The Indian Way
17/07/06 16:40 Filed in: Law & Economics
di Alessandro S.Torno dall’India e porto con me alcuni pensieri. Li ho messi da parte insieme agli olii profumati e all’incenso, perché brucino anche’essi e si disperdano nell’aria. I pensieri devono diventare voci. Non parlerò di tutte quelle cose che da qualche tempo vanno molto di moda :le nuove, grandi possibilità di ricchezza e di crescita che un paese più esteso dell’ Europa e con un miliardo e duecento milioni di persone può rappresentare “per noi” ma anche e soprattutto per se stesso. Di settimana in settimana, non manca un editoriale del Financial Times o un reportage dell’Economist a spiegarci quel che il mercato indiano possa diventare sia in termini di produzione che di consumo di beni e servizi. Rimando dunque a quelle opinioni, peraltro molto più qualificate della mia.
Posso testimoniare di aver visto centri di ricerca super tecnologici, e poli industriali che vengono su come funghi, i quartieri dei servizi con migliaia di call centers delle multinazionali, e campi coltivati e manodopera tanta, e molto qualificata, che parla inglese e usa internet: poi aggiungo che il ristorante trendy di New Delhi si chiama “Olive Tree” e la zona più esclusiva della città sarà una zona residenziale mediterranea, dove i lussuosissimi appartamenti saranno provvisti di piante di limoni e fichi e i cui proprietari vogliono bere i vini pregiati e vestirsi “alla moda italiana”, e lo dico con soddisfazione ( perché viviamo di una bella rendita) e rammarico ( perché davvero non riusciamo a metterla a frutto). E, quando leggerò di altri divieti, e di altre prese di posizione e di schiamazzi contro la ricerca sulle cellule staminali, mi immaginerò gli scienziati biomedici di Bangalore, la Silicon Valley indiana rinomata per la quantità e qualità di start up biotech, che brindano e fanno i salti di gioia perché i capitali americani, europei e canadesi saranno pronti ad arrivare a valanga.
Penso però che guardare all’India -o a qualsiasi altra lontana civiltà che promette o minaccia nuovi scenari per l’economia mondiale- sia un errore. Non lo definirei un nuovo colonialismo, ma mi sembra che molto, dei possibili benefici che si possono estrarre dagli scambi e dalle nuove relazioni anche economiche, si perda. Dovremmo avvicinarci di più all’India e, con un senso di curiosità e voglia di conoscere, interrogarci sulla possibilità di concepire il tempo in maniera dilatata, perché la velocità dei traffici delle relazioni racchiude la nevrosi occidentale di non essere mai sazi, di non essere mai “felici” e di accumulare piuttosto che contemplare. Di interrogarci se le scelte efficienti dei singoli ( ad esempio spostarsi dal villaggio alla città per un lavoro meglio retribuito) siano davvero scelte anche efficienti per altri corpi sociali, (quali la famiglia o il villaggio) e se la struttura giuridica del codice napoleonico sia da accettare così come e’, anche se le relazioni affettive tra gli uomini siano contemplate solo quando ci si sposa: di questo diritto senza passione, che non contempla mai ad esempio la parola amico/a/amicizia. Mi interrogo se forse potremmo fare un bel salto mentale e imparare noi che la “governance partecipativa” di cui si legge in abbondanza nei testi più innovativi di regolazione, si fa da tempo nei villaggi intorno all’albero di mango, quando si decide di cosa fare del pozzo o di un’eredità e si da ascolto ad ogni singola voce dei presenti. perché come insegna Amartya Sen nel suo The argumentative Indian sarebbe l’ora di finirla con la pretesa che la democrazia e il razionalismo siano un prodotto esclusivo dell’occidente, magari da incartare ed esportare come paccottiglia.
E forse , mentre il filo di fumo dei pensieri si assottiglia e si avvolge a spirale, sarebbe anche da interrogarsi sul lessico e sui problemi della L&E, porsi una questione specifica sul valore del sacrificio, e della rinuncia, sulla importanza della contemplazione di stati d’animo oltre che della produzione e del consumo di beni, sugli entitlements immateriali rappresentati dall’affetto della famiglia, dal rispetto e dalla dignità garantita a chi è al servizio di un householder, una relazione non riducibile allo scambio tra denaro e prestazioni d’opera. Se insomma vogliamo evitare di guardare solo e unicamente all’ “american way of life” come apoteosi del creato e ci ricorderemo, come nella poesia di Pier Paolo Pasolini, dei mille “Alì dagli occhi azzurri” che aspettano di vivere la loro opportunità.
Penso però che guardare all’India -o a qualsiasi altra lontana civiltà che promette o minaccia nuovi scenari per l’economia mondiale- sia un errore. Non lo definirei un nuovo colonialismo, ma mi sembra che molto, dei possibili benefici che si possono estrarre dagli scambi e dalle nuove relazioni anche economiche, si perda. Dovremmo avvicinarci di più all’India e, con un senso di curiosità e voglia di conoscere, interrogarci sulla possibilità di concepire il tempo in maniera dilatata, perché la velocità dei traffici delle relazioni racchiude la nevrosi occidentale di non essere mai sazi, di non essere mai “felici” e di accumulare piuttosto che contemplare. Di interrogarci se le scelte efficienti dei singoli ( ad esempio spostarsi dal villaggio alla città per un lavoro meglio retribuito) siano davvero scelte anche efficienti per altri corpi sociali, (quali la famiglia o il villaggio) e se la struttura giuridica del codice napoleonico sia da accettare così come e’, anche se le relazioni affettive tra gli uomini siano contemplate solo quando ci si sposa: di questo diritto senza passione, che non contempla mai ad esempio la parola amico/a/amicizia. Mi interrogo se forse potremmo fare un bel salto mentale e imparare noi che la “governance partecipativa” di cui si legge in abbondanza nei testi più innovativi di regolazione, si fa da tempo nei villaggi intorno all’albero di mango, quando si decide di cosa fare del pozzo o di un’eredità e si da ascolto ad ogni singola voce dei presenti. perché come insegna Amartya Sen nel suo The argumentative Indian sarebbe l’ora di finirla con la pretesa che la democrazia e il razionalismo siano un prodotto esclusivo dell’occidente, magari da incartare ed esportare come paccottiglia.
E forse , mentre il filo di fumo dei pensieri si assottiglia e si avvolge a spirale, sarebbe anche da interrogarsi sul lessico e sui problemi della L&E, porsi una questione specifica sul valore del sacrificio, e della rinuncia, sulla importanza della contemplazione di stati d’animo oltre che della produzione e del consumo di beni, sugli entitlements immateriali rappresentati dall’affetto della famiglia, dal rispetto e dalla dignità garantita a chi è al servizio di un householder, una relazione non riducibile allo scambio tra denaro e prestazioni d’opera. Se insomma vogliamo evitare di guardare solo e unicamente all’ “american way of life” come apoteosi del creato e ci ricorderemo, come nella poesia di Pier Paolo Pasolini, dei mille “Alì dagli occhi azzurri” che aspettano di vivere la loro opportunità.
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