasporto. Queste liberalizzazioni possono essere sintetizzate come 'competition on demand side'. Vediamo perch&eacute; e quali obiettivi perseguono.</div><div class="blog-entry-body">Gran parte degli strumenti mirano a ridurre, per legem, costi di accesso (caso delle ricariche) e costi di uscita e di switch dei consumatori in settori che sono caratterizzati da oligopolio o da concorrenza monopolistica. Secondo alcuni, che riprendono i celebri argomenti di Bork (1978) e di Posner (1980), le forme di vincolo ai consumatori finali nascondono ragioni di efficienza, quali la remunerazione di investimenti innovativi specifici,in presenza di incertezza e di incompletezza contrattuale (Williamson, 1985; Klein, 1990). Peraltro, anche nei casi in cui i costi di uscita agiscono da esclusiva di fatto, le limitazioni poste ex-post sulla concorrenza non sarebbero ignote ai consumatori al momento della stipula dei contratti e dunque sarebbero da questi calcolati, internalizzati e accettati. In realt&agrave;, come dimostrarono gi&agrave; Aghion e Bolton (1988), vincoli all'uscita dei consumatori implicano erezione di barriere strategiche all'entrata. Anche consumatori sofisticati che scambiano benefici ex-ante versus costi di uscita ex-post, finiscono per essere esposti pertanto al potere monopolistico del contraente. A ci&ograve; si aggiunge la circostanza (Ennis e Heimler, 2004) che in mercati caratterizzati da switching costs, la concorrenza effettiva avviene solo alla scadenza dei contratti e solo i consumatori sofisticati sono in grado di affrontare i costi di search necessari ad incoraggiare entrata o attivismo dei concorrenti. Ci&ograve; comporta che l'assenza di mobilit&agrave; dei consumatori sia compatibile anche con mercati 'apparentemente' concorrenziali quanto a numero di consumatori e di imprese concorrenti. Tali situazioni sono difficilmente scardinabili con azioni antitrust e o di regolamentazione settoriale. La 'lenzuolata' funziona in questo senso: liberalizza dal lato della domanda e rivela come a volte sia necessaria una legge per liberare il mercato e le scelte dei consumatori. Altra cosa che ci piace del bersani 1 e del bersani 2 &egrave; la trasversalit&agrave;: essa permette di far apprezzare le esternalit&agrave; positive multisettoriali e pone imbarazzi alla difesa corporativa. I limiti: su alcune questioni, come le professioni legali, occorre maggiore attenzione e complessit&agrave; 'sistemica': non sempre copiare gli altri migliora le cose....<div class="blog-entry-comments"><a href="javascript:HaloScan('rw-unique-entry-id-100-page0');"><script type="text/javascript">postCount('rw-unique-entry-id-100-page0');</script></a> | <a href="javascript:HaloScanTB('rw-unique-entry-id-100=page0');"><script type="text/javascript">postCountTB('rw-unique-entry-id-100-page0'); </script></a></div></div></div><div id="unique-entry-id-98" class="blog-entry"><div class="blog-entry-title">Pensioni, Staffette & Tab&ugrave;</div><div class="blog-entry-date">20/01/07 10:12 </div><div class="blog-entry-summary"><img class="imageStyle" alt="Pasted Graphic" width="110" height="130" src="page0_blog_entry98_summary_1.jpg"/> <span style="color:#1b74ff;">di Antonio</span><br />In questi giorni si anima il dibattito sulla riforma delle pensioni. Ci sono due problemi, interdipendenti: il primo &egrave; l'annoso problema di sostenibilit&agrave; del debito; il secondo &egrave; dovuto alla circostanza che l'aumento delle aspettative media di vita comporta che i pensionati ricevano pi&ugrave; di quanto a suo tempo detratto per pagarne le pensioni, ed &egrave; insieme un problema di sostenibilit&agrave; del debito e di equit&agrave; intra e intergenerazionale. Che fare? E perch&eacute;?</div><div class="blog-entry-body">Nei dibattiti attuali si contrastano due soluzioni: la prima &egrave; la riduzione delle pensioni a seguito di revisione dei parametri collegati all'aspettativa media di vita; la seconda &egrave; una riforma che con incentivi forti (forma debole) o con sanzioni/disincentivi (forma forte) riduca il periodo medio di pensione allungando i tempi di lavoro. Ci sono per&ograve; anche quelli che sostengono che la riforma Dini basti pi&ugrave; o meno. Forse un problema c'&egrave; e a mio parere pi&ugrave; che un problema di sostenibilit&agrave; si tratta di un problema di equit&agrave;. E soprattutto di un problema di accesso al lavoro da parte dei giovani. Molti dei giovani di oggi non si preoccupano di quanto e di quando prenderanno la pensione (visto il passaggio al sistema contributivo) ma del lavoro che ancora non hanno o del quale non sono certi. <br />Mi chiedo sommessamente: se il problema dei giovani di oggi &egrave; l'accesso al lavoro e la mancata mobilit&agrave; intergernerazionale, che senso ha allungare i tempi lavorativi degli insider se questo significa a sua volta dilazionare i tempi di accesso al mondo del lavoro? Piuttosto che allungare l'et&agrave; pensionabile io vedo un mercato del lavoro ingessato e il cui accesso &egrave; impedito in parte anche da 'pensionabili' che non mollano. Perch&eacute; non anticipare la staffetta tra nuovi occupati e pensionati? Conosco le obiezioni macroeconomiche, ma non &egrave; un po' assurdo preoccuparsi della pensione delle giovani generazioni, quando ci&ograve; che oggi preme a molti di loro &egrave; ottenere, innanzitutto, una occupazione...Ma forse anche questo &egrave; un tab&ugrave;...<div class="blog-entry-comments"><a href="javascript:HaloScan('rw-unique-entry-id-98-page0');"><script type="text/javascript">postCount('rw-unique-entry-id-98-page0');</script></a> | <a href="javascript:HaloScanTB('rw-unique-entry-id-98=page0');"><script type="text/javascript">postCountTB('rw-unique-entry-id-98-page0'); </script></a></div></div></div><div id="unique-entry-id-97" class="blog-entry"><div class="blog-entry-title">Chi ha paura della patente a punti?</div><div class="blog-entry-date">08/01/07 13:18 </div><div class="blog-entry-summary"><img class="imageStyle" alt="Pasted Graphic" width="169" height="123" src="page0_blog_entry97_summary_1.jpg"/><span style="color:#1084d4;"> di Marcello Basili & Antonio Nicita<br /></span>Qualche tempo fa abbiamo sostenuto in questa sede, anche sulla scorta dei risultati di un modello teorico da noi elaborato, che il particolare meccanismo incentivo-compatibile messo in atto in Italia con il sistema della patente a punti avrebbe potuto rivelarsi inefficace e inefficiente, anche nel breve periodo. Purtroppo, gli ultimi dati ci danno ragione.</div><div class="blog-entry-body">L&rsquo;idea di introdurre con la patente a punti un meccanismo di penalizzazione di tipo monetario e non monetario (&lsquo;incapacitation&rsquo; ), nasceva dall&rsquo;idea di correggere alcune storture e limiti che i soli meccanismi sanzionatori monetari hanno pi&ugrave; volte rivelato. Al fine quindi di ridurre il numero di comportamenti socialmente pericolosi e costosi, il legislatore prevedeva il superamento della prescrizione Beckeriana di una semplice pena monetaria per la violazione delle norme del codice della strada e introduceva una misura di &lsquo;incapacitation&rsquo; (la perdita della patente) attraverso un meccanismo di progressiva decurtazione di uno stock di punti in corrispondenza di determinate violazioni. Anche in questo caso contravvenendo a semplici regole di ottimalit&agrave; e coerenza, il legislatore prevedeva delle sanzioni differenziate e crescenti all&rsquo;aggravarsi dell&rsquo;infrazione. Per ultimo, al fine di correggere eventuali sovra-sanzionamenti (errori nel comminare le pene o violazioni accidentali delle norme) il legislatore prevedeva un meccanismo &ldquo;costoso&rdquo; di recupero dei punti persi.<br /><br />Era ed &egrave; nostra convinzione che il meccanismo di incapacitazione prescelto in Italia sia viziato da errori metodologici che favoriscono comportamenti strategici. In particolare, abbiamo evidenziato come il sistema di &lsquo;demerit points&rsquo; avrebbe funzionato solo per quei soggetti che avrebbero violato accidentalmente il codice della strada, mentre sarebbe stato inefficace (non stringente) e inefficiente (costoso e iniquo) verso i violatori sistematici, una volta che questi avessero familiarizzato &ndash; dopo un primo periodo di deterrenza - con il design operativo del meccanismo di incentivo, specie in ragione della facilit&agrave; con la quale si prevede in Italia il recupero dei punti (considerati come una &lsquo;risorsa rinnovabile&rsquo; da parte dei trasgressori).<br />Cosa &egrave; accaduto nel frattempo?<br /><br />Nei giorni scorsi sono stati resi noti i dati riferiti alla RETE STRADALE E AUTOSTRADALE dell&rsquo;attivit&agrave; DELLA POLIZIA STRADALE che riassumiamo brevemente: <br /><span style="color:#1084d4;">&bull; 2006 incidenti 91.408, di cui mortali 1.650 e 41.662 con feriti. I decessi sono stati 1.889, mentre i feriti 66.057, nello stesso anno sono state rilevate ca 1.080.000 infrazioni per eccesso di velocit&agrave; e velocit&agrave; pericolosa.<br />&bull; 2005 incidenti 92.021, di cui mortali 1.663 e 41.228 con feriti. I decessi sono stati 1.860, mentre i feriti 64.997, nello stesso anno sono state rilevate ca 974.000 infrazioni per eccesso di velocit&agrave; e velocit&agrave; pericolosa<br />&bull; 2004, anno di introduzione della patente a punti, incidenti 93.917, di cui mortali 1.673 e 42.263 con feriti. I decessi sono stati 1.891, mentre i feriti 66.777, nello stesso anno sono state rilevate ca 1.016.000 infrazioni per eccesso di velocit&agrave; e velocit&agrave; pericolosa.</span><br /><br />Emerge chiaramente che, dopo appena un anno (2005) in cui si osservava una coerente riduzione dei sinistri e delle sanzioni comminate, il numero degli incidenti e delle infrazioni gravi &egrave; tornato a crescere e ha raggiunto i livelli da cui si era partiti. La conclusione &egrave; impietosa ma chiara: la patente a punti cos&igrave; come congeniata non serve, &egrave; inutile e costosa.<br />Esaminando i dati della sola rete autostradale &ndash; che permette un&rsquo;analisi comparata pi&ugrave; affidabile quanto a tipologia di utenti e di controlli - per il triennio 2004-2006 si nota ch<span style="color:#1084d4;">e:<br />&bull; Il numero di pattuglie &egrave; passato da 78.576 (2004) a 231.572 (2005) a 226.359 (2006);<br />&bull; Il numero di incidenti &egrave; passato da 41.992 (2004) a 41.369 (2005) a 40.099 (2006);<br />&bull; Il numero di decessi da 558 (2004) a 518 (2005) a 534 (2006);<br />&bull; Il numero di feriti da 20.047 (2004) a 20.226 (2005) a 20.033 (2006);<br />&bull; Infine il numero di contravvenzioni per eccesso di velocit&agrave; e velocit&agrave; pericolosa &egrave; passato da ca 490.000 (2004) a 470.000 (2005) a 557.000 (2006), nonostante nell&rsquo;ultimo anno siano state rese note la localizzazione delle postazioni autovelox mobili, oltre che resa manifesta quella delle postazioni fisse.<br /></span><br />L&rsquo;analisi dei dati riferiti alla sola rete autostradale non fa che confermare le sensazioni che ciascuno di noi che percorre come automobilista la rete autostradale ricava guardandosi attorno.<br />A questo punto crediamo che vada introdotta una seria revisione del meccanismo sanzionatorio, magari prevedendo: (i) raddoppio dei punti sottraibili in periodi particolarmente caldi di congestione stradale; (ii) meccanismi non automatici e &ldquo;gratuiti&rdquo; di ricostituzione dello stock dei punti (stock fisso di punti); (iii) tempi progressivamente estesi di interdizione prima del recupero dei punti; (iv) nei casi pi&ugrave; gravi di reiterata violazione la presenza di meccanismi discrezionali di giudizio-valutazione, non facilmente scontabili da parte dei violatori abituali (es. comparire davanti a un giudice che decide la durata dell&rsquo;incapacitation fino alla revoca totale della licenza di guida). Un altro tema da approfondire &egrave; quello relativo all&rsquo;introduzione di un sistema di punti esteso anche alle autovetture (al libretto) e non solo ai guidatori.<br /><br /><br /><br /><div class="blog-entry-comments"><a href="javascript:HaloScan('rw-unique-entry-id-97-page0');"><script type="text/javascript">postCount('rw-unique-entry-id-97-page0');</script></a> | <a href="javascript:HaloScanTB('rw-unique-entry-id-97=page0');"><script type="text/javascript">postCountTB('rw-unique-entry-id-97-page0'); </script></a></div></div></div><div id="unique-entry-id-90" class="blog-entry"><div class="blog-entry-title">Quando ad abusare &egrave; la teoria...</div><div class="blog-entry-date">26/11/06 17:13 </div><div class="blog-entry-summary"><img class="imageStyle" alt="Pasted Graphic" width="77" height="115" src="page0_blog_entry90_summary_1.jpg"/> <span style="color:#5583b8;">di Antonio Nicita<br /><br /></span>Il Sole 24 ore di oggi pubblica un interessante editoriale del Prof. John Vickers, gi&agrave; Direttore Office of Fair Trade nel Regno Unito e oggi docente a Oxford. Si tratta di uno dei maggiori esperti di economia industriale e della concorrenza. Nel 2004 ha partecipato alla conferenza dell'Association of Competition Economics tenuta a Siena. L'editoriale &egrave; una sintesi della Telecom Italia Lecture che terr&agrave; tra qualche giorno a Milano sul tema "Anti-Competitive Economics". A tradurlo bene, sembrerebbe "Teoria Economica anticoncorrenziale". Ma come, sono le teorie ad abusare e non le imprese?</div><div class="blog-entry-body">Il punto da cui parte Vickers &egrave; quello recentemente avviato dal position paper della Commissione sulla modernizzazione dell'art.82 del trattato UE (quello che disciplina gli abusi di posizione dominante), dopo i precedenti processi che hanno riguardato l'art. 81 (intese anticoncorrenziali) e l'analisi economica e antitrust delle concentrazioni tra imprese. L'idea di fondo &egrave; che applicando un approccio formale all'art.82 (che ha un equivalente nell'art.3 della legge 287 in Italia) si rischia di confondere una concorrenza aggressiva da parte di una impresa in posizione dominante con un abuso. Il risultato perverso di ci&ograve; potrebbe essere ad esempio quello di vietare all'impresa dominante di fare sconti di cui beneficierebbero i consumatori. Al contrario vietando quegli sconti si farebbe un regalo a concorrenti, magari pi&ugrave; inefficienti del soggetto dominante, e un danno ai consumatori. Analogo rischio di trattare come anti-concorrenziale i ribassi di prezzo da parte del dominante, si potrebbero avere nel caso di sconti-fedelt&agrave;, di pratiche di discriminazioni di prezzo, di affermazioni di starndard tecnologici, di bundling di prodotti e cosi via. La domanda di Vickers &egrave;: come trovare il limite tra 'competition on the merit' da parte del dominante ed esclusione dei concorrenti efficienti? Che poi &egrave; il limite tra divieti di comportamenti che danneggiano i concorrenti rispetto a comportamenti che danneggiano i consumatori. La risposta sembra semplice: ad esempio se i concorrenti non possono replicare gli sconti del dominante vuol dire che sono inefficienti e quindi gli sconti permettono da un lato un beneficio diretto ai consumatori e dall'altro uno schumepeteriano survival fo the fittest. Tuttavia, se l'entrante &egrave; pi&ugrave; efficiente - e se il dominante ha ragionevoli informazioni su ci&ograve; - proprio la teoria economica ci spiega che sarebbe irrazionale per il dominante fare la guerra: tanto vale fare entrare (accomodation) il concorrente e indurlo ad un equilibrio oligopolistico. Ma se ci&ograve; &egrave; vero, non dovremmo mai aspettarci una guerra di prezzo nei confronti di concorrenti piu efficienti. In buona sostanza i ribassi o sarebbero irrazionali o non sarebbero mai un abuso. In realt&agrave; come Vickers e Armstrong dimostrano in un loro articolo (ripreso da Gelner e Salop e recentemente da Edlin), in contesti nei quali vi sono elevati costi fissi (economie di scala o economie di rete) l'entrante potrebbe raggiungere la propria efficienza solo dopo aver conseguito un certo numero di clienti. In questo caso, le strategie aggressive sono razionali perch&eacute; volte a difendere (defensive leveraging) la dominanza esistente, prevenendo al concorrente il conseguimento del numero minimo efficiente di clienti. Concordiamo con Vickers che l'analisi degli abusi deve essere fatta caso per caso, ma la teoria economica deve concentrarsi sulle condizioni specifiche del mercato (quali i costi di entrata, gli effetti di rete). In molti casi la guerra di prezzi, anche quando non &egrave; predatoria (Edlin la definisce come 'stopping above predatory pricing'), pu&ograve; impedire l'entrata efficiente e, per tale via, anche il benessere prospettico dei consumatori. Certo, quest'ultima affermazione (che &egrave; una tesi a me cara e che ho applicato all'analisi delle condizioni sotto le quali le strategie di winback sono eslcudenti) forse non troverebbe grande accoglienza in una Telecom Italia Lecture...<div class="blog-entry-comments"><a href="javascript:HaloScan('rw-unique-entry-id-90-page0');"><script type="text/javascript">postCount('rw-unique-entry-id-90-page0');</script></a> | <a href="javascript:HaloScanTB('rw-unique-entry-id-90=page0');"><script type="text/javascript">postCountTB('rw-unique-entry-id-90-page0'); </script></a></div></div></div><div id="unique-entry-id-41" class="blog-entry"><div class="blog-entry-title">A spasso per la 'Cattedrale'. Con Guido.</div><div class="blog-entry-date">19/10/06 13:17 </div><div class="blog-entry-summary"><img class="imageStyle" alt="Pasted Graphic" width="276" height="81" src="page0_blog_entry41_summary_1.jpg"/><span style="color:#2226ff;">di Antonio Nicita</span><br />C&rsquo;eravamo lasciati <a href="http://www.antonionicita.it/files/guidocalabresinewyork.html" rel="self">mesi fa</a> a New York, ci siamo ritrovati nelle sue chambers di New Haven. Abbiamo intervistato &ndash; con un gruppetto di scholars italiani qui a Yale &ndash; <a href="http://www.law.yale.edu/faculty/GCalabresi.htm" rel="self">Guido Calabresi</a>. Per parafrasare il suo pi&ugrave; citato contributo, siamo entrati nella &lsquo;cattedrale&rsquo; dei pensieri di Guido, attraversando l&rsquo;Italia (anti)fascista, la formazione di Guido a Yale, l&rsquo;America degli anni &rsquo;50, i dibattiti di law and economics, il confronto tra Coase, Calabresi e Posner, i dubbi del Calabresi giudice d'appello, la relazione tra diritti e politica, 'l'unico vero rimprovero' che Guido muove al suo amico (ed ex-allievo) Clinton, il significato dell&rsquo;analisi economica del diritto oggi, specie per l&rsquo;Italia. Il risultato &egrave; una intervista audio di un&rsquo;ora e mezza, dal titolo <span style="color:#ff6704;">"Tra Diritto ed Economia: Intervista a Guido Calabresi"</span>. Presto la metteremo a disposizione nella sezione podcast del sito della <a href="http://www.side-isle.it" rel="self">Societ&agrave; Italiana di Diritto ed Economia</a> che domani si riunisce a Roma per la seconda conferenza annuale. <a href="../assets/newsside2.pdf" rel="self">Anticipo qui </a>alcune delle risposte e delle riflessioni di Guido ( non sarebbe un ottimo senatore a vita?). <br /></div><div class="blog-entry-body"><div class="blog-entry-comments"><a href="javascript:HaloScan('rw-unique-entry-id-41-page0');"><script type="text/javascript">postCount('rw-unique-entry-id-41-page0');</script></a> | <a href="javascript:HaloScanTB('rw-unique-entry-id-41=page0');"><script type="text/javascript">postCountTB('rw-unique-entry-id-41-page0'); </script></a></div></div></div><div id="unique-entry-id-83" class="blog-entry"><div class="blog-entry-title">Dov'&egrave; l'Osservatorio permanente sui taxi?</div><div class="blog-entry-date">05/10/06 12:59 </div><div class="blog-entry-summary"></div><div class="blog-entry-body"><img class="imageStyle" alt="Pasted Graphic" width="157" height="122" src="page0_blog_entry83_1.jpg"/><span style="color:#171bff;"> di Antonio</span><br />Questi se ne fregano. Oggi, ho aspettato 5 minuti al telefono e poi mi &egrave; stato annunciato un taxi dopo 8 minuti. Il taxi &egrave; arrivato con...8,90 euro gi&agrave; in tassametro. Insomma per fare 5 km ho speso 18 euro. Ho chiesto la ricevuta + una spiegazione del raddoppio da un giorno all'altro della tariffa. Non ho avuto risposta se non il fatto che l'attesa di 8 minuti implicava 8 euro! E' possibile che non sappiamo disegnare un sistema migliore? Io lo trovo davvero scandaloso. Avevamo proposto a Bersani di istituire un Osservatorio permanente sulla qualit&agrave; del servizio. Lo chiediamo a Veltroni. Forse occorre scrivere un position paper.<div class="blog-entry-comments"><a href="javascript:HaloScan('rw-unique-entry-id-83-page0');"><script type="text/javascript">postCount('rw-unique-entry-id-83-page0');</script></a> | <a href="javascript:HaloScanTB('rw-unique-entry-id-83=page0');"><script type="text/javascript">postCountTB('rw-unique-entry-id-83-page0'); </script></a></div></div></div><div id="unique-entry-id-78" class="blog-entry"><div class="blog-entry-title">Noi lo avevamo detto...</div><div class="blog-entry-date">26/09/06 12:57 </div><div class="blog-entry-summary"><img class="imageStyle" alt="Pasted Graphic 1" width="140" height="140" src="page0_blog_entry78_summary_1.jpg"/><span style="color:#2d54d6;">di Marcello Basili e Antonio Nicita</span><span style="color:#1554ae;"><br /></span><span style="color:#030303;">Il Sole 24 Ore di ieri riportava un dato interessante sulle multe agli automobilisti italiani nell'ultimo anno. In particolare dal 1&deg; gennaio al 31 agosto sarebbero state comminate dalla sola Polizia Stradale 641.504 multe per eccesso di velocit&agrave; (tra queste ce ne sono un paio di Antonio intorno a Rapolano). Si tratta di una inversione di tendenza rispetto al calo osservato nel 2005. Era dal 2001 che le multe per eccesso di velocit&agrave; non superavano le 600.000 unit&agrave;. Dunque si &egrave; ritornati al livello precedente la introduzione della patente a punti. Come interpretare questo dato?</span></div><div class="blog-entry-body"><br />Ovviamente una ragione pu&ograve; essere data dal fatto che aumentano i controlli (e le tecnologie) e ci&ograve; farebbe aumentare le multe complessive. Ma pare che non si siano registrati incrementi di rilevo nelle politiche di <em>detection</em> tra il 2005 e il 2006. E allora una spiegazione alternativa risiede nella inefficacia del design del sistema sanzionatorio, come abbiamo avuto modo di illustrare su <a href="http:///www.lavoce.info/news/view.php?id=21&cms_pk=1686&from=index" rel="self">lavoce.info </a>e su un<a href="../assets/basilinicita.pdf" rel="self"> </a><a href="../assets/viewcontent 2.pdf" rel="self">articolo </a>presentato a Berkeley all'ALEA. Non &egrave; affatto facile interpretare i dati in via univoca. Nonostante la patente a punti sia oggi adottata in moltissimi paesi, manca del tutto una teoria che spieghi perch&eacute; con essa i soggetti dovrebbero modificare i propri incentivi a violare il codice stradale. Le indagini empiriche non sono conclusive e non vi &egrave; consenso sui risultati ottenuti, specie sulla relazione esistente tra patente a punti e riduzione degli incidenti stradali. C&rsquo;&egrave; tuttavia un dato sul quale molte indagini convergono: la patente a punti avrebbe l&rsquo;effetto di rendere pi&ugrave; virtuosi i guidatori man mano che i punti perduti raggiungono una determinata soglia, al di l&agrave; della quale &egrave; molto probabile incorrere nel ritiro. ( Uno studio sull&rsquo;Australia ha mostrato come, a parit&agrave; di monitoraggio da parte delle forze dell&rsquo;ordine, passi molto pi&ugrave; tempo tra la seconda e la terza infrazione di quanto non ne passi tra la prima e la seconda. E in Germania e in Italia solo un quota trascurabile della popolazione che ha perso dei punti, ne ha poi consumato l&rsquo;intero ammontare, incorrendo nel ritiro della patente: meno dello 0,4 per cento. Ci&ograve; significherebbe che per una ampia fascia di guidatori, il ritiro della patente costituisce una perdita economica significativa, da evitare senz&rsquo;altro. Di conseguenza, per almeno una parte della popolazione, i punti valgono poco quando sono tanti (e si tende a consumarli), ma valgono molto quando sono scarsi (e si tende a preservarli).&nbsp; Se ci&ograve; &egrave; vero, se ne deve concludere che la patente a punti genera un paradosso: perch&eacute; sia davvero efficace come meccanismo deterrente, &egrave; necessario che gli automobilisti (o almeno una parte di loro) consumino al pi&ugrave; presto la propria dotazione dei punti fino a raggiungere la soglia critica che ne modifica in senso virtuoso il comportamento. Ovvero, la velocit&agrave; con la quale si ottengono in media guidatori prudenti dipende dalla velocit&agrave; con la quale essi risultano aver violato le regole in passato. Non deve quindi sorprendere se il successo della patente a punti si accompagna nel breve periodo a un incremento e non a una riduzione delle violazioni del codice stradale.<br />Il bonus porta danno.<br />D&rsquo;altra parte, se la propensione a "consumare punti" dipende dall&rsquo;ammontare di quelli di volta in volta disponibili, il paradosso comporta che l&rsquo;assegnazione di bonus a coloro che non sono incorsi in sanzioni (compreso chi le ha violate sistematicamente senza essere scoperto) "rilasci" il vincolo dei punti e riduca il valore medio di quelli posseduti (rendendo la soglia critica pi&ugrave; lontana). Ci&ograve; significa che per una parte della popolazione, l&rsquo;assegnazione del bonus generer&agrave; perversi incentivi a violare le regole piuttosto che a mantenere integra la propria dotazione. E ci&ograve; vale anche per tutte le misure di reintegro dei punti poco costose (in termini di multe e di tempo di acquisizione). Diverso sarebbe il caso in cui i punti fossero rappresentati da crediti monetari o fossero "negoziabili" (come nel caso dei tradeable permits ambientali) e quindi monetizzabili dai titolari.( In altre parole, i punti funzionano come deterrente quando diventano una risorsa economica scarsa (o rinnovabile ad alto costo). Tutte le volte che se ne incrementa la rinnovabilit&agrave; si finisce per indurre maggior consumo di punti e dunque un tasso pi&ugrave; elevato di violazione del codice della strada. Non dovremmo dunque meravigliarci se in futuro, quando saranno disponibili i dati sul prossimo biennio, osserveremo un incremento nella violazione del codice stradale da parte di coloro che oggi ricevono il bonus o di quanti reintegrano i propri punti. ( Il passato ministro delle Infrastrutture e dei trasporti ha molto insistito sul premio attribuito ai guidatori virtuosi. Ma &egrave; probabile che esso si sia rivelato controproducente. Per i veri virtuosi, infatti, i punti non hanno alcun valore. Per quelli che non stati virtuosi, ma semplicemente fortunati e non scoperti, i nuovi punti rafforzeranno gli incentivi a violare il codice, perlomeno fino al raggiungimento della soglia critica dei punti perduti. Sarebbe invece auspicabile una riforma dell&rsquo;attuale sistema volta a eliminare i bonus e a ridurre le occasioni di rinnovo dei punti. In altri paesi, infatti, nei quali l&rsquo;orizzonte temporale di consumo dei punti &egrave; molto pi&ugrave; ampio (in taluni casi coincide con la vita del guidatore), e dove non sono previsti strumenti di facile riacquisto dei punti, si &egrave; osservata una costante riduzione media delle violazioni stradali.<div class="blog-entry-comments"><a href="javascript:HaloScan('rw-unique-entry-id-78-page0');"><script type="text/javascript">postCount('rw-unique-entry-id-78-page0');</script></a> | <a href="javascript:HaloScanTB('rw-unique-entry-id-78=page0');"><script type="text/javascript">postCountTB('rw-unique-entry-id-78-page0'); </script></a></div></div></div><div id="unique-entry-id-77" class="blog-entry"><div class="blog-entry-title">Coase a Campo de' Fiori</div><div class="blog-entry-date">18/09/06 15:33 </div><div class="blog-entry-summary"></div><div class="blog-entry-body"><img class="imageStyle" alt="122" width="219" height="173" src="page0_blog_entry77_1.jpg"/><span st