set 2006
Noi lo avevamo detto...
Pasted Graphic 1di Marcello Basili e Antonio Nicita
Il Sole 24 Ore di ieri riportava un dato interessante sulle multe agli automobilisti italiani nell'ultimo anno. In particolare dal 1° gennaio al 31 agosto sarebbero state comminate dalla sola Polizia Stradale 641.504 multe per eccesso di velocità (tra queste ce ne sono un paio di Antonio intorno a Rapolano). Si tratta di una inversione di tendenza rispetto al calo osservato nel 2005. Era dal 2001 che le multe per eccesso di velocità non superavano le 600.000 unità. Dunque si è ritornati al livello precedente la introduzione della patente a punti. Come interpretare questo dato?

Ovviamente una ragione può essere data dal fatto che aumentano i controlli (e le tecnologie) e ciò farebbe aumentare le multe complessive. Ma pare che non si siano registrati incrementi di rilevo nelle politiche di detection tra il 2005 e il 2006. E allora una spiegazione alternativa risiede nella inefficacia del design del sistema sanzionatorio, come abbiamo avuto modo di illustrare su lavoce.info e su un articolo presentato a Berkeley all'ALEA. Non è affatto facile interpretare i dati in via univoca. Nonostante la patente a punti sia oggi adottata in moltissimi paesi, manca del tutto una teoria che spieghi perché con essa i soggetti dovrebbero modificare i propri incentivi a violare il codice stradale. Le indagini empiriche non sono conclusive e non vi è consenso sui risultati ottenuti, specie sulla relazione esistente tra patente a punti e riduzione degli incidenti stradali. C’è tuttavia un dato sul quale molte indagini convergono: la patente a punti avrebbe l’effetto di rendere più virtuosi i guidatori man mano che i punti perduti raggiungono una determinata soglia, al di là della quale è molto probabile incorrere nel ritiro. 
Uno studio sull’Australia ha mostrato come, a parità di monitoraggio da parte delle forze dell’ordine, passi molto più tempo tra la seconda e la terza infrazione di quanto non ne passi tra la prima e la seconda. E in Germania e in Italia solo un quota trascurabile della popolazione che ha perso dei punti, ne ha poi consumato l’intero ammontare, incorrendo nel ritiro della patente: meno dello 0,4 per cento. Ciò significherebbe che per una ampia fascia di guidatori, il ritiro della patente costituisce una perdita economica significativa, da evitare senz’altro. Di conseguenza, per almeno una parte della popolazione, i punti valgono poco quando sono tanti (e si tende a consumarli), ma valgono molto quando sono scarsi (e si tende a preservarli).  Se ciò è vero, se ne deve concludere che la patente a punti genera un paradosso: perché sia davvero efficace come meccanismo deterrente, è necessario che gli automobilisti (o almeno una parte di loro) consumino al più presto la propria dotazione dei punti fino a raggiungere la soglia critica che ne modifica in senso virtuoso il comportamento. Ovvero, la velocità con la quale si ottengono in media guidatori prudenti dipende dalla velocità con la quale essi risultano aver violato le regole in passato. Non deve quindi sorprendere se il successo della patente a punti si accompagna nel breve periodo a un incremento e non a una riduzione delle violazioni del codice stradale.
Il bonus porta danno.
D’altra parte, se la propensione a "consumare punti" dipende dall’ammontare di quelli di volta in volta disponibili, il paradosso comporta che l’assegnazione di bonus a coloro che non sono incorsi in sanzioni (compreso chi le ha violate sistematicamente senza essere scoperto) "rilasci" il vincolo dei punti e riduca il valore medio di quelli posseduti (rendendo la soglia critica più lontana). Ciò significa che per una parte della popolazione, l’assegnazione del bonus genererà perversi incentivi a violare le regole piuttosto che a mantenere integra la propria dotazione. E ciò vale anche per tutte le misure di reintegro dei punti poco costose (in termini di multe e di tempo di acquisizione). Diverso sarebbe il caso in cui i punti fossero rappresentati da crediti monetari o fossero "negoziabili" (come nel caso dei tradeable permits ambientali) e quindi monetizzabili dai titolari.
In altre parole, i punti funzionano come deterrente quando diventano una risorsa economica scarsa (o rinnovabile ad alto costo). Tutte le volte che se ne incrementa la rinnovabilità si finisce per indurre maggior consumo di punti e dunque un tasso più elevato di violazione del codice della strada. Non dovremmo dunque meravigliarci se in futuro, quando saranno disponibili i dati sul prossimo biennio, osserveremo un incremento nella violazione del codice stradale da parte di coloro che oggi ricevono il bonus o di quanti reintegrano i propri punti. 
Il passato ministro delle Infrastrutture e dei trasporti ha molto insistito sul premio attribuito ai guidatori virtuosi. Ma è probabile che esso si sia rivelato controproducente. Per i veri virtuosi, infatti, i punti non hanno alcun valore. Per quelli che non stati virtuosi, ma semplicemente fortunati e non scoperti, i nuovi punti rafforzeranno gli incentivi a violare il codice, perlomeno fino al raggiungimento della soglia critica dei punti perduti. Sarebbe invece auspicabile una riforma dell’attuale sistema volta a eliminare i bonus e a ridurre le occasioni di rinnovo dei punti. In altri paesi, infatti, nei quali l’orizzonte temporale di consumo dei punti è molto più ampio (in taluni casi coincide con la vita del guidatore), e dove non sono previsti strumenti di facile riacquisto dei punti, si è osservata una costante riduzione media delle violazioni stradali.
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Coase a Campo de' Fiori
122di Antonio Nicita
Leggiamo sul Corriere che un' insegnante di Matematica che abita in Via Monte della Farina a Roma dal luglio 2005 non chiude più occhio. La causa è il condizionatore che il ristorante "La Tartaruga" le ha messo proprio sotto la finestra, abitando lei al primo piano. Addirittura per colpa del continuo ronzio - ben oltre i limiti di legge - fino alle 4 di notte, si sarebbe ammalata di depressione. La Corte d'Appello ha già condannato il ristorante a "far cessare l'attività di ristorazione". Ma nulla è cambiato. Se seguissimo le lezioni di Coase (1960), Calabresi (1972) e Ayres (2005) avremmo già la soluzione in tasca. Qual è?
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Via i nullafacenti dalla P.A.! Facile (troppo) a dirsi...
Pasted Graphic di Massimo D'Antoni
Chiunque di noi abbia esperienza concreta di pubblica amministrazione, sa che vi sono impiegati che letteralmente “scaldano la sedia”. Chi come me ci lavora, credo abbia almeno una volta desiderato che qualcuno gli attribuisse una tantum la bacchetta magica per decidere con un fiat il licenziamento in tronco del nullafacente della stanza accanto. Purtroppo – pensiamo – è solo un sogno: se mai questa autorità potesse essere conferita, non sarebbe certo data proprio a me.

Eppure, c'è chi indulge in questi sogni, al punto di distillarli in una proposta che appare in prima pagina del maggior quotidiano nazionale, e viene poi ulteriormente elaborata e proposta su un noto sito di informazione.
Sto parlando del prof. Pietro Ichino, insigne e ascoltato giuslavorista. Sintetizzando molto – rimando all'originale per i dettagli – egli immagina la creazione, in seno alla Pubblica Amministrazione, per ciascun comparto o settore di questa, di una commissione ad hoc, cui verrebbe dato il compito di attribuire ad ogni dipendente pubblico un indice di produttività ed efficienza.
Coloro cui viene assegnato un indice pari, vicino o inferiore (!) a zero, verrebbero poi inclusi in una graduatoria “di demerito”, da utilizzarsi come base per una riduzione degli organici della P.A. Essi sarebbero cioè licenziati. La proposta prevede che i membri di dette commissioni siano esentati per legge da ogni rivalsa (dell'amministrazione) per risarcimenti dovuti a lavoratori erroneamente licenziati; che il lavoratore possa impugnare il licenziamento solo indicando in che modo la graduatoria sia stata compilata in modo errato (cioè chiamando in causa qualcuno tra i non licenziati che sia a suo giudizio più nullafacente di lui); che infine il licenziato riceva una speciale indennità di disoccupazione per un periodo limitato e sotto condizione di avvio di un processo di riqualificazione.
Non mi soffermo sui sottili aspetti giuridici della proposta, che Ichino affronta (immagino) con competenza. Come tuttavia non notare l'inconsistenza della proposta sul piano economico?
Molto brevemente:
1) Quale incentivo hanno le “commissioni speciali” a fare ciò che i superiori gerarchici dei nullafacenti (i dirigenti) non hanno fatto finora? E' solo una questione legata al rischio di una richiesta di risarcimento, come adombra Ichino, o il problema è legato al sistema di incentivi proprio di ogni pubblica amministrazione? In particolare, quali incentivi ha la commissione ad inserire effettivamente qualcuno nella lista di proscrizione?
2) Chi dà le informazioni necessarie alle commissioni (che sono soggetti esterni rispetto all'ufficio in cui il nullafacente lavora)? Se le procurano da soli con ispezioni? Sappiamo bene che buona parte delle informazioni rilevanti per valutare la produttività sono di natura “locale”, spesso scarsamente verificabili (sebbene a tutti note). Dunque, sarebbero ancora una volta i superiori gerarchici del nullafacente (quelli che non l'hanno licenziato finora) a determinare il risultato.
3) I nullafacenti sono stati spesso assunti perché “raccomandati”: chi potrebbe impedire l'innescarsi degli stessi fenomeni di clientelismo e “protezione” nell'ambito del lavoro delle commissioni?
4) E' logicamente possibile immaginare, da un punto di vista gestionale, l'attività delle commissione come separata e indipendente da quella di direzione e coordinamento di un ufficio propria del dirigente dello stesso? Nel caso in cui un dirigente dia una valutazione difforme da quella della commissione sulla produttività del singolo, che si fa?
Potremmo continuare. In sintesi: Ichino cade nella classica trappola di chi pensa di risolvere un problema di controllo inventando l'ennesimo organo “indipendente”. Dimenticando che il problema è proprio quello di controllare i controllori. Possiamo girarla come vogliamo: la questione di fondo è quella di un sistema di incentivi in un contesto, quello della P.A., in cui non è possibile ricorrere al mercato e a chiari indici di performance.
Ci siamo più volte soffermati, in questo blog, sui limiti di un'analisi economica in assenza di una conoscenza del dato giuridico. L'intervento di Ichino ci mostra dove ci potrebbe portare un approccio giuridico privo di una comprensione economica dei problemi.
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Tre scenari per Telecom Italia
Pasted Graphic di Antonio Nicita
Qualunque cosa accadrà, sarà una svolta per i mercati rilevanti collegati. Di certo c'è l'enorme debito di Telecom e delle controllanti, ma questo si sapeva dal primo giorno. Il rapporto profitti debiti, anche per un colosso come il gruppo Telecom, era troppo basso fin dall'inizio. Oggi si aprono diversi scenari, ma non se ne sa molto. Forse nemmeno dalle parti di Telecom.
1° scenario:
Dopo un anno dalla incorporazione di TIM, si torna indietro e si sorpassa: Telecom vende TIM in blocco, recuperando almeno 25-30 mld e dando un taglio quasi definitivo all'indebitamento (in qualche anno). Sotto il profilo della concorrenza la separazione verticale con il mobile può essere positiva sotto diversi profili: (i) si evitano i sussidi incrociati che erano all'origine della convergenza fisso-mobile, (ii) si apre lo spazio a potenziali fusioni tra concorrenti di TI nella telefonia fissa e TIM.

2° scenario
Telecom scopora le due reti, fisse e mobili, fa due società distinte e ne vende pezzi di minoranza. In tal modo accontenta un po', ma non troppo, le authorities (che vorrebbero separazione strutturale proprietaria e non solo societaria) e recupera un po' di ossigeno per abbattere, ma al massimo di 1/4, il debito

3° scenario
Telecom vende il mobile e scorpora societariamente la rete fissa. In tal modo realizza il primo scenario e un pezzo del secondo. Il corollario è dedicarsi alla broadband TV, perlomeno come 'scusa ufficiale' al governo e alla politica preoccupata di un abbandono del settore da parte di un imprenditore italiano. Per fare TV non basta un qualunque sharing agreement con Murdoch (anche perché le autorità antitrust, come nel caso australiano, richiederebbero in ogni caso impegni di non discriminazione prima di dare l'ok a tali accordi).

Quale che sia lo scenario, resta il fatto che la nuova proprietà compie in meno di un anno due svolte su TIM in aperta contraddizione. Non è un esempio di lungimiranza o di strategia imprenditoriale creativa, il che è un paradosso da parte di un gruppo che annuncia di voler fare broadband tv, ovvero la cosa che necessita in assoluto più creatività e lungimiranza. Vedremo.
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Estate Italiana
imagesdi Antonio Nicita
Succede sempre. Gli ultimi giorni dell'estate politica italiana (quella, per dirla con Maria Laura Rodotà, in cui i playboy e le soubrette fanno politica - contro la tassa sul lusso al billionnaire- e i politici fanno le soubrette) iniziano con quella cosa - a me misteriosa - che si chiama meeting CL e si concludono con altre feste di partito. Ascoltando le notizie (spesso inesistenti) capisci che è finita l'estate e con essa - si spererebbe - anche il grottesco estivo tipico italiano. Per chi vuole, ecco alcune riflessioni che ho fatto sotto l'ombrellone.
1. TREMONTI: ieri alla festa Udeur imita il se stesso imitato da Guzzanti, accusando la maggioranza di non avere le idee chiari sul reperimento delle risorse per la finanziaria. Poi aggiunge che le liberalizzazioni di Bersani sono una presa in giro. Mi chiedo se succede solo da noi che il Ministro del passato governo responsabile 'doloso' del buco che siamo costretti a coprire con la finanziaria, anziché sparire o chiedere scusa per il suo operato agli italiani, si permette di fare la voce grossa sul modo in cui si copre il suo buco. Tremonti ha dolosamente sbagliato le previsioni di crescita dell'Italia. Giornalisti che si rispettino dovrebbero sempre chiedergli: ma lei non si vergogna?
2. GIAVAZZI-PADOA SCHIOPPA-FASSINO: Giavazzi fa le pulci al ministro dell'economia che si arrabbia. A sua volta Fassino polemizza con Giavazzi, dicendo seccato che un conto è essere professori e salire in cattedra a bacchettare il governo, un altro è essere politici con responsabilità di governo. Non è facile condividere sempre Giavazzi. Ma la colpa si chiama 'editoriale': se hai un contratto da editorialista, passi le giornate a pensare a cosa 'devi' scrivere...spesse volte si finisce nel pierinismo. Ma sbaglia anche Fassino. Certo che i professori non sono politici e ne farebbero volentieri a meno di occuparsene se la politica fosse più convintamente all'altezza dei compiti che si prefigge.
3. FOLLINI: potrebbe dare una mano decisiva al centro sinistra al senato. Non condivido nulla della tendenza di imporre valori etico-religiosi in politica da parte del moderatismo cattolico (è la lezione di Sturzo). Ma sono pronto a tesserarmi con Follini se mostra ancora una volta il coraggio di togliersi dai Casini.
4. LIBANO&PRODALEMA: 10 e lode. Cosi si fa. Cosi si smette il gioco stupido e intellettualmente banale di schierarsi da una parte o dall'altra. Chi lo avrebbe detto?
5. CONFLITTI DI INTERESSE: succede solo in Italia che uno annuncia una legge seria sul conflitto di interesse e che il partito del soggetto più in conflitto insorga, gridando alla vittimistica discriminazione. Per me è proprio questa reazione la prova più evidente della gravità del conflitto. Nel 1996-2001 la legge non si fece per evitare (memori della sconfitta sul referendum relativo alle tv) proprio una reazione vittimistica. Coraggio!
6. TAXI. E ' stato firmato l'accordo con Veltroni. Faranno più turni. I taxi, in effetti, ci sono. Ma aumenteranno del 10% le tariffe urbane. Please, non chiamatela liberalizzazione.
7. TELECOM: ho aspettato per settimane che mi richiamassero per mettermi la parabola nel mio cucuzzolo sperduto siciliano. Attesa vana. Si tenessero la parabola.

Gli altri punti li lascio aggiungere - se vogliono - agli amici del blog se sono ancora vivi, dopo la mia vergognosa assenza.
D'altra parte, come diceva il poeta, non si muore d'estate.
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