Programmi e copertura
16/03/08 17:37 Filed in: Politics
di Ant
E’ vero: i programmi di PD e di PDL hanno alcuni punti in comune. Di per sé ciò dovrebbe rassicurare l’elettorato in merito alla circostanza che, chiunque vinca, alcune cose verranno fatte in ogni caso. Inoltre è stato compiuto uno sforzo, di per sé apprezzabile ma ad oggi poco verificabile, in merito alla copertura finanziaria. Perché entrambi i programmi promettono molto incluso un programma di riduzione fiscale abbastanza rilevante.
Come ci hanno insegnato Holmes e Sunstein nel libro “Il costo dei diritti”, le libertà individuali, non diversamente dai diritti sociali, dipendono dalla produzione di bene pubblici, dalla cooperazione e dal contributo attivo di tutti i cittadini al bene comune. I diritti costano e la stessa libertà individuale dipende, secondo Holmes e Sunstein, dalle tasse ovvero dall’intervento pubblico.
In entrambi i programmi la riduzione della pressione fiscale, oggettivamente elevata in Italia, passa attraverso un ridimensionamento della spesa pubblica della spesa pubblica inefficiente e improduttiva. I programmi indicano – con una qualche generosa approssimazione – anche gli ambiti nei quali tagliare. Con una promessa implicita: si taglia ciò che non serve. Dunque, non solo i diritti non ne verranno diminuiti, ma maggiori risorse potranno essere rese disponibili per usi più efficienti.
Ammesso che si riesca in questa ottima impresa, è indubbio tuttavia che anche il taglio della spesa pubblica improduttiva genera un costo sociale di breve periodo al quale una ‘mano visibile’, specie se è la mano sinistra, deve rispondere. Ciò che manca nei due programmi è dunque la copertura dei costi sociali del cambiamento, ovvero direbbero gli economisti, del governo delle esternalità generate dalle riforme promesse. Se cambiamento ci sarà, per esempio attraverso la riduzione della spesa pubblica inefficiente e improduttiva, non sarà certamente indolore. Ma su come si dovranno ‘coprire’ i costi sociali del cambiamento, non vi è alcun cenno. Persino un liberale come Einaudi invitava a considerare dietro i tagli e le cifre ‘gli uomini vivi’, le loro storie, la fatica quotidiana dell’adattamento al mutamento delle regole. Che faremo dei fannulloni? Non potremo licenziarli su due piedi, salvo infiniti ricorsi al TAR, né potremo mandarli anticipatamente in pensione. Probabilmente dovremmo incentivarne l’uscita, ma l’exit costa e sottrae forse più risorse di quelle che rivogliono risparmiare.
Un programma più onesto dovrebbe indicare il costo delle politiche di reindirizzo delle attività della pubblica amministrazione, di riqualificazione del personale, di incentivazione all’uscita o persino di programmi di sostegno sociali a quanti non riescono a riqualificarsi, ammesso che siano stati esclusi dalle loro attuali occupazioni. Questo programma dovrebbe spiegare agli italiani che, per almeno cinque anni, il risparmio cosi ottenuto sarà virtuale. Che l’efficienza organizzativa non significherà minore spesa assoluta, e dunque minori entrate, ma solo, eventualmente, una riqualificazione della spesa in impieghi più efficienti. Ma forse non sarebbe un programma popolare.
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