L'economia e l'arte di rubare l'arte
20/05/10 23:34 Filed in: Law & Economics
di Antonio Nicita E’ accaduto di nuovo. Come qualche anno fa con alcune tele di Munch. Questa volta è stato il turno del Musée d'art moderne de la Ville de Paris dal quale sono stati rubati cinque capolavori di Picasso, Modigliani, Braque, Léger e un Matisse, valutati in circa 100 milioni di euro. A quanto pare anche qui, come nel caso delle tele di Munch, i sistemi di sicurezza erano assai poco efficaci. "E' stupido rubare quadri così, si tratta di imbecilli e basta", ha detto Pierre Cornette de Saint-Cyr, commissario delle esposizioni del Palais de Tokyo. Si tratta davvero di un paradosso della razionalità? Perché allora si ruba l’arte famosa?
Secondo Cornette de Saint-Cyr "con quadri del genere non ci si può fare niente , tutti sono già al corrente, i siti Internet sono già pieni di notizie e immagini. Nessuno può pensare di vendere questi quadri, per questo dico che è stupido rubarli”. In un recente articolo ("The Economics of Art Theft:Too Much Screaming over Munch's The Scream?” A. Nicita and M. Rizzolli pubblicato su Economic Papers, 29, Wiley 2009) ci siamo appunto chiesti per quale ragione si rubino opere d’arte che non hanno poi un mercato secondario, in quanto ‘merce che scotta’.
Una prima ragione può essere quella del beneficio derivante dal possesso ‘maniacale’ e dalla fruizione personale dell’opera. Tra i casi più citati vi sono quelli di Etoh Mvondo che avrebbe rubato negli anni ’80 tre Renoir per soddisfare il desiderio di possedere dei Renoir prima dei vent’anni o quello del Dr Frank Waxman che avrebbe rubato più di 170 capolavori, negli anni ’70 senza alcun obiettivo di rivendita. Si racconta che il furto di alcuni Monet e Renoir sia stato commissionato dal gangster giapponese Shuinichi Fujikuma, in latitanza, al fine di poterne godere personalmente. Alcuni pentiti di mafia, tra i quali Mannoia, Spatuzza e Cangemi, raccontano che in diverse riunioni di Cosa Nostra trionfava un dipinto di Caravaggio, La natività coi santi Francesco e Lorenzo, che i boss esponevano a tutti come simbolo della propria potenza. Si tratta tuttavia di casi estremi.
La seconda e più diffusa ragione economica per il furto di capolavori d’arte consiste non nel difficilissimo tentativo di rivendita nel mercato nero (uno dei pochi casi fortunati fu quello del marchese di Valfierno che nel 1911 rubò la Monnalisa di Leonardo, per venderne contemporaneamente diverse copie), ma nella rivendita alle compagnie di assicurazione, sotto forma di riscatto. E’ evidente che le compagnie di assicurazione siano ben liete di pagare il riscatto piuttosto che liquidare un ingente rimborso assicurativo.
Per esempio, il recupero di un precedente furto di tanti anni fa delle opere di Munch fu possibile proprio dall’intervento della polizia durante i contatti che i ladri intrapresero ai fini del riscatto.
Nell’ultimo caso di furto dei quadri di Munch, al museo di Oslo nel 2004, molti gridarono allo scandalo in ragione del fatto che (i) il museo era sprovvisto di misure di allarmi o protezione adeguate; (ii) le opere risultavano non assicurate.
Nel nostro articolo, abbiamo sostenuto che tali scelte, da parte del Museo di Olso, erano invece razionali ed efficienti. Secondo la letteratura di law and economics, assicurare un quadro e spendere molti soldi nella sua protezione sono le condizioni che più favoriscono il furto a fini di riscatto, risultando del tutto inefficaci ed inefficienti come strumenti di deterrenza. Gli unici strumenti efficaci ed efficienti di deterrenza sono invece a nostro avviso: (a) una protezione minima; (b) nessuna assicurazione e (c) un forte investimento in ‘famousness’ del quadro, volto ad aumentarne all’infinito i costi di rivendita. Non è un caso che dopo poco tempo i quadri siano stati ritrovati, senza che alcun riscatto fosse stato pagato.
Non sappiamo se i quadri rubati a Parigi fossero o meno assicurati. Ma è nostra convinzione che uno dei paradossi della razionalità in questi casi, non sia tanto il fatto di rubare quadri invendibili, quanto piuttosto la corsa ad assicurarli per paura dei furti. Non basta pubblicizzare il quadro rubato, occorre avere il coraggio di non assicurarlo e di rendere noto questo commitment ai futuri ladri.
Una prima ragione può essere quella del beneficio derivante dal possesso ‘maniacale’ e dalla fruizione personale dell’opera. Tra i casi più citati vi sono quelli di Etoh Mvondo che avrebbe rubato negli anni ’80 tre Renoir per soddisfare il desiderio di possedere dei Renoir prima dei vent’anni o quello del Dr Frank Waxman che avrebbe rubato più di 170 capolavori, negli anni ’70 senza alcun obiettivo di rivendita. Si racconta che il furto di alcuni Monet e Renoir sia stato commissionato dal gangster giapponese Shuinichi Fujikuma, in latitanza, al fine di poterne godere personalmente. Alcuni pentiti di mafia, tra i quali Mannoia, Spatuzza e Cangemi, raccontano che in diverse riunioni di Cosa Nostra trionfava un dipinto di Caravaggio, La natività coi santi Francesco e Lorenzo, che i boss esponevano a tutti come simbolo della propria potenza. Si tratta tuttavia di casi estremi.
La seconda e più diffusa ragione economica per il furto di capolavori d’arte consiste non nel difficilissimo tentativo di rivendita nel mercato nero (uno dei pochi casi fortunati fu quello del marchese di Valfierno che nel 1911 rubò la Monnalisa di Leonardo, per venderne contemporaneamente diverse copie), ma nella rivendita alle compagnie di assicurazione, sotto forma di riscatto. E’ evidente che le compagnie di assicurazione siano ben liete di pagare il riscatto piuttosto che liquidare un ingente rimborso assicurativo.
Per esempio, il recupero di un precedente furto di tanti anni fa delle opere di Munch fu possibile proprio dall’intervento della polizia durante i contatti che i ladri intrapresero ai fini del riscatto.
Nell’ultimo caso di furto dei quadri di Munch, al museo di Oslo nel 2004, molti gridarono allo scandalo in ragione del fatto che (i) il museo era sprovvisto di misure di allarmi o protezione adeguate; (ii) le opere risultavano non assicurate.
Nel nostro articolo, abbiamo sostenuto che tali scelte, da parte del Museo di Olso, erano invece razionali ed efficienti. Secondo la letteratura di law and economics, assicurare un quadro e spendere molti soldi nella sua protezione sono le condizioni che più favoriscono il furto a fini di riscatto, risultando del tutto inefficaci ed inefficienti come strumenti di deterrenza. Gli unici strumenti efficaci ed efficienti di deterrenza sono invece a nostro avviso: (a) una protezione minima; (b) nessuna assicurazione e (c) un forte investimento in ‘famousness’ del quadro, volto ad aumentarne all’infinito i costi di rivendita. Non è un caso che dopo poco tempo i quadri siano stati ritrovati, senza che alcun riscatto fosse stato pagato.
Non sappiamo se i quadri rubati a Parigi fossero o meno assicurati. Ma è nostra convinzione che uno dei paradossi della razionalità in questi casi, non sia tanto il fatto di rubare quadri invendibili, quanto piuttosto la corsa ad assicurarli per paura dei furti. Non basta pubblicizzare il quadro rubato, occorre avere il coraggio di non assicurarlo e di rendere noto questo commitment ai futuri ladri.
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