Se il mondo non basta. L'ambiente dopo Kyoto

Il 15 febbraio scorso è entrato in vigore il Protocollo di Kyoto. Si tratta di una rivoluzione epocale per quello che esso rappresenta, sia in termini di politica economica che per il metodo negoziale sperimentato dai paesi coinvolti. È un accordo che riguarda un caso di inquinamento globale che coinvolge tutti i paesi come vittime e come inquinatori. E non c’è un giardino siderale nel quale veicolare i rifiuti. I 128 paesi che hanno ratificato il protocollo, tra i quali si conta l’Italia ma non gli Stati Uniti e il Giappone, si sono impegnati a ridurre tra il 2008 e il 2012 le proprie emissioni dei gas serra, principalmente il biossido di carbonio, del 5,2% circa rispetto ai livelli del 1990. E non è finita qui. Dopo il 2012, nuovi impegni di riduzione delle emissioni di gas serra, persino più aggressivi di quelli finora assunti saranno necessari, come conferma il documento proposto dai Ministri Ue dell’ambiente in queste settimane (15-30% entro il 2020 e 60-80% entro il 2050).
Questa drastica inversione di marcia richiede profonde politiche di ristrutturazione energetica e di riconversione industriale nei paesi firmatari. Molti paesi hanno già adottato piani pluriennali di abbattimento delle emissioni e politiche industriali eco-compatibili. L’Italia è, invece, in grave ritardo.

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