Nostradamus e l'efficienza delle regole

di Antonio Nicita, tratto da Il Sole 24 Ore dell'8 dicembre 2008
“Non c’era bisogno di Nostradamus per prevedere questa crisi”. E’ l’opinione del premio Nobel Stiglitz in un articolo appena uscito su The Economists’ Voice. Sebbene gli economisti siano molto più bravi a ‘prevedere’ il passato che il futuro – prosegue Stiglitz - questa crisi era facilmente prevedibile da quanti avessero manifestato un sano scetticismo verso forme violente di deregulation quale quelle promosse dal Washington Consensus negli anni passati, specie per i mercati finanziari.
E in effetti Stiglitz cita un suo vecchio saggio del 1992 nel quale avvertiva contro i rischi della cartolarizzazione dei mutui in assenza di una chiara regolamentazione a tutti i livelli: dal trasferimento della proprietà, alla valutazione della stessa; dalla erogazione del mutuo alla sua cartolarizzazione e così via. Per il futuro, conclude Stiglitz, non ci vuole Nostradamus, ma una regolamentazione più attenta dei mercati, degli incentivi e delle sanzioni.
Com’è noto, tra i bersagli dei passati attacchi di Stiglitz vi sono state molte istituzioni internazionali tra le quali la Banca Mondiale. Eppure sono diversi anni che la Banca Mondiale ha rimodulato le proprie analisi sulle performance macroeconomiche dei diversi paesi, con fondamenti micro che vedono, appunto, nell’efficienza delle regole che governano i mercati e le istituzioni economiche uno dei fattori cruciali della competitività internazionale. In particolare, questo nuovo approccio derivante dalla consapevolezza del ruolo svolto dal contesto istituzionale in cui si manifesta l’economia di mercato ha enfatizzato il ruolo rivestito dalla qualità della regolazione nella definizione dei diritti di proprietà e nei meccanismi che attengono al loro scambio e alla loro protezione; nella promozione della concorrenza e nella riduzione di ingiustificate barriere all’entrata; nell’assicurare una soluzione efficace, tempestiva ed efficiente delle controversie giudiziarie e cosi via; nell’incrementare la trasparenza, i requisiti informativi e le tutele per i consumatori; nel governare i rapporti tra proprietà e controllo nelle imprese; nel facilitare il mercato per il controllo delle imprese e così via.
Sono due i principali rapporti annuali della Banca Mondiale si concentrano, da diversi anni, sul ruolo della ‘governance’ sulla competitività.
Il primo rapporto ha un titolo evocativo (“Governance Matters” ) e analizza l’impatto della ‘rule of law’ in 212 paesi. Con il termine ‘rule of law’ ci si riferisce al complesso di regole che governano il grado democratico delle istituzioni politiche e giuridiche da un lato e la ‘democrazia’ del mercato dall’altro. Le dimensioni studiate misurano in ciascun paese, in un intervallo temporale di dieci anni, i mutamenti nella percezione della partecipazione civile e dell’‘accountability’, della stabilità politica e dell’assenza di violenza/terrorismo, dell’efficacia dell’azione di governo, della qualità della regolazione, della definizione e protezione dei diritti proprietari e del controllo della corruzione.
Il secondo rapporto ha anch’esso un titolo altrettanto evocativo (“Doing Business” ) e si focalizza sulla misurazione del livello di competitività indotto dal contesto istituzionale per ciascuno dei 178 paesi considerati. In particolare il rapporto analizza gli oneri complessivamente connessi all’avvio di un’attività imprenditoriale, all’acquisizione di licenze e autorizzazioni, alle regole che sottendono all’impiego di lavoratori, alle procedure di trasferimento e registro della proprietà, alla facilità con cui si ottiene credito e si proteggono gli investitori, all’incidenza fiscale, alle barriere al commercio internazionale, al sistema di esecuzione e di tutele contrattuali, alle procedure fallimentari.
Sembra dunque emergere dall’approccio seguito nei due rapporti una profonda consapevolezza del ruolo che hanno le regole nel determinare la performance economica e ciò apparentemente stride con le critiche avanzate da Stiglitz. Eppure, ad una lettura più approfondita sembra emergere una visione ‘metodologica’ di fondo che finisce per ‘premiare’ sistematicamente ogni forma di deregulation in ogni ambito, così che i paesi meno regolamentati nei diversi contesti studiati sono anche quelli che ottengono una posizione più alta in graduatoria. Dal confronto congiunto dei due rapporti appare evidente che i paesi che appartengono al sistema di common law registrano livelli di ‘governance’ e di competitività più efficienti dei paesi di civil law, spesso dipinti come vecchie e pesanti carrozze di un treno che deve velocemente cambiare locomotiva, vagoni e persino conducenti. Occorre chiedersi quanto ciò sia vero e quanto sia invece frutto di quella impostazione metodologica avversata da Stiglitz, per la quale less regulation is better.
Certo, guardando all’Italia c’è da scoraggiarsi e non servono inutili alibi. Siamo indietro in entrambi i rapporti della Banca Mondiale, sopravanzati da paesi che hanno un PIL ben inferiore al nostro e un sistema democratico e giuridico più giovane e meno solido. Ed è vero che al di là dei limiti metodologici che si possono muovere a questo tipo di analisi, il nostro paese presenta vasti ambiti in cui sono urgenti riforme drastiche: la stabilità politica, la giustizia civile, i tempi di avvio di impresa, la riduzione degli oneri amministrativi e così via. Ma il punto che la recente crisi solleva è un altro: i paesi più virtuosi in queste classifiche sono proprio quelli in cui è nata e si alimentata quella forma di deregulation che ha poi portato al fallimento dell’autogoverno di taluni mercati, con i tragici effetti domino osservati. Anzi, alcuni osservatori iniziano timidamente a chiedersi se proprio taluni apparenti arretratezze del contesto istituzionale dei paesi civil law non permetta oggi a questi ultimi di arginare la crisi in atto, attivando i necessari anticorpi. Il tema della futura riflessione sembra dunque destinato a spostarsi dalla misurazione tout court dell’incidenza sistematica della regolazione, all’analisi economica e giuridica, caso per caso, della qualità della regolazione. Prestando maggiore attenzione non solo ai costi ‘vivi’ della regolazione ma anche ai benefici, spesso invisibili perché non misurabili, che essa produce e che andrebbero altrimenti perduti.

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