lug 2007
Finanziamenti senza Fondo?
images di Antonio e Marcello
Nei giorni scorsi è stato presentato un disegno di legge congiunto dal deputato Colasio e dalla senatrice Franco di riordino del finanziamento pubblico e privato al cinema. Le premesse e gli obiettivi generali di semplificazione e sistematizzazione di un settore polverizzato tra mille enti ci sembra un passo avanti. Quello che ad oggi ci convince di meno è la parte 'economica', quella che per intenderci si occupa di reperire i soldi per finanziare l'industria del cinema italiano. Siamo sicuri che - senza arrivare alla proposta estrem(ist)a dell'economista Perotti (IlSole24Ore, 9/9/05) - altri meccanismi ibridi non siano più efficaci ed efficienti?
Al centro della proposta di riforma vi è l’istituzione del Centro nazionale per il cinema e l’audiovisivo la cui attività punta alla “razionalizzazione, innovazione e semplificazione”. Si tratta di un organismo di diritto pubblico, con sede in Roma, al quale dovrebbero confluire tutte le Istituzioni, gli Enti (es. Cinecittà Holding Spa) e le Fondazioni (es. Centro Sperimentale di Cinematografia) oggi attive nel settore cinematografico e dell’audiovisivo.
Presso il Centro verrebbe inoltre istituita la Commissione per il Cinema e l’Audiovisivo (composta da 6-11 membri) che, sulla base di criteri definiti dal CdA del Centro, “…valuta e classifica i progetti, le opere e i requisiti dei soggetti che richiedono l’accesso ai contributi selettivi”.

In particolare, il finanziamento delle attività del Centro è assicurato dall’istituzione del Fondo per il finanziamento del cinema e dell’audiovisivo che verrebbe alimentato da risorse private (nella forma di contributi forzosi obbligatori) e dallo Stato attraverso una quota parte del Fondo Unico per lo Spettacolo spettante per le attività cinematografiche e/o da proventi da introiti derivanti dall’otto per mille, lotterie ecc.
Per ciò che attiene al finanziamento non statale del Fondo, le risorse verrebbero ricavate attraverso l’introduzione del prelievo di una quota percentuale del fatturato, al netto dell’IVA:
• da pubblicità, canoni e abbonamenti di operatori di rete, emittenti televisive nazionali e fornitori di contenuti audiovisivi;
• degli operatori di rete, emittenti televisive nazionali e fornitori di contenuti audiovisivi che offrono servizi e programmi a pagamento;
• degli operatori TLC;
• dei distributori di home-video derivante da noleggio e vendita di audiovisivi
• da ‘bigliettazione’ degli esercenti cinematografici.

Accanto al prelievo fiscale finalizzato al finanziamento del Fondo, viene previsto un ulteriore obbligo per le emittenti televisive nazionali , gli operatori di rete e i fornitori di contenuti finalizzato alla promozione del cinema e del prodotto audiovisivo: si tratta dell’obbligo di riservare una quota, non inferiore al 10% (15% per il servizio pubblico RTV) del fatturato annuo complessivo al netto dell’IVA, alla produzione e acquisto di opere filmiche e audiovisive europee realizzate da produttori indipendenti (di cui almeno il 50% per italiani o comunitari e di questo almeno il 50% per i soli italiani).
Viene inoltre prevista la possibilità per gli stessi soggetti di usufruire di un credito d’imposta sull’IRPEG secondo criteri, parametri e modalità da definire, nel caso in cui, fermi restando gli obblighi di cui all’art. 10, una quota parte dell’obbligo di produzione e acquisto di opere viene tradotto in finanziamenti aggiuntivi al Fondo.
Infine, vengono previsti obblighi di programmazione e di trasmissione per operatori di rete, emittenti televisive nazionali e fornitori di contenuti audiovisivi. Questi soggetti devono destinare più della metà del tempo mensile di trasmissione, al netto di notiziari, manifestazioni sportive, pubblicità, servizi teletex, talk show o televendite, alle opere filmiche e audiovisive europee. Tale quota deve essere distribuita ugualmente all’interno di ciascuna fascia oraria di programmazione e almeno il 50% in prime time.

Con riferimento poi alla politica di erogazione dei finanziamenti del Fondo, i contributi sono distinti in:
• automatici alle imprese di produzione cinematografica fino al 50% del costo complessivo dell’opera o il 70% del costo massimo ammissibile;
• complementari imprese di produzione cinematografica in forma di anticipazione finanziaria soggetta all’obbligo di rimborso;
• contributi per la promozione doppiaggio e sottotitolazione
• selettivi per opere prime e seconde di cui è riconosciuta “la particolare qualità artistica o valore culturale fino all’80% del costo o al massimo costo ammissibile.

Gli incentivi, secondo criteri, parametri e modalità di accesso definiti dal Centro, sono previsti per:

• imprese che distribuiscono opere italiane e europee come contributo percentuale sull’introiti del film;
• imprese che distribuiscono opere che hanno ottenuto contributi selettivi in percentuale ai fondi ottenuti;
• esportatori di opere a cui è stato fornito contributo, sotto forma di partecipazione ai diritti di sfruttamento e incassi realizzati;
• esercenti cinematografici, imprese di esercizio, proprietari di sale ecc.
• industrie tecniche cinematografiche sono concessi mutui decennali tasso agevolato o contributi sugli interessi per investimenti destinati alla realizzazione, trasformazione, ristrutturazione o adeguamento strutturale e tecnologico di teatri di posa, stabilimenti di sviluppo e stampa, sincronizzazione e di post-produzione.

Con riferimento al Fondo, il meccanismo di finanziamento delle attività di pertinenza del costituendo Centro per nazionale per il cinema e l’audiovisivo, nell’idea del legislatore dovrebbe essere sostenuto da due pilastri: uno pubblico e l’altro privato. La dotazione pubblica deriverebbe, in una prima fase, dalla destinazione all’attività del centro della quota parte del Fondo Unico per lo Spettacolo (FUS), istituito con la legge 163 del 1985, spettante alle attività cinematografiche. La dotazione privata si originerebbe dall’introduzione di una contribuzione forzosa, paragonabile a una tassa di scopo, a carico dei soggetti privati identificati dal comma 2 dell’art. 10.

Sotto questo profilo, la misura prevista va criticata, sotto il profilo economico, per almeno cinque distinti profili: (a) per l’inefficacia e le distorsioni insite nella natura stessa della tassa di scopo rispetto al contesto economico e industriale di riferimento; (b) per la possibilità di impiegare strumenti alternativi meno distorsivi; (c) per la circostanza che tale sottrazione di risorse ad usi alternativi può avere l’effetto di deprimere gli investimenti privati nella produzione cinematografica; (d) perché i meccanismi di selezione con cui opera la Commissione non appaiono garantire in ogni caso una spesa efficace ed efficiente; (e) perché il disegno di legge impone congiuntamente tre obblighi pesantissimi che deprimono drasticamente ogni incentivo all’innovazione, senza fornire alle imprese la possibilità di scegliere flessibilmente il meccanismo più adatto al proprio profilo di impresa.

Con riferimento al primo punto, deve rilevarsi che la tassa di scopo nasce con un preciso obiettivo: si tratta cioé di una tassa il cui gettito è finalizzato alla realizzazione di uno specifico scopo. Questo tipo di tassa è conosciuta nel modo anglosassone come hypothecation tax, ovvero hypothetical dedication tax. Negli USA un esempio di tassa di scopo è la tassa sulla benzina il cui gettito serve a finanziare la costruzione di infrastrutture di trasporto. In Europa un esempio di tassa di scopo è rappresentato dal canone televisivo attraverso cui sono finanziate le RTV pubbliche. In Italia a tassa di scopo sono assimilabili: la tassa regionale per il diritto allo studio, il tributo regionale sul conferimento in discarica, l’imposta regionale sulle emissioni sonore degli aeromobili ed infine la ben più famosa Tarsu. In termini generali si può affermare che la tassa di scopo risponde al criterio del tax-benefit secondo cui l’onere della produzione di un servizio a vantaggio prevalente o esclusivo di un certo ambito sociale è sostenuto da questo ultimo attraverso il pagamento del tributo necessario a coprirne il relativo costo. Nel caso di specie, ciò equivale ad affermare che si assume che i soggetti sui quali grava la tassa di scopo siano chiamati, con tale contributo, a ‘compensare’ la società per le esternalità negative prodotte dalla loro azione sulla cultura e sul cinema in genere. Si tratta, come è evidente, di una forzatura. Anche ammettendo che , in linea di pura ipotesi, ciò fosse vero, è da rilevare che la tassa di scopo in quanto tale è stata oggetto di numerose critiche da parte di diversi economisti (Buchanan “The Economics of Earmarked Taxes”, Journal of Political Economy 1963 71, 457-469), i quali ne hanno criticato sia l’impatto discorsivo che l’efficacia nel generare un reddito certo. Ci si chiede, in breve, se la tassa di scopo rappresenti il modo più efficiente per accrescere la trasparenza e ridurre la gravità dei fallimenti allocativi che si realizzano nella spesa pubblica. Inoltre occorre tracciare una chiara distinzione tra schemi di tassazione di scopo dove sussiste l’obbligo a spendere quanto ricavato in particolari programmi ovvero l’impegno a spendere il gettito per un particolare fine. L’obiezione classica è che il meccanismo implicito in una tassa di scopo può indurre uno spreco di risorse o una spesa insufficiente, in quanto non c’è nessuna base razionale per ritenere che l’ammontare ottimo di gettito sarà ottenuto. In alcuni casi può essere inferiore alle effettive esigenze di spesa. In altri casi, può registrarsi il paradosso opposto per il quale si decide sempre di spendere quanto si ottiene con la tassa di scopo, anche quando questo gettito eccede le effettive necessità. Si induce cioè un eccesso di prelievo e un eccesso di spesa.

La seconda critica deriva dalla circostanza che, con particolare riferimento al settore del cinema, esistono diffuse esperienze internazionali che dimostrano come sia possibile finanziare l’industria e la sua crescita attraverso strumenti alternativi più incentivanti. Lo strumento più impiegato è quello del tax shelter in forma pura o ibrida: si tratta di uno strumento di defiscalizzazione che favorisce il reinvestimento degli utili prodotti all'interno del settore ma anche di capitali provenienti da privati. La natura incentivante è evidente: non si agisce sugli incentivi a produrre, ma si canalizzano gli incentivi ad investire attraverso la leva dello sconto fiscale. Ciò implica un meccanismo virtuoso che ha prodotto anche un gettito rilevante nei apesi in cui è stata applicata. Ad esempio in Belgio, dalla sua entrata in vigore nei settori del cinema e della televisione, il tax shelter ha permesso lo sgravio di quasi 60 milioni di euro nel 2007. A questa misura si affiancano altre forme di defiscalizzazione/sussidi/rimborsi di natura fiscale parametrati agli investimenti realizzati e/o agli obblighi di ritrasmissione, distribuzione, programmazione delle opere già prodotte, o ancora alle opere prodotte in co-produzione o infine co-finanziate con soggetti privati internazionali.

La terza critica si riferisce alla circostanza che la tassa di scopo corrisponde ad un netto trasferimento dal privato allo Stato di una parte di risorse da destinare alla produzione di beni privati, selezionati tuttavia dal pubblico, risorse che sarebbero altrimenti dedicate a forme di investimento nella (auto)produzione, paradossalmente riconosciuto dallo stesso decreto come il vero motore dell’industria. E’ del tutto evidente che la raccolta fiscale attraverso la tassa di scopo finisce per comprimere ogni incentivo alla produzione di contenuti e a di investimenti innovativi e rischiosi, generando peraltro un appiattimento, anche culturale, sulle tipologie di film che si collocano sulla parte più ampia della domanda media di consumo, con l’effetto di schiacciare ulteriormente produzioni locali o di nicchia.

La quarta critica si riferisce al fatto che, al di là di quanto detto sopra, non vi è alcuna garanzia che i meccanismi con cui vengono selezionate le opere da finanziare attraverso la cd Commissione abbiano sul mercato ricadute tali da compensare le imprese in tutto o in parte dell’incremento netto di costo derivante dalla imposizione fiscale. Al contrario, il risultato economico finale appare quello di produrre una perdita secca, in termini di benessere aggregato.

Infine, l’elemento più dirompente, in senso negativo, del disegno di legge ci sembra quello di presentare, congiuntamente, tre obblighi alle imprese: tassa di scopo, obbligo di re-investimento, obbligo di tramissione. Queste tre misure dovrebbero opportunamente essere poste, flessibilmente, come alternative possibili di scelta alle imprese sulla base del profilo di costi e della dimensione dell’impresa stessa, come avviene, peraltro in molte esperienze straniere. La circostanza che, invece, tali misure siano tutte imposte contemporaneamente alle imprese aggrava il quadro complessivo, mortificando gli incentivi alla innovazione e rischiando di minare alla base ogni effettiva possibilità di aumentare la produzione cinematografica, specie quella locale cui pure il disegno di legge aspira a realizzare nelle sue premesse.
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FAQ day
images di Antonio Nicita
Come sapranno i lettori del precedente post, avevo preso impegno con Alessandro Sarno, Emiliano G., Mirco, Libero, Gianlu, Luca C. e qualche altro a rispondere qui - in modo assolutamente autonomo e personale - alle domande che sono state formulate sul sito di Paolo Gentiloni. Oggi è il mio FAQ (frequently asked questions) day. Non lo faccio per delega ricevuta, ma solo per rispondere a una mia personale manchevolezza: ho infatti risposto in modo brusco, sintetico e poco elegante ad alcuni messaggi su quel sito - che ho trovato urtanti e offensivi rispetto all'azione complessa e variegata che sta compiendo il ministro - dicendo che erano questioni mal formulate e comunque che si riferivano a cose che non inerivano ad effettive azioni o omissioni del Ministro. Questo post serve quindi a me per scusarmi e per spiegare meglio la mia risposta e non aspira in alcun modo a rispondere, per conto di altri, a domande ad essi rivolte.
La 'petizione' che si trova sui commenti nel sito di Paolo Gentiloni contiene 6 domande. A queste aggiungerei una settima che pure era stata avanzata nel blog, ma che poi è andata perduta dalla sintesi e che ha a che fare con la posizione assunta dall'Avv. dello Stato sulla discussione della legge Gasparri presso la Corte di Giustizia e con il presunto ruolo di Gentiloni nella vicenda.
Iniziamo con la prima e poi a seguire le altre. Ad alcune rispondo meglio ad altre peggio. Scrivo di getto, perdonatemi gli errori di battitura. E per favore ricordatevi che sono (forse!) un esperto di economia delle comunicazioni, ma non sono certo un giurista.

"1) Rete 4 sta abusivamente usando le frequenze di Europa 7. La cosa va avanti da troppo tempo. Perche´ la legge non viene applicata? Non voglio sentire risposte da 5a elementare come era stato il governo Berlusconi. Si vuole dare un mossa e fare qualcosa".

La domanda contiene una premessa che, cosi come è posta, non è vera. C’è in Italia una emittente televisiva (Europa 7) che nel 1999 ha ottenuto la concessione senza mai poter cominciare a trasmettere per mancanza di frequenze televisive, e c’è un’altra emittente televisiva (Rete 4) che trasmette senza concessione, ma in virtù di una autorizzazione provvisoria, e che avrebbe dovuto, in base alla giurisprudenza costituzionale ed all’ordinamento (legge 249/97, ora abrogata sul punto), lasciare le frequenze analogiche e trasferirsi su piattaforma digitale in quanto emittente eccedente rispetto ai limiti previsti al numero massimo di televisioni nazionali (non più di due) detenibili da un unico soggetto. C’è poi un ordinamento legislativo in materia televisiva, ma qui il discorso diventerebbe lunghissimo, che fino ad oggi, da ultimo grazie alla legge Gasparri, ha sempre legittimato – in un modo o nell’altro, tra un rinvio, una proroga e una deroga - questo stato di cose. Rispetto a questo stato di cose c’è un ministro in carica, Paolo Gentiloni, che in questi anni ha sempre sostenuto, in ogni sede, il diritto di Europa 7 ad ottenere le frequenze necessarie a trasmettere e che, una volta in carica, quale primo provvedimento, ha firmato un disegno di legge che riapre il mercato dell’acquisto delle frequenze tv a tutti i soggetti, inibendolo ai soli grandi broadcaster nazionali (RAI, RTI); stabilisce inedite procedure di rilascio delle frequenze eccedenti e prevede, entro un anno dall’entrata in vigore, il trasferimento di Rete 4 e RAI 2 su piattaforma digitale, con l’obiettivo di liberare risorse frequenziali a beneficio di tutti gli altri competitors.
Ora, alcune delle domande sul sito di Gentiloni, rimproverano al Ministro la mancata applicazione delle sentenze della Corte Costituzionale, del Consiglio di Stato e della Corte di Giustizia europea, sul caso Europa 7/Rete 4. Ho già contestato sul blog di Gentiloni queste affermazioni. Spiego meglio perché:
a. non esiste una sentenza del Consiglio di Stato da applicare, tanto meno da parte del ministro Gentiloni. Ciò che invece effettivamente esiste, è una decisione interlocutoria del Consiglio di Stato, del 19 aprile 2005, propiziata da un ricorso di Europa 7, che rimette alla Corte di Giustizia, in via pregiudiziale, dieci questioni interpretative sulla conformità al diritto comunitario della legge Gasparri, del Testo Unico della radiotelevisione, e della legge 66/2001. Con tale decisione, il Consiglio di Stato ha sospeso il giudizio promosso da Europa 7 in attesa della pronuncia della Corte di Giustizia;
b. non esiste una sentenza della Corte di Giustizia da applicare, per la semplice ragione che tale sentenza non c’è ancora. Anzi, a dir meglio, non è ancora stata depositata nemmeno la decisione del Procuratore generale, che necessariamente anticipa la sentenza (ho controllato fino a poco fa sul sito).
c. purtroppo, e fatemi sottolineare il mio purtroppo, non esiste nemmeno una nuova sentenza della Corte costituzionale da applicare per la semplice ragione che proprio la sentenza n. 466 del 2002, nel momento in cui richiedeva ineludibilmente il passaggio di Rete 4 su satellite o altra piattaforma trasmissiva entro il 31 dicembre 2003, anche al fine di liberare risorse frequenziali sul mercato analogico, aveva chiarito come detta decisione non pregiudicasse “il diverso futuro assetto che potrebbe derivare dallo sviluppo della tecnica di trasmissione digitale terrestre, con conseguente aumento delle risorse tecniche disponibili". Ora, è noto che il governo Berlusconi colse immediatamente questa apertura e varò - in tutta fretta - un decreto legge che autorizzò la permanenza di Rete 4 oltre il 31 dicembre 2003 e incaricò l’Agcom di certificare, con una relazione al Parlamento, il concreto realizzarsi di quel diverso futuro assetto, in ragione dell’arricchimento del pluralismo determinato dall’avvento delle trasmissioni in digitale e dall’aumento delle risorse tecniche disponibili. La Relazione dell’Agcom si concluse, ancorché tra molti distinguo, con la certificazione dell’esistenza delle condizioni richieste, e quindi la legge Gasparri potè poi entrare in vigore determinando in concreto la cancellazione della sentenza della Corte e la ennesima legittimazione dello stato di fatto, ossia Rete 4 tranquillamente al suo posto e Europa 7 senza frequenze.
Questa la storia, che non piace nemmeno a me se proprio lo volete sapere, per sommi capi. Rispetto a tutto questo si chiede al Ministro: "Si vuole dare un mossa e fare qualcosa?". Il Ministro Gentiloni, tra i suoi primi atti di governo, ha presentato in Parlamento un disegno di legge che ha tra i suoi obiettivi:
• il blocco di ulteriori acquisti di frequenze in capo a RAI e RTI
• l’apertura del mercato delle frequenze a tutti i soggetti, anche a quelli non provvisti di concessione o autorizzaione analogica
• l’adozione di misure di riequilibrio del mercato delle risorse economiche attraverso numerose misure in materia di raccolta pubblicitaria, telepromozioni e televendite,
• la previsione di un percorso di restituzione allo Stato di frequenze ridondanti
• l’obbligo in capo a RAI e RTI di trasferire una rete su piattaforma digitale e di restituire le frequenze analogiche non strettamente necessarie a tale migrazione.
Questa proposta, se approvata rapidamente dal Parlamento, come ha chiarito di recente anche la Commissione Europea, avrebbe ridato legittimità all’ordinamento televisivo e sanato storiche disuguaglianze. Il ddl prosegue in queste settimane il suo faticoso iter parlamentare alla Camera. Dai resoconti parlamentari si apprende che propri ieri è stato apporvato l'art.2 e si va avanti con l'art.3, verificando e accorpando gli emendamenti. E' inutile ricordare e noi stessi che il Parlamento è sovrano. E la legge proposta da Gentiloni può piacere o meno. Se ne può e se ne deve discutere. Sinceramente non mi sembra corretto, né generoso, attribuire a Gentiloni come Ministro delle comunicazioni responsabilità e colpe non sue. Piuttosto, siccome questa riforma stava nel programma dell'Unione chiediamo ai parlamentari di non ingolfare l'iter con emendamenti che hanno l'effetto di ritardarla. In questo il popolo della rete può svolgere un ruolo importantissimo chiedendo ai parlamentari di coordinarsi e di velocizzare i tempi nella commissione riferimento alla Camera e poi in Senato.


"2) La chiusura del Blog di Pietro Ricca è indice di una mancanza di libertà di espressione in questo paese. Non le sembrano cose di compentenza del ministro delle comunicazioni?"

Che dire? Sulla vicenda c'è una indagine in corso e non sono un giurista (l'ho premesso). Ho ascoltato l'appello di Ricca in video (rivolto ai blogger e alla magistratura). E' l'unica notizia che ho sull'argomento. Laddove si diffondessero i dettagli del provvedimento si potrebbe anche capire la base giuridica richiamata. Ma non mi sottraggo dal dare la mia opinione personale e alcuni spunti, per quello che possono valere. Sull'effettiva o meno natura diffamatoria di un post di Ricca deciderà la magistratura. Qui il tema rilevante è: è possibile o ragionevole o auspicabile che, anche di fronte ad un post diffamatorio su un blog, il magistrato che svolge l'indagine attui misure inibitorie del tipo oscuramento non già del singolo post incriminato ma dell'intero blog e/o del tipo modifica della password per l'aggiornamento del blog? Ripeto sono un ignorante sui profili giuridici, ma delle due l'una: o il post è equiparato a un qualunque pezzo di carta (facciamo per esempio una lattera cartacea spedita a un gruppo di amici) e in questo caso è il pezzo di carta (il singolo post) a costituire prova della presunta diffamazione ed è quella che va posta sotto sequestro (nessuno si sognerebbe di legare in via preventiva le mani dell'estensore della lettera); in alternativa il caso potrebbe essere qualificato come diffamazione a mezzo stampa e in tal caso il blog potrebbe essere qualificato come opera editoriale, ma anche in questo caso sarebbe interessante capire se qualcuno abbia mai impedito - anche in via temporanea - a giornalisti accusati di diffamazione di continuare a scrivere per la propria testata, né tanto meno qualcuno si è sognato di bloccare la rotativa di un giornale per un'accusa di diffamazione a mezzo stampa. In entrambi i casi, a orecchio, e con la mia totale ignoranza giuridica, la misura inibitoria mi pare sproporzionata e - personalmente - sulla base delle informazioni di cui dispongo al momento dal video di Ricca ciò mi pare sufficiente a dargli la mia solidarietà. Questo caso può servire ad avviare un importante dibattito su blog&libertà di espressione anche in Italia. Sul blog di Gentiloni è stata citata da qualcuno la lettera che Gentiloni ha scritto sul sito di Vittorio Zambardino. Da quella e da altre interviste si evince che Gentiloni non ha nascosto l'idea di quanto sia illusorio pensare di 'disciplinare' la rete. Tuttavia è vero che episodi quale quello occorso a Ricca destano preoccupazione. Il ministro ha la competenza? Ovviamente no rispetto alla specifica vicenda Ricca che sta nelle mani della magistratura. Più in generale, specie se la guardiamo sotto il profilo dell'inquadramento del blog come prodotto editoriale (cosa che secondo me rileva ai fini anche della locuzione 'diffamazione a mezzo stampa'), la competenza sul disciplinare questi temi sta alla Presidenza del Consiglio (e in particolare al Dipto Editoria) che ha dato vita, assieme al Min. dei beni culturali, ad una commissione presieduta dal Prof. Cheli che sta lavorando sull'editoria e sulla definizione di prodotto editoriale (alla quale anche il ministero comunicazioni è invitato a partecipare). Devo confessare che la mia idea personale era che meno si disciplina sui blog, meglio é. Eppure proprio l'episodio Ricca richiede forse iniziative volte a limitare forme di abuso non rispettose della libertà di espressione. Spero anche che Paolo Gentiloni possa avere presto l'occasione di ribadire pubblicamente, anche in relazione alla vicenda Ricca, il suo noto e costante pensiero a favore dei blog come strumento importante di libertà e di manifestazione democratica del libero pensiero.



"3) Perchè invece che stanziare 33 milione alla RAI per il digitale terrestre, tecnologia ormai quasi sorpassata, non investe su progetti che portino collegamenti internet gratuiti o WiMax ad alta velocità e abolisce il "pizzo" che dobbiamo pagare alla Telecom per avere una linea dati. Ha forse paura che la gente si svegli dal torpore in cui giace quando guarda l'isola dei famosi.
Oppure ormai l'ha promesso al fratello di Berlusconi che possiede un industria che produce decoder per il Digitale terrestre... Almeno mi faccia sapere le ragioni, infondo lei è e rimane un mio dipendente. Posso almeno sapere cosa sta facendo con i soldi che le diamo?"

Dunque, concorderete con me che - a prima vista - questa domanda sembra scritta da Totò e Peppino ne La Malafemmina. Battute a parte, in totale la Rai spenderà 145 milioni di euro per estendere la copertura della nuova tecnologia, fino all’85% della popolazione, di questi 33 milioni sono stati assegnati con finanziamento pubblico, anche in riferimento al contratto di servizio siglato con la RAI. In particolare Ray Way, la struttura che si occupa delle infrastrutture di trasmissione investirà circa 145 mln euro "nella digitalizzazione delle antennè per arrivare entro metà del 2008 (come prevede l’articolo 27 del nuovo contratto di servizio) a coprire con la nuova tecnologia l’85% della popolazione". Secondo quanto richiamato in conferenza stampa "sii tratta di mettere mano a ben 340 impianti in 200 siti, per lo più dislocati nel Nord-Est, nella dorsale adriatica e in buona parte del Sud". Tecnologia sorpassata? Difficile dirlo. Analoghe politiche sono state realizzate nel Regno Unito, in Francia, in Spagna. Lo swtich-off al digitale è un elemento comune a tutta l'Europa e l'attualità del digitale è fatta dal digitale terrestre. Si tratta di un investimento alternativo ad altri sulla banda larga? No, per fortuna. Si tratta di un investimento complementare. Sulle politiche per la banda larga, non sono certo io che devo informarvi della costituzione di un comitato banda larga presso il ministero che ha il compito di fare 'un catasto' della copertura italiana e di individuare lo stato dell'arte, segnalando priorità e opportunità. Sapete anche bene che il dibattito politico e scientifico sulla banda larga si intreccia con le Next Generation Network da un lato e con il problema concorrenziale di Telecom italia dall'altro come operatore dominante integrato verticalmente e 'monopolista' titolare di una risorsa essenziale non duplicabile. Chi investe in banda larga vuole sapere quale sarà la dinamica concorrenziale ex-post (se è l'incumbent si preoccupa di sapere se poi i concorrenti chiederanno accesso equo e non discriminatorio alla propria rete innovativa; se è un nuovo entrante vorrebbe sapere se poi Telecom non avvierà una concorrenza aggressiva). Sono temi complessi e attuali in tutta Europa e in Italia si intrecciano con la questione cruciale, oggi giustamente richiamata dal presidente AGCOM Calabrò, della separazione verticale (funzionale o proprietaria) del monopolista. E' giusto ricordare che questa vicenda della separazione della rete Telecom, partita oggi in corso presso AGCOM (rinvio al sito per leggere il documento di consultazione), può giovarsi di un potere aggiuntivo che il Ministro Gentiloni ha conferito ad AGCOM. Il DPEF contiene tre paginette molto importanti circa le risorse da destinare anche alla riduzione del digital divide. Sapete benissimo che il Ministro Gentiloni ha negoziato con il Ministero della difesa il rilascio delle frequenze per il WiMax in Italia. C'è stata la delibera AGCOM e il MInistero sta scrivendo il bando per l'assegnazione delle frequenze sulla base dei criteri indicati da AGCOM. Non so se è tanto. Certo non è poco. Si può fare di più? Sempre. Si deve fare? E' giusto pretenderlo. Dobbiamo riconoscere quello che si è già fatto? Non siamo obbligati, ma tra una 'sveglia' e l'altra 'ai dipendenti' sarebbe elegante farlo.

"4) perchè avete permesso a Telecom di applicare la tassa aggiuntiva di circa 10 € su tutte le connettività Naked motivandola con il defunto bitstream? "
Domanda molto, molto tecnica. Permettetemi di dubitare che i cento e passa firmatari abbiano la minima idea della questione che qualcuno ha sollevato per loro. Per fortuna, ho avuto occasione di conoscerla e, sempre sotto il profilo personale, posso dire che si tratta di una vicenda complessa che secondo me andava evitata. Dal Ministro? No. Non c'entra nulla. Il Ministro "non ha permesso nulla". Il riferimento è l'AGCOM, di nuovo. Si tratta di azioni promosse da AGCOM su materia di AGCOM, su questo non c’e’ dubbio. AGCOM ha deciso la tariffa per le linee “naked” (senza cioe’ componente voce&rdquoWinking determinando quale fosse il costo per la perdita della componente voce che TI sopporta su tali linee, dovendo pur provvedere alla loro manutenzione (249 07 Cons in GU 166 del 19/7/2007). Il costo aggiuntivo determinato e’ retroattivo e quindi gli OLO dovranno chiedere in alcuni casi molti soldi agli utenti finali. Qualora il tavolo bitstream, sempre gestito da AGCOM, avesse consentito un orientamento al costo del servizio bitstream offerto da Telecom Italia, le linee naked sarebbero state sostituite da ADSL su bitstream e vi sarebbe stata una scappatoia. In sostanza la situazione che si e’ venuta a creare determina un mercato della larga banda sempre piu’ concentrato verso gli operatori infrastrutturati. Questa politica puo’ essere piu’ o meno voluta, ma e’ nei fatti. C’e’ tuttavia un fondo di verita’ nella domanda post ma il problema non e’ da stato generato dalle azioni del Ministro o del Ministero.Certo, la situazione delle naked/bitstream rischia di ampliare il digital divide in quanto mette in difficoltà economica operatori che erano gli unici a servire alcune zone del territorio che ora rischiano di essere digital divise “fino a nuovo ordine”.

"5) come mai non si parla del caso Elitel ?"
Dunque, ne ho appena sentito parlare anch'io quindi è vero che non se ne parlaWinking. Da quello che ho capito, Telecom ha staccato la connessione a utenti di Elitel, in ragione della morosità della stessa nei confronti di Telecom. E' una vicenda di controversia tra operatori tipicamente di competenza dell'AGCOM (ma volendo anche AGCM). Non c'entra nulla il Ministro o il Ministero. Dal sito Agcom e da fonti di stampa si apprende che l'AGCOM (ma anche il TAR) se ne è occupata. In particolare risulta che il 12 luglio scorso l'AGCOM abbia esaminato i profili di tutela dell'utenza derivanti dalla risoluzione contrattuale avviata da Telecom Italia nei confronti di Elitel che ha determinato la disattivazione del servizio di telecomunicazioni. Cito dal comunicato stampa: "L'Autorità ha ribadito la necessità che gli operatori provvedano a porre in essere tutte le opportune misure e a fornire tutte le informazioni per evitare che si verifichi la cessazione del servizio telefonico. L'Agcom ha ordinato formalmente a Elitel di fornire immediatamente ai propri clienti dettagliate informazioni sulle modalità con le quali possono continuare ad usufruire del servizio telefonico di base o passare ad altro operatore nel caso in cui non vengano ripristinate le condizioni originarie. Telecom Italia dovrà collaborare con Elitel per gli utenti ad accesso diretto e, a sua volta, informare gli utenti in CPS (Carrier PreSelection) della stessa Elitel, tramite un messaggio fonico, della possibilità di effettuare chiamate in uscita premettendo, alla digitazione del numero, il codice di selezione (CS) dell'operatore con il quale sia stato sottoscritto un contratto, oppure quello di Telecom Italia".


"6) come mai le tv pubbliche e private non mandano mai una notizia riguardo le malefatte del monopolio detenuto da Telecom ? Forse perchè Telecom paga profumatamente la Rai per i suoi Spot ???"
Oddio, a questo non so davvero cosa rispondere. Scusatemi. Anche a me piacerebbe moltissimo avere più regulation e antitrust in TV, ma sinceramente volete che il Ministro si metta a fare pure il palinsesto delle tv pubbliche e private? O che scriva ai direttori di rete? Telecom paga più di altri gli spot alla RAI? Boh! Mi sentirei di escluderlo a occhio e croce. Report ha fatto comunque ottimi servizi http://www.report.rai.it/R2_HPprogramma/0,,243,00.html

7) questa domanda si aggiunge alle sei della petizione, dal post di ML: "Sul piano legale e' vero che gli avvocati dell'Avvocatura di Stato non sono (ovviamente, ci mancherebbe) scelti dai governi in carica. Avvocati di Stato si diventa tramite un - difficile - concorso pubblico. "L'Avvocatura dello Stato rappresenta e difende in giudizio gli organi costituzionali (Presidenza della Repubblica, Camera e Senato, Governo, Corte Costituzionale, Consiglio di Stato, Corte dei Conti, C.N.E.L., ecc.), gli organi giudiziari (Cassazione, Corti di Appello, ecc.) e tutte le amministrazioni dello Stato, in modo esclusivo ed obbligatorio (c.d. patrocinio obbligatorio)" ( http://www.avvocaturastato.it/ ch...idifende_00.htm ). Cio' detto, e' chiaro che la singola posizione processuale sostenuta dall'Avvocatura di Stato, quale ad esempio quella nel giudizio Europa 7, dipende dal mandato ricevuto dall'organo pubblico relativo, nel caso di specie dal Governo Italiano. Ergo, anche il nuovo governo, nel momento in cui ha dato incarico all'Avvocatura di difendere la legge Gasparri in tale giudizio, ha preso una posizione nel senso di sostenere tale legge. (ML)"
La questione che era emersa a un certo punto nel blog, si riferiva alla circostanza, onestamente peculiare, che l'avvocato dello stato avesse difeso la Gasparri davanti alla Corte di Giustizia, in pieno governo Prodi. Ho risposto al commento dicendo che ricordavo che la stampa ne aveva parlato. ML, pone questioni generali di tipo tecnico-giuridico su cui non so rispondere. Ma rispondo invece sul tema specifico che aveva generato la precisazione di ML. Ho trovato il riferimento all'articolo che m ricordavo di aver letto: Marco Mele su Il Sole24ore del primo dicembre 2006 (si può scaricare dal sito della camera andando qui). Dice giustamente Mele: "Era necessario che l'Italia andasse a Lussemburgo a sostenere che le reti televisive non rientrano nel campo di applicazione delle direttive sulla comunicazione elettronica? Cosi è stato, ieri, nell'udienza sul caso Europa7.Eppure, in una lettera alla presidenza del consiglio, a metà novembre, il Ministro delle comunicazioni Paolo Gentiloni, aveva avvertito: tenete conto "del netto mutamento occorso nell'indirizzo politico in materia". L'avvocatura di stato ha invece schierato il governo a difesa della legge. Palazzo Chigi è d'accordo?". Cosi Mele. Analoga ricostruzione è stata effettuata da una sua interrogazione da De Zulueta, che trovate qui. Ironia della sorte, l'Avv. di Stato che è riuscito nella singolare impresa di tentare di difendere l'Italia da sanzioni sulla Gasparri ma in sostanziale disaccordo con il governo in carica si chiama....Paolo Gentili.....Una mezza omonimia non può però nascondere una intera verità: Gentiloni si è attivato, appena ha saputo, per modificare l'approccio dell'avvocatura sul punto. Non sono riuscito a trovare un link attivo alla risposta alla interrogazione alla De Zulueta.

Saluti
Antonio
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Grillo, Gentiloni e la Fatwa
images di Antonio Nicita
Beppe Grillo ritiene che il Ministro Paolo Gentiloni abbia una qualche diretta responsabilità su (i) il permanere dell'occupazione da parte di Rete4 delle frequenze una volta assegnate a Europa7; (ii) sulla 'originale' chiusura temporanea del blog di P. Ricca. a seguito di un esposto di Emilio Fede. Dal suo sito ha invitato i frequentatori del suo blog a bombardare di messaggi e di domande il sito personale (non quello del Ministro) di Paolo Gentiloni. Ecco cosa è successo (e cosa succede)
Gentiloni, che pure ci tiene sempre a precisare - secondo me molto giustamente - che NON vuole usare il sito personale per questioni che riguardano il Ministero, ha risposto, dicendo -altrettanto correttamente - che lui non ha il potere, essendo vigente la Gasparri, per riassegnare frequenze ma che ha presentato una legge volta a ridisegnare il sistema, e che tantomeno non c'entra nulla con la vicenda Ricca. Non è bastato. Il sito è bombardato da email e da domande che ritengono il ministro quantomeno omertoso. Devo dire che la cosa mi ha un po' infastidito, perché io ritengo sacra la contestazione specie ai politici che devono sempre rendere conto. Sempre. Però le domande devono essere giuste e rivolte alla persona giusta. Non posso chiedere al macellaio di rendere conto non dell'aumento dei prezzi della sua merce, ma del tasso di inflazione nazionale! (esempio da economista!). In più tra i messaggi di gente perbene e appassionata se ne trovavano molti iperqualuquisti e offensivi. (io stesso ho ricevuto l'invito a ramazzare la stanza con....) Non sono convinto che il 'vaffanculoday' aiuti il paese. Né che buttarla in caciara aiuti a selezionare politici migliori. Anzi. Mi sono perciò fatto animo e ho scritto "la banda sarà larga ma la testa è stretta'. Dopo un po di insulti reciproci (però anche di batture carine come Leum Lino che mi sfotte perché dico che ero campione di salto in lungo sul mio sito....bei tempi), almeno 40 post successivi si sono 'normalizzati' sul dibattito vero, sui temi veri, su domande vere e su gente interessata che voleva risposte e voleva capire. Qualcuno ha pure ipotizzato - incrociando il mio nome con google - che io parlassi per conto del Ministro, ma ho sempre tenuto a precisare che sono un cittadino con le proprie opinioni e non posso che parlare per me. Con alcuni di loro ci siamo scambiati email e chattato in Skype. Da parte mia mi sono impegnato - in modo personalissimo - a informarmi sulle questioni (e su altre) che hanno chiesto. Risponderò qui, martedi sera, per come posso. Ho anche scritto che le riforme - putrtoppo - non si fanno con un click. E questo è forse più frustrante per chi prova a fare le riforme, un poco, ogni giorno, che per chi critica tutto dappertutto. Devo però dire che quelli che hanno accettato il confronto meritano da parte mia una risposta. Perché senza domande la democrazia si ammala. Diceva Heidegger che il domandare é la pietà del pensiero. E se le domande sono giuste, aiutano a pensare. Appuntamento qui. Per chi vuole.
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Semplificare l'Italia. Ecco il Piano.
images di Antonio Nicita
Il Piano per la Semplificazione e la Qualità della Regolazione è adesso on-line per la consultazione di enti, imprese e cittadini qui. Oltre all'impegno derivante dalla politica comunitaria di better regulation (che impone la riduzione del 25% degli administrative burdens entro il 2012), il piano contiene alcune novità, che non si trovano negli analoghi piani di semplificazione di altri paesi comunitari: (1) linee guida per AIR leggera; (2) un focal point nazionale per il controllo, la verifica e l'aggiornamento degli indicatori che riguardano la qualità della regolazione (vedi Doing Business); (3) un tavolo governo-regioni per la semplificazione; (4) un'attività di delegificazione (taglialeggi).
Cittadini e imprese sono fortemente invitati a dare i loro contributi e le loro segnalazioni. Per quello che posso (come uno dei venti membri dell'Unità Tecnica per la semplificazione e la qualità della regolazione), suggerimenti di varia natura (da quelli metodologici a segnalazioni di casi da semplificare) sono ben accetti anche in questo blog.

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Paga sempre Pantalone?
images di Marcelus
Così mia nonna chiosava le contenute proteste dei figli per i frequenti, forse troppo frequenti, regali agli amati nipoti. Lo stesso commento mi pare si possa estendere alla soluzione dei problemi (quali?) generati dall’adeguamento a GERICO 2007 dei contribuenti che beneficiano dei famigerati studi di settore e degli indicatori di normalità economica.
Gli studi di settore introdotti nel 1993, è bene ricordarlo, sono uno strumento di accertamento e non come ha giustamente ricordato il vice ministro Visco, una minimum tax, infatti qualora si manifestino delle discrepanze tra ricavi dichiarati e ricavi presunti sulla base degli studi di settore, l’Agenzia delle Entrate può provvedere a un accertamento analitico presuntivo, non all’invio di una cartella esattoriale.
A questo punto mi chiedo dov’è il problema in un Paese in cui l’evasione fiscale raggiunge il 27% del PIL?
Nel corso degli ultimi anni l’Agenzia delle Entrate ha sottoposto tutti i dipendenti dell’istituzione presso cui sono occupato a due controlli, richiedendo scontrini farmaceutici, fatture mediche e notule di compensi, il più delle volte per valori complessivi inferiori a 10 mila euro, con risultati ovviamente modesti, visto che la gran parte dei dipendenti ricorre all’assistenza fiscale dell’istituzione stessa (CAF). Tuttavia non ho visto nessuno stracciarsi le vesti per questa azione, anzi ……..
Cosa è accaduto invece per gli studi di settore. Partiamo dalla fine. Il governo ha introdotto una serie di modifiche (leggi più correttamente sconti) che rendono il costo di adeguamento inferiore per valori compresi tra il 10 e il 50% dei risultati prodotti da Gerico, che per circa 150 mila contribuenti diventa uno sconto del 100% (stime il Sole 24 Ore). Senza entrare nei dettagli, per i quali vi rinvio ai dati Sose, vi rammento solo che per il 2005 dalle dichiarazioni emerge che (valori medi):
persone fisiche: redditi dichiararti congrui (39,4%) 32,7 mila euro; redditi non congrui (53,8%) 11,4 mila euro; redditi marginali (6,8%) 8,9 mila euro;
società: redditi dichiarati congrui (46,9%) 61 mila euro; redditi non congrui (53,1%) 8,9 mila euro.
Infine vorrei ricordare che i contribuenti soggetti agli studi di settore, possono mettersi al riparo dai controlli scegliendo la via dell’attestazione, cioè attraverso la preventiva dichiarazione dell’esistenza di cause che giustifichino lo scostamento dai risultati di Gerico.
Riassumendo per giorni si è assistito al linciaggio mediatico di un vice Ministro della Repubblica il cui unico torto è quello di voler promuovere una lotta all’evasione fiscale almeno, dico almeno, credibile.
Cosa ha fatto il Governo l’ho appena ricordato, cosa avrebbe potuto fare, questa è un’altra storia. Forse ricordare che è intollerabile socialmente che un metalmeccanico dichiari, in media, al fisco più di un gommista, di un idraulico, di un parrucchiere, di un agente di commercio, di un titolare di lavanderia o tintoria, e ironia della sorte, più di uno studio legale.
Forse la differenza tra il governo di Gordon Brown e quello di Romano Prodi (o di Walter Veltroni) è tutta qui, ma scusate se non mi sembra poco!
Marcellus
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Malattie dimenticate
images di Alessandro & Antonio
Il recente insediamento della Consulta per le malattie “rare”, nominata dal ministro Turco, offre l’occasione per riflettere, anche in Italia, sul contributo che le politiche pubbliche possono fornire in termini di incentivi all’innovazione farmaceutica, non solo per le malattie rare (orphan diseases) ma anche per le malattie dimenticate (neglected diseases).
Le malattie “rare” riguardano un’esigua porzione di popolazione e questa è la ragione per la quale la produzione dei farmaci necessari per curarle non riesce ad attrarre gli ingenti investimenti in ricerca e sviluppo. Questi farmaci vengono definiti anche come “farmaci orfani”, proprio perché la loro ricerca viene abbandonata dalle case farmaceutiche di fronte alle maggiori prospettive di redditività e di riduzione del rischio che offrono altri farmaci diretti a curare patologie largamente diffuse nei paesi “industrializzati”. Anche se nei paesi industrializzati la spesa pro-capite per questo tipo di farmaci può essere molto elevata, è la rarità delle malattie ad impedire alla domanda di raggiungere una soglia minima tale da creare un mercato e incentivi privati alla produzione dei farmaci.

Le malattie “dimenticate” (o tropical diseases) si riferiscono ad un caso opposto di fallimento del mercato: si tratta di malattie ben note (quali la malaria, la tubercolosi, la schisiosomasi etc.)) che interessano una popolazione enorme a livello mondiale, la cui produzione di farmaci è comparativamente meno costosa e rischiosa di quella associata ai ‘farmaci orfani’, ma la cui domanda é localizzata nei paesi poveri del mondo, nei quali la disponibilità pro-capite a pagare è talmente bassa da inibire ogni incentivo alla produzione e distribuzione dei farmaci idonei a curarle. Basta pensare che normalmente circa il 39% di farmaci che giungono alla sperimentazione clinica vengono poi abbandonati perché la loro redditività è giudicata troppo bassa. Non deve perciò stupire se di circa 1.233 medicinali approvati in tutto il mondo tra il 1975 e il 1997, solo 13 erano diretti ai cd. tropical diseases. In entrambi i casi, ci si trova di fronte ad un fallimento del mercato che richiede forme diverse di intervento pubblico, di meccanismi incentivanti e di coinvolgimento di diversi stakeholders, tra i quali le università e i centri di ricerca pubblici assumono un ruolo fondamentale.

Sebbene alcune politiche siano state pensate come risposta congiunta ad entrambe le malattie ‘rare’ e ‘dimenticate’, è oggi sempre più evidente che i meccanismi incentivanti differiscono notevolmente per le due tipologie.

Le politiche push and pull
Una prima politica pubblica si basa sul cd. push mechanism ovvero sulla creazione di opportuni incentivi all’investimento in ricerca e sviluppo che operano a livello upstream della filiera del farmaco (ad es. de-tassazione o contributo pubblico agli investimenti). Altri meccanismi, cd. pull mechanism, agiscono a valle e mirano a fornire sussidi pubblici o altre forme di sostegno per lo sviluppo e la commercializzazione di farmaci (tra questi l’estensione della protezione brevettuale o l’attribuzione di forme di esclusività nella commercializzazione). Un esempio di successo, in questo senso, è dato dall’applicazione ibrida di queste misure nell’US Orphan Drug Act. E’ stato tuttavia osservato che tale successo non è estendibile al caso delle malattie ‘dimenticate’, proprio perché le politiche push and pull si muovono comunque in una logica di mercato (ad. Es. i prezzi per i farmaci orfani restano comunque elevatissimi) non applicabile ai paesi poveri del mondo.

Gli impegni ad acquistare
Un altro meccanismo è quello denominato Advance Market Committment, in base al quale si crea un accordo tra soggetti pubblici e privati che prevede un impegno da parte di un paese o di un pool di paesi ad acquistare ad un prezzo dato i farmaci destinati a curare le malattie ‘dimenticate’. In tal modo, se l’impegno viene ritenuto credibile, si colmerebbe il gap tra potere di consumo pro-capite nei paesi poveri del mondo e il costo unitario di produzione dei farmaci, assicurando al contempo una dimensione minima della domanda tale da generare un valore netto attuale comparabile a quello dei farmaci generalmente commercializzati nei paesi industrializzati. L’economista Kremer, fautore della proposta, ha recentemente stimato che, per un vaccino contro la malaria, un impegno a pagare 15$ per vaccino per una popolazione di almeno 200 milioni di persone rappresenterebbe un meccanismo incentivante sufficiente per generare in due anni un vaccino. D’altro canto, questo meccanismo, agendo solo ex-post, non ridurrebbe il rischio ex-ante delle imprese farmaceutiche, specie laddove il ‘contratto’ venga stipulato contemporaneamente con più imprese, senza garanzie per gli innovatori successivi.

Il partenariato pubblico-privato
Con il termine Public Private Partnership (PPP) ci si riferisce agli accordi tra istituzioni pubbliche (soprattutto centri di ricerca e laboratori di università ) e soggetti privati (industrie farmaceutiche per un coordinamento complessivo di sforzi diretti a tutte le fase della filiera del farmaco, dalla R&S alla finalizzazione dei risultati di ricerca. Uno dei casi rappresentativi è quello del trattamento antimalaria ASAQ, commercializzato dal 1 marzo scorso e realizzato attraverso una collaborazione tra istituti di ricerca pubblici, ministeri di Paesi in via di sviluppo e infine commercializzato da una grande multinazionale farmaceutica che però non ne possiede il brevetto. Altri successi sono stati registrati da un consorzio guidato dall’Università North Carolina e coadiuvato dalla Fondazione Gates. Rispetto all’Advance Market Committment, questo strumento consente da un lato una maggiore flessibilità e dall’altro una più elevata capacità di sviluppare l’ampiezza della ricerca di progredire alla realizzazione di un portafoglio di farmaci. Inoltre esso non richiede necessariamente il coinvolgimento delle Big Pharma: molte delle imprese biotecnologiche coinvolte negli USA hanno meno di sei ricercatori e si appoggiano molto alle Università. Una testimonianza della flessibilità di questo approccio è data dalla recente proposta della Medicines for Malaria Venture (MMV) di istituire un regime flessibile di protezione intellettuale sui farmaci prodotti nell’ambito delle PPP in modo da coniugare al meglio incentivi privati e finalità pubbliche. Una proposta analoga è stata quella avanzata da da Stephen Maurer di Berkeley di definire meccanismi di tipo open source alle biotecnologie facendo leva sui meccanismi di incentivazione dell’ open source usati ad esempio nel software (signalling di capacità, utilizzo di capacità in eccesso, cooperazione, altruismo), attraverso la collaborazione in rete di molti ricercatori e la definizione di un sistema flessibile di protezione della proprietà intellettuale in un modello economico e giuridico che possa accelerare lo sviluppo di medicinali per le malattie rare e per quelle dimenticate.

Ad oggi non sono disponibili evidenze tali da far propendere per uno o l’altro dei meccanismi delineati. Si fa strada l’idea che i meccanismi incentivanti possano anche essere degli ibridi in funzione della specifica malattia che si intende debellare. La novità delle forme di partenariato nello sviluppo delle biotecnologie appare però molto promettente e incentivante anche per le positive ricadute in termini di sviluppo del capitale umano che tali forme di intervento possono apportare per i paesi che investono in queste iniziative. L'ultimo dato OMS dice che per malaria muoiono ogni giorno circa 3000 bambini nei paesi in via di sviluppo. Per un europeo che voglia andare in un safari africano è sufficiente scegliere tra due profilassi anti-malaria. E costa meno di cento euro.
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