Se mi aiuti, emigro?

di F. Belloc e A. Nicita - pubblicato sul sito lavoce.info
Per fermare l'immigrazione dall’Africa verso l’Europa servirebbero almeno 5 miliardi di euro all'anno di aiuti economici. Parola del Muammar Gheddafi. Tuttavia, al di là dei possibili problemi umanitari connessi con misure di contrasto indiscriminate, la relazione tra aiuti e immigrazione è tutt’altro che univoca. In linea generale, gli aiuti economici dovrebbero ridurre gli incentivi all’emigrazione e porre le basi per l’avvio di forme durature di sviluppo locale. Ma, dati alla mano, aprire il portafogli degli aiuti non basta e anzi, sotto certe condizioni, può generare effetti opposti a quelli desiderati.
E’ questo il risultato paradossale dell’analisi econometrica che abbiamo effettuato circa la relazione che intercorre tra l’Official Development Assistance (ODA) erogata dai Paesi OCSE ai Paesi africani e i flussi di migrazione internazionale dai Paesi africani ai Paesi OCSE: tanto più un Paese riceve aiuti economici internazionali, tanto più da quel Paese si origineranno flussi di migrazione internazionale; tanto più un Paese eroga aiuti, tanto più riceverà immigrazione (come in Fig. 1).

Alla base di questa dinamica contro-intuitiva tra sviluppo e migrazione vi sono almeno due ragioni.
La prima si riferisce alla circostanza che anche i migranti rispondono agli incentivi. In un contesto di estrema povertà, un piccolo aumento dei redditi individuali generato dagli aiuti può non esser sufficiente a garantire permanentemente uno standard di vita sostenibile per la propria famiglia. Al contrario, quel piccolo aumento di reddito può generare (poche) risorse sufficienti per emigrare, affrontando così i costi di spostamento per trovare una fonte di reddito in Europa, finanziando poi la famiglia con un flusso di rimesse. Ciò è ancor più vero per coloro che fuggono da regioni infestate dalla guerra. Un dato peraltro confermato dal fatto che i Paesi con maggiori flussi migratori non sono i più poveri in assoluto, ma quelli che, proprio grazie agli aiuti, vedono migliorare il reddito pro-capite.
La seconda ragione è più complessa e si riferisce alla natura multidimensionale dei fenomeni migratori. Secondo Faini e Venturini, tra gli altri, la scelta di emigrare sarebbe sempre più guidata dalla percezione della povertà relativa, piuttosto che dalla povertà assoluta. Gli aiuti internazionali associati a programmi di sviluppo delle telecomunicazioni, delle reti commerciali internazionali e delle opportunità di lavoro all’estero, tenderebbero ad amplificare l’attrattività della vita nei paesi sviluppati, specie in quelli caratterizzati da minori livelli di diseguaglianza e disoccupazione, nei quali la domanda di immigrati serve a coprire mestieri altrimenti scoperti (Fig. 2 e 3).



Ecco perché, in questo contesto, gli aiuti tendono a essere usati come risorse per fuggire anziché restare. A ciò si aggiunga che - come recentemente denunciato dagli economisti africani James Shikwati e Dambisa Moyo – gli aiuti possono finire nelle mani sbagliate, alimentando dipendenza, corruzione e disuguaglianza e ritardando la presa di responsabilità collettiva delle popolazioni “beneficiarie” verso spinte democratiche e consapevoli.
Con ciò non vogliamo certo dire che gli aiuti vadano eliminati. Anzi. Essi vanno  incrementati e soprattutto ancorati a progetti specifici, piuttosto che a non meglio precisate operazioni di polizia alla frontiera. Progetti verificabili volti a generare un flusso di reddito certo per i lavoratori residenti. Infatti uno dei paradossi delle attuali politiche è che da una parte, il livello degli attuali aiuti alimenta i flussi migratori verso l´Europa, vanificando le politiche di contenimento. Dall´altro tale fenomeno finisce per impoverire ancor di più l´Africa stessa, privandola della parte più attiva della forza lavoro. Uno dei risultati da noi rilevati è la circostanza che la quasi totalità degli emigranti africani restano tali. E´ vero che in Europa ne entrano tanti, ma quasi altrettanti escono alla ricerca di nuove opportunità (in media per ogni 3 immigrati che entrano in un Paese europeo, dallo stesso Paese ne escono 2). Si tratta di una mobilità permanente e `disperata´ che finisce per depauperare il capitale umano dei migranti e le loro condizioni di vita.
Il ruolo della politica internazionale deve allora essere rilanciato e gli aiuti internazionali amministrati con estrema cautela e controllo. Le relazioni economiche bilaterali lungo le quali corrono importanti flussi di aiuti economici privilegiano risultati di breve periodo (come partenariati commerciali e commesse per le proprie imprese), ma ne sottovalutare gli effetti indiretti. Ecco perché una politica unitaria Europea, ad esempio, che si ponga responsabilmente al centro delle politiche migratorie e di aiuto internazionale, sarebbe cruciale e vincente sotto molti punti di vista.


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