Sogno o son Desto?
29/06/06 23:48

E poi ci si sveglia una mattina d'estate e si trova un blitz di una moderna sinistra liberale: professioni, taxi, banche, farmacie. Il governo avvia la liberalizzazione così, come si beve un bicchiere d'acqua. Riferendosi
esplicitamente a diverse segnalazioni antitrust degli ultimi anni, avrebbe approvato un decreto legge firmato
Bersani da licenziare subito insieme alla manovrina.....
SCARICA QUI IL TESTO DELL'INTERVENTO DEL GOVERNO.
LA NOSTRA INTERVISTA ESCLUSIVA A ROMANO PRODISecondo Giannini di Repubblica per le farmacie la questione potrebbe essere quella della vendita di medicinali nei supermercati
(come sostenemmo a suo tempo qui); Ci sarebbe poi anche una norma che abolirebbe la tariffa massima e minima per gli avvocati. Inoltre si prevederebbe una norma volta ad assicurare che i tassi di interesse sui conti correnti bancari, sia debitori che creditori, dovranno essere adeguati in contemporanea con le variazioni stabilite dalla Bce. Ancora, sarebbe stato liberalizzato il passaggio di proprietà delle automobili. La firma per il passaggio di proprietà per l'auto si potrà fare in Comune, non sarà più necessario il notaio. Infine sarebbe stata accolta una vecchia richiesta dell'antitrust per agenti plurimandatari con eliminazione dell'esclusiva per gli assicuratori. Gli assicuratori, secondo indiscrezioni sul decreto in discussione, non avranno più l'esclusiva con le singole compagnie assicurative. Il contenuto ci appare ottimo e la tempistica e le
modalità di approvazione semplicemente geniali. I
tassisti si agiteranno, anche i professionisti, i farmacisti... ma...è estate, fa caldo. E il governo - silente - inizia a vivere. Ora cerchiamo con intelligenza di risolvere sta cosa dell'Afghanistan, ragazzi.
SCARICA QUI IL TESTO DELL'INTERVENTO DEL GOVERNO.
LA NOSTRA INTERVISTA ESCLUSIVA A ROMANO PRODI Forza Italia (con buona pace dei lumbàrd)
26/06/06 15:58

Gli italiani hanno bocciato la riforma al referendum. Sono andati a votare più della metà (quasi il 54%) degli italiani. Era da 10 anni che non accadeva più per un referendum (il che è particolarmente importante qui, visto che non c'era il quorum del 50%). Più del 60% dei votanti ha detto di no. Al di là del neo Lombardo-Veneto, è NO ovunque....
E' probabile che molti elettori, specie quelli che hanno votato il si, non fossero pienamente informati, come dimostra l'increscioso episodio degli spot targati Mediaset. Era una riforma sbagliata, nel metodo e nel merito. Con tutto il rispetto, una riforma costituzionale non può essere affidata a un odontotecnico. Onore delle armi a Follini e a Tabacci: loro sanno che i centristi hanno votato in massa no, ma sono gli unici che hanno avuto il coraggio di dirlo, prima. Adesso possiamo davvero voltare pagina esperare: (1) in un governo Prodi sereno e deciso, che faccia un po' di cose prima di ottobre; (2) nella disgregazione/riaggregazione di una destra seria di governo, senza il duo bossi/berlusconi; (3) nel definitivo superamento della Lega perché gli italiani non vogliono il loro federalismo, la loro secessione , la loro Padania: è finita Bossi, ed era ora (e ogni altra stupidaggine anti-politica sulle vie non democratiche sia sanzionata come attentato alla Costituzione); (4) nella realizzazione di riforme costituzionali che diano seri checks and balances a governo e a opposizione; (5) in un superamento della legge Gasparri; (6) in una seria legge sui conflitti di interesse; (7) in una seria riforma della RAI; (8) in una nuova legge elettorale; (9) in un riforma umana e umanitaria della bossi-fini; (10) in una riappropriazione del grido: "Forza Italia", "Forza azzurri".
L'Italia - come la storia - siamo noi. Bella Ciao. Che partiamo.
No Smoking at the Beach: é iperpaternalismo?
20/06/06 10:58

"Sto qua, con le quattro capriole di fumo", scriveva Ungaretti. Ma il sigaro Toscano non è come gli altri sigari. Meno dolce. Pesante. Se, per sbaglio, lo respiri ti senti morire. Però è un compagno di pensiero. Si accende e si spegne. Si riaccende. Ti sta accanto, a segnare l'intermittenza dei tuoi pensieri. Tutti i fumatori di toscano sanno che è un meccanismo per pensare. Impossibile fumarlo (e spegnerlo e riaccenderlo) senza che ci sia un pensiero ad alimentarlo. E' il contrario della sigaretta. Quella è una pausa. Il toscano no. C'è una continua fumosa corrispondenza tra i pensieri e il fumarsi un toscano. I pensieri sono tortuosi, spezzati. Si accendono e si spengono. In questo il toscano è diverso dal cubano, ottimo anche lui, ma che non può essere spento e riacceso senza distruggerne l'aroma. Il toscano è divenuto da diversi anni il mio fedele compagno (con rassegnata solidarietà di mia moglie), e me lo porto in giro, a spasso per il mondo. A Parigi, che se ne intendono, puoi fumarlo nei ristoranti più chic. A S. Francisco, un poliziotto mi ha fermato, seduto in un bar all'aperto in una giornata di sole, dicendomi: "ehi this is a
no smoking area". Non era una battuta.
Diverse Contee negli Stati Uniti hanno imposto la 'no smoking area' in tutte le spiaggie. Moltissime sono in California, alcune in Texas. Dopo diversi anni di
pressione culturale, a livello statale e federale, l'idea si trasforma in legge: è vietato fumare nelle spiagge. Due sono le
motivazioni generalmente addotte. La prima si riferisce alle cicche. Costituirebbero la principale fonte di rifiuti delle spiagge, una media di 300.000 al giorno, secondo alcune stime. Ciò costituirebbe una fonte di inquinamento delle spiagge e una spesa pubblica elevata. La seconda ragione è quella nota del fumo passivo, anche in spiaggia, con la brezza marina che in California fa alzare le onde per la gioa dei surfisti.
Sinceramente, le due motivazioni appaiono deboli.
La prima è debole perché la spesa pubblica o privata per pulire le spiagge è indipendente dal tipo di rifiuto. Si spenderebbe comunque la stessa cifra impegnata per la raccolta delle biodegradabili cicche per raccogliere più inquinanti lattine, bottiglie di plastica, sacchetti vari. Il divieto colpisce i fumatori ecologici che usano i portaceneri e non punirebbe gli inquinatori non fumatori. Ma anche la seconda ragione non è convincente. Il fumo passivo produce i suoi effetti -
a volte controversi - in ambienti chiusi dove è difficile o insufficiente il ricambio d'aria e dove non è possible per i non fumatori sottrarsi all'inquinamento passivo. Avete presenti le spiagge americane? C'è qualcosa di più largo e lungo? Avete presente il vento che soffia sull'oceano? E allora da dove nasce il nuovo divieto? Forse nasce dal divieto stesso. Non più lo Stato paternalista che vuole proteggere la tua salute con informazioni, disincentivi, ma lo Stato iperpaternalista che decide per tutti. Non ti dice come proteggerti, ma decide quanto proteggerti.
Forse presto non dovremmo più nemmeno vedere all'ingresso dei grattacieli gli impiegati fumarsi sigarette e ossido di carbonio delle auto se si afferma l'idea che l'aria in quanto tale diventa un bene pubblico da tutelare per sé, indipendetemente dalle effettive esternalità prodotte. E se questo è vero, l'aria è pubblica non solo sulle spiagge ma anche sopra ogni proprietà, compreso quella privata. Al riguardo, la penso come Robert A. Levy su questo: "
Ordinarily, in a democracy, we let the political process set restrictions on the use of public property. But there are limits on the exercise of political power. Under our constitutional system, a nonsmoking majority cannot arbitrarily stamp out the rights of a smoking minority. For a regulation to be legitimate, there must be a good fit between the regulation and the goal it seeks to accomplish. Government, not secondhand smoke, is polluting the beaches. Surely we can protect the legitimate rights of non-smokers without prohibiting smokers from relishing an occasional cigarette by the sea".
Ehi, nel frattempo mi si è spento il toscano. Lo riaccendo.
Ma la Law&Economics é (davvero) di destra?
17/06/06 19:20

Durante una cena del seminario
STILE (Siena-Toronto Initiative in Law and Economics), ci siamo trovati a discutere con i colleghi Canadesi del fatto che, perlomeno presso quanti non si occupano generalmente di analisi economica del diritto, l'approccio law and economics tende ad essere classificato, anche in
Italia, come un movimento 'di destra'. La cosa imbarazzava alcuni di noi che si descriverebbero più o meno come democratici liberal in senso Usa. Certamente, alcune implicazioni pro-market dell'
analisi Posneriana possono essere classificate come liberiste. Tuttavia
l'analisi Coasiana sui trade-off instituzionali tra mercato e centralizzazione gerarchica delle transazioni è certamente neutra politicamente, permettendo a taluni di parlare di un Coase liberista e ad altri di un Coase socialista.
Per non parlare delle implicazioni del lavoro di
Commons (1924), delle riflessioni sulla giustizia distributiva e sulla responsabilità civile di
Guido Calabresi (1970) o dei contributi della post-Chicago L&E che forniscono un
quadro variegato dell'analisi economica del diritto. L'approccio della
New Institutional Economics ha in parte contribuito ad alimentare questo equivoco. I contributi di
Williamson (1985, 1996) ad esempio rischiano di 'giustificare' ogni istituzione che esiste come il risultato di un ottimo processo di minimizzazione di costi di transazione. E tuttavia
North (1990), uno dei massimi esponenti del neo-istituzionalismo, chiaramente suggerisce che possono sempre emergere e persistere istituzioni inefficienti se il potere di 'influence' di chi le controlla ostacola il cambiamento istituzionale efficiente. Il mercato quindi può essere tanto il luogo in cui si manifestano assetti efficienti di scambio, quanto il luogo in cui si manifesta un potere distorsivo e inefficiente. Se guardiamo ad un campo privilegiato dell'applicazione dell'approccio law and economics, quello dell'antitrust law, emerge con chiarezza quanto scritto da
Giuliano Amato (1997) e cioè che il disegno di regole efficienti serve a limitare sia il potere discrezionale di uno Stato invasivo sia il potere incontrollato dei monopolisti privati. L'approccio L&E, per quanto mi riguarda, ci aiuta a discutere dell'impatto delle regole attuali sugli incentivi e del disegno efficiente (di second best) delle regole future. Il disegno 'efficiente' non è di per sé indipendente dal fatto che si possano delineare altri obiettivi (anche distributivi). Efficienza può bene essere interpretata come minimizzazione dei costi di transazione nel perseguimento di un dato obiettivo dichiarato. Mentre queste considerazioni sono generalmente condivise dagli economisti, permane presso molti giuristi italiani la convinzione - a volte un vero pregiudizio - che l'analisi economica del diritto coincida non con un metodo ma con una politica di impronta liberista che tenda a semplificare la complessità del diritto e a innalzare l'efficienza del mercato come unico vessillo per il governo delle transazioni. Basta guardare alle
evoluzioni della disciplina per capire che non è ( più ) così. Molti contributi possono essere ben etichettati 'di sinistra', ammesso che questa politicizzazione di
un approccio metodologico abbia davvero un qualche senso. E' semmai un approccio complesso agli ordini istituzionali incompleti che ci aiuta a capire l'emersione e la distorsione del potere, sia esso proveniente dal pubblico, dal privato, dai governi, dallo stato, dalle norme sociali. Se proprio dovessi dire quale è l'ambizione più grande oggi di questo approccio direi che è quella di misurarsi con la complessità delle interazioni che avvengono tra sfera giuridica e sfera economica. In prossimità della seconda conferenza della
Società Italiana di Diritto ed Economia occorre forse - come mi suggerisce Massimo D'Antoni - un dibattito più ampio e una più diffusa divulgazione dei progressi dell'approccio di analisi economica del diritto. Anche perché questo approccio può contribuire - e non poco - al dibattito italiano sulla politica economica e sulle riforme da compiere in vari ambiti.
'Rubarsi i clienti' é illegale o é concorrenza? Dipende...
13/06/06 15:36

Nel film di E.Scola 'Concorrenza Sleale' (2001), due commercianti (D. Abatantuono e S. Castellitto nella foto) fanno di tutto per rubarsi l'uno l'altro la clientela, prima che le leggi razziali impediscano al commerciante ebreo di continuare la sua vita. Il film sviluppa, in due registri paralleli, il tema delle regole del gioco concorrenziale: cosa si può fare e cosa no. In questi giorni, specie dopo la recente
sentenza della Corte d'appello di Milano, Telecom Italia viene accusata da più parti di aver posto in essere strategie abusive, e dunque illegali, di 'winback'.
Con il termine ‘winback’ ci si riferisce comunemente ad azioni commerciali, tipicamente promozioni personalizzate e formulazioni di sconti-quantità e/o varietà, rivolte a clienti passati al concorrente al fine di ottenerne il ‘rientro’. Mentre appare pacifico che strategie di winback operate tra soggetti aventi analogo potere di mercato sono il risultato del buon funzionamento di meccanismi concorrenziali (cd. competition on the merits), si pone la questione teorica della eventuale natura anti-competitiva di strategie di winback operate dal soggetto in posizione dominante nei confronti dei nuovi entranti. Il dibattito cresce anche sui blog (Beppe Grillo
scrive a Paolo Gentiloni che gli
risponde). Si tratta in particolare di stabilire se il principio della 'speciale responsabilità' imponga al soggetto dominante anche l’obbligo di astenersi dall’intraprendere tali pratiche commerciali di winback, in quanto escludenti nei confronti dei concorrenti.
Questo tema è diventato di estrema attualità oggi in Italia a seguito di una sentenza della Corte di Appello di Milano che ha accolto l'inibitoria richiesta da un concorrente di telefonia fissa contro l'operatore incumbent nei confronti delle attività di winback poste in essere anche attraverso l'uso di informazioni riservate sui clienti. Proprio ieri, il Sole24ore ha pubblicato la notizia che anche sul mercato della telefonia mobile il secondo operator risulta aver inoltrato una denuncia analoga alle autorità competenti. Dal punto di vista teorico di antitrust law and economics va risolto un dilemma: 'rubarsi' i clienti é un abuso di posizione dominante (ai sensi dell'art. 3 L.287/90 e/o dell'art. 82 del Trattato UE) o é invece l'effetto della concorrenza (a beneficio dei consumatori finali)?Nei casi che oggi sono in discussione in Italia, a questo tema si aggiunge la questione della legittimità dell'uso di informazioni private sui profili degli utenti a fini promozionali. A mio avviso, il tema del winback ha una sua rilevanza antitrust anche indipendentemente dalla circostanza che esso venga effettuato per il tramite di informazioni private. Vediamo perché.L’attuazione di strategie di winback è stata talvolta considerata (ad esempio dalla Federal Communications Commission in USA) come il felice risultato del meccanismo concorrenziale, anche quando essa è posta in essere da un operatore dominante. Questa valutazione tuttavia non è valida in ogni contesto di mercato (come stabilito dalla Canadian Radio-television and Telecommunications Commission), ma solo in mercati concorrenziali, ovvero in contesti incompatibili con una posizione dominante. In un recente lavoro proviamo a motivare alcune delle seguenti argomentazioni (si rinvia al paper)

i) la natura pro-competitiva delle strategie di winback è compatibile con l’ipotesi di agenti economici razionali solo in contesti di mercato concorrenziali o contendibili, ovvero con assenza di barriere all’entrata e all’uscita e dunque con contesti nei quali non esiste una posizione dominante, per cui la mera entrata dei concorrenti agisce immediatamente da disciplina della pre-esistente posizione dominante dell’incumbent(ii) in un contesto di mercato oligopolistico caratterizzato da assenza di costi fissi, non è mai razionale per un operatore incumbent realizzare strategie di winback; infatti l’assenza di asimmetria nella capacità competitiva e la ‘trasparenza oligopolistica’ delle azioni-reazioni tra concorrenti comportano una possibilità di replica immediata da parte del concorrente dei termini commerciali proposti dall’incumbent; ciò comporterebbe di fatto un ‘contagio’ immediato all’intero mercato e dunque ad un’applicazione generalizzata a tutto il mercato delle migliori condizioni via via offerte alla clientela interessata dal winback (ribassi di prezzo, sconti di varia natura, promozioni, omaggi ecc.) riducendo rapidamente la profittabilità di tutti gli oligopolisti;(iii) la strategia di winback attuata da un operatore dominante è razionale solo in contesti caratterizzati da posizione dominante (individuale o collettiva) nei quali i nuovi entranti debbano sostenere elevati costi fissi al fine di competere alla pari contro l’incumbent, ovvero al fine di replicarne prontamente le strategie commerciali di winback; in tali casi, essa è razionale in quanto escludente, in quanto cioè la impossibilità dei concorrenti di replicare con successo alle offerte dell’incumbent comporti una progressiva diminuzione della base clienti del concorrente al punto da allontanarlo dal conseguimento del break even, e, nel caso peggiore, da indurne l’uscita;(iv) per un operatore incumbent la strategia di winback domina tutte le altre strategie escludenti pre-entrata di tipo ‘universale’ ovvero applicate all’intera clientela dell’incumbent (price matching o undercutting; esclusive o sconti fedeltà; sconti target; prezzi predatori ecc.); ciò in quanto con il winback vengono riduzioni di profitto associate alle condizioni economiche più vantaggiose promosse attraverso il winback sono applicate solo ad una parte della clientela, quella passata al concorrente, operando forme di sussidi incrociati e di discriminazione di prezzo tra i due gruppi di clienti; (v) le condizioni in base alle quali le strategie di winback producono effetti abusivi da impedimento sono le seguenti:a. elevati costi fissib. mancato raggiungimento della scala minima efficiente di consumatori da parte del concorrente al momento dell’attuazione delle strategie di winbackc. la dimensione dei clienti ottenuti in winback deve essere significativo ovvero tale da allontanare sosanzialmente il perseguimento del break even da parte dell’entrante (cd. effetto del ‘secchio bucato&rsquo

.Nei prossimi mesi sapremo se anche le Autorità competenti condividono questa impostazione.
Un Libro Bianco per riformare (velocemente) la Gasparri
13/06/06 15:06


Con il nuovo governo Prodi, e con il Ministro Gentiloni, sono maturi i tempi per riformare la legge Gasparri, sulla quale siamo già intervenuti
su questo blog. Che la cd. legge Gasparri presenti profili distorsivi della concorrenza e costituisca un innalzamento delle barriere all'entrata sui diversi mercati rilevanti connessi al tema della convergenza multimediale è un dato ormai assodato e recepito tanto dal dibattito teorico quanto nel dibattito di politica economica, specie a livello comunitario.
La creazione del Sistema Unico Integrato delle Comunicazioni, cd. SIC, eliminando i tetti precedentemente imposti dalla Maccanico al grado di concentrazione multimediale, di fatto induce la creazione di barriere endogene all'entrata che disincentivano l'ingresso di operatori alternativi (si amplia la scala minima efficiente e la varietà minima efficiente per competere ad armi pari).
Con il nuovo governo Prodi, e con il Ministro Gentiloni, sono maturi i tempi per riformare la legge Gasparri, sulla quale siamo già intervenuti su questo blog.
Che la cd. legge Gasparri presenti profili distorsivi della concorrenza e costituisca un innalzamento delle barriere all'entrata sui diversi mercati rilevanti connessi al tema della convergenza multimediale è un dato ormai assodato e recepito tanto dal dibattito teorico quanto nel dibattito di politica economica, specie a livello comunitario.
La creazione del Sistema Unico Integrato delle Comunicazioni, cd. SIC, eliminando i tetti precedentemente imposti dalla Maccanico al grado di concentrazione multimediale, di fatto induce la creazione di barriere endogene all'entrata che disincentivano l'ingresso di operatori alternativi (si amplia la scala minima efficiente e la varietà minima efficiente per competere ad armi pari).
Il passaggio alla trasmissione digitale peraltro espande le posizioni dominanti esistenti in assenza di chiari obblighi di condivisione dello spazio frequenziale, favorendo una ulteriore concentrazione della raccolta pubblicitaria, oggi prevalentemente raccolta da Mediaset, come rilevato da AGCM e AGCOM. Inoltre persiste una fondamentale disomogeneità tra la regolamentazione delle reti 'dominanti' - giustamente gravate di obblighi di condivisione e di accesso - e la regolamentazione dei contenuti multimediali, oggi di fatto assente rispetto al tema dell'accesso dei concorrenti.
Ma il vero problema della Gasparri si chiama transizione. La Gasparri immagina che oggi esista un mondo concorrenziale sia nelle reti trasmissive che nell'erogazione di contenuti. Un rapido sguardo alle quote di mercato basta per capire che così non é. E' pertanto evidente che una regolamentazione debole o sbagliata della fase di transizione alla rivoluzione digitale può espandere le posizioni dominanti esistenti e compromettere in via irreversibile la concorrenzialità futura della convergenza multimediale.
Molto opportunamente, il neo MInistro Gentiloni, persona credibile e competente, ha dichiarato che la Gasparri è superata - anche dal testo unico sulle radio-televisioni.
Adesso occorre un percorso chiaro, trasparente e condiviso di riforma, che resista alle trappole retoriche del 'complotto' già evocato dall'opposizione.
Occorrerebbe immaginare un percorso simile a quello avviato in USA e nel Regno Unito. La costituzione di una commissione di esperti e di operatori, alla quale prendano parte anche rappresentanti delle competenti authorities. Scopo della Commissione dovrebbe essere quello di avviare delle consultazioni che aiutino il Ministero a pervenire entro sei mesi ad un libro bianco sulla convergenza. Le conclusioni del libro bianco potrebbero poi trovare immediata trasposizione in un disegno di legge di riassetto del sistema della convergenza multimediale.
In tal modo la nuova riforma non potrà mai apparire come una vendetta personale ma come un processo aperto basato sul confronto e sull'effettiva dinamica concorrenziale che si va manifestando nei mercati interessati. Se si inizia subito, potremmo avere una nuova legge entro Natale. Al mercato della paura: quando Occidente vuol dire Far West
13/06/06 14:41

In questi giorni, il bravo
Luigi Lo Cascio gira l'Italia con uno spettacolo tratto dal racconto
'La Tana' di Kafka, riadattato e messo in scena dallo stesso attore. E' stato definito come 'una colata di parole' su un'unica ossessione: quella di un uomo che - ininterrottamente - continua a chiedersi se la sua tana è sicura, se davvero non sia possibile per un qualche essere entrarvi con una qualche astuzia, inganno, tecnologia. La tana non protegge dalla paura, perché ne rappresenta la proiezione più evidente. E' facile scorgere nella tana kafkiana la metafora esistenziale del particulare storico della crisi del novecento, della mondializzazione dei conflitti. Dell'insicurezza come condizione essenziale dell'umanità rispetto a se stessa. Il pericolo - nella tana - è insieme l'altro uomo e il se stesso fatto uomo. La paura come specchio deformato.
L'inizio di questo secolo non è poi così lontano dal secolo scorso. La follia anti-terrorista sembra aver prodotto l'effetto sistematico degli obiettivi folli dei terroristi, il terrore permanente appunto. Siamo tutti circondati. Di più: siamo circondati dalla nostra stessa tana che ci protegge e ci minaccia allo stesso tempo. Due bravi giornalisti,
Bonini e D'Avanzo, lo hanno chiamato
il mercato della paura. Come in ogni mercato c'è un'offerta e c'è una domanda. I terroristi da un lato e quelli che dichiarano guerre permanenti al terrore dall'altro. Ci sono i produttori e i distributori di paura. E c'è una tana, grande, o piccola, come il mondo.
Bonini e D'Avanzo ricostruiscono le politiche di lotta al terrorismo dal 2001 ad oggi e, in particolare, i retroscena della guerra in Iraq. Emerge un quadro a tratti ridicolo ma - per questo - davvero sconcertante delle attività dei nostri servizi segreti, della complicità della Presidenza Berlusconi con l'amministrazione USA nel tentativo di trovare oltre oceano quella credibilità internazionale latente in Europa. SI ricostruisce la famosa vicende del rapporto sull'uranio del Niger che secondo fonti italiane sarebbe stato acquistato da Saddam Hussein per fabbricare ordigni chimici e nucleari. Mai trovati. Si svelano gli equivoci relativi a tutte le operazioni anti-terrosimo italiane che sfiorano il ridicolo. Si mostra, in tutta la sua tenera e compassionevole vanità, il delirio di quel magistrato italiano che gioca a fare l'eroe da Vespa o da Fede. Si mostra l'inganno della cd. 'competitive intelligence', quella che inventa le notizie le moltiplica e poi usa le fonti straniere come conferme alle notizie false. Si contano i troppi morti italiani in Iraq. Si illustra come la guerra al terrorismo sia diventata Far West: i terroristi, quando vengono presi, sono mostrati al pubblico ludibrio. Ma la tana è sempre li. La domanda genera l'offerta e viceversa. Resta il mercato della paura. Si chiedono Bonini e D'Avanzo cosa c'entra la guerra i Iraq e tutta l'attività di intelligence italiana con la lotta la terrorismo, se non ad agire come domanda che alimenta l'offerta di un mercato perverso?
Se l'occidente diventa Far West - aggiungiamo noi- si uccide un terrorista e se ne crea un altro. C'è sempre qualcuno, più malato degli altri, che per liberarsi della paura della tana può ben decidere di farla saltare in aria. Tornando al novecento e alla tana di Kafka, e al mondo come tana terrorizzata e terrorizzante, ci vengono in mente le parole conclusive de 'La Coscienza di Zeno' di Italo Svevo: "Gli ordigni si comperano, si vendono e si rubano e l'uomo diventa sempre più furbo e più debole. Anzi si capisce che la sua furbizia cresce in proporzione alla sua debolezza.Ed è l'ordigno che crea la malattia [...] Forse attraverso una catastrofe inaudita prodotta dagli ordigni ritorneremo alla salute. Quando i gas velenosi non basteranno più,un uomo fatto come tutti gli altri, nel segreto di una stanza di questo mondo, inventerà un esplosivo incomparabile, in confronto al quale gli esplosivi attualmente esistenti saranno considerati quali innocui giocattoli. Ed un altro uomo fatto anche lui come tutti gli altri, ma degli altri un po' più ammalato, ruberà tale esplosivo e s'arrampicherà al centro della terra per porlo nel punto ove il suo effetto potrà essere il massimo. Ci sarà un'esplosione enorme che nessuno udrà e la terra ritornata alla forma di nebulosa errerà nei cieli priva di parassiti e di malattie". Sia Kafka che Svevo scrivevano prima della seconda guerra mondiale. Siamo ancora nella stessa tana, abbiamo ancora la stessa malattia, sembra. Qui si compra e si vende paura. Avanti il prossimo.
A che ora ci vediamo?
02/06/06 22:59

C'è un blog in USA di enorme successo, promosso da un gruppo della George Mason University, che si chiama
www.marginalrevolution.com. Di solito contiene provocazioni molto interessanti su come gli economisti possono interpretare
à la Becker varie vicende umane con l'ausilio del metodo di analisi economica. Ebbene oggi Matteo Rizzolli mi ha segnalato che su quel sito vi era un blog sul tema:
When should you show up to a party early?, perché conviene presentarsi presto ad un party. Ho subito 'postato' un commento provocatorio 'da economista' burlone, fornendo ben 7 ragioni per le quali ritenevo razionale (per un
selfish self-interested homo economicus) arrivare invece in ritardo ad un party. In realtà la mia era un bonaria presa in giro. Ma, naturalmente, chi si prende sul serio su un tale argomento prende anche sul serio i commenti! Si è scatenato il dibattito. Qualcuno ha pure teorizzato che in fondo bisogna andare al party quando si vuole, senza fare troppi calcoli sull'orario....davvero rivoluzionario ...
Andate a leggerli! Ecco la tragedia della scienza economica: né allegra, né triste. Ma tende a prendersi troppo sul serio, se anche l'ora a cui andare ad un party diventa una scelta razionale da calcolare...'Too much blog for nothing' verrebbe da dire...E comunque, giacché ci siamo, si accettano commenti (economicamente fondati) sull'orario giusto a cui presentarsi al party!!!
Un Té con Guido e NY
01/06/06 02:03

[refreshed post] Ci sono giorni in cui si mischiano varie vicende, lontane ed estranee. La cosa sorprendente è il senso che sanno restituirci. Quasi per caso. L'altro giorno, proprio quando l'ex ministro della Repubblica Calderoli insisteva a dire di essere orgoglioso di essere nemico di una parte del mondo arabo, con una sorprendente e stupida leggerezza, mi sono trovato ad incontrare, per motivi di ricerca e di amicizia, un honorable judge nelle sue chambers al 2nd Circuit di Foley Square a New York (nella foto).
Si tratta di un angolo incantato della vecchia New York dove i grattacieli del primo novecento si intrecciano con palazzetti di mattoni rossi e di legno del porto di una volta, dietro il Brooklyn bridge e circondati dai giganti moderni della City. Nella strada che il taxi percorre dal lato Sud, per Foley Square, ripercorro visivamente a ritroso le tappe di chi approcciava, da immigrato, New York, agli inizi del secolo scorso.
Vedo, d'improvviso, la statua della libertà. Sull'isoletta accanto c'è Ellis Island, il posto che ha rappresentato la prima tappa, per le procedure di accoglienza e smistamento, per oltre quindici milioni di immigrati che in nave giungevano dopo settimane,a New York, dove tutto appariva insieme estraneo e possibile. Rifletto sull'America e sull'Italia di allora, sull'orgoglio degli Italiani che hanno saputo crescere e lavorare qui e sulla politica attuale sull'immigrazione che il governo incombente di centro destra, anche in nome dell'amicizia con l'amministrazione Bush, sta realizzando nel nostro paese. Il tassista che mi accompagna è indiano, il portiere del tribunale è asiatico e il giudice che vado a trovare è italiano: si chiama
Guido Calabresi. Per chi studia diritto o law and economics, Guido Calabresi è ben noto. I suoi scritti sull'analisi economica delle regole giuridiche, sulla teoria della responsabilità civile e sulla giustizia sono tra i più citati. Il suo nome, con quello di Coase, è iscritto tra i padri fondatori dell'analisi economica del diritto. Lo vado a trovare per consegnarli alcuni scritti e per programmare altri incontri a Yale con i dottorandi senesi. Guido - cosi si fa chiamare da tutti - "I always go with first names" dice, mi offre un té nelle sue chambers, circondato dai codici, dalla vista del Brooklin Bridge, del fiume Hudson. Dietro la sua grande scrivania, campeggia un altrettanto grande bandiera americana. Parliamo per più di un'ora di property e liability rules, dei diritti di proprietà incompleti, del diverso approccio metodologico tra economisti e giuristi. Guido ha 74 anni, è in splendida forma. Non solo ama il mestiere di giudice, ma anche quello di insegnante. Per anni è stato Dean a Yale e ci tiene ancora a parlare con i giovani e si sorprende, dice, della capacità che i giovani hanno di insegnare le cose attraverso il loro domandare. Guido è un italiano che non ha scelto di andare negli Usa. La sua famiglia riparò a Yale (New Haven, CT) nel '39, quando l'umiliazione fascista impediva ai cittadini di essere uguali e liberi nel luogo in cui erano nati. A New Haven Guido è cresciuto ed ha studiato fino a diventare un punto di riferimento mondiale nella sua disciplina. Sporgendosi dalla finestra delle sue chambers si possono scorgere Ellis Island e la statua della libertà. E si prova un certo orgoglio patriottico a vedere un italiano come Guido davanti alla bandiera americana lì, a pochi chilometri da dove gli italiani aspettavano in fila un destino qualunque tra le valigie di cartone. Mentre nei media si consumava la guerra delle vignette e il nostro paese scimmiottava un'amicizia di facciata con il Presidente Bush, lì, in quell' angolo di New York, al 22 piano del 2nd circuit capivo la grandezza degli Stati Uniti e dell'Italia. Capivo, finalmente, che i governi passano, ma restano le istituzioni che fanno grandi i paesi. Restano gli esempi. I piccoli aneddoti in cui si nascondono storie più grandi. E così il mio té con Guido mi ha riconciliato con la storia delle sofferenze e delle libertà. Con i racconti sui viaggi americani del nonno paterno che non ho mai conosciuto. Con il fatto che New York è più di una città. E' un esempio. Una metafora. E' il mondo come è stato e come lo vorremmo nei colori, nella diversità, nelle opportunità. We all love New York sta scritto in tutte le magliette offerte dai venditori ambulanti. Ed è vero: perchè puoi trovarci un angolo o un minuto che racconta di una storia, dedicata anche a te.
La Grazia. Senza Ombre.
01/06/06 01:19

Stasera hanno dato alla tv l'ultima puntata de 'La meglio gioventù' di Giordana. La scena si apre con la terrorista che riceve in carcere una serie di spartiti. Lei, musicista, sfiora con la mano la partitura e sente la musica vibrare, scoppiare nella sua testa. Come un boato insopprimibile e incontenibile della bellezza della vita, che non si lascia assaporare, domare o confinare. La vita tenta se stessa, corrompe se stessa con la vita. La terrorista strappa i fogli, getta via gli spartiti perché non sopporta di aderire alla pienezza della vita. La vita dei terroristi è sempre in bianco e nero. Fredda, come la canna di una pistola. Spezzata dai suoi stessi ritagli di giornale. Ingannata dai suoi stessi documenti falsi. Inseguita dai suoi stessi pedinamenti. Folle nella retorica perversa di antistoriche rivendicazioni rivoluzionarie. Schizzofrenia. Clausura del corpo e dell'anima. Autismo.Ma se la musica rientra da uno spartito, per caso, o se la terrorista aspetta un bambino, ecco che si torna alla vita. Si capisce la inutile barbarie di uccidere. E si trova una porta in mezzo a tanto deserto.
La grazia del Presidente Napolitano (oggi a Bompressi, domani a Sofri) è quella porta. In un solo giorno si sblocca la grazia del Presidente della Repubblica per Bompressi. Il guardasigilli annuncia l'avvio del percorso per Sofri. Castelli rivela, ancora una volta, l'ottusa iniziativa politica di quella cosa imbarazzante chiamata 'Lega'. La grazia ha il potere di 'risolvere' senza cancellare. Di concludere senza chiudere. Di pacificare senza perdonare o condannare. Il terrorismo, specie quello italiano degli anni '70, è una tragedia bilaterale. Non ha mai vinto nessuno. Non vince nessuno. Ma proprio per questo la grazia ci appare giusta per chiudere quegli anni. Al di là delle ombre e del merito dei processi per l'omicidio Calabresi.La grazia spazza via tutte le ombre. Restituisce la vita alla vita. Risponde ad ogni discorso sul terrorismo con un inno alla vita. Ed è il giorno in cui la politica supera se stessa e le ombre che spesso la avvolgono. La grazia ci toglie di dosso le troppe ombre che imbrigliano, come in uno specchio distorto, la libertà delle vittime e dei carnefici. Dei vivi e dei morti. Di quelli che c'entrano e di quelli che non hanno colpe. Di quelli che ricordano e di quelli che non sanno dimenticare. Di quelli che sopravvivono.La grazia - diceva Simone Weil ne "L'Ombra e la Grazia" - è "la legge del moto discendente. La pesantezza morale che ci fa cedere verso l'alto".E' come dovrebbe essere il perdonare, quando si è dimenticata la colpa. E' come rinascere. Come domandare. E' l'altra opportunità. Data a tutti.