Personal
Il bloggo dello scrittore?
neon1di Antonio
Eccoci. No. Non é il "bloggo" dello scrittore, ma il post-partum o dovrei dire il "post-arrivum" dei piccoli, che hanno assorbito tutto il tempo di mamma e papà. Ma un blog è un blog, giustamente. E quindi si riparte. Potrei dire molte cose, del tipo: "ta-ta-ta", o "ba-ba-ba" - non per slancio neo-futurista, ma perché é quello che sento da mane a sera. Potrei intrattenervi sulla metafora dei Teletubbies, su questo mondo incantato neo-comunista dove sorge il sole felice, c'è solo tempo libero e 'tante coccole', tutto é condiviso e non si capisce se esiste una famiglia o quale é il sesso dei tubbies. Oppure sul prezzo del latte artificiale. Sulle telefonate che ricevo di moltissimi genitori adottivi in attesa da anni che mi chiedono informazioni. Del progetto che sto cercando di far finanziare in Congo nel Kasai. Di Obama. Oppure di cose economiche meno divertenti ma importanti: l'alto prezzo delle case, la crisi continua dei rifiuti, i bassi salari ecc. Vedremo. Prima di un nuovo post, dovrei tagliarmi i capelli. C'è pronto un pezzo di Massimilano che postiamo domani. Per il resto bentrovati e auguri a tutti noi. O dovrei forse e meglio dire: 'taaaante coooccole'...Winking
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Chiedimi se sono felice
Pasted Graphic
La cicogna è arrivata con due bimbi colorati. I loro nomi italiani saranno Simone e Davide Nicita.
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Fosse Estate
images di Antonio
Sporca estate, diceva Piero Ciampi. Non si muore d'estate, diceva Pavese. Eppure, eccoci qua, è di nuovo estate. E' stato un anno ricco di cose nuove. Mi accorgo adesso che non ho smesso mai di lavorare. Gli ultimi due mesi ho dormito meno di 4 ore per notte. Mi accingo a partire con il cofano pieno di libri, cose da leggere e da scrivere. Come sempre, metà di questa roba tornerà indietro. Ma va bene cosi, perché estate è soprattutto partenza. Desiderio d'estate. Promessa. Come quel libro sulla spiaggia, ancora da leggere. O da scrivere. O forse tutt'e due le cose. Già, tutt'e due le cose, insieme.
A presto.
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L'Italia perduta in una piccola storia
images di Antonio
Questa devo proprio raccontarla. E' una piccola storia, svelatami l'altro giorno. Quella storia e la circostanza che ne ha generato il racconto sono un incredibile paradigma dell'Italia, confusa, perduta e un poco ritrovata, che viviamo. Ci sono tutti gli ingredienti: dal monopolio Telecom alla revenchismo cattolicista, dal divario Nord-Sud alle politiche per il Mezzogiorno, dalla strategia di Lisbona alla Sacra Rota. Tutto comincia da Telecom, che senza preavviso mi stacca il telefono e internet, per una presunta bolletta non pagata del 2003....
Allora. Telecom mi stacca il telefono e io chiamo prontamente Fastweb che in meno di una settimana mi manda l'operatore che mette su la scatoletta. Sono in ADSL, ma gli faccio notare sotto la mia finestra il tombino Fastweb con sotto la fibra ottica. Conosco la risposta: un conto è usare i vecchi cavidotti del progetto socrate di telecom, altro è fare le canaline verticali nei palazzi. Aspettiamo che gli svizzeri mettano un po di soldi in Fastweb. Morale: tengo per ora la parabola e Sky. Il digital divide! Ad un certo punto l'operatore mi dice, "comunque io non sono un esperto di ste cose". E continua: "io, in realtà, ci avrei un altro mestiere. Bellissimo. D'oro". Ohibò, io e Titti ci incuriosiamo, e che mestiere sarà mai? Vuole fare l'attore, il regista, lo scrittore, l'artista, il fotografo? "Io sono un macellaio" risponde. E giù a descrivere tutti i tipi di tagli e di carne, i metodi di conservazione, le razze bovine, la salsiccia. Io e Titti non crediamo alle nostre orecchie: finalmente non incontriamo il solito giovane laureato in scienze della comunicazione che vuole il mestiere nuovo, figo, chic. Un macellaio. Un bel lavoro tradizionale, d'altri tempi. Di fatica, anzi d'amore, perché no. Di quelli che si imparano accanto all'artigiano, quelli basati sulla conoscenza, tacita, del fare. Ci dice che metter su una macelleria costa 80 mila euro al'inizio. E noi: ma figurati se non trovi qualcuno che ti finanzia. Una banca. No che non la trova, non ha garanzie da offrire. E poi: lui la macelleria l'aveva ereditata dal padre, ma ha dovuto venderla. In puglia. E lì si apre un'altra storia. Mentre lui felice faticava in macelleria, la giovane moglie lo tradiva con il suo migliore amico. "Che poi era uno bruttissimo! Ho venduto tutto e sono andato a Milano". Noi gli chiediamo perché allora non si fosse aperto una macelleria a Milano. E lui: "i soldi mi servono per annullare il matrimonio alla Sacra Rota". Io e Titti ci guardiamo increduli: "ma che te frega della Sacra Rota, apriti piuttosto la macelleria". Ma lui si è innamorato di una compaesana che studia a Perugia. Al paese, per le vacanze, si vedono di nascosto. La madre della ragazza sogna un matrimonio con il vestito bianco e l'ex macellaio divorziato è uno scandalo, un'onta. Un altro digital divide. Cosi lui passa le giornate attaccando i fili di Fastweb, mettendo i soldi da parte per il divorzio, sognando una macelleria. Ha 28 anni. Emigrante per corna. "Ma ora ho scoperto il vero amore", ci dice. Auguri.
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blogga che ti passa!
Pasted Graphic di Antonio
NOVA MAGAZINE rivista quotidiana online di informazione e cultura ha fatto una classifica e.... questo sito è stato votato a pari merito con altri illustri siti web come il secondo per il 2006!!! Non montiamoci la testa, ma non deludiamo i ns visitatori...Winking
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2007. E se ci abituassimo ai dibattiti di un paese normale?
Pasted Graphic

Auguri.
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New Haven, Italia.
Pasted Graphicdi Antonio Nicita
Quello che vedete in foto è Francesco, italiano d'America della quarta generazione. Indossa la maglietta azzurra di Del Piero e mangia salame e formaggio al banchetto di una frazione di New Haven, dove i "Sons of Italy" si sono ritrovati per celebrare la vittoria mondiale. Ci siamo finiti per caso. Seguendo un carosello improvvisato per le strade di New Haven. Noi, gli scholars di Yale che scelgono di venire in Usa a studiare. Loro, gli emigranti da tre generazioni, cresciuti lontano dall'Italia. Abbiamo cantato, mangiato la pizza e brindato, tra i fuochi di artificio e i bambini di ogni età che correvano ovunque con il tricolore addosso. Tra il loro italiano zoppicante - e il nostro inglese poco americano - ci hanno raccontato le loro storie. E' stata un'occasione in più per tifare Italia e per festeggiare questa vittoria.
Eravamo usciti con Titti, Alessio, Teo, Ornella e...Viviane, la nostra amica francese che ha dovuto accettare - con sportività - l'esito della partita. Per un bel po' eravamo soli per le strade di New Haven, con una bandiera di stracci improvvisata. Poi, a East Haven, frazione ad elevata popolazione italiana, incontriamo la prima macchina con due giovani italo-americani che - in inglese - ci dicono essere originari di Caserta. Loro hanno le bandiere, noi no. Ma suoniamo, ininterrottamente, il clacson, con Alessio fuori dal finestrino. Se non sapessero quasi tutti di che si tratta, sarebbe una clamorosa violenza di questi quartieri perfetti, dove le casette di legno bianche si susseguono immerse nel verde. Ma che siamo campioni del mondo si sa. E i pochi passanti ci salutano, ci applaudono. Al Garden di New Haven incontriamo altre due macchine, poi altre ancora. Al terzo giro ci sono quasi venti macchine. Ci fermiamo, balliamo. Poi di nuovo in macchina per un giro più largo. C'è un gruppo di auto leader che decide la strada. E' un giro bellissimo. Scopriamo dei dintorni di New Haven che non conoscevamo, dalle spiagge sull'oceano ai boschi e ai laghetti dell'interno. Ma presto ci accorgiamo che il 'giro' non gira. Non torniamo indietro. Le auto che guidano il corteo sono arrivate alla loro destinazione. Mi era già successo a Siracusa nell'82. Stavo con degli amici su un camion che alle tre di notte si fermò a destinazione: il garage del camionista e a noi tocco tornare a piedi. Ma con la felicità 'mondiale' nel cuore.
La destinazione di oggi si chiamava "Sons of Italy", un'associazione nazionale di emigrati Italiani nel verde della campagna. Sono una trentina con bandiere, fuochi d'artificio e canzoni italiane. E' una piccola comunità, si conoscono tutti e ci guardano con un po' di sospetto, ma poi ci invitano a restare e ad aspettare la pizza. Biagio è arrivato 34 anni fa dalla provincia di Palermo. Ha fatto il muratore lavorando fino a 14 ore al giorno per mettere qualcosa da parte. Oggi è capocantiere, è contento del suo lavoro e ci dice che gli Usa sono la terra delle opportunità. Che dove c'è il lavoro c'è la serenità. Che gli manca l'Italia. Giovanni è campano, é arrivato qui a diciassette anni, fa il carpentiere e costruisce le case di legno. Mi dice che il primo anno che stava in America, piangeva tutte le notti, ma in silenzio per non deludere i genitori. Poi ha messo su una squadra di calcio, per la quasi totalità di italiani, che ha collezionato discreti successi. Si è sposato e ha deciso di restare. Luciano è di Trieste è arrivato quasi cinquant'anni fa. Lavora in una fabbrica di elicotteri. Ha perso un dito in un incidente di lavoro ma a sessantatré anni lavora ancora fino a mezzanotte. Dice che per una settimana andrà al lavoro con la maglietta dell'Italia. La sera a casa con la moglie guarda Rai International ma ama soprattutto i documentari sulle città italiane, sulle cucine regionali. La nipote capisce l'italiano e loro sperano che non lo dimentichi. Mi accorgo, facendo un po' di conti sulla loro età, che non hanno tanto nostalgia dell'Italia che ricordano, ma piuttosto malinconico rimpianto per un sogno italiano che ritengono gli sia stato rubato. Non la vita che avevano, ma quella che potevano avere o che hanno sognato di poter avere in Italia. Di qui dell'oceano, tutto ciò che è italiano appare loro come bello, dolce, musicale. Luciano, uno dei più anziani, con dei baffi d'altri tempi all'insù, a un certo punto mi dice 'diglielo in Italia che noi l'Italia non ce la scordiamo, che ce l'abbiamo nel cuore'. E in effetti, a pensarci bene, 'ricordare' vuol dire letteralmente proprio questo: trattenere nel cuore. E allora io lo dico da qui. Perché nemmeno noi ce la scordiamo questa giornata di gol e di coppe. Di pizze e di spumanti, gridando 'forza italia' con 'i figli d'Italia'.

PUOI SCARICARE QUI LE FOTO DELLA NOSTRA LUNGA GIORNATA DI FINALE A NEW HAVEN.

MA LA VITTORIA PUO' SPINGERE LA CRESCITA?

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Un Té con Guido e NY
images [refreshed post] Ci sono giorni in cui si mischiano varie vicende, lontane ed estranee. La cosa sorprendente è il senso che sanno restituirci. Quasi per caso. L'altro giorno, proprio quando l'ex ministro della Repubblica Calderoli insisteva a dire di essere orgoglioso di essere nemico di una parte del mondo arabo, con una sorprendente e stupida leggerezza, mi sono trovato ad incontrare, per motivi di ricerca e di amicizia, un honorable judge nelle sue chambers al 2nd Circuit di Foley Square a New York (nella foto).
Si tratta di un angolo incantato della vecchia New York dove i grattacieli del primo novecento si intrecciano con palazzetti di mattoni rossi e di legno del porto di una volta, dietro il Brooklyn bridge e circondati dai giganti moderni della City. Nella strada che il taxi percorre dal lato Sud, per Foley Square, ripercorro visivamente a ritroso le tappe di chi approcciava, da immigrato, New York, agli inizi del secolo scorso.
Vedo, d'improvviso, la statua della libertà. Sull'isoletta accanto c'è Ellis Island, il posto che ha rappresentato la prima tappa, per le procedure di accoglienza e smistamento, per oltre quindici milioni di immigrati che in nave giungevano dopo settimane,a New York, dove tutto appariva insieme estraneo e possibile. Rifletto sull'America e sull'Italia di allora, sull'orgoglio degli Italiani che hanno saputo crescere e lavorare qui e sulla politica attuale sull'immigrazione che il governo incombente di centro destra, anche in nome dell'amicizia con l'amministrazione Bush, sta realizzando nel nostro paese. Il tassista che mi accompagna è indiano, il portiere del tribunale è asiatico e il giudice che vado a trovare è italiano: si chiama Guido Calabresi.
Per chi studia diritto o law and economics, Guido Calabresi è ben noto. I suoi scritti sull'analisi economica delle regole giuridiche, sulla teoria della responsabilità civile e sulla giustizia sono tra i più citati. Il suo nome, con quello di Coase, è iscritto tra i padri fondatori dell'analisi economica del diritto. Lo vado a trovare per consegnarli alcuni scritti e per programmare altri incontri a Yale con i dottorandi senesi. Guido - cosi si fa chiamare da tutti - "I always go with first names" dice, mi offre un té nelle sue chambers, circondato dai codici, dalla vista del Brooklin Bridge, del fiume Hudson. Dietro la sua grande scrivania, campeggia un altrettanto grande bandiera americana. Parliamo per più di un'ora di property e liability rules, dei diritti di proprietà incompleti, del diverso approccio metodologico tra economisti e giuristi. Guido ha 74 anni, è in splendida forma. Non solo ama il mestiere di giudice, ma anche quello di insegnante. Per anni è stato Dean a Yale e ci tiene ancora a parlare con i giovani e si sorprende, dice, della capacità che i giovani hanno di insegnare le cose attraverso il loro domandare. Guido è un italiano che non ha scelto di andare negli Usa. La sua famiglia riparò a Yale (New Haven, CT) nel '39, quando l'umiliazione fascista impediva ai cittadini di essere uguali e liberi nel luogo in cui erano nati. A New Haven Guido è cresciuto ed ha studiato fino a diventare un punto di riferimento mondiale nella sua disciplina. Sporgendosi dalla finestra delle sue chambers si possono scorgere Ellis Island e la statua della libertà. E si prova un certo orgoglio patriottico a vedere un italiano come Guido davanti alla bandiera americana lì, a pochi chilometri da dove gli italiani aspettavano in fila un destino qualunque tra le valigie di cartone. Mentre nei media si consumava la guerra delle vignette e il nostro paese scimmiottava un'amicizia di facciata con il Presidente Bush, lì, in quell' angolo di New York, al 22 piano del 2nd circuit capivo la grandezza degli Stati Uniti e dell'Italia. Capivo, finalmente, che i governi passano, ma restano le istituzioni che fanno grandi i paesi. Restano gli esempi. I piccoli aneddoti in cui si nascondono storie più grandi. E così il mio té con Guido mi ha riconciliato con la storia delle sofferenze e delle libertà. Con i racconti sui viaggi americani del nonno paterno che non ho mai conosciuto. Con il fatto che New York è più di una città. E' un esempio. Una metafora. E' il mondo come è stato e come lo vorremmo nei colori, nella diversità, nelle opportunità. We all love New York sta scritto in tutte le magliette offerte dai venditori ambulanti. Ed è vero: perchè puoi trovarci un angolo o un minuto che racconta di una storia, dedicata anche a te.
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Un desiderio chiamato tram
page0_blog_entry24_2San Francisco è ricca di storia. E' una delle città più antiche degli Stati Uniti. Ancora si respira l'acciaio delle prime fabbriche, delle prime auto, dei primi ponti. Si respira anche un che di europeo, ma è la città Usa più lontana dall'Europa, in termini geografici. Di là dell'oceano c'è il Giappone, l'Australia, l'Asia. Altre frontiere, altri popoli.Per quanto antica possa essere S. Francisco nei parametri USA, per noi europei è una città neonata. Sa di archeologia industriale, ma in essa, come altrove, sentiamo il tipico horror vacui di chi è abituato ad avere in casa pietre e monumenti vecchi di millenni.
San Francisco è ricca di storia. E' una delle città più antiche degli Stati Uniti. Ancora si respira l'acciaio delle prime fabbriche, delle prime auto, dei primi ponti. Si respira anche un che di europeo, ma è la città Usa più lontana dall'Europa, in termini geografici. Di là dell'oceano c'è il Giappone, l'Australia, l'Asia. Altre frontiere, altri popoli.
Per quanto antica possa essere S. Francisco nei parametri USA, per noi europei è una città neonata. Sa di archeologia industriale, ma in essa, come altrove, sentiamo il tipico horror vacui di chi è abituato ad avere in casa pietre e monumenti vecchi di millenni.
Questo spiega - al contrario - il senso della ricerca e della storia, la valorizzazione delle origini, la curiosità intellettuale che albergano nella cultura urbanistica e paesaggistica delle città statunitensi. Vi è il desiderio di sottolineare la storia che passa, di trasformare in eventi storici episodi apparentemente insignificanti. Come se l''assenza della 'Storia' comporti un prepotente ingresso del quotidiano nella stessa storia. Qualcosa che rende tutti noi decisivi non solo per il nostro destino, ma anche per quello dell'umanità. C'è ancora una storia da scrivere e noi ci siamo dentro: questa è la sensazione che si prova nei saliscendi di S. Francisco.
E poi, questo desiderio, questa attenzione per la storia e il quotidiano te li ritrovi anche guardando alla scelta compiuta dal sindaco di S.Francisco sui trasporti locali. Ci sono tram provenienti da tutto il mondo. Seduti ad un bar abbiamo visto passare - e fotografato - davanti al mare di S.Francisco i primi tram che hanno circolato a Milano, Philadelphia, Chicago, New York, Parigi...Le vie di S. Francisco erano improvvisamente un museo viaggiante per le diverse strade del mondo, un contenitore di archeologia industriale. I pezzi di ferraglia che altri comuni buttano via diventano qui pezzi storici da valorizzare, di nuovo, come strumenti sospesi tra l'uso quotidiano e la memoria storica. Un desiderio chiamato tram. Un viaggio nel mondo 'sulle strade di S. Francisco'. Una lezione per gli amministratori europei, cosi sazi di storia da confondere talvolta il vecchio e l'antico, la ferraglia e le cose belle.

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Private. Come la guerra.

Una casa qualunque. Isolata. Sopra una piccola collina. Si apre così il film di Saverio Costanzo, candidato italiano – poi sostituito perché il film non risulta girato in Italia – per la selezione agli Oscar.Il film è diviso in sedici episodi (Essere o non essere; Mariam; Notte; Tre zone; Casa Occupata; Paura; “Se ne sono andati”, Combattere, Minacce di morte, Nascosta,, Anche da solo, Jamal, Un segreto, Karim, La serra, Nuovi occupanti) che scandiscono, ciascuno, un particolare momento di un unico e indistinto periodo temporale, che scorre senza inizio e senza fine, a inseguire quasi casualmente i personaggi della storia, su lunghissimi piani sequenza di una telecamera a braccio. Sguardi diversi sulla stessa storia. La casa isolata, sopra la collina, si trova anch’essa in una posizione indistinta, a metà strada tra gli insediamenti israeliani e un villaggio arabo. Una terra di nessuno. E quindi contesa da tutti...

continua qui ‘Private’

L'Articolo è apparso su Meridiana. Rivista di Storia e di Scienze Sociali
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